CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “settembre, 2012”

Anniversario

Son passati già cinque anni e nel 2009 scrivevo tra lo stupito e l’orgoglioso di come fossi riuscito a superare quasi indenne i primi trecentosessantacinque giorni di vita in rete.

Stupito per la costanza e orgoglioso, perché ero riuscito a formare una compagnia di lettori, che volentieri venivano e alcuni di loro lo fanno ancora, a leggere quel che scrivo.

In questi cinque anni di cose ne son successe. Ho attraversato momenti esaltanti e contavo felice il numero di icone e altrettanti nick, che ornavano la sezione degli amici. Ero riuscito in quel primo anno ad averne un discreto numero e se ci penso erano tutti di qualità. Molti sono rimasti, attraversando la tempesta dell’esodo da Splinder a questa. Altri sono scomparsi o comunque non hanno più dato notizie. I tempi e gli uomini cambiano, non con uguale passo, ma lo fanno. Se da una parte può intristire l’animo, dall’altra occorre farsene una ragione. tempi e cambiamenti seguono il passo di chi li percorre. A volte li precedono perfino e non sempre l’ansito e il fiatone é indice di una corsa a perdifiato. A volte é solo fame d’aria. Un aria nuova e diversa, da cercarsi in altri luoghi, con diverse occasioni. Alcuni sono ritornati dopo un periodo, da considerarsi sabbatico o disintossicante o più semplicemente, quello giusto per recuperare le idee, per trovare e proporre anche nuove strade ai vecchi compagni.

Altri invece non hanno mollato. I più tignosi? Forse. Comunque sono quelli che le trasformazioni le hanno condivise, le hanno donate, in una sorta di verifica di ciò che stava accadendo loro. Non certo per ottenere suggerimenti o alla peggio consigli. Piuttosto per fedeltà ad una scelta compiuta, che risulta essere la migliore, quella a misura della propria esistenza. Ci sono quelli che non ne possono fare a meno, altri che frequentano quando hanno il desiderio di confrontarsi su un’idea, un pensiero. I vecchi naviganti di questo mare magno, conoscono il valore di queste parole e i neofiti lo scopriranno praticando la navigazione.

Posso solo aggiungere: Buon compleanno “Quelli del ‘54”.

Che la Rete ti sia propizia, ma soprattutto che tu rimanga fedele a te stesso

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C’è dono e dono

Avrei voluto, in questi giorni, soffermarmi sulle riflessioni suscitatemi da un bellissimo articolo scritto da Enzo Bianchi su “La Stampa”. Dire articolo è rendere ingiustizia all’autore, giacché si è trattato di un ampio stralcio della sua “lectio magistralis”:  “Dono senza reciprocità” da lui tenuta al Festival filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Mi sarebbe piaciuto donarvi, visto il tema, anche il link della pagina su “La Stampa.It” in maniera che ve lo sareste gustato con comodo e meglio, senza stare a seguire le mie  evitabili acrobazie sintattiche. Purtroppo così non é. Come da troppo tempo, arrivo tardi agli appuntamenti e mi ritrovo a dover soddisfare persone o cose di cui farei volentieri a meno, di cui non sento mancanza e bisogno. Ora il punto centrale del pensiero espresso nell’articolo è che il dono è forma massima di gratuità, che vive in simbiosi strettissima con concetti come libertà, compassione, altruismo, presenza, speranza e solidarietà. Concetti legati da una logica che fa bene solo al cuore e alla mente. Sarà che lo scritto scivola piano , pur mantenendo tutto il suo indubbio spessore. Sarà che chi scrive ha mano felice nel tradurre le idee, comunque è un articolo (Pubblicato il 16 settembre) che non leggi, ma divori e poi rileggi per il piacere di leggerlo. Tutto ciò è andato scontrandosi con la cruda realtà dei fatti, che guarda un po’, trova e non poche assonanze con quell’articolo.

Se in quest’ultimo c’era l’esaltazione della gratuità come pilastro portante, la realtà dei fatti l’hanno portato invece sotto il riflettore impietoso dello scambio utilitaristico, della legge del tornaconto: l’ordalia dissacrante del mai abbandonato “do ut des”. Sapete, miei cari, a cosa mi riferisco: all’ennesimo scandalo di spese facili e folli, consumate all’ombra delle istituzioni e con i denari di quelle. Questa volta sotto i riflettori, una volta tanto “Roma ladrona”. Non quella Roma polputa e ufficiale, delle alte se non altissime sfere. Nessun Colle è stato investito, nessuna personalità di alto profilo coinvolta. Se dobbiamo paragonare il Paese a una città, questa volta il Municipio è fuori dallo scandalo. Piuttosto tutto si è svolto nelle mura amiche o quasi del condominio. Avendo come attori l’amministratore del condominio e i condomini più rappresentativi e intraprendenti. Uomini e donne che del fondo spese condominiale, o meglio una parte ben precisa del medesimo, ne hanno fatto un pozzo di San Patrizio, per soddisfare i propri capricci. Sappiamo che l’occasione è quella che fa l’uomo ladro. Sappiamo pure che l’occasione si mostra ghiotta o più ghiotta se nessuno controlla, se è lasciata così: abbandonata a se stessa, in balia dei venti e delle avversità. Una sorta di limbo, di “res nullius” ove ciascuno, fornito di una parvenza di potere, può accedervi indisturbato. A volte neppure fingendo, neppure furtivamente, bensì in modo plateale e sfacciato, anzi con protervia se non superbia. Soldi che prendono mille rivoli e svaniscono in tasche a volte di dubbia costituzione morale. Soldi che escono dalla finestra per rientrare in porte oscure, che finanziano persone o cose che dire inutili è solo sfumare una realtà più ectoplasmatica che mai. Di là dei soldi spariti, consumati in operazioni raccapriccianti, io punto il dito sul come questi soldi sono stati sottratti. Ecco la superbia, ecco l’incontenibile rabbia dell’accumulo, che ha spinto al saccheggio bulimico di sostanze che avrebbero potuto essere impiegate in miglior modo. Invece lo sperpero per i propri e altrui vizi come gola, accidia, superbia e non credo ultima la lussuria, hanno alimentato uno scenario che definire d’infima lega è solo un modo per farsene un anche pallido quadro. Le risibili giustificazioni attuate, al momento in cui, scoperti con le mani nella marmellata, i presunti colpevoli giustificano la loro presenza sul luogo negando in assoluto l’evidenza dei fatti. Anzi, si sono resi responsabili di non aver tentato neppure la ridicola scappatoia del : non è come sembra. Rimandando e facendo rimbalzare le accuse sui sodali furfanti. Chiamandosi fuori da ogni turpitudine reclamando l’incredibile giustificazione del sistema. E’ cosa sistematica, assodata, convenuta che di fronte al soldo pubblico, questo sia una sorta di greppia infinita dove attingere per se innanzi tutto e poi sbriciolare avanzi a pochi altri fortunati. Perpetrando quella forma di parassitismo, di clientelismo già cara ai tempi dei “dolci vizi del foro”. Un’eredità storica difficile da cancellare, dalla quale pare sia doloroso, se non impossibile separarsi. Ora è in atto una canea di accuse e contro accuse, che si va sovrapponendo ad imbarazzanti e tonanti filippiche, subito ridimensionate a semplici sfoghi, anzi rientrate attraverso un grottesco scambio di salamelecchi. Sono delle ultime ore le avvelenate accuse, i diktat, i proclami che avrebbero fatto sorgere un cataclisma politico d’incalcolabili effetti e poi nelle ultimissime ore si è assistito al ridimensionamento dei medesimi. Con una cura da cavallo, come si dice. Applicando cioè tutto il complicato sistema di bilanciamenti, mano a mano che avveniva il ricambio dei posti oramai non più occupabili dalle persone interessate. Con occhio attento e mano più che ferma ogni schieramento ha avuto la propria parte, e i gattopardi anche questa volta cambiano tutto senza cambiare nulla, se non le facce del nuovo potere condominiale. Dopo l’operazione d’urgenza, avverrà che il tempio residui sarà dedicato a sopire, calmare, coprire l’apodittico presente. SI lavorerà sottotraccia per riformare gli equilibri per le prossime legislature, facendo attenzione a colmare quei vuoti, che significano voti e per qualcuno sono come la spada di Brenno o meglio fonte di salvezza se ben spesi per l’uno o per l’altro possibile salvatore. In buona sostanza un migliaio di voti li posso spostare benissimo a favore di chi mi può parare o salvare il deretano; ciò detto in spiccioli. A questo punto mi chiedo se indignarsi serva ancora. Se ancora devo farmi ribollire il sangue o se é più semplice farmi cullare alla voce delle sirene giacobine e da “sans culottes” che in tempi precisi, spazzarono un’intera nazione. A tempi cupi si allineano altri spensierati e antitetici, che scavano più profondo il fosso che divide la politica dal paese reale. Vien voglia di prendere il fucile, più che la parola. Questo sistema si replica e clona nel putridume, ingordo mai sazio, quasi che voglia divorare le ultime briciole di un mondo che va a morire, mentre dall’altra parte il nuovo è così indefinito, spettrale che mette angoscia più che speranza. Il disamore per la politica, non è per il fatto in se, richiudibile nelle trite frasi: la politica è una cosa sporca, è riuscire a voltar letame senza sentirne il lezzo e senza sporcarsi le mani e gli abiti. Piuttosto nel non accettare questo tipo di sistema, che non ha nulla a che fare con libertà e volontà di scelte. Com’è possibile essere eletto, se non attraverso una posizione favorevole nella lista, data dall’amicizia e dai denari che si profondono al partito, piuttosto che per capacità personali di affrontare e risolvere i problemi. Credo che il potere logori, non tanto chi non ne ha, piuttosto che ne fa uso e abuso. Il potere non scalfisce chi sa di possederlo, ma non lo usa, perché usato una volta perde la sua caratteristica intrinseca. Il potere è bestia indomabile, capricciosa e subdola, pronta ogni momento a mordere la mano di chi lo conduce, gode di se e di ciò che rappresenta o vuol rappresentare.

Se la politica vorrebbe essere dono senza reciprocità, le attuali situazioni portano da tutt’altra parte.

Le cose capitano

Le cose capitano, di là delle nostre intenzioni, delle nostre azioni, senza un tempo ben preciso, senza una preparazione. Capita e basta. Così come ho scritto dell’undici settembre, altrettanto le notizie dall’altra sponda del Mediterraneo sono state, e rimangono le più fosche possibili. E’ anche vero che qualcuno potrebbe indicare nella congiunzione di date e anniversari, il momento più propizio a che accadessero, altri il mero fato, altri non avrebbero una risposta precisa. Le cose accadono e scoprine la ragione, l’eziologia in questo caso non cambia di molto gli effetti presenti e futuri del caso stesso.

Mi sorprende però il pensiero che mentre mi chiedevo come e in che modo possa influire una data, un fatto nella comune o personale memoria, altri e per altre vie lo hanno ricordato. Sto pensando a una maniera meno cruenta e terribile, però. Ieri pomeriggio guardavo alla televisione un telefilm: “West Wind”. In breve è la storia e le inevitabili vicissitudini di un Presidente statunitense e del suo staff. Proprio ieri la puntata verteva sul ricordo di quelle ore. Ora di tutto quello che possono aver detto, nella finzione scenica due cose mi sono rimaste impresse. Una riguarda la ragione prima dello stato di conflitto tra il mondo Occidentale, rappresentato dai valori espressi nel lavorio secolare della sua cultura sociale, politica ed economica e il mondo Orientale, focalizzando il problema solo sul e nel mondo di cultura Araba Mussulmana. Ora la ragione prima, a detta degli sceneggiatori, sta nei rapporti tra Abramo, Sara e Agar. Sappiamo che il primo per lungo tempo non ebbe figli e che la colpa di quest’assenza era stata data alla sterilità della moglie Sara (Su questa “colpa” possiamo aprire un dibattito infinito e non mi pare il caso specifico) Piuttosto Sara vede nella sua serva Agar la possibile madre di un figlio che dia una qual forma di successione a capo del clan di Abramo. Nacque Ismaele, ma sappiamo anche, che Dio diede a Sara un figlio e nacque Isacco. Sara impose ad Abramo di scacciare Agar e Ismaele, perché solo Isacco aveva i presupposti per continuare la catena di comando.

E’ vero, come dice la Bibbia che Ismaele non fu dimenticato anzi, fu a capo di un popolo proprio come Isacco. Se Isacco è il progenitore degli Ebrei, così Ismaele lo è per gli Arabi. Troppo facile? Troppo semplice affidarsi ai versetti di un libro, tenuto in considerazione, è vero da una buona fetta della popolazione mondiale, ma parimenti negletto o osteggiato da un’altra parte di popolazione? Le sceneggiature di qualunque telefilm, perché facciano presa sugli ascoltatori, tendono a semplificare quadri e scenari, anche i più complessi. Comprimendoli in poche battute recitate a effetto. I soggettisti non si prendono la briga di analizzare le situazioni, gli effetti, i presupposti, piuttosto utilizzano parole o frasi semplici e in misura semplificativa. Pur nella grezza semplicità, quelle frasi devono sortire l’effetto e l’hanno fatto, di rimanere impresse. Ora mi sono andato a leggere il brano biblico ed effettivamente l’allontanamento richiesto da Sara c’è e usa anche parole dure. Tanto che Abramo ne rimane sconcertato, ma accetta, pur con dolore, l’imposizione.

E’ questo dunque il cuore del problema? Se così fosse i drammi famigliari, sembrerebbero di nessuna soluzione, anzi con il trascorrere del tempo, non importa come si misura, diventano più profondi e insanabili. Oppure c’è un fondo di verità, seppur occorra averne una visione lata e cioè che la risoluzione conflittuale tra Occidente e Oriente, sarà risolvibile solo se sarà ricomposta in maniera definitiva la questione palestinese? Ricordo che a tal proposito, Igor Man ne scrisse più e più colte e non citando solo una sua idea, piuttosto raccogliendo il pensiero di fior d’intellettuali dell’una e dell’altra sponda del Giordano. Cioè a dire che guarita definitivamente la piaga dell’odio tra israeliani e palestinesi, il mondo non solo troverebbe finalmente quella pace che tutti auspichiamo, ma si appianerebbero anche le distonie ora in corso tra Occidente e Oriente. A poco a poco ci rimarginerebbero quelle cesure che ancora incontriamo nei rapporti e forse riusciremo finalmente a colloquiare capendo e interessandoci delle ragioni dell’uno e dell’altro. Perché ora è un discorso, urlato, tra sordi e della peggior specie. Acuita, questa sordità, dalla prepotente campagna mediatica degli opposti estremismi, che vede nell’altro solo e unicamente le diversità e le considerano come un male, una tabe che corrode o vuol farlo tutta l’indubbia bontà dell’uno. Insomma l’estremismo di qualunque genere non è altro che uno scambio di scelleratezze, perpetrate anche ai danni di chi cerca l’opposto, cioè dialogo e compassione. Sono proprio contro di questi che più si scagliano gli estremisti, facendolo in modo ancora più barbaro e tremendo. Usando subdolamente l’arma del martirio. Ora il martire è chi è disposto a offrire finanche la vita per il proprio ideale. Si batte e combatte per esso. Una figura di cui è piena la cultura cristiana e donne o uomini che furono, sono additati ad esempio e sull’onda di quello, ora se ne vuole perpetuare la matrice. Ignorando che un martire, se può infiammare gli animi e spingere qualcuno all’emulazione, dall’altra infiamma ancora di più chi li ha combattuti e soppressi. Da una parte perché suscitano emulatori, dall’altra perché ciò facendo, hanno già perso la guerra che credevano vinta. Il martire deve far riflettere su cause ed effetti, che l’hanno portato all’estremo sacrificio e soprattutto sul perché a lui non è rimasto null’altro che morire per la causa. Ora sappiamo che il martire è anche eroe, anzi a volte è difficile stabilire un confine tra l’uno e l’altro. Eppure questo confine, una battuta di quel telefilm, l’ha fornito. L’eroe è quello che vive per la causa e non muore per essa, diventando un martire quasi scontato. Il combattimento non è da intendersi solo con armi, piuttosto e meglio con le idee. Grandi esempi di questi eroi, fortunatamente la storia recente o meno, ne ha fornito un buon numero. Donne o uomini che fino all’ultimo loro giorno, hanno lottato credendo nell’assoluta bontà di ciò che propugnavano e i fatti hanno dato loro ragione. Forse non subito, forse non hanno ottenuto quegli effetti sperati, ma le loro idee hanno smosso culture, ne hanno permesso un balzo in avanti. Rimangono acquisite e sono patrimonio collettivo a tutte le latitudini. Sono entrate sotto varie forme nella vita di ciascuno di noi, elaborate, rimasticate nella forma, forse, ma solide nella sostanza dei fatti.

A questi dobbiamo guardare, più che ai primi. Un martire è indice della soppressione volontaria o meno di una vita e ciò sta a indicare un fallimento. Perché non si è potuto o peggio, voluto trovare una via, seppur nuova o anche diversa da quella abitualmente percorsa. Paura di novità d’idee, di parole da vivere e condividere, come se arroccarsi nelle proprie convinzioni sia l’unica forma di vita, l’unica via di sopravvivenza, perché a questo punto non si tratta di viver, ma di sopraviere e farlo d’idee e modi oramai in sentore di obsolescenza.

L’unica speranza è quella che gli eroi si moltiplichino dall’una come dall’altra parte. Che nascano e siano poi ascoltati, che l’eroe sia il vero profeta e che concorra alla comprensione e alla compassione umana.

Questa è la cosa che deve accadere.

Voi, dov’eravate?

Oggi è l’undici settembre. Voi dov’eravate? Non è importante che me lo diciate, non è importante cercare nella memoria le frasi dette, i gesti compiuti. Non credo che sia importante il dettaglio, anche il più insignificante.

E’ importate ricordare. Ricordare una data precisa tra le troppe, della memoria collettiva, di un fatto così enormemente tragico e folle. E’ importante ricordare che certi avvenimenti ci capitano, attraversano la nostra esistenza e rimangono impressi in noi come cicatrici, che nessuna tecnica chirurgica, la più raffinata e moderna possibile, potrà mai cancellare.

Eppure l’undici settembre non appartiene solo all’umanità nel suo complesso; appartiene anche a ciascuno di noi, perché ognuno ha avuto un personale undici settembre.Una data incancellabile, un giorno, un momento, un attimo che ha segnato le nostre esistenze. Quasi che il tempo si sia fermato e che possa ritornare, a folate, in quel preciso attimo. Quasi che ci costringa a ripetere i passi che percorremmo in quel frangente.Il nostro undici settembre è fatto di odori, suoni, percezioni che condividiamo e da cui non riusciamo a liberarci, annullarli, dimenticarli.Tante le cose, le persone e i fatti che abbiamo cancellato, ma alcuni, come fantasmi, tremuli o consistenti, ci riappaiono ciclicamente.Questi li abbiamo analizzati, perdendoci per lo più, nella ridda dei se e dei forse. Illudendoci ogni volta di essere riusciti a esorcizzarli, sperando di essere giunti finalmente a una convivenza con essi.

Il più delle volte sono momenti dolorosi, perché quelli gioiosi rimangono per i racconti ai quali dedichiamo il tempo dell’abbellimento, del fronzolo, dell’inventiva per renderli ancora migliori di ciò che furono. Ci piace arricchirli, sin’anche a travolgerne la forma, ma non la sostanza, perché quella è una sorta di balsamo dei nostri sentimenti e lo vorremmo anche per quelli dei nostri eventuali ascoltatori.

L’undici settembre però è solo il tedoforo di un orrore che ci perseguita. Di un dolore che non ci vuole abbandonare o forse, siamo noi che non vogliamo che si allontani più di tanto. Un senso di colpa che ci renda vigili o più attenti. Un punto fermo nella nostra esistenza, dal quale siamo ripartiti. Può diventare il luogo di una nostra rinascita, di un nuovo modo di porre o proporre la nostra esistenza. Ai nostri e agli altrui occhi. Quando prendiamo coscienza che sappiamo conviverci, se si riesce nell’intento. Accettati i risultati e lavorato sugli effetti, proseguiamo nella nostra esistenza e quel lavoro darà la misura del nostro eventuale cambiamento. Forse non lo vedremo, ma sicuramente sarà oggetto di sorpresa per chi ci sta attorno. Da quelle reazioni sapremo di cosa siamo stati capaci di fare, per superare quell’undici settembre soggettivo.

Oppure, se ritorna in quel ciclo di cui parlavo, allora i nostri sforzi sono stati vani. Forse neppure gli sforzi di chi ci sta accanto, sono riusciti nell’intento. Vuoi per la pochezza dei medesimi, vuoi per l’inadeguatezza del nostro ascolto alle sollecitazioni esterne. Non sempre e in egual misura per tutti, siamo pronti. A volte si mostrano intangibili, tanto che neppure vogliamo più intervenire. Tanto che li accettiamo spossati e rassegnati, dell’ingombrante presenza.

E’ difficile cassare quei momenti con un semplice: è così che doveva andare. Rimane un senso di vuoto maggiore, rimandando tutto a un fato capriccioso e maligno, sul quale nessuna forza, alcuna intelligenza potrà mai intervenire. E’ una dichiarazione del nostro fallimento, dell’impossibilità persino della convivenza, ultima arma in nostro possesso per continuare. Non è più neppure un alibi, piuttosto appare come il termine ultimo di noi stessi. Non è neppure il punto di non ritorno, ove dopo di quello esiste un mondo a noi alieno, ma nel quale avremmo anche una seppur minima possibilità. Invece, di fronte al fato, non esistono altri mondi possibili e tutto è risolto e rimane solo il senso dell’inadeguato, dell’inappagato a farci compagnia, dove a dolore ne assommiamo un altro.

Il tempo sa essere crudele alleato, che non sempre diluisce, appiana, scolora; a volte lascia inalterato il quadro demandandoci la responsabilità dell’unica risposta possibile e non sempre regala anche l’aiuto di maturarla, di accorgerci di certe situazioni vissute in conseguenza e nelle quali si annidano le risposte che servono.

In questo tempo così intriso di continue domande e senza lo spazio per rispondere in maniera ragionata, forse è fuori luogo quella che vi ho posto, anzi che mi sono posto, tentando anche di dare un accenno di risposta, però è di tutti noi fermarsi di quando in quando e chiedersi:

Dov’eri l’undici settembre?

Operazione WOUNDED KNEE

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CAPEHORNHOUSE

From: Capehorn

To:  WP’s  Friends

Object:  Operazione WOUNDED KNEE

Si da avviso che l’operazione WOUNDED KNEE , subita dalla Leonessa est perfettamente riuscita.

Nessuna conseguenza riscontrabile, decorso post operatorio favorevolissimo. Presa visione at prima medicazione ginocchio SX e assicuratiCi Artemisia, la mia e sottoscritto che buchi artoscopia sunt praticamente invisibili. Oltre a crociato anteriore completamente ricostruito, anche menisco ricevuta debita et confortante cura chirurgica. Corpo medico assicura ginocchio come nuovo, praticamente “usato sicuro”. Consegnata ferrea tabella terapia post-operatoria e ginnanstica fisioterapica da seguire maniacalmente. Assicurata presenza fisioterapista et continue et assidue cure da perte famiglia tutta. Gatto compreso. Si prevede un decorso favolrevole, anche se lungo , almeno fino all’inizio della primavera per recupero completo.  Anche questa é andata.

STOP

END

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Donne, Cavalli e Re

Siamo un popolo di giocatori. Così dicono le statistiche, le indagini, le inchieste. Spendiamo una cifra a nove zeri per schedine di vario genere, giochi di carte ed elettronici. Sia legalmente, che illegalmente. Affidiamo alla sorte, maligna e beffarda i nostri sogni, le nostre speranze, ma soprattutto la nostra cupidigia. A chi non fa piacere il portafoglio gonfio per un terno al lotto azzeccato, con o senza i numeri datici in sogno dalla cara zia Eulalia o dal nonno Temistocle, che tanto avevamo in confidenza?Credo nessuno. Ora tutto ciò, il cappello introduttivo cioè, è per farvi partecipi di alcune riflessioni che mi sono balzate in mente stamani, mentre sonnolento rientravo a casa dall’ennesima notte e leggendo un’intera pagina di giornale dedicata al problema del gioco, più come patologia, che non come momento ludico, mi sono venute in mente.

La prima è un ricordo personale. Sono gli anni sessanta alla fine del boom economico. C’erano già le avvisaglie di un rallentamento economico, tanto da far pronunciare da pochi e a bassa voce la parola “magica”, infausta a tutti gli economisti: recessione.Una sera si presentò alla porta un tipo, che conoscevo come presente nelle frequentazioni dei miei genitori, senza che per questo fosse annerato nella cerchia delle loro amicizie. Ricordo che mio padre ebbe una discussione piuttosto serrata con questo signore e ciò che mi colpì immediatamente, che tutto si svolse sull’uscio di casa. Non fu fatto nemmeno accomodare, violando così un principio che ritenevo sacro, quello dell’accoglienza. Mio padre alla fine chiuse la porta in malo modo e questo malanimo lo manifestò per il resto della serata. Il giorno appresso, spinto dalla curiosità infantile, memore di quanto accaduto, ne chiesi ragione a mia madre. La quale con pazienza, mi spiegò che quel tizio era un giocatore, venuto a implorare un prestito. Non avendo ben chiaro il valore del denaro, esternai il mio stupore, saputo che quel prestito era stato negato. Un tale comportamento cozzava però con un altro principio cui ero stato educato, cioè quello della carità, nell’accezione più ampia del termine e quello mi sembrava che fosse attinente. A mia madre, improvvisamente la pazienza diminuì e liquidò la cosa come un atteggiamento irresponsabile, il fornire in prestito dei soldi, che andavano a soddisfare un demone, tra i peggiori. Si lanciò in una filippica contro il gioco d’azzardo e i devastanti effetti sulla vita umana e fu tanto persuasiva, che mi tenni lontano per parecchio anche da una semplice partita a “ruba mazzetto”, fatta tra compagni di gioco, giusto per passare il tempo.

Se ripenso a quella scena e al suo contorno, con il poco senno che possiedo, mi rendo conto di come il gioco, diventato veramente un demone interiore, possa defraudare l’essere umano della chiave di volta dell’esistenza stessa: la dignità. Un conto è vero, è leggere del pozzo di disperazione in cui si getta Aleksej Ivanovič ne “Il Giocatore” di Dostoevskij. O come dimenticare la cruda tragicità dei giocatori dei racconti di Fenoglio ( “IL padrone paga male” o “Il mio amore è Paco” da “Un giorno di fuoco”). In una langa inaspettata figure di un mondo agricolo che consumano la propria e altrui esistenza al tavolo  verde del retro di un bar o nelle ovattate atmosfere di qualche casa compiacente. Campi, raccolti, animali che passano dall’uno all’altro nel vorticoso giro delle carte del “baccarat” o di un quanto mai dubbioso “ramino”. Giochi dai nomi ancora più misteriosi come “51” o “Concia”. Notti consumate a consumarsi la vita rincorrendo la rabbia di rifarsi una vita; di riprendersela una buona volta per tutte.O ripensare alle atmosfere, per lo più fumose, dei tavoli da poker di tanti film. In ogni modo il gioco e i suoi effetti sono trattati in maniera drammatica se non tragica. Rimane però un esercizio, spinto all’eccesso forse, della fantasia. Una sorta, nel caso del grande russo, di esorcismo di un male che può colpire e diventare una tabe di difficile se non impossibile rimozione. Eppure la realtà supera a volte la fantasia. Perché se esistono centri specializzati, volti a curare la dipendenza dal gioco, tali e quali a quelli sorti per altre altrettanto gravi dipendenze, allora il problema esiste ed è grave e non eludibile.

Leggevo alcune interviste di chi è riuscito a bruciare anche la propria dignità dietro i video poker, le slot machine. Dimentico, a un certo punto della propria esistenza e votato solo a inseguire e alimentare una sorta di cancro onnivoro. Di un “Magog” che divora la vita a tutto tondo, che si pasce soprattutto di speranza. Persa quella, il resto non ha più senso né valore, forse non esistono neppure i numeri che scorrono veloci a sigillare più strettamente la fine di una vita. Esiste solo il compulso desiderio di alimentare quella fessura verticale, freddo metallo che ingoia l’esistenza e basta. Si arriva al punto che non è più vincere o perdere, ma solo giocare. Nel gioco è l’essenza, il nirvana, è l’affermazione, la giustificazione di se. Il punto massimo dell’egoismo, a volte senza un ritorno, se non quello ultimo: la propria distruzione, la propria morte. Ecco che sono aumentati i casi di suicidio determinati proprio questo “demone”. L’incapacità di rientrare nei binari usuali della vita, fatta di naturali alti e bassi sia economici, che sentimentali. Il divario tra vita reale e vita “giocata” è tale che l’unica via d’uscita é riequilibrarle attraverso l’estremo gesto. Credo che molti si siano affacciati all’orlo del baratro e non pochi abbiano scelto di affrontarlo.

“La vida es sueño” scriveva Calderon De La Barca nel XVII secolo, però per molti si trasforma nella tragica attuazione di una frase, più che ritrita: “La vita è un gioco”. Che diventa ancora più tragica quando la posta è proprio la vita, dopo che tutto il resto è stato abbandonato su di un tappeto verde o in una fredda fessura metallica. Fanno ridere amaramente gli spot, che invitando a giocare, chiosano con la frase “Gioca responsabilmente”. Mai come a loro calza a pennello l’ammonimento evangelico: “Sepolcri imbiancati”. Credo che questa mia affermazione non debba essere ulteriormente commentata. L’ipocrisia istituzionalizzata, non ha bisogno di chiose o pandette.

Non amo il gioco, soprattutto quel tipo di gioco, ne ho paura, anzi ribrezzo. Ammetto che conosco giochi di carte soprattutto, ma non ricordo di una partita a “Scala Quaranta”, “Scopone Scientifico”  o “Bridge” fatta negli ultimi anni a questa parte, fatta per il gusto di giocare tra amici, per lenire la noia di un pomeriggio uggioso o passare una serata diversa dalle solite.

La responsabilità va spesa per cose molto più serie che non dietro alle donne, ai cavalli e ai re. Soprattuto se sono di spade, coppe, fiori o denari.

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