CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “aprile, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 8° capitolo

Il mare era ardesia pura. Le onde, corte e spumose s’infrangevano una dopo l’altra sulla scogliera che si intravedeva a destra della grande vetrata del cottage. La costruzione abbarbicata sull’alto della scogliera dava un colpo d’occhio sulla baia, invidiabile. Guardando quel mare sferzato dal vento freddo proveniente da nord, Jason Preston, da Orlando in Florida, pensò intensamente alle bianche spiagge delle Key’s. Alla casa del suocero, quasi in riva al mare; ai numerosi daiquiri che avrebbe bevuti durante la giornata ed ebbe un brivido di freddo, sotto la pesante maglia di lana. Si mise una mano in tasca, cercando le sigarette. Le aveva dimenticate in camera. Si accontentò di sorseggiare ancora una volta il caffè, che ancora fumante, spargeva il suo aroma per la stanza.
         “Che razza di caffè bevono in questa casa?”. Si domandò, centellinandolo con cautela. Aveva un sapore forte e leggermente salato.
         “Che dipenda dal fatto che il padron di casa è stato nella Marina?”.
Forse. Poi nel silenzio si udì il ticchettio di tacchi echeggiare dal pavimento in legno, tirato a specchio, per poi rimbalzare sulle pareti di pietra. Si girò e la figura, in verità un po’ in forma di Mary Louise Asthon, gli si avvicinò. Anche lei con la tazza di caffè, dentro un gotto di fine porcellana, anche quello con le insegne della Marina Militare. La donna gli si affiancò e tenendo stretto il grande collo dell’abito di lana écrue che indossava, ebbe un brivido. Preston sorrise.
         “Buon giorno. Tempo da lupi. Fa freddo, tira vento e a vedere il cielo, tra poco si scatenerà anche un temporale.”.
Mary, ,ingollò una robusta sorsata di caffè. Lo trovava buono e il sapore, per lei insolito, la incuriosiva. Forse perché da dove veniva, Pocatello in Idaho, il caffè era solo quello che beveva da Sturbuck’s. Niente di che. Questo invece aveva un gusto che l’aveva conquistata.
Un’ombra improvvisa li fece sussultare. Dall’altra parte del vetro, sulla terrazza comparve una terza persona, Harvey Stokton, giovane avvocato di Providence, Rhode Island in tenuta da jogging. Aveva appena finito la sua corsa mattutina di 4 miglia. Si fermò ansando davanti a loro e alzando la voce per farsi udire, disse.
         “ Ci vediamo tra dieci minuti, vado a farmi una doccia e vi raggiungo in salone.”. Detto questo scomparve alla loro vista.
I due si guardarono e Mary Louise, scoppiò a ridere.
         “Solo un matto, uscirebbe con questo tempo e temo che lui lo sia. Ho fatto fatica ad uscire da quel comodo letto. Ho dormito come un sasso. Forse perché ero stanca o forse perché c’è un silenzio che concilia, ma ho proprio dormito bene.”.
Preston la riguardò.
         “Saranno stati i bicchieri di brandy, che ti sei scolata ieri sera, sorella. Come acqua fresca.”. Pensò e poi ad alta voce.
         “ Sì. C’è un silenzio e una pace invidiabili. Mi domando ancora, però, cosa ci siamo venuti a fare in un posto tanto lontano e per di più non nel week end. Il tempo poi è un vero schifo. Un giugno da incubo. Per ora si sono contate solo tre giornate di sole pieno e il mese non è ancora finito.”.
La Asthon terminò il caffè.
         “ Se è per quello, me lo sono chiesta anch’io, del perché siamo qui. Soprattutto perché il nostro ospite non si è ancora fatto vedere. Lo trovo formalmente scorretto.”.
Una voce li fece sobbalzare. Il loro ospite era davanti a loro. Una giacca blu notte con le insegne dello Yacht Club di Freeport, un paio di pantaloni in grigia vigogna, camicia azzurra button-down e foulard di seta blu al collo. Non un capello fuori posto e sotto le evidenti spruzzate di grigio, ancora si vedevano neri e folti capelli. Gli occhi grigi ferro, davano allo sguardo un senso di sicurezza e potere. Mani curate e abbronzatura discreta completavano la figura di Edward J. Norton, potente ed affermato senatore. Ricchissimo, consigliere delle principali industrie americane prima e poi passato alla politica, sfruttando non solo le altissime conoscenze in patria, ma anche quelle all’estero era entrato a far parte di delegazioni che si erano mosse ai più alti livelli, sulla scacchiere del  mondo. Tuttavia si era dedicato anima e corpo all’idea della patria. Era un Grand Comis della nazione. Fedele ai vari Presidenti che si erano succeduti, mentre era a Capitol Hill, non si era legato a nessuno in particolare, ma li aveva serviti tutti fedelmente. Era eletto al Senato, come indipendente e ciò favoriva i suoi movimenti. Era ritenuto negli ambienti che contavano una garanzia di equità e la sua parola trovava udienza sia presso i repubblicani, che i democratici.
         “Dovete scusarmi. Purtroppo non sono riuscito a liberarmi di certi impegni che avevo assunto in precedenza con il Segretario di Stato e con il Direttore del F.B.I. Spero che l’accoglienza che vi ho preparato sia stata di vostro gradimento. Naturalmente se avete qualche desiderio particolare non avete che da chiedere. Desiderio … lecito, naturalmente.”. Chiuse con un sorriso, che mostrò una chiostra di denti bianchissimi.
Mary Luoise, non si fece scappare un’osservazione, che tenne solo per se.
         “Fauci da squalo. Altro che sorrisetto di benvenuto.”.
Preston si riprese immediatamente.
         “Assolutamente tutto perfetto. La sua ospitalità è veramente perfetta. Non credo che si possa chiedere di meglio. Signore.”.
         “Lascia perdere il signore, Jason. Qui sono solo Ed e questa bicocca è solo il mio rifugio segreto. Non vedo Stokton però?”.
         “Eccomi … Ed. Ho fatto jogging stamani e mi sono fatto una doccia e mi sono cambiato. Quando vuoi iniziare, credo che tutti noi siamo impazienti di sapere del perché questa convocazione … segreta? Improvvisa? Inusuale?”.
Norton, fissò il giovane avvocato.
         “ Quando arriverà anche l’ultimo ospite allora saprete il perché e otterrete le risposte giuste alle tue osservazioni. Ancora caffè? Ho preferite mangiare qualcosa? Ho sentito il profumo di crostata di mele e frittelle allo zenzero con marmellate varie. La mia Mildred ne fa una ai mirtilli, che oso dire, spettacolare.”.
Nel frattempo si udirono pesanti passi che avanzavano sull’impiantito lucido di tavole di quercia.
La massiccia figura di James Earl Wingwrhit, senatore da Amarillo, Texas, si manifestò e riempì la stanza. Con un’abbondante giacca di pelle con le frange, camicia e pantaloni di jeans e un lacciolo di pelle con un turchese, montato in argento, grande come una noce al collo, la sua figura era veramente imponente; il sigaro spento da un lato della bocca gli conferivano un aspetto da vero mandriano. E non si andava poi tanto lontano dalla verità. Mandrie, pozzi di petrolio, miniere da cui si estraeva dal turchese appunto, all’uranio “Gei Double Vuai” navigava comodamente su un mare di dollari.
         “Ed, maledizione.”. Disse con la caratteristica parlata texana, larga e un po’ strascinata.
         “Maledizione. Che mangiano le galline da queste parti. Le uova erano piccole e smorte e la pancetta? I tuoi maiali sono a dieta, forse? Questo caffè poi … salato? Che diavolo ti è successo? A stare nella capitale, ti è andato in pappa il cervello. In più non ho trovato una birra seria e ci scommetto che tieni il bourbon sotto chiave. No, non sei più quell’amico che credevo. Maledizione. Adesso posso avere del fottuto bourbon oppure … “.
Norton, non si scompose.
         “ Earl.”. Disse indicando un grosso mobile che stava in fondo alla sala. “Il tuo fottuto bourbon, sta la dentro e non sotto chiave e poi mi pare che se inizi a quest’ora, sarai sbronzo prima di pranzo e non credo che riusciremo a portarti a letto.”.
Mildred, la cameriera entrò in quel momento, con un vassoio carico di frittelle e con una torta già porzionata. Li pose sul tavolo piccolo e poi, prese delle tazze e dei piatti da un altro armadio e li dispose sul tavolo pronti per l’uso. Sparì per ritornare con una caraffa piena di succo ‘arancia e una serie si ciotole con marmellate di vari gusti e per ultimo portò anche un grosso thermos di caffè.
Fissò prima il grosso texano, poi rivolgendosi al suo senatore disse.
         “Senatore Edward, il suo qui presente collega di uova ne ha ingurgitate quattro, più una padellata di pancetta spessa due dita e quasi un gallone di caffè. Le frittelle non le ho contate, perché non son riuscita a stargli dietro. Non ero abbastanza veloce a cucinarle, secondo lui. La birra poi non era di suo gusto. Preferisce un’altra marca. Bene. La prossima volta se sarà così gentile da dirlo, vedremo di fargli trovare quella di suo gradimento.”.
         “Donna!”. Tuonò il senatore. “Stai al tuo posto. Dalle mie parti, sapremo noi cosa fare per metterti in riga.”.
         “Ahaaa … sarebbe questa la cortesia del Sud? Una mano alla cinghia e giù legnate?”.
Mildred era originaria del Vermont. Una montanara dura e coriacea, così amava definirsi e malgrado la vedovanza in giovane età, era riuscita a mandare i figli all’università ed era fiera dei nipoti che aveva. Con loro era una nonna tenera e comprensiva.
Norton l’aveva a servizio dall’epoca del suo matrimonio con Alfred, il marito che la guerra di Corea gli aveva strappato. La considerava oramai di famiglia e non intervenne nella contesa, anzi guardò con severità il collega di Capitol Hill. Il quale bofonchiò solamente.
         “Donne! Una maledizione! Ecco cosa sono.”. E si ritirò in un seccato silenzio.
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SENTIERI INCROCIATI – 7° capitolo II parte

Infatti una bella mattina di maggio un orso era impegnato mangiare delle bacche vicino alla famosa “Sei un ipocrita” quando annusò uno strano fagotto e decise di farsene un personale giocattolo. Con le forti zanne tentò di spaccarlo per cercare il contenuto, ma una volta squarciato e seminato il contenuto all’intorno, non trovò nulla di commestibile. Lo lasciò perdere, come pure alcuni piatti contenitori che al sole mandavano dei barbagli. Quella luce riflessa gli diede fastidio e quindi cambiò zona.
Qualcun altro però si accorse delle mosse del plantigrado e una volta allontanatosi, costui si avvicinò e presi i contenitori se li mise nello zaino che pendeva sulle sue spalle. Si guardò attorno, ma non c’era nessuno. Rimase a rimuginare tra se, se avesse o meno fatta la cosa giusta. Poi riprese il suo cammino.
Solo alcuni giorni più tardi, durante un giro d’ispezione l’agente Roland Larue si accorse dei pezzi di stoffa lasciati in gira da Potsy. Si stupì del fatto che nessuno avesse denunciato un’aggressione con la conseguente distruzione di beni personali, da parte di un animale del parco. Poi guardando bene lo zaino fatto a brandelli si accorse che era stato all’aria aperta almeno da un anno circa. E in una tasca trovò una cosa che lo fese sobbalzare. Era la patente di Dominic Helverton. Fece manovra con il suo fuori strada e con una buona velocità si diresse verso il comando della RCMP. Portava forse buone notizie, finalmente.
Trovò Branson seduto alla sua scrivania ed era propri immerso nell’ennesima lettura del fascicolo di Helverton.
Era qualche giorno che l’Ispettore stava pensando al luogo dove poteva essersi appostato il cecchino e forse era riuscito ad arrivare alla giusta conclusione.
Quando vide Larue gli si illuminarono gli occhi e lo fece immediatamente accomodare, non accorgendosi del sacco verde, con l’emblema del parco impresso sopra, che l’agente aveva tra le mani.
Esordì subito.
         “Larue, forse ho capito da dove il cecchino ha sparato al fotografo. Nei dintorni delle Canne d’Organo, non c’è una torretta d’avvistamento per gi incendi?”.
L’agente si sedette e ci pensò un attimo
         “Sì. A circa cinquecento metri in linea d’aria. Perché?”
A Branson si stampò un grosso sorriso.
         “Ecco da dove, probabilmente … Anzi sicuramente il cecchino ha sparato da quella posizione.”.
Larue rimase colpito e perplesso, poi andò con la mente ai luoghi e dopo una riflessione abbastanza lunga, si espresse.
         “Direi che la cosa è possibile. Se effettivamente l’arma usata è un M21 o un M40, le possibilità diventano quasi certezze.”.
Branson, eccitato dalla sua scoperta si era già alzato dalla poltrona.
         “ Bene, io direi di andare immediatamente a vedere. La giornata è ancora lunga e se la fortuna ci assiste, potremo trovare delle prove. Non è molto usata quella torretta vero?”.
Larue si sentì travolto da tutto quell’entusiasmo.
         “ Sì, effettivamente non è molto usata. Io personalmente non ci salgo da quasi un  anno e nella zona non si verificano incendi da quanto? Sedici, diciotto mesi almeno. I turisti e gli scalatori poi li controlliamo meglio dal basso. E’ gente affidabile, per lo più ecologisti,ambientalisti. Gente simile. Non danno problemi. Scalano e basta.”.
Branson mentre si infilava la giacca disse,
         “Perfetto. Se non troviamo nulla sulla torretta, almeno nei dintorni, qualche vecchia traccia salterà fuori e poi, io ho te. Chi meglio di te potrebbe trovare una traccia, una pista. O ti sei dimenticato delle tue origini?”.
Roland Larue, a dispetto del nome era di origini Naskapi, nativo originario; nella comunità era conosciuto come un buon cercatore di piste ed era stato istruito dagli anziani della tribù. Un po’ perché nel suo lavoro servivano e poi era un mezzo come un altro per non far scomparire le tradizioni tribali. Era fiero delle conoscenze apprese dagli anziani e d come gli stessi erano fieri di lui.
         “Giusto. Sono il migliore che tu possa trovare da qui al San Lorenzo. Sono così bravo, che prima di muoverci ho già trovato qualcosa.”.
Così dicendo mise il sacchetto sulla scrivania.
Branson lo guardò interrogativo. L’amico invece con rapide mosse aprì il sacco e rovesciò il contenuto. Quel che rimaneva dello zaino scivolò tra le carte dell’Ispettore, che vedendolo trasse un leggere fischio.
         “Lo zaino di Halverton, immagino.”.
Larue assentì.
         “Ho trovato i documenti, la patente anzi. Poi un taccuino, le chiavi di un’auto, delle penne, denaro … un centinaio di dollari tra nostri e americani. Una maglietta. Comunque ho fatto una lista.”. Indicò un foglio di carta intestato, su cui erano annotati gli oggetti elencati più qualche altra cosa di scarsa importanza.
         “Però ho trovato una cosa che credo molto interessante. Il coperchio di un porta cd. Peccato che il cd non ci sia.”.
Branson guardò l’agente.
         “Immagino che tu abbia usto i guanti … Scusa, sono stato uno stupido. Bene portiamo tutto in laboratorio da Stuard e rifai il discorso davanti al Commissario. Poi ci prendiamo un caffè e andiamo alla torretta.”.
Così fecero e il Commissario finito di sentire il resoconto, li spedì immediatamente a fare il sopra luogo.
         “Mi raccomando Ispettore, non dimentichi di far partecipe la nostra collega O’Gara. Le invii un rapporto su quanto le ha riportato l’agente Larue e su quel che riuscirete a trovare. Questo, naturalmente dopo che avrà fatto rapporto a me.”.
         “Certamente signore.”.
Paulson, prima di congedarlo lo fissò dritto negli occhi.
         “Mi raccomando, Branson. Niente regali da Potsy, questa volta.”.
L’Ispettore sentì di arrossire.
         “Chiaro … Signore.”.
Mentre andavano in macchina verso la famosa torretta Branson raccontò all’agente l’episodio, con cui era iniziata la storia. Si fecero una sana risata.
Il cielo era splendido e le poche nubi avanzavano pigre e distratte. La primavera era in pieno rigoglio e aveva regalato una preziosa svolta alle indagini.
         “Questa sera – pensò – avrò di che raccontare a Maeve. Non mi limiterò al solito rapporto burocratico.”.
Fu un lampo, che gli attraversò la mente e se giocava bene le sue carte avrebbe ottenuto di rincontrarla. Questa volta, non solo per servizio.
Le indagini alla torretta d’osservazione fruttarono. Trovarono in un angolo, incastrato tra le assi del perimetro di protezione, il bossolo della pallottola. Era un .308 Winchester, come aveva sospettato già l’estate precedente. Era ancora in buono stato e con un po’ di fortuna avrebbero potuto trovare una o più impronte su quel bossolo. Sì, qualcosa finalmente si stava muovendo

Ufficio Facce – Aprile 2013

Una cosa é apparsa chiara in questi giorni.

La “Casta”, tra i pochi privilegi di cui si é sbarazzata, per prima cosa ha eliminato volentieri l’intelligenza politica.

Ufficio Facce

SENTIERI INCROCIATI – 7° capitolo

Trovarono il sergente nell’ampio giardino di una casa, dove abitavano certi parenti, che era venuto a trovare.
Furono accolti con cordialità e subito comparve sul tavolo della cucina, dove si era accomodati, un bricco di the e un’invitante crostata di mele.
Il sergente prese tra le mani il sacchetto, dove era custodito il proiettile. Lo osservò attentamente con una potente lente d’ingrandimento, poi disse.
         “Certo che è ben rovinato. Credo proprio che sia una .308 Winchester, incamiciato e dalle rigature, molto ravvicinate è stato sparato da un fucile di precisione. Arma da guerra e non da caccia. Io dico … un M40, della Remington. Di questi ne trovi parecchi sul mercato nero. Con 5000 dollari americani lo trovi senza tanti problemi. Bell’arma, precisa, affidabile. I Marines del suo paese, sono anni che la usano e anche bene.”. Concluse con una sonora risata, all’indirizzo di Maeve.
Branson si alzò e stese la mano per salutare.
         “La ringrazio sergente, per ciò che ha fatto oggi per noi. Ci ha sgombrato definitivamente la mente dai dubbi.”.
         “Ringrazio Lei, Ispettore, per essere stato utile al mio paese. Spero che riuscirete ad arrestare chi ha sparato.”.
         “Lo speriamo tutti quanti. Grazie ancora Sergente, per ciò che sta facendo per il nostro paese e … auguri per il futuro.”.
Ritornando al comando, non sprecarono altre parole. Dovevano solo attendere la risposta della Scientifica. La pallottola, fu inviata immediatamente al Laboratorio centrale di Montrèal. Da lì a qualche giorno avrebbero avuto la risposta ufficiale.
Si trasferirono, intanto, tutti nell’ufficio del Commissario per fare un breve rapporto.
         “ Secondo noi, Helverton stava scalando “Sei un’ipocrita” quando è stato colpito. E’ caduto dalla parete e rimbalzando sulle rocce si è procurato tutte quelle fratture, che sappiamo. La pallottola l’ha trapassato e si è conficcata nella roccia, dove l’ho trovata. Adesso trovare l’assassino è la parte più difficile, perché non abbiamo assolutamente nulla. Ipotizziamo il perché lo abbiano ucciso e anche i mandanti. Sappiamo come lo hanno fatto, ma non chi sia stato l’esecutore.”.
Il Commissario Paulson rimase qualche tempo in silenzio, poi disse.
         “ Credo proprio, che il caso debba rimanere aperto sino a che non emergono nuovi indizi o delle prove. Credo anche che il suo compito agente O’Gara sia terminato, non crede. Sappiamo molto, ma non abbastanza. Non ci rimane che aspettare. E’ stato n piacere averla con noi e spero che questo tipo di collaborazione possa di nuovo ripetersi in futuro. Branson la affido a lei per il disbrigo delle ultime pratiche, anzi una volta steso il rapporto, faccia in modo di mandarne una copia anche alla nostra agente. Signora è stato in vero piacere.”.
Con poche parole Maeve si era ritrovata libera dagli impegni con la RCMP e la sua permanenza a Fort Ticonderoga, da agente operativa si era trasformata in semplice presenza turistica. Rimase sconcertata, ma il rapporto era basato solo sull’osservazione del caso e una sua eventuale partecipazione era possibile, solo se invitata a farlo.
Salutò il Commissario con formalità, ringraziando per l’ospitalità e la collaborazione ricevuta e non fece nulla per nascondere che com’era stata gentilmente messa alla porta la seccava e non poco.
Branson le assicurò che le avrebbe trasmesso il rapporto appena terminato di stenderlo e nell’accompagnarla all’albergo, la invitò a cena. Questa volta al “Pesce Giallo”.
L’invito fece cambiare l’umore a Maeve. In fondo il caso rimaneva ancora aperto e chissà che non saltassero fuori indizi o meglio ancora delle prove, tali da poter continuare le indagini. Accettò e per quella sera decise di indossare, non più quel tubino nero, elegante, ma un po’ troppo formale. Scelse un abito color sabbia, molto tenue, sandali con un tacco adeguato e un’ampia sciarpa di seta. Immaginò l’Ispettore stretto ancora una volta nel suo completo blu, forse l’unico che aveva.
Invece al bar, mentre sorseggiava il suo Martini, come aperitivo, si presentò Branson in divisa da sera. Un elegante blu notte, scarpe nere lucidissime e qualche fila di nastrini al petto. Rimase interdetta, ma mentre salivano in macchina, lui le confessò che il cane gli aveva messo una zampa sporca sulla sua giacca e quindi aveva scelto una mise più formale, sperando di non metterla troppo in imbarazzo, anzi scusandosene.
Maeve, invece, al racconto scoppiò in una risata argentina e iniziò a spiegargli il perché era molto meglio avere un gatto, come animale di compagnia.
Durante la cena a base di pesce di lago e fiume, presero a darsi del tu e parlarono poco del caso, ma molto di letteratura, cinema e teatro.
Branson, più la guardava e la ascoltava più sentiva che dentro di lui stava iniziando a bollire qualche cosa.
Meave si accorse che altrettanto stava agitandosi in lei. Quell’uomo non era un funzionario di polizia. Aveva un affascinante mondo spirituale, cha sapeva porgere con parole coinvolgenti. Insomma, sentiva di subirne il fascino. Era la prima volta, che un’indagine l’aveva coinvolta fino a quel punto e sapeva che l’indomani sarebbe dovuta partire. Era però titubante sul fare o meno la mossa decisiva. Da una parte la cosa la intrigava, dall’altra le parve una cosa sfrontata e inappropriata.
Branson da canto suo, a un certo punto s’impegnò con tutte le sue forze a scacciare dalla mente, l’immagine di Maeve tra le sue lenzuola. Non era assolutamente professionale, ciò che stava pensando e poi, non ricordava se Magalì, la sua governante, avesse o no cambiate le lenzuola.
Finita la cena, la accompagnò in riva al lago, lungo la passeggiata. Le luci della città si rispecchiavano nelle sue tranquille acque. Sembrava che a quell’ora tuta la città si fosse ritrovata lì. C’era un po’ di tutto, come da copione per una località turistica. Si fermarono, sorbendo un gelato ad ascoltare quattro giovani impegnati in una performance di canzoni folk quebècois, che suscitò l’apprezzamento di Maeve. Per lo più erano in francese, lingua che conosceva poco, avendo più dimestichezza con lo spagnolo, in più alcune erano cantate in “argot”. In questo caso Branson fu di aiuto traducendo, come poteva, il testo delle canzoni, ma la musica era trascinante e ciò le bastava.
Davanti all’albergo poi, l’imbarazzo del ristorante tra i due aumentò e si salutarono con un sorriso e una stretta di mano. In fondo si lasciavano, delusi dalla situazione. Lui non poteva salire da lei. Non certo in divisa. Lei non poteva andare a casa sua perché le regole dell’Agenzia vietavano coinvolgimenti tra agenti. Ambedue sentivano che avrebbero dato brutta impressione di se, nel non sapersi controllare.
L’indomani lui l’avrebbe accompagnata all’aeroporto. Il suo volo era programmato per le dieci.
Branson quella sera maledì per la prima volta la divisa che portava.

SENTIERI INCROCIATI – 6° capitolo

Tra il locale e il Comando c’erano poche centinaia di metri e i due approfittarono, per fare una passeggiata digestiva. Arrivati davanti alla palazzina, trovarono il Commissario, che si godeva i raggi del tiepido sole, seduto su di una panchina. Lui, avendoli scorti li invitò a sedersi e la conversazione riprese proprio da quella serie di domande, che dovevano ottenere una risposta. Parlarono della cosa, sino a che una telefonata per il Commissario, giunse ad interrompere quella strana riunione all’ aperto.
Presero la decisione di andare sul luogo del ritrovamento, per farsi meglio un’idea di quanto potesse essere accaduto.
Maeve però non aveva l’attrezzatura adatta per passare una giornata tutta all’aria aperta. Si era portata dei capi d’abbigliamento sportivi, ma erano giusti per la città, così l’Ispettore, pensò bene di accompagnarla, in quello che considerava il miglior negozio di articoli sportivi di Fort Ticonderoga. Là, Maeve acquistò un paio di scarponcini, una giacca a vento e dei pantaloni adatti. Poi si recarono nei locali del Parco Regionale di Lake Ticonderoga. Qui Branson cercò l’amico Larue e gli spiegò che era loro intenzione andare nel luogo del ritrovamento a fare una sorta di sopra luogo e che avrebbero avuto bisogno della sua presenza. Roland accettò immediatamente. Erano già troppi giorni che stava svolgendo lavori d’ufficio e sentiva il bisogno di andarsene un po’ a zonzo per il parco.
Decisero di ritrovarsi alle prime luci dell’alba davanti all’ entrata sud del Parco. Di lì, con il fuori strada di Larue avrebbero raggiunto le “Canne d’Organo”.
L’Ispettore recuperò poi la sua auto e riaccompagnò Maeve all’albergo. Quella sera decisero di andare a letto presto, perché l’indomani sarebbe stata una giornata impegnativa, già dalla sveglia.
Sveglia, che sembrò a Maeve, di aver fatto sentire subito la sua voce. Erano le quattro del mattino e dopo essersi vestita con l’abbigliamento acquistato nel pomeriggio, scesa nella hall, si domandò se fosse stato possibile sorbire un caffè. Il portiere, cose se avesse letto il suo pensiero, le offrì una tazza fumante, scusandosi per il fatto che fosse quello della notte e non fresco, fatto per le colazioni. A Maeve parve invece un regalo magnifico e lo gustò sino in fondo, aspettando Branson. Il quale, arrivò dopo una mezz’ora già con l’amico Larue. Il terzetto, più il cane, che prese subito ad annusare la ragazza per passare poi a leccarle la faccia in segno di amicizia, arrivò dopo circa un’ora di strada sterrata alle “Canne d’Organo”. Una muraglia di granito con una serie di torrioni affiancati, tali da farli sembrare gigantesche canne di un enorme organo naturale. Affilate creste, spaccature e camini si alternavano rendendo lo scenario della parete veramente mozza fiato. Alla fine della settimana era preso d’assalto dagli scalatori locali e non solo e spesso Larue si era trovato a vigilare su quella parete. Non altissima, solo poche centinaia di metri, ma alcune vie erano veramente impegnative. Di fronte alla parte si snodava uno dei fiumi, che attraversavano il parco stesso. Il Crow, in quel tratto era placido e poco profondo. Aveva lasciato una serie di pozze nelle quali bagnarsi. Insomma chi non scalava poteva prendere il sole e anche rinfrescarsi. Non c’erano troppi animali in giro e qui pochi si tenevano ben alla larga dalla turba dei gitanti. Presso una delle anse del fiume, quasi accanto alla parete c’era anche un’area attrezzata. Dal mattino presto sino la sera si poteva sentire l’odore delle grigliate e non era raro che qualche procione, più sfrontato degli altri, facesse visita a sperare in qualche boccone. Rimanendo deluso, dato il divieto assoluto di dar da mangiare agli animali. Si contentavano di rovistare negli avanzi.
Quel mattino non c’era nessuno. Almeno per il momento. Era mercoledì e quindi ci sarebbe stata poca gente. Per prima cosa pensarono bene di transennare, con i soliti nastri gialli la zona del ritrovamento e poi, seduti su delle rocce, con il binocolo iniziarono per prima cosa a osservare la roccia sovrastante. Più che altro per scoprire, nel caso, se e dove Halverston si fosse arrampicato o da dove potesse essere caduto.
Rimasero in osservazione per un paio d’ore. Commentando cosa avessero visto e bevendo il caffè, che si erano portati appresso.
Maeve era affascinata dai luoghi. Lei era una donna abituata alla città e sì, passava le vacanze e i fine settimana a Cape Cod. Qui era tutto diverso, completamente. La natura era esplosa nei colori dell’estate e mano a mano che il sole si alzava nel cielo, si vedevano volare diverse specie d’uccelli e se ne sentivano i richiami. La ragazza, con le indicazioni di Larue riuscì a vedere un paio di aquile e ne seguì il volo lento e maestoso e tra il folto delle forre di là dal fiume, contemplò alcuni cervi che pascolavano tranquillamente al riparo degli alberi.
Fecero un giro d’ispezione, accurata, anche sul luogo dove era stato trovato il cadavere. Non trovarono nulla naturalmente; in sei mesi la scena era stata abbondantemente contaminata.
         “ Mi chiedo se il fotografo, quando morì, stesse salendo o stesse scendendo?”. Disse a un certo punto Larue.
         “Bella domanda.”. Rispose a mezza bocca Branson. “Credo che si possa dare un’occhiata alla parete. Giusto per scrupolo. Direi di salire per qualche decina di metri, passando da quell’evidente fessura. Sotto ci sono rocce in abbondanza che spiegherebbero le varie fratture e poi su alcune di esse fu trovato del sangue appartenente alla vittima. Aveva degli scarponi, quando fu trovato, ma dire se li aveva usati sulle rocce è stato impossibile. Comunque un tentativo io lo farei.”.
Maeve, come scalatrice, passò certamente la mano. Non era all’altezza di quella parete e certamente non quella mattina. I due uomini tirarono fuori l’attrezzatura dalla macchina.
Branson, assicurato da Larue, prese a salire. Calmo e metodico, attento a dove metteva mani e piedi. A un certo punto a circa cinquanta, sessanta metri dalla base, si fermò e da sotto lo si vide armeggiare. Tratto il coltello dalla tasca, si mise a scavare nella roccia ed estrasse un qualcosa. Poi si spostò verso sinistra, fino a raggiungere un ancoraggio, che serviva come sosta e anche come partenza per l’ultima tirata di corda nelle discese.
In breve si riunì agli altri.
         “Guardate cosa ho trovato qui?”. Disse mostrando un pezzo di metallo sformato.
Era una pallottola di fucile. L’ipotesi di un omicidio stava prendendo forma.
Roland prese la pallottola, delicatamente con una pinzetta e la osservò per qualche tempo.
“ Sembra un .308 Winchester… Forse un Lapua 303. E’ difficile stabilirlo con esattezza. E’ deformato per l’impatto con la roccia. Dovrai affidarlo alla Scientifica, per la risposta definitiva.”.
I due investigatori osservarono il proiettile. Branson scosse il capo; era notevolmente deformato per stabilirne il calibro, però i ragazzi del laboratorio, già altre volte avevano compiuto l’impossibile. Chissà che anche questa volta gli sarebbe capitato.
Malve disse con sicurezza.
         “Potete sempre affidarmelo. Lo potrò fare analizzare nei nostri laboratori a Quantico. La sezione balistica è la migliore del mondo.”.
         “ Certo! Non lo discuto, ma anche i nostri, nel loro piccolo ci sanno fare. Poi, a ben giurare potrebbe essere la pallottola di un cacciatore di frodo.”.
La ragazza lo guardò interrogativa.
         “Non ha proprio tutti i torti. L’hai trovata sulla cresta della via “Sei un ipocrita”, giusto. Bene se guardate lassù vedrete una cengia, piuttosto grande. Su quella passano le capre di montagna Una testa impagliata di un maschio vale circa 500 o 600 dollari sul mercato. Potrebbe essere stato un cacciatore di frodo, che ha sbagliato il colpo.”. Aggiunse Roland e continuando il discorso, aggiunse.
         “ Però ho un’idea. Ho un amico che è stato tiratore scelto dell’Esercito. Gliela possiamo far vedere. Giusto per curiosità.”.
         “ Chi sarebbe?” Chiese Branson, mentre salivano di nuovo in macchina per allontanarsi dal luogo dell’inaspettato ritrovamento.
         “ E’ il sergente Elmer Hogarty. Era con Il “Princess Patricia’s LF” e fino al settembre del 2009 è stato in Afganistan. So che è in città e lui è diventato istruttore dei tiratori scelti. Quindi la sua preparazione è a prova di dubbio. Non credete?”.
Passarono ancora un paio d’ore in macchina, discutendo e smontando le ipotesi che ciascuno di loro avanzava, sull’origine del proiettile. Giusto per essere sicuri di ciò che stavano facendo.

SENTIERI INCROCIATI – 5° capitolo

La riunione si protrasse ancora per un’ora circa, durante la quale furono ipotizzati vari scenari e fatte diverse congetture. Decisero di aggiornarsi nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo. Maeve chiese solo la possibilità di un collegamento sicuro con Internet per il suo portatile. Le fu data la scrivania accanto a quella di Branson. Era del sergente Poitrineau. Era andato a Ottawa per un corso di aggiornamento e sarebbe tornato la settimana successiva. Branson ricevette alcune telefonate, mentre attendeva lui e Mauve che Quantico rispondesse. Ne fece altre senza importanza e quell’attesa, lentamente lo stava mettendo in agitazione. Qualcosa sicuramente stava sfuggendo e qualcosa di non detto era rimasto lì, nascosto.
         “Una domanda, agente O’Gara. Perché lo F.B.I. si interessa tanto a questo fotografo, tanto da mandare  un agente, qui in Canada? Lo tenevate già sott’occhio? Mi sfuggono i motivi e la “RCMP” gradirebbe tanto saperlo.”.
Il volto di Maeve assunse un’espressione seria.
         “ Halverton era in fuga. Crediamo già dal Messico. Aveva preso contatto l’Agenzia di Albuquerque da Las Cruces, appena dopo il confine messicano. Avevamo un appuntamento, ma non si presentò. Ci ricontattò da Topeka, in Kansas poi ancora da Dulhut, Minnesota. Da lì deve essersi imbarcato su qualche battello, immaginiamo per raggiungere Thunder Bay in Ontario e di lì … E’ venuto a morire in questi boschi. Il perché? Sosteneva, dalle conversazioni telefoniche, di avere prove inconfutabili che i Cartelli del Messico stanno foraggiando profumatamente grossi esponenti del Congresso, per prosperare nel traffico di droga e immigrati. Pare che avesse queste prove. Dove siano a questo punto, non saprei proprio. Sono venuta giusto per accertarmi che il cadavere sia il suo. Per il resto … bhè, dovrò attendere eventuali ordini da Quantico. E’ tutto.”.
Branson seguì con interesse il discorso di Maeve. In linea di massima, filava alla perfezione, eppure c’era qualcosa che non tornava. Perché attraversare uno stato così grande, con la paura di avere qualcuno alle calcagna e non affidarsi immediatamente all’Agenzia già ad Albuquerque, ad esempio? Forse non si sentiva abbastanza protetto o proteggibile. Perché ricontattarli ancora? Soprattutto perché era venuto in Canada e con quali mezzi? Qui nei dintorni com’era riuscito a muoversi? Possedeva una macchina? L’aveva acquistata o noleggiata? E se sì, adesso dov’era la macchina? Che cosa poteva contenere, oltre agli effetti personali, anche le prove, forse? A questo punto l’unica certezza è il riconoscimento ufficiale del cadavere nella figura di Helverton. Cosa che avvenne dopo il trillo del PC di Maeve. L’ufficialità del riconoscimento arrivò mezzo mail dagli uffici di Quantico. In aggiunta ad una magra nota in cui si diceva che era stata operata una perquisizione in casa e nello studio del fotografo, ma senza nessun risultato apprezzabile. Erano stati trovati molti appunti, che ora erano allo studio degli agenti.
         “E’ lui. E’ ufficiale.”.  Disse la donna con un sospiro.
Branson si alzò e fece scrocchiare la spina dorsale. La tensione ora poteva sciogliersi del tutto. Adesso aveva qualcosa per cui iniziare seriamente a indagare.
         “ E’ meglio andare a comunicare la notizia ufficiale al Commissario. Prima però – disse guardando l’orologio – credo che sia meglio andare a mangiare un boccone da “Maman Jolì”. E’ il nostro posto abituale per la pausa pranzo. L’ambiente non sarà un granché, ma la cucina è ottima. Vera cucina québécois. Vedrà e soprattutto assaggerà alcune sue specialità.”.
         “Accetto volentieri. Mi hanno parlato di una torta di verdure, che pare la fine del mondo e sono proprio curiosa di assaggiarla”.
         “Maman prepara un dolce, che è un peccato non mangiare. Fatto di ricotta e frutti di bosco. Credo di affermare seriamente, che è insuperabile.”.
Maeve si passò le mani sui fianchi e sospirò. Alla dieta penserò al mio ritorno. Adesso voglio godermi tutto di questo paese.  Jolande Braxton, Maman Jolì, era un donnino segaligno, con due occhi come spilli e maniere, che potevano sembrare brusche. Aveva però, due mani d’oro, in cucina. Maeve si arrese alla terza porzione di torta salata. Se le prime due le aveva trovate buone, questa era sublime, ma le porzioni erano gigantesche e il suo pensiero corse subito alle ore di palestra che le sarebbero servite per farle sparire dai fianchi. Parlarono del caso e Branson le espose tutte le domande che li erano affiorate. Lei le considerò tutte assolutamente pertinenti e di certo, allo stato delle cose, a quel punto sarebbe stato difficile rispondere a tutte. Formularono ipotesi e s’impegnarono a confutarle, stabilendo così le prossime mosse dell’indagine.  Maman Jolì, quando vide che i due erano più impegnati a parlare, che non a mangiare, uscì come una furia dalla cucina.
         “ Bhé … Ispettore, che vogliamo fare adesso. Porta qui una splendida donna e invece di farla mangiare in santa pace, si mette a discutere dei suoi casi? Come potrà essere contenta e cosa dirà una volta a casa?”. Cambiando tono di voce continuò.
         “Pensate, mi ha portato in un posticino e ha continuato a parlare, parlare e mi ha costretto a rispondere, a rispondere ai suoi insulsi discorsi e non ho mangiato quasi nulla. Ecco cosa dirà alle amiche. Bella pubblicità, che mi fa … Ispettore.”.
Maeve tentò di rispondere.
         “Veramente, signora, è la terza fettona di torta che mangio e devo dire che era una più buona dell’altra e adesso, davanti a questa crema al ribes, vorrei non averle mangiate. Sinceramente, non riuscirò a fare il bis ed è un peccato. E’ veramente squisita. Fossi sfacciata, le chiederei la ricetta.”.
Maman, a quelle parole, gonfiò il petto.
         “ Ecco quella che io considero una vera signora. Che è quella donna che apprezza la vera cucina e per quanto riguarda la ricetta, bhé vedrò quel che si può fare.”. E le strizzò l’occhio, sorridendo. Poi guardò Branson e accigliatasi continuò.
         “In quanto a lei, non mi rimangio le parole che ho detto e adesso via. Al lavoro, su presto.” Mentre diceva ciò, muoveva le mani per allontanarli.
         “Maman, neppure un caffè?”. Chiese Branson, tentando di farle gli occhi dolci.
Maman lo incenerì con lo sguardo.
         “ Emilie … un buon caffè per la signora. Per lui … anche niente. Acqua sporca, per questa volta.”.
A Maeve brillarono gli occhi, quella situazione più che divertente le sembrò assurda, o forse ambedue.
L’Ispettore scosse la testa.
         “Credo che qualcuno le abbia detto che ieri sera sono andato a mangiare dell’Irochese. Per farmi perdonare, le invierò un mazzo di fiori, altrimenti la prossima volta, mi metterà nel piatto dei funghi velenosi.”.
Maeve sgranò gli occhi.
         “Ah, non si preoccupi. Non lo farebbe mai e poi mai. Lo penserebbe solamente e qualcosa di bruciacchiato, me lo servirebbe. Per castigarmi, secondo lei. Vede … tra Maman e il padrone della Taverna non corre buon sangue. E’ suo fratello, ma non si parlano da non so quanti anni. Credo che a lei la cosa non vada giù … Il fatto che non si parlino, non perché ci sia andato a mangiare. Penso che orgogliosi come sono, difficilmente ne verranno a una. Almeno per ora.”.
Arrivò il conto e anche la ricetta della famosa crema. Una calligrafia minuta, ma ordinata spiegava alla perfezione come confezionarla.
         “Però. Non avrei mai creduto possibile che Maman le desse una delle sue ricette. Consideri quella di oggi, una giornata fortunatissima.”.
Maeve, contenta, prima di lasciare il locale, andò personalmente a ringraziare Maman Jolì. L’uomo le vide parlottare brevemente, poi le due donne si abbracciarono come due vecchie amiche.

SENTIERI INCROCIATI – 4° Capitolo

Maeve, invece si sentiva come la prima volta che era uscita in macchina con un ragazzo. Se la memoria non la tradiva, doveva essere Martin Taylor. Lei aveva sedici anni e quella sera andarono al drive-in con la macchina del fratello maggiore di Martin. Il fatto che poi non avesse neppure tentato di baciarla, l’aveva resa altrettanto inadeguata. Possibile che non ci avesse almeno provato? Possibile che ci fosse qualche cosa in lei che non andava? Come prima sera fu una mezza delusione.
Quella sera, a mille miglia distante da suo ambiente si sentiva come se andasse al drive-in. Solo che sapeva già che non sarebbe successo nulla. Era unicamente una cena e una chiacchierata di lavoro. Finalmente arrivarono alla “Taverna dell’Irochese” in un’atmosfera distesa e rilassata.  La serata prometteva che molte cose si sarebbero messe sul binario giusto per entrambi.
Maeve fu colpita dall’atmosfera del ristorante. In un ambiente arredato in stile, lei adocchiò dei pezzi anche di pregio e sicuramente originali. Pensò molto a una piattaia che stimò dell’ottocento, su cui fece un pensiero. Sarebbe stata d‘incanto nel cottage che aveva nella zona di Cape Cod. Il cibo fu squisito e la compagnia dell’Ispettore Branson si rivelò piacevole, tanto che si dovette ricredere su quanto, aveva scioccamente presupposto. Branson si rivelò uomo di buona cultura, in fondo una laurea all’Università di Montreal aveva il suo peso e, la vita, a dir poco avventurosa che aveva avuto, le rivelò un uomo che aveva vissuto molteplici esperienze. Carriera iniziata nel profondo Ovest del paese, Branson era stato anche per un’estate oltre il Circolo Polare Artico. Aveva vissuto a Toronto, a Winnipeg e a Vancouver. Per ultimo era reduce da un semestre vissuto al seguito delle truppe, in Afganistan. Lì aveva seguito, per conto dell’O.N.U. prima l’addestramento di elementi della polizia locale, poi si era interessato più specificatamente di un traffico di stupefacenti. Era emerso che le truppe di rientro in patria, dalle zone d’operazione, portavano come souvenir, non solo tappeti, ma soprattutto eroina. Scoprirlo e consegnare alla giustizia i colpevoli, furono un colpo per l’Ispettore. Sentì che il Paese era stato tradito due volte. Comunque non tutta l’esperienza fu negativa. Anzi per un breve periodo fu anche a Herat, insieme al contingente italiano, di ci apprezzò competenza e preparazione. Aveva accompagnato un collega di Toronto e scoprì che uno degli ufficiali dei Carabinieri, un corpo di polizia italiano di stanza in quelle lande, era un lontano parente proprio di Anthony Lonardo, il suo compagno. Fu una permanenza veramente piacevole.
Maeve, a quelle parole ricordò la sua esperienza con elementi della nascente Polizia Femminile di quel martoriato paese. Gliene parlò brevemente, ma ricordò soprattutto la determinazione e la voglia di quelle donne, che si stavano spendendo tanto per rimettere in piedi le strutture fondamentali, improntando la vita futura verso la scelta democratica.
Chiusero la cena con un dolce di frutta a base di mirtilli, lamponi e ribes accompagnato da una crema speziata e un bicchiere di cidre de glace freddo, che Maeve apprezzò molto.
Il ritorno fu in taxi, perché secondo Branson quel Château Simon aveva fatto effetto e non si sentiva assolutamente di guidare. L’auto l’avrebbe recuperata il giorno appresso.
Si salutarono davanti al suo albergo, fissando l’appuntamento per le nove del giorno appresso. Maeve nello spogliarsi, prima di coricarsi, riconsiderò nell’ordine: il Canada, il Québec e le Giubbe Rosse e si addormentò con un gradevole pensiero.
La lingua umida di Amik sul suo volto, lo svegliò nel mezzo di un sogno confuso, dove Potsy lo stava inseguendo e a lui non sarebbe rimasto che saltare nel canyon di Cedar Point. “ Che fine ingloriosa.”. Pensò, scacciando il muso del cane dalla sua faccia. La testa gli doleva e sentiva i postumi della bevuta. Non gli era mai capitata una cosa simile. Si alzò e per prima cosa si buttò letteralmente sotto il getto della doccia, alternando acqua calda e fredda. Poi prese due aspirine e sorseggiò il caffè, sbirciando di quando in quando l’orologio per assicurarsi di non arrivare in ritardo. Si ricordò di aver lasciato l’auto vicino alla Taverna. Decise di telefonare a Roland “Occhio di Gufo” Larue. Una guardia parchi suo vicino e suo amico di lunga data e che gli avrebbe dato sicuramente un passaggio. Così avvenne e il viaggio si svolse son il solo sottofondo della voce dell’annunciatore di una stazione radio; giusto un po’ di musica e le notizie locali. Branson aveva raccontato brevemente della serata all’amico e poi, al persistere del mal di testa si era chiuso nell’appropriato silenzio.
Giunse in tempo per prendere ancora un altro caffè insieme ai colleghi e si diresse alla sua scrivania. Mise a posto delle carte e controllò l’ora. Erano le nove e stava per iniziare la riunione con la O’Gara e il Commissario. Raccolse le cartelline con i documenti e solo a quel punto, alzata la testa, si accorse che Maeve lo stava fissando, sorridendo.
         “ Ah … è già qui. Spero che non sia da molto che aspetta?”.
Maeve scosse la testa.
         “ No. Sono arrivata ora e l’ho vista molto occupato, così …”. Poi indicò il sergente McClusky e soggiunse.
         “Mi ha fatto compagnia il suo collega. Anzi, l’ho visto combattere con il PC e allora mi sono offerta di aiutarlo. Ha sicuramente un rapporto conflittuale con l’informatica.”.
         “Già. Prego, da questa parte. Il Commissario ci attende.”.
Bussò discretamente alla porta di legno. Il Commissario Paulson, li stava aspettando. Offrì loro caffè e the e fette di torta, prima di cominciare. La colazione si svolse rapidamente e in silenzio. Era il momento in cui si raccoglievano le ultime idee. Paulson entrò subito in argomento.
         “ Allora Branson, a che punto siamo?”.
L’Ispettore aprì il fascicolo.
         “ Non abbiamo molto, purtroppo. Ci troviamo davanti ad un uomo, caucasico, dall’età di circa trenta … trentacinque anni. Sconosciuto il nome, la nazionalità. Insomma, come direbbe la nostra collega, un John Doe in piena regola. Sappiamo solo che è morto da circa sei mesi, dato lo stato del cadavere. Gli agenti atmosferici e gli animali, ne rendono complicata l’esatta identificazione. Dall’esame autoptico anche la causa della morte risulta incerta. Dal luogo del ritrovamento, Le Canne d’Organo, nei pressi di Crow Ridge si direbbe una caduta dalla parete. Il medico legale … Merrywather, ha dei dubbi. E’ vero che il cranio ha subito danni irreparabili, ci sono una decina di fratture della calotta. Anche il resto dello scheletro, sembra uscito da un tritatutto. Secondo lui però c’è dell’altro. Forse solo un’impressione ma tant’é. Gli esami tossicologici sono negativi. Ha riscontrato vecchie tracce di cannabinoidi, tali da credere che l’uomo non fosse un tossicodipendente. Consumatore occasionale. Nessuna ferita o frattura ante mortem. Nessun tatuaggio riscontrato. Un signor nessuno, insomma.”.
Paulson si accigliò.
         “Quello che mi ha detto è tutto ciò che abbiamo? Mi pare evidente che è fin troppo poco. Credo che sia evidente anche a voi.”. Si sentiva una nota d’imbarazzo nella voce.
Maeve, con piglio sicuro intervenne.
         “ Forse siamo stati più fortunati. Ho trasmesso la documentazione informatica che mi avete dato ai colleghi di Quantico. Dalle impronte dentarie, attraverso vari incroci, forse abbiamo scoperto il nome del morto. Si dovrebbe trattare di Dominic Helverton. Fotografo naturalistico. Attendo però la conferma certa, che spero arrivi oggi, anzi prima del termine del nostro incontro.”.
A Paulson si spalancarono gli occhi.
         “Helverton … questo nome non mi è nuovo … Dove l’ho già sentito … visto … Certo. Certamente … ecco ora ricordo. Ha pubblicato un servizio fotografico su NG dello scorso anno. Era sul deserto di … Sonora, in Arizona. Ottime fotografie. Un talento quell’uomo. Adesso il suo corpo è nell’obitorio della nostra città. Perché?”.
Ecco, quella sì che era la domanda ma successiva a: com’è morto veramente? Rispondendo alla prima avrebbero risposto alla seconda.
Adesso occorreva solo la conferma all’identificazione. Poi le indagini avrebbero potuto iniziare.

SENTIERI INCROCIATI – 3° Capitolo

Guardando fuori dalla finestra, vedeva le luci di Fort Ticonderoga, che si rispecchiavano nel lago omonimo. Udì, distintamente, dei rumori provenire dal sotto tetto. Immaginò che Cletus e Francine, la coppia di barbagianni che vi abitavano ormai da qualche anno, si preparassero alla loro caccia notturna. Oramai l’involo dei cuccioli doveva essere prossimo.
Ripensò ancora una volta alle ultime ore. Dopo aver fatto da paciere tra McClusky e il PC di quest’ultimo e avergli eliminato una montagna di file, connessioni e cookies che avevano intasato la memoria della macchina, ma soprattutto aver inviato i files all’agente O’Gara, non si sentiva assolutamente pronto ad affrontare quella donna. Sicuramente avevano iniziato con il piede sbagliato, ma il suo atteggiamento, nel considerare una Giubba Rossa, un provinciale e per di più un po’ grezzo, se non rozzo di modi e pensieri, a lui proprio non andava giù. Si era reso subito conto che non aveva molto da offrire, nel senso che i rapporti sulla morte dell’individuo erano veramente striminziti. Morto: sconosciuto; cause: sconosciute; tempo della morte: da circa sei mesi, visto lo stato di decomposizione e le aggressioni post mortem subite dal cadavere da parte degli agenti atmosferici e dagli animali. Non ultimo la misteriosa sparizione del braccio destro. Insomma non avevano nulla su cui lavorare. Rimaneva la curiosità di sapere perché il potente F.B.I. americano si fosse tanto interessato a quello sconosciuto, da mandare fino in Québec un agente speciale.
Con il massimo del tatto, questa sera lo avrebbe scoperto, o almeno ci avrebbe provato.
Per la cena non erano sorti molti problemi. Alla sua telefonata d’invito, lei aveva accettato subito, senza manifestare alcuna emozione. Forse sentiva l’invito, come dovuto. Branson voleva lasciare a lei la mossa successiva. Scegliere cioè il ristorante, o meglio il tipo di menù. Se amava la carne, allora la “Taverna dell’Irochese” offriva il meglio per quanto riguarda la carne.  Al “Pesce Giallo” i pesci del lago e dei fiumi vicini erano cucinati in maniera sublime. Se voleva mangiare etnico c’era Wong con i suoi manicaretti dell’estremo oriente. Rimaneva un buco per quel che riguarda la cucina vegetariana.  “Mangerà un’insalata” si disse, mentre finiva di vestirsi. Si rimirò allo specchio. Si era messo il vestito delle occasioni. Controllò che le scarpe nere, modello inglese, fossero ben lucide, perché sapeva che la scarpa pulita e lucida è un ottimo passaporto. Il completo blu gli calzava a pennello e le ristrettezze culinarie degli ultimi giorni, gli avevano giovato, tant’é che credeva di essere dimagrito di almeno un paio di chili. Forse stava esagerando. L’aria e il sole gli avevano dorato la pelle e gli occhi chiari risaltavano bene. Peccato per i capelli, troppo corti ma il regolamento era severo a riguardo. Due gocce di acqua di colonia, nella speranza che il gusto fosse apprezzato, ma soprattutto che il profumo non fosse troppo forte e si sentì pronto.
L’albergo di Maeve non era certo il Marriott. Quella costruzione fine ottocento, però, con quei legni della reception così caldi e per nulla pesanti e i morbidi tappeti che erano ovunque le fece una buona impressione. La stanza affacciava sul giardino interno. I pochi alberi e cespugli erano disposti in maniera armoniosa. Un ampio letto di ferro battuto e allegre coperte e lenzuola che odoravano di spigo. Un bel bagno attrezzato con una vasca in ghisa smaltata che le parve gigantesca. Le essenze e i sali offerti dall’albergo erano tutte naturali e di produzione locale. Le annusò e si accorse che c’era la linea per lei e per lui. Iniziò a ripensare a quella terra, non come una lontana provincia, ma qualcosa di ben più complesso. Forse il suo primo atteggiamento, nei confronti dei suoi ospiti, era stato piuttosto prevenuto. E’ vero, qui mancava l’atmosfera molto wasp di Boston o l’elettricità che pervadeva New York o la “slow life” della California, eppure quella sorta di primordiali vibrazioni che provenivano da quella terra e dalla sua gente, alla fine l’avrebbero conquistata. Mentre era immersa in un rilassante bagno di erbe profumate, ripensava al pomeriggio e com’era stata poco cortese. Ripensava anche di aver fatto bene ad accettare l’invito a cena. Quella sera proprio non se la sentiva di passarla tra le scartoffie. Poi era un motivo in più per conoscere quell’Ispettore Branson. Da piccola, al cinema, le Giubbe Rosse, le aveva amate, soprattutto per il film con Gary Cooper, Paulette Goddard, Madeleine Carroll, Preston Foster, George Bancroft. Era rimasta affascinata da quel film degli anni ’40 e unica femmina dopo cinque maschi, si era ritrovata più volte nei panni della squaw. Cosa che non sempre lo aveva accettato. Adesso aveva la possibilità di vederle all’opera, le Giubbe Rosse.
Scelse per la sera un elegante ma semplice tubino nero e una giacca intonata. Raccolse i capelli in uno chignon, ampio che fermò con due eleganti fermagli in mogano, regalo di uno zio capitano di marina, ritornato da un suo recente viaggio in Africa. Evitò di laccarsi le unghie e stesse un leggero filo di rossetto sulle labbra. Prese la borsetta e v’infilò le cose più indispensabili, mentre nel beauty case mise la sua pistola d’ordinanza e con quello appresso, scese nella hall. Pregò poi il portiere di custodirlo nella cassaforte dell’albergo. Cosa che la ragazza al banco fece immediatamente e sotto i suoi occhi. Poi la stessa le diede la chiave della cassetta, dove aveva rinchiuso il bauletto. Si diresse al bar, perché un aperitivo potesse aiutarla a far passare il tempo.
Branson parcheggiò la sua auto, un robusto fuori strada, proprio davanti alla porta. Diede un’occhiata attraverso i vetri del bar e la vide. Entrò e avvicinatosi le disse:
         “ Buona sera signora O’Gara. Mi devo complimentare con lei, per la sua eleganza. Posso tenerle compagnia?”.
Maeve fu sorpresa e per un attimo anche confusa. L’Ispettore era comparso come dal nulla e la prima cosa che aveva fatto si era complimentato per la sua eleganza, ma senza alcuna smanceria. C’era, in quel tono caldo e profondo una sincera verità.
         “Ispettore. Non mi sono accorta del suo arrivo. Prego.”.
Branson guardò il cameriere e aggiunse.
         “ Un cidre de glace per me.”. Guardando il bicchiere e il liquido bianco con l’oliva, che la ragazza aveva davanti, aggiunse sorridendo. “Martini. Agitato, non mescolato, immagino?”.
La ragazza lo fissò, poi scoppiò a ridere. Aveva una risata argentina, che usciva da una chiostra di denti bianchissimi e lui si accorse di come gli occhi le brillavano. Sorrise anche lui. La serata si stava sciogliendo e quello era già un primo passo.
Dopo l’aperitivo e alla domanda quale fosse la scelta per la cena, Branson rimase colpito, quando la ragazza preferì il menù a base di carne.
         “Allora deve assolutamente assaggiare l’arrosto di bisonte con scalogno, patate, erbe aromatiche, accompagnato da una salsa di prugne e mirtillo rosso. Potrà accompagnarlo con una birra Gritstone o se preferisce un buon vino, uno Château Simon. Ricorda molto la Barbera del Monferrato. Un vino italiano robusto ma piacevole al gusto. Questi prodotti sono tutti della nostra terra e in questo momento, mi sembra di essere un piazzista, lo confesso, ma amo questa terra e i suoi abitanti. Sono un québécois, tra l’altro.”.
         “Bene, allora vada per il bisonte. Spero che sia di allevamento, perché sparare a un bisonte selvaggio, credo si reato dalle vostre parti.”.
         “Certo che è di allevamento, ma gli animali vivono liberi e non certo in una stalla e si nutrono in grandi recinti. Se vuole nei prossimi giorni, in un momento libero la posso portare in una fattoria a pochi chilometri da qui. Allevano bisonti e cervi. E’ di un amico della tribù Naskapi. Inoltre alleva fagiani, quaglie, lepri e da un po’ di tempo anche cinghiali. I Naskapi, un tempo, li avrebbero cacciati e mai più si sarebbero immaginati che uno dei loro disendenti si mettesse a fare l’allevatore. I tempi sono cambiati e quell’allevamento rende molti buoni dollari, alla comunità dei nativi.”.
Un discorso fatto tutto di un fiato. Era ancora nervoso e la presenza di una bella donna al suo fianco aumentava inspiegabilmente il suo imbarazzo. Si era domandato improvvisamente se fosse adeguato per lei.

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