CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “dicembre, 2012”

Auguri … ovali

Anche quest’anno oramai volge al termine. Finisce con l’ennesima delusione. Una delle tante che hanno attraversato e attraverseranno le nostre esistenze. Saranno è vero corroborate da altrettante soddisfazioni, me lo auguro, però abbiamo preso l’ennesima fregatura. Ci doveva essere la fine del mondo invece, il ventidue dicembre, come sempre il sole è sorto, la sveglia ha suonato e il capo ha rotto le palle. Tutto regolare come sempre. Tracciare un bilancio è facile e difficile in egual modo. Vorremmo sottolineare solo gli aspetti positivi e tralasciare quelli negativi, eppure guardandoci le mani, per i secondi non ci bastano le dita, mentre per i primi ci avanzano. Almeno, per me è così. Comunque Natale è vicino e sforziamoci di essere più buoni. Più seriamente indulgenti verso il prossimo e verso noi stessi, anche se non è facile. Perché dire, con un accento anche un po’ svogliato, che siamo disposti al perdono, che saremo propensi dai prossimi giorni in poi, all’accoglienza, alla comprensione e non cambiare il nostro stile di vita è un po’ come succede nel rugby.

C’è chi suona il piano e chi lo sposta. Cosa c’entra direte voi? Pensate solo all’inglese; giocare e suonare hanno la stessa voce verbale: play. Quindi chi gioca in fondo suona, compone una musica o riproduce una musica composta da altri e implica pure il divertimento nel farlo. Dunque perdonare, accogliere, compatire accende il desiderio del gioco, del divertimento, della gioia nel compierli. Se non lo facciamo con il cuore, quindi liberi da possibili costringimenti, di qualunque tipo essi siano, quelle saranno solo azioni svogliate, costrette; un obbligo sociale da proporre, perché rimanga tale il fragile equilibrio su cui poggiano i rapporti sociali.

Il gioco impone una sfida, almeno con se stessi, nel provare a raggiungere la meta finale. Meta appunto. Ora per andare in meta, tranne qualche rara e preziosa eccezione, sono in quattordici sul campo, che si danno da fare perché uno di loro porti la palla oltre quella linea. Gioco, sfida, ma non solitaria. Senza un altro che ti stia vicino, che ti sproni, che ti aiuti nel tuo personale e tortuoso cammino, quella linea rimarrà solo un altro miraggio. Abbiamo bisogno dell’altro, come lui ha bisogno di noi e non per nulla si chiama tessuto sociale, quello in cui siamo immersi ogni giorno. Trama e ordito che uniscono vite e a volte destini. Inizi a giocare la tua partita con i genitori, poi la continui a scuola, sul lavoro, nella famiglia che hai la ventura di formarti e continui con i tuoi di figli. Sai quando inizia la partita, ma non ne conosci la fine. Le forze sono quelle che sono e quindi solo con altri, insieme ad altri potrai fare le mete che ti competono. E’ vero non sempre le cose funzionano alla perfezione. A volte sbagli il passaggio e un passaggio sbagliato è come inchiappare il compagno. A volte te la prendi con l’arbitro: perdi dieci metri e vinci quattordici fangù, in questo caso è difficile che tu lo rifaccia.

Questa però è la vita, è il rimbalzo di un pallone che per il fatto di essere bislungo, non è facile preda di chiunque, ha in se il mistero, un alone di democrazia, perché va mostrato e non nascosto, perché deve essere sempre vivo, perché è l’attore principale, l’istrione inarrivabile, inenarrabile. E’ tutto e il suo stesso contrario. E’ ciò che vogliamo che sia. Senza dubbio accanto alle gioie, alle mete, alle pacche sulle spalle, ci sono i momenti di sconforto, le delusioni, gli smarrimenti, ma se non sei solo e hai chi ti può aiutare; ma non è detto che l’aiuto ti arrivi da coloro, che tu credi più vicino a te. Se ti isoli, non hai sostegno, perché hai deciso di caricare come un bufalo cafro ad ogni pié sospinto, non ti stupire se avrai addosso due terze linee, più grosse e cattive di te. Allora si, che il tuo sarà un dolore epico. Drammatico, nella migliore tradizione della tragedia greca. Insomma, te lo sei cercato e non ti lamentare di più. Però, se affronti le sfide difficili e dure, quelle che possono anche segnarti, con il sostegno, le ferite che avrai sul corpo le guarderai con occhi diversi, guariranno prima e non saranno solo cicatrici, ma racchiuderanno anche il segno della compassione altrui. Allora scopri che esistono persone che fanno del dono, della gratuità un aspetto della loro esistenza. Saranno quelli che non ti hanno abbandonato solo, in mezzo ad una mischia furibonda, ma si sono fatti carico almeno di salvarti la pelle, metaforicamente parlando. Anche i tuoi avversari possono essere leali con te. Giocano per vincere, come te e il loro è un gioco fondato sui tuoi stessi principi. Se loro sono più forti, hanno avuto l’idea migliore o usato meglio le forze, allora è giusto che alzino il trofeo. A te non resta che imparare.

Dicono che con gli All Blacks tutti vorrebbero giocare, ma nessuno vorrebbe incontrarli. Per alcuni è il sogno della vita. Giocare con i migliori e a qualcuno il sogno è riuscito: ci ha giocato contro. Ed è orgoglioso e credo che tutti siano orgogliosi di battersi contro i più forti, i migliori e pur nella sconfitta, tutti loro hanno tratto un qualche insegnamento. A ben guardare le sconfitte, queste insegnano; più delle vittorie. Nella vittoria c’è l’ebbrezza, la gioia incontenibile; dimentichi il passato e non ti curi del futuro. C’è solo un esaltante presente. La sconfitta ti fa ricordare da dove vieni, ridimensionando il tuo futuro. Capisci che la strada è una salita non facile, piena d’ostacoli e che oltre al fisico bestiale, ci vuole anche un cuore grande e forte e non serve mostrarsi solo orgogliosi, ma anche intelligenti, perché ogni giorno, qualunque sia la sua faccia, va vissuto.

Sogni ed illusioni, vittorie o sconfitte, tutto per l’anno di grazia 2012 sta lentamente stemperandosi in queste fredde e nebbiose giornate di fine d’anno. Non è finito il mondo e questo è già tanto, ma ci sarà sempre un nuovo passaggio fare, un nuovo vantaggio da mantenere, una touches da giocare, una meta da chiudere senza dimenticare che giochiamo una partita in cui l”io” non é di moda, se non proibito.

Buone feste a tutti.

NB: Ho utilizzano, aggiustandole a modo mio, modi di dire e detti tratti da un libro che consiglio:

“Ovalia – Dizionario erotico del rugby” ed. Baldini Castoldi & Dalai – 2007 – di Marco Pastonesi, uno che il piano l’ha spostato e suonato.

Un Pinàceo per tutti voi

Eccolo il Pinàceo in tutta

la sua apodidittica epifània

Delizia del tempo natalizio, é stato agghindato da Artemisia, la mia e dalla Leonessa. Al sottoscritto il compito di trasportarlo dalla cantina in sala, oltre a quello di fargli spazio. Al Liga é affidato il compito di custode e di estemporaneo giocatore di palline di Natale.

Pinaceo

Per quanto

Per quanto uno sia preparato, non è mai pronto. Ora mancano quattro giorni alla fine del mondo e come al solito sono in ritardo. Anche nell’ accampare scuse di questo ritardo, mi sento inadeguato. Non ho il fervore dell’originalità, neppure un pizzico, una parvenza. Sento di abbandonarmi alla più squallida ovvietà nel addurre a scusa il lavoro, lo stress, la famiglia, il traffico, il maltempo ed il governo. Quest’ultimo risulta essere la più indicata ed è una sorta di “evergreen”. Anche il maltempo, con la sua carica d’anni di nobile decaduto con decoro, riesce a suscitare un certo “appeal”. Non troppo “cheap”, ma neppure “chic”. Insomma facciamoci tutti parti diligenti e affrontiamo il caso senza essere troppo choosy. Va bene!?

Dicevamo .. mancano quattro giorni, eppure non mi sembra che in giro, tra la gente ci sia quest’attesa. Sarà per le feste incombenti o sarà che la festa ce l’hanno già fatta, ma file di penitenti, chi in gramaglie, chi di sacco vestita piangenti e straziati, non ne ho proprio viste. Speravo, credevo in processioni sia religiose che laiche, che impetrassero grazie, che chiedessero a gran voce, per il momento fatale, uno sconto o un aumento di pena. In fondo questo non lo si nega a nessuno. Siamo condannati a morte certa? Ebbene, ci sia concessa l’ultima sigaretta, l’ultimo bicchiere, una preghiera o poesia o canzone da cantare anche a squarciagola. Invece le uniche file le trovi alle poste. Oramai per quelle si parla già di annate. “Sono stato nella fila del 2008. Quella per il pagamento della TARSU, secondo semestre. E’ lì che ho conosciuto quella o quello che poi è diventata/diventato la o il compagna/o della mia vita.” L’altro può tranquillamente rispondere: “Pensa,  durante la fila del lontano 1995, sono nati i gemelli. Sono ragazzi troppo avanti, rispetto a noi. Sono in fila già per pagare le loro future tasse universitarie”.

Ci sono le file dei pensionati, dei disoccupati e delle altre ombre di questa nostra società, che con pazienza aspettano il loro turno di sopravvivenza. Ci sono anche le file di chi crede che questa non sia la realtà, ma solo un brutto film, cui partecipa controvoglia e vive nelle file scomposte di quelli che abbisognano delle ultimissime novità. Non importa il genere, basta che sia nuovissimo. Non importa se la brama di possesso è quel pozzo di San Patrizio, che li sta divorando inesorabilmente. Fanno la fila, che è incarognita perché in questa corsa chi arriva per secondo è già un fallito. Non importa, l’importante è esserci e se poi si arriva prima, quello è il valore aggiunto alla già cospicua vacuità del fare la fila e dell’acquisto allegato.

Ci fosse una persona che lanci un monito o indica un’assemblea, un incontro, che spinga a ragionare sul tempo consumato e su quanto ancora rimanga prima che tutto sia concluso. Al massimo c’é l’assemblea di condominio sul bilancio annuale dello stabile. Altra ed ulteriore occasione di rinfocolare il peggio che alberga in noi. Mancano quattro giorni e non so cosa mettermi. Andrò in contro al fato con la grisaglia delle occasioni. Oppure rispolvero la “mise” del matrimonio, ammesso che riesca ad indossarla senza per questo sprofondare nel banale ridicolo di chi vorrebbe ma non può o non può più? Oppure “casual”, senza tanti fronzoli, un po’ così alla “viva il parroco”? In questi momenti si pensa  all’esteriorità, a quale vestito, a quale trucco e parrucco.

Il dentro di noi, il nostro spirito e, per chi crede, la nostra anima: di lei cosa ne facciamo o cosa ne abbiamo fatto, fin ora, per prepararla all’evento? Forse farà la fila in un’altra dimensione, intruppata con altre anime, spiriti, chiusa nel suo mondo etereo e forse si pone le medesime domande, o forse no. Troppo distante dalla materia, anzi l’opposto come insegna la filosofia d’ogni latitudine ed epoca, rimane a sondare altre strade, altri percorsi. Anche quelli che per altri accidenti, ci siamo preclusi, volenti o meno.

Sinceramente credo che il sole sorgerà nell’alba brumosa e fredda del 22 dicembre. Credo che questa attesa, per nulla spasmodica, anzi resa tale dai mille “media” che debbono giocoforza alimentare un altro pozzo patriziano, sia così lontana dai reali problemi che stiamo attraversando, che appare come un’altra novità di cui possiamo farne a meno. Inconsciamente desideriamo non farcene carico, anche perché è così grande, così fuori dalla portata del nostro “particulare”, che siamo disposti a dare qualunque riposta per di toglierci di dosso gli eventuali scrutatori, sondaggisti e compagnia cantando, che ci hanno o potrebbero richiedere un nostro parere a riguardo.

E’ ben vero che per qualcuno questi quattro giorni sono il crescendo del parossismo. Gli apocalittici, i millenaristi sono gente dura a morire e si moltiplicano al momento opportuno, per poi scomparire sino alla prossima catastrofe. Qualcuno di loro è un’anima candida, non dico di no. Credono fermamente e del loro credo ne saranno non solo convintissimi, ma anche un po’ terrorizzati. Molti altri invece, seguono la moda del momento. E’ la novità imprescindibile, assolutamente senza quello non si può avere una ragione di vita. Poi naturalmente ci sono gli opportunisti, i furbi, gli “sciacalli” che della paura e del dolore fanno la loro ragione di vita, anche agiata se riescono nel colpaccio.

Rileggendo ciò che ho scritto e ribadendo la mia impreparazione, mi chiedo se ciò che ho scritto non sia un debole alibi a supporto, oppure non sia stata la voglia di gettare uno sguardo su uno dei tanti fatti e accadimenti che in qualche modo ci sfiorano o ci toccano e anche la volontà di confermare quanto è scritto: “Non sapete né l’ora, né il momento, ma C’è chi la conosce ed è una decisione che spetta solo a Lui ”.

In ogni caso ci sentiamo il 22 dicembre .. sempre che non succeda nulla prima.

PS: Vi annuncio ufficialmente che il famoso “Pinaceo Natalizio” è presente e apodittico nella sua sfolgorante bellezza, tra le mura della magione. Addobbi a cura di Artemisia, la mia e della Leonessa.

A me il compito del trasporto dal luogo di soggiorno abituale a quello indicato per le festività. Adesso prende polvere in sala ed è soggetto della curiosità del Liga gatto rock, interista, inesorabilmente ovale.

Insomma Natale si avvicina.

L’uomo 2.0

Esiste veramente l’uomo 2.0? La sua realtà è reale oppure è solo la proiezione di un desiderio o più desideri, lanciati in un futuro, ancor incerto a più? Oppure esiste, è reale e possiede un suo futuro.

L’uomo 2.0, per la novità che rappresenta, dovrebbe essere l’essere umano più aperto alle novità, il più curioso di se e del mondo, che possiamo immaginare.

Non solo per l’interazione con i nuovi modi di comunicazione a tutti i livelli, ma anche perché questi nuovi modi gli permettono una più ampia possibilità di conoscere. L’uomo 2.0 dà l’impressione che riesca a superare barriere di spazio e tempo, per le capacità di connettersi con realtà così diverse dalla sua. Oggi gli è permesso di operare, dallo stesso luogo e nello stesso tempo, in modo e con mondi differenti. Così distanti e diversi dal suo, senza che per questo debba abbandonare o modificare il proprio “status” e non importa se geografico, sociale, politico. L’uomo 2.0, padrone dei mezzi adeguati, supera barriere, allo stato attuale, per lo più fisiche, per agire, interagire con altri, che “in fieri” o di più di lui, fanno altrettanto.

In questo momento so di agire, partendo da quel presupposto, come un uomo 2.0. Dal mio studio mi connetto con quanti mi leggono e do la stura, mi auguro, a una conversazione a riguardo. Solo che non rimane circoscritto a questo, l’azione dell’uomo 2.0. Non è solo l’uomo del fare, ma è anche l’uomo della riflessione. Questa possibilità di proporsi, in ogni aspetto della propria vita, favorisce una crescita personale. Dicevo prima che favorisce una maggior conoscenza. Sapere e conoscere di altri uomini, di altre culture, di diverse organizzazioni sociali o ambienti politici permette il superamento, anche con fatica non c’è dubbio, di quei confini, di cui si è accennato. Sapere che ho la possibilità di accedere alla vita di altri, mi pone in condizione di condividere la mia, rivelando gli aspetti più qualificanti della medesima. I dati personali sono marginali alla conoscenza ma sapere qual é il tessuto social culturale nel quale vivo, come aderisco alla cultura e i modi che ha la stessa cultura di raggiungermi o come la politica possa meno interessarmi da una visione più ampia di ciò che sono.  Anche perché posso diventare la porta d’ingresso di un nuovo mondo. Credo che l’uomo 2.0 possa conoscere di più degli altri proprio per questi motivi. Desiderare di conoscere la vita comune di un australiano e sapere che un qualcuno in Niger s’interessa della mia, spezza le barriere. Se ho un interesse per la vita di un abitante del Botswana, non mi deve stupire che un abitante del Cile andino provi il medesimo interesse per chi abita e vive sui monti Sibillini. Cioè arriveremo al punto, o meglio giungerà l’uomo 2.0, in cui essere il soggetto di una ricerca, non sarà un semplice esercizio documentaristico ma un’esigenza per superare certe barriere, contro le quali sbattiamo, volenti o nolenti. Forse non sarà neppure così, perché sarà un comportamento normale. Si andrà verso la ragionevole accettazione delle molteplici diversità di questa terra e non è poco. Anzi è l’inizio effettivo di una nuova era.  Ogni volta che è superato o, soprattutto, dimenticato un confine, si apre un nuovo mondo, tutto da inventare, costruire o semplicemente da ammirare, goderne la bellezza e i frutti. Con ciò non voglio dire che il futuro dell’uomo 2.0 sarà un tappeto di rose, nel quale i pezzi del puzzle umano s’incastrano in maniera perfetta. Anzi il percorso è ancora lungo e difficile, anche perché di quest’uomo 2.0 non esiste uno stuolo incalcolabile. Spuntano come le punte d’iceberg in un mare se non di mediocrità, senza dubbio di uniformità generale. Esistono al momento anche uomini 0.0 e che non si sostenga che sono situazioni marginali. Grandi spazi sulla carta geografica, sono popolati da uomini che vivono o peggio, sopravvivono, contro tutte le logiche, le leggi culturali, sociologiche, politiche del momento. Cui non è dato accesso ad alcun tipo di miglioramento, in barba ai tutti i presupposti e i fondamenti che sorreggono quest’uomo 2.0. Il problema è che devono diventare uomini 1.0. Questa è la grande sfida e forse l’alleato insperato potrebbe essere proprio l’uomo 2.0, per la sua voglia di crescere lui stesso e farlo per e con le cose che lo circondano. Forse esiste qualcuno che già pensa o progetta l’uomo 3.0, in una sorta di corsa continua verso un futuro ancora migliore di quello ipotizzato per l’uomo 2.0. Qui però tocchiamo tasti che mescolano realtà e fantasia ed è un campo destinato ai visionari o a quelli che vivono realmente una vita 2.0, ne sono permeati e che per loro questo nostro presente rappresenta già il loro personale passato.

Credo che per ora l’uomo 2.0 sia proprio questo; non solo chi è connesso, che coltiva la tecnologia, anche fine a se stessa, ma anche quello che ne sfrutta tutte le potenzialità, con la capacità di essere profeta non solo di se stesso, ma anche di tutti quelli che ne sentono l’urgenza e ne hanno il desiderio e riescono a incanalare le proprie forze, i propri sforzi in questa direzione.

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