CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “marzo, 2013”

Tra la terra e il cielo

Tra la terra e il cielo, c’é una storia di una tragica bellezza, che vorrei raccontarvi. Forse vi sembrerà impossibile, tanto da essere considerata frutto di una fantasia fin troppo spinta alle estreme conseguenze.
Forse vi sembrerà così incredibile, tanto da avere in se tutto il succo della verità, quella con la lettera maiuscola. Una storia letta per caso sul giornale di oggi 24 marzo 2013. Per i più curiosi é a pagina 28 de “La Stampa”. In breve la storia é questa. In un luogo, spampanato tra terra e cielo vive una gagliarda ottuagenaria, figlia di quella terra, che costretta a diventare grande, quando rincorri ancora i sogni dei bambini, a un certo punto ha deciso che vivere da sola. Senza più fratelli, ormai tutti accasati, si é accorta che un po’ di sano egoismo femminile era giusto goderlo. Però si sa, il diavolo fa pentole perfette, ma difetta nelle coperture ed ecco che la vita da single, finalmente raggiunta con coscienza di causa, si trova ad un bivio. Qui sta la beffa del destino, per certi versi crudele, ma per certi altri portatore di un sentimento che riesce a superare gli angusti confini, che può avere la mente. La Iole, così si chiama l’ormai anziana donna, si trova a confrontarsi con una madre, che le riversa addosso le sua angosce, i suoi tormenti di madre, costretta ad affrontare uno dei momenti più bui. Il giovane figlio disabile, come tutti i giovani sente forte le pulsioni del sesso. Non si tratta dei soliti ormoni impazziti, sui cui tanto si scherza. Il corpo vuole, reclama la sua parte di soddisfazione. Ora, immaginiamo per un attimo una madre e calcoliamo che il fatto possa essere occorso una cinquantina di anni fa. Caliamoci un attimo in quella realtà. Zona rurale del Polesine, terra matta dove s’incrociano le tante anime del mondo contadino. Parole, dunque sussurrate, forse con la voce rotta dalle lacrime, per raccontare una storia dai colori altrettanto forti. La Iole non ha timori, sente di essere una donna libera, forte, perché la vita l’ha resa così, confinandole fin da subito i suoi sogni di bambina per scaraventarla in un mondo fatto di grandi responsabilità. La sua risposta è dettata più dal sentimento, che non dall’emozione. C’é una mente  di donna collegata al cuore di donna, piuttosto che a collegarsi con la mente é la “pancia”. Così con un gesto d’amore, legato al sentimento dell’amore inizia una nuova vita per la Iole. Una vita segreta, ma come ci ha insegnato De Andrè, una notizia così “come la freccia dall’arco scocca / vola veloce di bocca in bocca”, nei sussurrii degli scuri chiusi delle case avvolte dalle nebbie , negli ammiccamenti delle piazze dei mercati, sotto un sole feroce, come quello della Bassa. Questi mormorii arrivano anche alle orecchie di chi ha gli occhi per piangere, in silenzio, un dolore vivo. Così arrivano con il pudore di chi chiede il favore di una grazia, di un qualche tempo fatto di sentimenti ed emozioni, anche carnali. Si appartano per poter dichiararsi vivi, quelli che non sono considerati gli ultimi, ma ombre. Che si sopportano con disagio e troppe volte con carità pelosa; quelli che non si vorrebbero vedere, a cui persino é negata un esistenza, da annullarsi in una sorta di vergogna sociale oltre che un onta famigliare. E’ vero, sono casi limite, aberrazioni culturali, ma esistono. La Iole, donna fiera e libera ha continuato, accogliendo, non solo il fisico, ma anche e soprattutto l’anima di quelle ombre. Senza essere scalfita o meglio, senza dar peso, agli strali di quelli che danno il meglio di se dando il cattivo esempio. Il tutto fatto per amore, non certo per denaro, perché la Iole non si sente puttana nell’animo. Perché per amare, non esiste un solo linguaggio. Ciascuno a suo tempo trova il proprio, ne apprezza e affina la misura e il modo e la Iole ha scelto quello più difficile. Amare incondizionatamente chi non avrebbe trovato amore, ma solo una pietà, tante volte a tempo.
Una storia che sa di incredibile, la cui bellezza sconvolgente lascia attoniti chi l’ha letta. Forse per la semplicità con cui é stata raccontata dalla protagonista, che l’ha raccontata con la stessa intensità con cui la vissuta. Credendo nell’amore con cui ha donato e sicuramente ha ricevuto quel sentimento. Sentendosi in pace con se stessa, in pace con i suoi interlocutori, così incerti nel fisico, ma non nell’anima. In pace anche con il buon Dio, che sicuramente ha non solo capito, ma lo zampino lo avrà anche messo. Aiutando la Iole in una strada così erta e difficile, in bilico tra amore per la vita e le sue creature e il gorgo di un gioco depravato.
Come considerare la Iole? Una santa? Una puttana, ancorchè mossa da nobili ardori? Una disturbata? Forse tutte e tre insieme o forse neppure quello.
Sicuramente una donna che ha preferito amare, sapendo e conoscendo fino in fondo la gioia affascinate della gratuità, che governa tale sentimento.
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SENTIERI INCROCIATI – Capitolo 2°

Il Caporale Williams, l’attendente del commissario, intervenne.
         “ Se mi è consentito, signor Commissario, potrei suggerire due soluzioni. Prima porta a sinistra o … in  fondo a destra.”.
Paulson si scosse.
         “ Ottima soluzione Williams. Branson porti il … barattolo da  Stuard Leython. Il ragazzo ha bisogno di pratica e suggerirei di inviare l’analisi all’Ente Foreste. Così sapranno cosa ha mangiato in questi ultimi giorni il loro protetto.”.
Disse questo, assumendo a ogni parola un’aria più soddisfatta.
Branson, riprese il barattolo e fece per uscire dalla stanza, quando il Commissario lo fermò.
         “ Ah, Ispettore … Attenda ancora un attimo. L’orso non è così importante, ora che sappiamo che è fuori dall’indagine. Le voglio presentare una persona, che la affiancherà nel lavoro. Credo che la sua presenza potrà essere molto utile. Naturalmente tengo a porre l’accento, anche in sua presenza, che le indagini sono completamente nelle sue mani, caro Branson. Credo che l’Agente Speciale Maeve O’Gara del FBI, sarà la persona giusta per aiutarla in questo caso.”.
Indicò alla sua destra e seduta nelle comode poltrone di cuoio dell’ufficio del Commissario, vide l‘origine di ciò che sarebbero stati i giorni a venire.
Alta, dai capelli ramati, la giusta spruzzata di efelidi, due occhi incredibili e verdi, uno sguardo indagatore, che sapeva essere anche sfacciato e all’occasione, passionale e torbido. Questo particolare lo avrebbe scoperto in seguito La stretta di mano era forte e sicura data da una mano dalle dita lunghe ma forti. Un completo elegante, di un grigio molto sobrio e di ottima fattura, un trucco appena accennato, completava il quadro d’insieme. In fondo non ne aveva bisogno. Branson tentò d’immaginarla vestita da stracciona, purtroppo stava benissimo anche così. Era una donna perfetta, o così le apparve alla prima impressione.
In effetti, Maeve O’Gara era quello che dimostrava. Ultima di una nidiata irlandese bostoniana, era erede di una lunga tradizione di appartenenti alle forze dell’ordine: polizia, pompieri o esercito che fosse. Dall’attraversamento del fiume Delaware sino alla battaglia di Yorktown, un O’Gara partecipò alla nascita di quelli che sono gli Stati Uniti. Con il tempo assunsero poi le vesti di commercianti, bottegai e naturalmente proprietari di pub e birrerie. Qualche membro della famiglia passò anche dalla parte della “Irish Mob”, la mafia irlandese durante le restrizioni del proibizionismo e qualcun altro si spese molto per raccogliere fondi durante la lunga lotta del Sinn Féin. Insomma americani sì ma legatissimi alla patria d’origine, alle sue fortune e alle sue sventure. Tanto legati che per i membri maschi della famiglia era punto d’onore cercare in Irlanda una moglie per perpetuare una linea di sangue gaelica. Per le femmine era diverso. Aderivano senza tante storie al melting pop, così usuale nelle grandi città americane.
Lei però aveva seguito le orme dei maschi. Dopo la laurea in giurisprudenza alla Boston U., il dottorato in scienze forensi e il conseguente master in criminologia, in quella che lei credeva essere l’eccellenza delle università dell’”Ivy League”, cioè Harvard, prima della famiglia in assoluto, scelse la strada di Quantico e divenne prima agente e poi agente speciale del F.B.I. Ora dopo quell’esperienza nel Québec, avrebbe avuto la possibilità di abilitarsi a “profiler”. Ritornare a Quantico e pensare seriamente di sposarsi e metter su famiglia. Forse con uno dell’ambiente, ma si sa i sentieri del destino, spesso ne incrociano altri, per lo più disattesi, impensati e la vita pone domande ineludibili.
Maeve guardò Branson e tentò di soppesarlo, facendo velocemente un profilo, ma questo fu un errore. Il primo di una serie.
         “ Ispettore … Il Commissario, mi ha ragguagliato di ciò che avete, per ora. Sarebbe così gentile da mandarmi il file per mail? Così mi metto in pari. Ho lasciato l’indirizzo al Commissario. Scusate ma adesso vorrei andare in albergo a sistemarmi e a riordinare i miei, di documenti.”.
Branson la guardò senza rispondere e lei riprese.
         “Via mail. Sa … attraverso internet. Sapete della sua esistenza, vero? … Con il PC si mandano messaggi, allegati. O siete rimasti ai segnali di fumo?”. Rimase un attimo interdetta, le sembrò per un momento di parlare con dei rozzi montanari, che si fossero accorti, che al mondo oltre a boschi montagne e fiumi esisteva qualcosa d’altro e questo era fonte d’immenso stupore.
Branson si girò di fianco e da uno scaffale prese un dépliant.
         “ Guardi questo. Nel caso non le arrivasse la mail. E’ di facile consultazione, Sono solo figure. Sono sicuro che capirà benissimo i segnali che le arriveranno.”.
Aprì la porta e sempre tenendola per mano, la accompagnò fuori. Poi chiuse la porta dietro di lei.
Paulson, che fino allora non aveva detto parola, si rivolse all’ispettore.
         “Branson … il barattolo con la merda. Per favore la porti da Leython e veda di inviare per mail la documentazione a quella donna. Questo è l’indirizzo. Dopo torni da me che le devo spiegare alcune cose sui rapporti internazionali. La cosa non è cominciata come avrei voluto e quindi vediamo di non complicarla ulteriormente. Vada e poi torni.”.
Branson aprì cautamente la porta e mise fuori la testa e sentì i tacchi della donna riecheggiare lungo il corridoio. Mentre andava al laboratorio, ripensò all’accaduto e si rese conto di essere stato, non solo impulsivo, ma anche scortese. Pensò di rimediare offrendo una cena riparatrice, quella sera stessa. Non prima di inviare tutta la documentazione come gli era stato ordinato.

Noi c’eravamo

ITA 22 – IRL 15

ITA vs IRL

Lo Cicero

GRAZIE … BARONE.

103 volte  … GRAZIE

 

Un giorno da non dimenticare, che non dimenticheremo e potremo sempre dire con orgoglio:

Noi c’eravamo.

Habemus Papam

Ancora una volta il Soglio di Pietro ha trovato il suo occupante e ancora una volta la Chiesa e i suoi fedeli hanno una guida, un pastore. E’ stato un Conclave strano, perché figlio di un atto, per certi versi inconcepibile, ma non per questo irreale. E’ nella libertà che ciascun fedele ha di accettare o meno di percorrere il cammino proposto da Dio. Sia chi accetta è un semplice credente, sia invece chi ha deciso di dedicare la propria vita a predicare e vivere compiutamente gli insegnamenti divini. Il rifiuto, anzi l’abbandono benedettino va letto proprio in questo senso. Avere la libertà di dire: non ne ho più la forza, mi sono venute meno le capacità e la responsabilità di occupare un simile posto è così grande ed impegnativa, che la mia permanenza non può portare altri frutti, se non miserandi o miserevoli. Accorgersi, farsi carico della propria povertà di forze, consapevoli della finitezza, permette di liberarsi di un fardello troppo grande per riaverne uno commisurato allo stato in cui si versa. Un Conclave ricco d’incertezze, non per le sfide future che dovrà assumere il nuovo Pontefice, piuttosto per come sarà disposto ad affrontarle. Quali saranno le scelte appropriate, quali gli uomini che lo aiuteranno ad affrontarle e quali saranno le indicazioni che darà. Veniamo però al momento dell’elezione e come è, forse maturata. E’ facile ipotizzarne lo sviluppo, non solo ora che i giochi sono fatti, piuttosto come le parole evangeliche, proprio in questi tempi trovano una loro applicazione quanto mai apodittica, secondo il mio parere. Nel Vangelo è scritto che il Cristo è venuto come segno di contraddizione; vuole unire , ma per farlo divide. Sa per certo che si scateneranno forze contrapposte e tutte parleranno in suo nome, ma solo una è la Verità (Quella con la lettera maiuscola). C’è bisogno di una nuova unità ecclesiale, c’è bisogno che questa unità si liberi delle troppe pastoie, dei troppi veleni, nelle quali si è avviluppata; il Popolo ha bisogno di una guida nuova, che rinnovi la Chiesa all’interno e all’esterno. C’è voglia di cambiamento, di una rivoluzione nelle menti e soprattutto nei cuori. Ed ecco che si presenta quest’uomo, che non dice nulla di nuovo, ma che indica anzi un’antica vecchiaia, una centenaria saggezza. La saggezza dei principi fondanti della Chiesa e indica se stesso come colui che li vive con perseveranza. Non sto qui a ricordare come, nell’agiografia ecclesiale i gesuiti siano stati e lo sono tuttora ricordati, come i soldati di Cristo. Un esercito non armato di fucili, ma di un’intelligenza acuta. Sono stati i paladini e i guardiani nei tempi oscuri di Riforma e Controriforma della Chiesa Romana; l’anima e il braccio dell’Inquisizione. Il Generale della Congregazione è stato dipinto come Il Papa Nero ed era e forse lo è ancora una delle voci autorevoli, imprescindibili dell’azione pietrina. Eppure questo gesuita, quindi uomo dotato di una fedeltà alla Chiesa ferrea, ieratica, ha assunto il nome di chi ha fatto del servizio agli ultimi, della gioia di vivere, della fratellanza cosmica le fondamenta del proprio essere. Dimostrando già da subito quali saranno i temi pastorali della sua presenza al Soglio di Pietro. Preghiera, silenzio, comunione. Non si era mai visto un papa, al momento della nomina e del suo primo incontro con la piazza, che chiedesse proprio alla piazza di pregare con lui e per lui. Non si era mia visto che chiedesse e ottenesse che la gente facesse silenzio e che in quel silenzio pregasse perché la Sua azione vada incontro alle aspettative di questi tempi. Non si era mai visto e forse non si vedrà più o forse diventerà una consuetudine, ma questo è solo la punta di un iceberg e quel che sta al sotto è ben più importante, più significativo. Tanto che la Chiesa si appronterà a svoltare. La ruota ecclesiale è lenta nel suo movimento, pare che avanzi a stento, con fatica, a strappi. Molte delle cose, figlie dell’ultimo Concilio, non sono rimaste che lettera morta eppure proprio per questo motivo ora si avverte l’urgenza, il bisogno di trovare il modo di attuarle. I ricordi di quei momenti, in molti si sono affievoliti e il tempo li ha sbiaditi, ma statene certi: molti altri non  hanno dimenticato. Proprio quelli che ora premono, sono quelli che hanno memoria di quelle parole scritte e hanno presentato o presenteranno il conto. Benedetto aveva vissuto in prima persona il Concilio, anzi ne è stato uno delle menti e quando poteva mettere mano ai tanti nodi e riuscire a sbrogliarne qualcuno, gli sono venute meno le forze. Ora Francesco ha occasione e opportunità di iniziare o continuare su quella strada. Avremo tempo di capire e molto probabilmente di amare quest’uomo, venuto dal mondo alla fine del mondo. Con uno stile che parla, senza dire una parola perché ora contano i fatti.
Lo Spirito di Dio i fatti suoi, per noi li ha compiuti. Ora attende una risposta e a Francesco spetta il compito di trovarli per noi, attraverso la sua nuova vita e a noi di capire e viverli.

SENTIERI INCROCIATI – Prologo e 1° capitolo

Prologo
La vita, non neghiamocelo, è un cammino. Che corre parallelo a quello di altri che come noi intraprendono la via. Il cammino subisce le inevitabili differenze di livello. Una volta si sale, l’altra si scende e mai con le stesse difficoltà, mai con le medesime frequenze. Non scordiamo poi le influenze esterne ed interne, che possono caratterizzare il nostro cammino. Motivi d’ordine sociale, economico anche politico possono agevolare, ma pure ostacolare i nostri passi. Passi che sono rivolti al nostro crescere, al fatto che siamo tesi a divenire donne o uomini, frequentando le stagioni della nostra crescita. Fanciullezza, adolescenze, maturità, vecchiaia. Ci sentiamo inseriti nel ciclo vitale che caratterizza ogni essere vivente e come tali siamo obbligati a compiere un dato percorso. Sappiamo mai lineare, ma piuttosto o meno contorto di altri e con gli altri ci troviamo ad incrociare, a cozzare i relativi percorsi. Di alcuni incontri conserviamo memoria, altri non sono che sfuggenti parentesi, altri ancora sono svolte determinanti. Nei precedenti racconti ho voluto raccontare dei personali percorsi di vita di come ciascuno ha vissuto il personale ed altri cammino, diventando qualcosa di diverso rispetto a quando ha iniziato a camminare con l’altro.
Diverse sono state le ambientazioni, perché sono passato da un Medioevo, consolidato nella memoria attraverso gli studi e le innumerevoli rappresentazioni, ad un futuro, che dell’incertezza e della assoluta fantasia, fa le sue solide fondamenta.
Non mi rimaneva che il presente o almeno la sua più veritiera rappresentazione. L’attualità del contesto, la possibilità, la veridicità delle situazioni ce lo fanno sentire un po’ più quotidiano. Naturalmente, abbandonando ogni voglia di cronaca,  i luoghi esistono, ma non sono dove li ho messi. Almeno un paio. Uomini e donne e i loro nomi sono frutto di fantasia e se dovessero rispecchiare un realtà oggettiva, non si è fatto apposta. Il caso ha giocato le sue carte. Qualche scena potrebbe essere interpretata come frutto di fin troppa fantasia, ma non è escluso che qualcuno non ci abbia pensato intensamente e seriamente a metterle in pratica. O forse è stato fatto a nostra insaputa. Spero di aver dato un giusto mix dell’una e dell’altra e come sempre personalmente mi sono divertito a scriverlo, questo racconto. Spero che vi divertiate a leggerlo. Comunque ora se vi aggrada, seguitemi sui :

SENTIERI INCROCIATI

 01.

 Inseguire Potsy, fu più complicato del previsto. Neppure l’antenna e il rilevatore GPS alleviarono la tensione degli ultimi tre giorni. L’attenzione che aveva dovuto mettere per seguirlo era stata massima e già al secondo giorno aveva rischiato di perderne le tracce. Solo la pigrizia di Potsy, lo aveva salvato. Comunque adesso, al mezzogiorno del terzo giorno, finalmente era riuscito ad avere quello per cui aveva penato tanto.

Prima di avvicinarsi però, si guardò attorno, per essere sicuro che Potsy o qualcuno dei suoi compari fosse nelle vicinanze. Si ricordò di averlo visto scendere lungo l’argine e sguazzare nella lanca del fiume. Non era detto, però, che qualcun altro fosse nelle vicinanze. Si udivano solo i trilli degli uccelli e il fruscio del vento tra le erbe alte. I salici, disposti come in parata sull’argine, muovevano pigri i lunghi rami. Si avvicinò quindi al luogo e tratto, da una tasca del giaccone che aveva indosso, un sacchetto trasparente di plastica, raccolse ciò che Potsy aveva lasciato per lui. Provò, per un attimo, un certo disgusto, ma si mise a ridere sommessamente. Mai in tanti anni, gli era toccata in sorte, una simile cosa. Pose il sacchetto dentro un barattolo che aveva portato con sé. Lo chiuse con un nastro rosso e con un pennarello, appose la firma. Tre giorni di disagio per una firma. La vita sapeva assumere vari gradi di stranezza e quello era stato sicuramente il più strano. Rimontò a cavallo e fischiettando per richiamare Amik, il suo grosso mezzo lupo, ritornò indietro, rifacendo lo stesso percorso di prima. Giunto sulla piccola collina prese a sinistra e si diresse verso una strada sterrata che correva parallela al fiume. Girò il cavallo e si diresse verso uno spiazzo. Lì c’erano tavolacci di legno e delle panche. Un’area destinata al picnic dei turisti che frequentavano quei luoghi. Cavò fuori il telefono da una tasca e compose il numero.

         “Loomis? Ciao … sì sono io … Se vuoi venire a prendermi sono all’area preso Beaver’s Sands … No … Quella vicino all’ansa .. Precisamente … Mezz’ora? Ottimo, così mangio qualcosa … va bene, ci vediamo … a dopo!”.

Molò il sottopancia del Grigio, un grosso stallone appaloosa marezzato di grigio su di un fondo bianco sporco, che aveva acquistato alla fiera del bestiame di Gatineau. Era stato un affare; un buon prezzo per un ottimo cavallo. Ben diverso da quelli che aveva in dotazione e lui credeva che il Grigio, fosse molto più affidabile, soprattutto per quel tipo d’inseguimento e di terreno.

Mangiucchiò le ultime provviste, spartendole democraticamente con Amik, il mezzo lupo, nero e grigio. Lo aveva trovato accanto alla madre uccisa da una tagliola, due anni prima. Aveva dovuto faticare un poco con quelli dell’Ente Parchi, ma la sua posizione lo aveva messo al riparo dai vari impicci burocratici, che sorgono sempre. Comunque oramai Amik era di famiglia e nessuno avrebbe avuto il coraggio di separarli.

Loomis, come previsto arrivò dopo mezz’ora. Attaccato al furgone, aveva il trailer, per caricare il Grigio, che naturalmente fu subito d’accordo nel salirci sopra. Il viaggio di ritorno fu comodo e piacevole. Loomis parlava poco e malvolentieri e lui era tropo stanco per parlare. Si limitarono ai soliti convenevoli sul tempo e la formidabile natura che li circondava. Arrivati davanti all’edificio, che lui conosceva benissimo, per prima cosa pagò e ringraziò Loomis, poi prese per le redini il Grigio e lo condusse nelle stalle. Lo mise nel suo stallo, lo spazzolò, gli diede biada e una sacca d’avena. Si ricordò che nelle tasche della sella aveva ancora due mele, che finirono nel sacco. Poi prese il resto dell’attrezzatura ed entrò nell’edificio. Per prima cosa, si diresse nella stanza degli armadi. Aprì il suo e infilò dentro la sacca che conteneva il fucile. Si tolse il cinturone con la Beretta, che aveva nella fondina e ripose tutto con cura, non senza assicurarsi di scaricare l’arma e di sistemare con cura il caricatore. Chiuse l’armadio e controfirmò il registro d’armeria. Passò nella stanza di Kapinsky e riconsegnò antenna e GPS e fece un’altra firma.

Finalmente entrò in ufficio. Salutò McClusky, come sempre alle prese con il suo PC e lo sentì per l’ennesima volta inveire contro la macchina. Avevano un rapporto conflittuale. Guardò distrattamente i pochi fogli sulla scrivania e poi si diresse verso la porta in fondo al corridoio. La porta era di un bel color noce. Scuro e caldo e la targhetta di bronzo, stava a indicare che quella era la porta del Commissario Reginald Paulson, il suo diretto superiore.

Bussò discretamente ed entrò.

         “ Avanti! Ah bene sei arrivato … Accomodati. Fatto buon viaggio, spero. Ho da comunicarti subito una notizia buona e una cattiva. Immagino tu voglia sentire quella cattiva, per prima. Bene. La cattiva è che non abbiamo ancora trovato il braccio! Quella buona è che non è stato Potsy. L’autopsia l’ha confermato. Così hanno detto dall’Ufficio del medico legale. Mi spiace che tu abbia dovuto affrontare un viaggio per nulla.”.

Lui osservò il comandante e stette dritto e impalato, come soprapensiero. Poi, quasi con cautela disse.

         “ Di questa, Signore, cosa ne facciamo?”.

Posò il barattolo, sulla vecchia scrivania del capo.

Paulson sgranò gli occhi, sorpreso.

         “ Questa … cosa? Che cosa conterebbe quel barattolo?”. Disse indicando il contenitore.

Gilles Branson, Ispettore del “Royal Canadian Mounted Police” di Fort Ticonderoga disse chiaramente e senza esitazioni.

         “Merda d’orso … Signore.”.

Calò un imbarazzante silenzio.

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