CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

UFFICIO FACCE – Marzo (1)

Adesso? Adesso chi ha le palle , lo dimostri.
Ufficio Facce

UFFICIO FACCE – Febbraio

Bisognerà aggiornare il cialtronometro, oppure lo dovremo azzerare?

Dal 25 febbraio prossimo.

Ufficio Facce

Questi monsignori

“Questi monsignori, questi porporati, questi principi della chiesa …”. Così inizia uno dei capitoli più intriganti, almeno dal punto di vista storico ma non solo, de “A che punto è la notte” della mai dimenticata ditta Fruttero & Lucentini. Capitolo intenso e quasi irreale, vissuto dai due personaggi, il Cardinale appunto e il Commissario, che in una fredda canonica a due passi dal luogo dove si è consumato un delitto, discute su lontane eresie. Tali che hanno attraversato la Chiesa, sino al limite di minarne le basi e che riaffiorano di tanto in tanto, quasi stimoli di un vento che pare non volersi chetare. Colpisce soprattutto il tono del colloquio e tutta la costruzione ideologica ed espositiva che fa il Cardinale. Non tanto per colpire l’eresia, piuttosto come intuendo, prevedendo dove potrebbero andare a parare le domande del Commissario, crea attorno agli aspetti più spigolosi del discorso, una sorta d’impalpabile, ma non per questo impenetrabile area di sicurezza. Dice, ma glissa, evita, ma ipotizza; suggerisce, ma tace, in un gioco sottilmente diplomatico tanto che da indagato diviene inquisitore, ribaltando il gioco delle parti.

Ora che tutto è avvenuto, che sono trascorsi i giorni dello stupore e se vogliamo, anche dello spavento e dell’incomprensione, tanto eclatante è stata la notizia, mi pare giusto accostare la mia voce a quella, di certo più autorevole, che già ha fatto sentire il proprio tono e con quello le proprie ragioni.

Ora non contesto e non ho statura tale per farlo, i motivi che hanno spinto il Papa ad un passo, di cui si era perso nei secoli il senso e la misura. Credo anzi che, con quel gesto, abbia misurato a ciascuno di noi quanto in realtà sia fragile, per ogni singolo uomo, la propria vita. Ha compiuto un atto, direi profetico, perché abbandonare il Soglio porta in se, una carica di umiltà, ma di sovrana libertà che è difficile da sottovalutare. Anzi al contrario è e sarà l’oggetto di disamine ben più attendibili, e per molto tempo. Lascia un’eredità, non solo al suo immediato, ma anche ai suoi prossimi successori, con la quale misurarsi. Anche noi lo saremo, perché esiste da oggi un prima e un dopo Benedetto XVI. Si dirà o potrà dire di tutto e l’opposto contrario, certo è che con quel suo “Non possumus”, dettato da vari, pressanti e sicuramente pesanti fattori, ha tracciato un solco, posto un termine ineludibile. In questi otto anni ha voluto affrontare temi che oramai erano e sono oggetto gravemente contundente per la Chiesa. La pedofilia e i suoi orrori, lo I.O.R. e l’ambigua presenza sul “mercato” di una cassaforte ecclesiastica, la sempre più forte ingerenza locale delle varie “Curie Episcopali”, un sempre più marcato ateismo sociale. Questo poi non solo riguardante la Chiesa e ciò che rappresenta, ma anche verso i principi fondanti le ragioni della società, come la intendiamo, ma non viviamo, oggi giorno. Contro questi mali si è lanciato in una battaglia sofferta e sofferente, forte di quello spirito cattolico calvineggiante che contraddistingue la cultura tedesca. In prima persona ha lottato e certe posizioni non hanno deposto a suo favore, anzi gli hanno alienato ben presto simpatie e forse anche amicizie. Soprattutto in quei luoghi dove le alleanze contano. Eppure ha proseguito con fede titanica, ma al contempo usurante, eppure certo della bontà della sua opera. Alla fine si è reso conto che le parole da lui pronunciate al momento impetuoso, dell’”habemus papam” : “Sarò null’altro che un umile vignaiolo, nella vigna del Signore”, hanno declinato tutta la loro vera carica. Con umiltà è entrato nella vigna, con dignità l’ha coltivata secondo le sue forze e con altrettanta umiltà e dignità ora la lascia.

La lascia in un momento storico e di difficile interpretazione. Troppi e contrastanti sono i segni e i richiami di questo periodo. In un’Europa, che sta invecchiando, ripiegata su se stessa alle cui genti fin troppo è urlata una politica indirizzata più alle loro pance, della cui vuotezza per troppi non è una metafora, che alle loro menti. Che vive accanto, un po’ schifata e schizzinosa, di altrettante genti più che mai in bilico e che n on riesce a darsi delle risposte forti e a questo punto rivoluzionarie.

Il successore di Pietro si trova di fronte una Chiesa, nella quale i “poteri forti” si guardano in cagnesco l’un l’altro, attenti a consolidare una secolarizzazione che già per troppe vie, ha trovato terreno fertile. S’interroga ora, pressata dagli eventi se sia più utile seguitare sulla secolare strada di una chiesa eurocentrica, oppure abbandonarsi alla vera vocazione di universalità, non importando quale sia il luogo d’origine del nuovo Pietro, ma piuttosto abbracciando la cattolicità da qualche tempo attesa. Ora sembra quasi che debba decidere se affrontare una sorta di rivoluzione, al di fuori delle logiche laiche di un “Manuale  Cencelli” ad hoc, oppure attendere la maturazione dei tempi.  Dovrà scegliere tra una dolorosa transizione, oppure, sullo stimolo delle molteplici voci, che chiedono continuità e profondità dell’azione benedettina, scegliere un “pescatore” giovane o comunque forte abbastanza da portare su di se un peso così grande.

Di là da quali e quanti potranno essere i numeri e le alleanze generate, certo è che i conclavisti dovranno affrontare la certezza di avere nelle loro mani e nelle schede che porranno nel calice, che farà da urna per le elezioni, un destino che segnerà i tempi a venire. Questa volta sono chiamati alla prova più difficile, rendere chiaro il cammino futuro della Chiesa e dei suoi fedeli e anche di quelli che osservano si con distacco, ma non per questo non attendono come tutti, un segno di speranza vera, di fede che possa alimentarne il fuoco.

13 febbraio 2013

Ieri  era il 13 febbraio 2013 e fino a qui, nulla d’eccezionale. Eppure rimarrà una data che ben difficilmente si cancellerà dalla mia memoria e dalla memoria della nostra famiglia. Infatti siamo felici Artemisia, la mia ed io di annunciarVi che da ieri nostra figlia é dottore in Filosofia.

Ne siamo felici, noi genitori e dalle espressioni di gioia del volto incorniciato dal serto d’alloro come si conviene, di mia figlia, lei molto di più.  Tre anni e passa di lavoro, fatto d’impegno, sacrifici e studio, alla fine sono stati ripagati. Che dire d’altro se non Auguri Dottoressa.

Mi sorge però un dubbio; a questo punto potrò ancora chiamarla Leonessa? Oppure dovrò rivolgermi a Lei come  Dottoressa? Ovvero  come Dottora?

Come sempre sono  i particolari che possono incrinare il quadro generale. Un aiutino? Grazie.

Ufficio Facce – Febbraio 2013

Allo stato dell’arte, le promesse elettorali hanno superato di gran lunga il rapporto tra PIL e Debito Pubblico.

Potenza dell’inflazione.

Ufficio Facce.

ITA vs FRA 23-18

lequipe.fr  :

DÉSASTRE ROMAIN, ÉPISODE 2

 

Désastre à Rome, deuxième édition

 

Non aggiungo altro  !!!!

L’albero

 L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.

In cima al saliente di questa collina, che percorro più volte durante la settimana. Lo incrocio durante le mie settimanali scorribande su queste giogaie. Un po’ per sport, un po’ per darmi l’alibi che l’immersione nella natura, purché sia, mi aiuta. Libera la mente, riconcilia l’animo, fa espellere le tossine del quotidiano. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quant’anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.

Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.

Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.  Noce, pero, melo a questo punto non fa molta differenza. I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare più antiche ferite subite dal legno, non permettono un’indagine sicura. Il tronco è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita. Non ha l’imponenza e lo slancio del noce, né mi pare che abbia le caratteristiche degli altri due.

Non è poi importante. O forse lo é.

Forse è il confine appassito di vecchie colture. In testa ai filari, sulle mie colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. I nomi: pum d’San Carlo, pruss d’ San Martin, così rustici e così lontani come forma e sostanza da quei nomi che vediamo e compriamo, così omologati in forma e sapore.

Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo. Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.

Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso. Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura. Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.

Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere. Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.

Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.

Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.

Eppure il ramo di quell’albero indica una nuova America, un nuovo mondo.

Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre. Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.

Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.

L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.

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