CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “ottobre, 2012”

I confini del cuore

Per una volta tanto, vi ripropongo una cosa che ho scritto anni fa.

E’ un caso rarissimo, che io esprima attraverso il verso le mie emozioni. Non sono tagliato, ecco tutto.  La poesia ed io siamo realtà separate e distinte e quindi ciascuno per la propria strada, da buoni conoscenti e nulla più. Eppure, per una volta forse, per le ragioni insondabili del cuore e della mente, le nostre strade si sono incrociate e ciò che segue è il frutto. Non sapendo giudicare, anzi meglio, apprezzare a pieno quelle degli altri, mi affido a voi

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire e mi ha spinto, qui , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quest’aria nebbiosa di cui usmo gli umori, solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza.

Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato.

Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero serpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto qui, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

 

 Mi  è venuta così, in ricordo di mio padre e mi è tornata in mente l’altro giorno. Riguardando le mie colline, ripensando all’adolescenza dei pomeriggi passati tra filari e sgroppando su e giù da quelle colline. Riflettendo su come il tempo è trascorso e su come certe cose ritornano a mostrare l’urgenza di non essere mai dimenticate, perché patrimonio personale e delle poche cose possedute, da trasmettere a chi ci segue.

Ripenso a quanti attendono di riunirsi, filare per filare, ad un’eterna vendemmia. A ragionare di mosti, di prezzi, di selvatico preso o scappato; tra un bicchiere e l’altro, tra un piatto di bollito e una buona porzione di “cugnà”. A volte nel silenzio delle cucine, un po’ fumose, dalle stufe che ronfano piano, senza fretta.

Guardando questa giogaia di colline che pare non abbia una fine, un inizio. O forse lo ha, nel cuore di ciascuno di noi, per quanto é impossibile imbrigliare un confine disposto dal cuore e dal sentimento.

Buon autunno a tutti.

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E’ arrivato

E’ arrivato l’autunno. Sì, lo so, non è così epocale questa notizia. So anche di essere fuori tempo, giacché è già da una ventina di giorni che viviamo quest’ennesima stagione annuale. Però è incontrovertibile: è arrivato l’autunno.  L’autunno lo possiamo considerare un maturo signore, che ama vestirsi in maniera sobria ma elegante. Non disdegna anche il colore, anche se propende per tonalità terrose, ferrigne. Sa giocare sulle sfumature, ma a volte il gioco gli sfugge di mano, eppure riesce sempre a essere gradevole, pur negli accostamenti anche i più arditi. Accanto a gialli esplosivi troviamo un marrone smorto; mescola rossi fiammeggianti e cupi grigi, ma il contrasto rimane piacevole, indicendo a pensare di come la vita sa essere caduca. Nel cadere o decadere ha ancora dei fremiti, si vuol togliere delle voglie, desidera dare e ancora dare, apparentemente instancabile.

Se lo confrontiamo, l’autunno, con le altre stagioni ci accorgiamo che ha un “aplomb” tutto personale.

Non ha la titubanza primaverile, che con i giorni si trasforma in fregola, nell’irrequietezza di chi deve dimostrare tutto a tutti. Accanto alla delicatezza dei colori, prepara già quelli che sono i frutti di un lavoro che parte da lontano. Dall’autunno ad esempio. Perché è lui che raccoglie e serba fin dall’inizio i frutti per la nuova stagione. Frutti che hanno bisogno di tempo, di calma per mostrarsi. Devono però essere messi a dimora e curati sin dall’inizio e solo l’autunno ha quella sapienza. Alcuni poi li porterà a maturazione solo quella sfacciata dell’estate. Perché ‘estate è sfacciata. Nei colori, nelle luci violente, nella passionalità dei suoi giorni. Eccessiva perché a volte supera la passionalità degradando nella volgarità. Eppure le è perdonato, quell’abbandono fugace e lo sarà per i suoi frutti così copiosi, così desiderati, che si sia portati a pensare che in fondo, anche una piccola scivolata di stile può starci.

Che dire dell’inverno? Così scontroso e burbero. Le precedenti stagioni hanno raccontato tutto e a lui non rimane che farne uno scarno riassunto, che a quanto pare piace poco. Così lo ricopre di nebbia, di neve, di gelo, rimandando tutto a un dopo così lontano, così precario, così titubante, quello quale della primavera successiva.

L’autunno pare dire che ciò che è stato, è stato. E’ tempo di bilanci, è tempo di ripensamenti, ma è anche il tempo di farsi gli ultimi regali. Quelli forse più ricchi e succosi, che potranno venir bene per molto tempo ancora. Regali che travalicano i tempi, alcuni li ritroveremo solo dopo molti altri autunni. Il vino, simbolo di ebbrezza, gioia, meditazione. Ogni autunno lo regala solo se le stagioni precedenti hanno atteso alla vite con cognizione di causa. Lui ci gioca su questo. Se il vino non é all’altezza, la colpa non si può proprio dare a lui. Un a primavera bizzarra, un’estate troppo piovosa o troppo asciutta ed ecco che le botti non preparano mosto ed ebbrezza, bensì un liquido senza polso, snervato. Se invece hanno fatto un buon lavoro, allora l’autunno, memore del suo lignaggio, metterà mano a tutta la sua sapienza, per regalare un frutto degno di quel nome. Non pensiamo però che l’autunno sia un gentiluomo d’altri tempi. Dedito a colorare il mondo, che abita, nel migliore dei modi. Ha anche lui i suoi momenti di furore, di rabbia non reprimibile, dai motivi oscuri e diventa non un buon, ma un cattivo selvaggio. In odio a tutto e a tutti si scatena, distrugge, allaga, sconvolge in ogni maniera; forse vuol fare sentire anche lui che la pazzia non è solo di retaggio agli altri. Anche lui ne é attraversato da una forte e profonda vena. Solo che non sempre la vuole far apparire, non sempre se ne serve per i suoi insondabili fini. Da però serie avvisaglie di quelli che saranno i tempi futuri. Invita a ricoprirsi non solo il corpo, ma anche lo spirito. Le giornate si accorciano e il sole si fa più pallido. E’ tempo di ricominciare a ripensarsi, ad abbozzare idee da svilupparsi durante le ore lunghe della stagione successiva. E’ un ozio costruttivo, quello verso cui spinge l’autunno, non è la vacanza estiva e non è ancora il rimuginare invernale. E’ iniziare ad attendere, a prepararsi ad una nuova lentezza, pur affrettandosi a porre al riparo le ultime cose. Porle e disporle al meglio, perché i giorni che verranno saranno magri e forse duri. Gli ultimi regali sono i più importanti e nell’accoglierli, si deve aguzzare l’ingegno a riporli al meglio. Abbiamo ancora tempo per raccogliere le ultime cose e per rifinire il lavoro, quindi all’opera, perché l’autunno è arrivato.

Scusate, vi piace Brahms?

Il titolo, potrebbe portare a pensare che mi voglia fare una seria padellata di fatti vostri, senza pensare minimamente che esiste ed è sbandierata ogni dove, la privacy. Lontano da me questo pensiero, piuttosto è per introdurre un tema frivolo.

Immagino che a tutti piaccia la musica, declinata in ogni sua forma  e genere e di questi oramai ce ne sono così tanti che è difficile star dietro a tutti e in egual misura. Per questa volta la mia attenzione si rivolge ad un tipo di musica, che è entrata sicuramente a far parte della vita di ciascuno, almeno una volta nella vita. La musica sacra o quella musica che viene utilizzata nei momenti liturgici e che ha assunto anche una propria e autonoma collocazione nel panorama musicale.

C’è di che sbizzarrirsi a parlarne, in quanto forme e sostanza. Alcuni poi della musica sacra ne hanno fatto motivo di fama e gloria imperitura, oltre che di pagnotta quotidiana. Bach non vi ricorda nulla? Oltre a lui perché tacere di Monteverdi, Haydin, Hedael per il quale persino il Re di Gran Bretagna, ascoltando la tempesta di note e di voci del suo “Alleluja”, ancora oggi si leva doverosamente in piedi per rispetto. Gloria a profusione per i vari “Requiem” o “Missae Solemnis” di Verdi, Mozart e tutti gli altri di cui non ricordo il nome. Quindi il filone è sempre stato ricco e dovizioso di soddisfazioni. Ha attirato però, la mia curiosità un nuovo filone. Quello cioè della musica sacra o sacraleggiante interpretata dagli uomini di chiesa stessi. Questo perché un nuovo cantante si affaccia sulle scene ed è un semplice francescano. Un altro frà Cionfoli, mi chederete, con occhio inevitabilmente a pallino? (Nello specifico occhio a pallino, esso si manifesta: sbarrato, attonito e trepidante, timoroso per ciò che è stato e per ciò che sarà o potrebbe essere).

Assolutamente.  Il nostro fraticello, conscio della sua bella voce, ma stupito che per questa, ora si veda catapultato in un mondo non proprio suo, è in trepida attesa del debutto del suo disco. Disco naturalmente incentrato su pezzi di musica religiosa; grandi melodie classiche di consumato successo come “Ave Maria” di Schubert, ma anche un “Fratello Sole, Sorella Luna” sound track dell’omonimo film di Zeffirelli. Con l’aggiunta di una novità, una canzone composta all’uopo e come testo una preghiera del Santo d’Assisi. L’occasione è stata data dalla Decca, gigante discografico della musica classica che sentendo il nostro frate, non ha perso l’occasione di acchiapparlo, metterlo sotto contratto e sfruttarne le indubbie doti. Naturalmente tutto per la maggior gloria di Dia e degli uffici della contabilità della casa discografica. Ora fra’ Alessandro Brustenghi, questo è il nome del giovane frate, si ritrova al centro dell’attenzione mediatica. Lui si schermisce, per ora svicola da interviste e dai richiami delle sirene televisive, però trepida per il debutto di metà ottobre, proprio in quella Santa Maria degli Angeli, che custodisce intatta la Porziuncola. Insomma un debutto della e nella  francescanità al quadrato se non al cubo. Giornalisti da mezza Europa pronti a scrivere e speriamo in bene, di questa novità nel mondo ecclesiale, così da affiancarsi ai tre parroci irlandesi: “The Priests”, ai tre sacerdoti francesi: “Les Prêtres” e agli ancora più famosi monaci spagnoli di Santo Domingo de Silos, antesignani nel genere. E’ però vero che ai monaci, le cose non sono andate poi così bene. Il loro produttore, ha intascato la maggior parte, se non tutte le royalities, derivate dalle migliaia di cd venduti, dato il successo planetario del coro, per cui i monaci stessi si sono visti costretti ad affrontare una causa per riavere il mal tolto. Non dimentichiamo poi i monaci dell’italianissimo Convento di “Sant’Antimo” in quel di Montalcino, votati anch’essi al canto gregoriano. Che più che canto è da considerarsi una preghiera cantata vera e propria, non dimentichiamolo.

Ora mi auguro che non succeda al nostro fra’ Alessandro, ciò che è accaduto ai monaci spagnoli.  A lui che per la prima volta nella sua vita ha volato e sino a Londra, per accedere ad un a sorta di Sancta Sanctorum della musica, incidendo l’intero cd ad Abbey Road, negli studi che videro le performance dei Fab Fours e avendo come produttore Mike Hedges, quello degli U2, The Cure, giusto per non nominare nessuno.

Naturalmente al nostro fraticello auguro tutto il bene possibile e mi auguro che dei proventi i confratelli ne facciano l’uso migliore, visto che pronunciati i voti di povertà, tutti i guadagni finiranno nelle casse dell’Ordine.

Ora sorge spontanea la domanda e cioè se sia giusto o meno che un uomo di chiesa, votato ad una specifica condotta di vita, tralasci quella, anche se momentaneamente e si dedichi a tutt’altro?

Da parte mia credo che sia giusto. Abbiamo avuto dei doni, dei carismi e non sarebbe giusto sprecarli, annullarli o reprimerli. Utilizzati con discernimento, non possono che portare del bene a chi li ha questi doni e a chi ne trae gioia dai doni stessi.

Non è forse il tamburo, la voce di Dio? Non è forse la musica e il canto che ha accompagnato per secoli le liturgie della maggior parte delle religioni e ancora è l’accompagnamento. In più qualcuna di esse ha aggiunto anche il ballo. Composto, aggraziato, ma sempre ballo. E’ dimostrazione di amore verso la divinità e verso il prossimo, è l’aiutino che introduce in una dimensione più allegra e riempie di speranza, di voglia. In fondo i Salmi dovrebbero essere cantati e in molte celebrazioni lo sono, quindi lo stupore un po’ si attenua. Poi non mancano neppure chi del canto ne fa anche un abuso di pazienza altrui. Certe pie donne che a squarciagola, inanellano stecche nelle processioni, come non possiamo dimenticarle, ma va bene così. Anche quelle sono un segno di preghiera e di fede, che lascia dei dubbi, forse in chi ascolta, non certo in chi canta.

Sarà bene allora ascoltare la voce del nostro fra’ Alessandro e poi porci domande e nel caso darci risposte.

Sempre che cuore e anima, non vadano in altre migliori direzioni.

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