CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

SENTIERI INCROCIATI – 7° capitolo

Trovarono il sergente nell’ampio giardino di una casa, dove abitavano certi parenti, che era venuto a trovare.
Furono accolti con cordialità e subito comparve sul tavolo della cucina, dove si era accomodati, un bricco di the e un’invitante crostata di mele.
Il sergente prese tra le mani il sacchetto, dove era custodito il proiettile. Lo osservò attentamente con una potente lente d’ingrandimento, poi disse.
         “Certo che è ben rovinato. Credo proprio che sia una .308 Winchester, incamiciato e dalle rigature, molto ravvicinate è stato sparato da un fucile di precisione. Arma da guerra e non da caccia. Io dico … un M40, della Remington. Di questi ne trovi parecchi sul mercato nero. Con 5000 dollari americani lo trovi senza tanti problemi. Bell’arma, precisa, affidabile. I Marines del suo paese, sono anni che la usano e anche bene.”. Concluse con una sonora risata, all’indirizzo di Maeve.
Branson si alzò e stese la mano per salutare.
         “La ringrazio sergente, per ciò che ha fatto oggi per noi. Ci ha sgombrato definitivamente la mente dai dubbi.”.
         “Ringrazio Lei, Ispettore, per essere stato utile al mio paese. Spero che riuscirete ad arrestare chi ha sparato.”.
         “Lo speriamo tutti quanti. Grazie ancora Sergente, per ciò che sta facendo per il nostro paese e … auguri per il futuro.”.
Ritornando al comando, non sprecarono altre parole. Dovevano solo attendere la risposta della Scientifica. La pallottola, fu inviata immediatamente al Laboratorio centrale di Montrèal. Da lì a qualche giorno avrebbero avuto la risposta ufficiale.
Si trasferirono, intanto, tutti nell’ufficio del Commissario per fare un breve rapporto.
         “ Secondo noi, Helverton stava scalando “Sei un’ipocrita” quando è stato colpito. E’ caduto dalla parete e rimbalzando sulle rocce si è procurato tutte quelle fratture, che sappiamo. La pallottola l’ha trapassato e si è conficcata nella roccia, dove l’ho trovata. Adesso trovare l’assassino è la parte più difficile, perché non abbiamo assolutamente nulla. Ipotizziamo il perché lo abbiano ucciso e anche i mandanti. Sappiamo come lo hanno fatto, ma non chi sia stato l’esecutore.”.
Il Commissario Paulson rimase qualche tempo in silenzio, poi disse.
         “ Credo proprio, che il caso debba rimanere aperto sino a che non emergono nuovi indizi o delle prove. Credo anche che il suo compito agente O’Gara sia terminato, non crede. Sappiamo molto, ma non abbastanza. Non ci rimane che aspettare. E’ stato n piacere averla con noi e spero che questo tipo di collaborazione possa di nuovo ripetersi in futuro. Branson la affido a lei per il disbrigo delle ultime pratiche, anzi una volta steso il rapporto, faccia in modo di mandarne una copia anche alla nostra agente. Signora è stato in vero piacere.”.
Con poche parole Maeve si era ritrovata libera dagli impegni con la RCMP e la sua permanenza a Fort Ticonderoga, da agente operativa si era trasformata in semplice presenza turistica. Rimase sconcertata, ma il rapporto era basato solo sull’osservazione del caso e una sua eventuale partecipazione era possibile, solo se invitata a farlo.
Salutò il Commissario con formalità, ringraziando per l’ospitalità e la collaborazione ricevuta e non fece nulla per nascondere che com’era stata gentilmente messa alla porta la seccava e non poco.
Branson le assicurò che le avrebbe trasmesso il rapporto appena terminato di stenderlo e nell’accompagnarla all’albergo, la invitò a cena. Questa volta al “Pesce Giallo”.
L’invito fece cambiare l’umore a Maeve. In fondo il caso rimaneva ancora aperto e chissà che non saltassero fuori indizi o meglio ancora delle prove, tali da poter continuare le indagini. Accettò e per quella sera decise di indossare, non più quel tubino nero, elegante, ma un po’ troppo formale. Scelse un abito color sabbia, molto tenue, sandali con un tacco adeguato e un’ampia sciarpa di seta. Immaginò l’Ispettore stretto ancora una volta nel suo completo blu, forse l’unico che aveva.
Invece al bar, mentre sorseggiava il suo Martini, come aperitivo, si presentò Branson in divisa da sera. Un elegante blu notte, scarpe nere lucidissime e qualche fila di nastrini al petto. Rimase interdetta, ma mentre salivano in macchina, lui le confessò che il cane gli aveva messo una zampa sporca sulla sua giacca e quindi aveva scelto una mise più formale, sperando di non metterla troppo in imbarazzo, anzi scusandosene.
Maeve, invece, al racconto scoppiò in una risata argentina e iniziò a spiegargli il perché era molto meglio avere un gatto, come animale di compagnia.
Durante la cena a base di pesce di lago e fiume, presero a darsi del tu e parlarono poco del caso, ma molto di letteratura, cinema e teatro.
Branson, più la guardava e la ascoltava più sentiva che dentro di lui stava iniziando a bollire qualche cosa.
Meave si accorse che altrettanto stava agitandosi in lei. Quell’uomo non era un funzionario di polizia. Aveva un affascinante mondo spirituale, cha sapeva porgere con parole coinvolgenti. Insomma, sentiva di subirne il fascino. Era la prima volta, che un’indagine l’aveva coinvolta fino a quel punto e sapeva che l’indomani sarebbe dovuta partire. Era però titubante sul fare o meno la mossa decisiva. Da una parte la cosa la intrigava, dall’altra le parve una cosa sfrontata e inappropriata.
Branson da canto suo, a un certo punto s’impegnò con tutte le sue forze a scacciare dalla mente, l’immagine di Maeve tra le sue lenzuola. Non era assolutamente professionale, ciò che stava pensando e poi, non ricordava se Magalì, la sua governante, avesse o no cambiate le lenzuola.
Finita la cena, la accompagnò in riva al lago, lungo la passeggiata. Le luci della città si rispecchiavano nelle sue tranquille acque. Sembrava che a quell’ora tuta la città si fosse ritrovata lì. C’era un po’ di tutto, come da copione per una località turistica. Si fermarono, sorbendo un gelato ad ascoltare quattro giovani impegnati in una performance di canzoni folk quebècois, che suscitò l’apprezzamento di Maeve. Per lo più erano in francese, lingua che conosceva poco, avendo più dimestichezza con lo spagnolo, in più alcune erano cantate in “argot”. In questo caso Branson fu di aiuto traducendo, come poteva, il testo delle canzoni, ma la musica era trascinante e ciò le bastava.
Davanti all’albergo poi, l’imbarazzo del ristorante tra i due aumentò e si salutarono con un sorriso e una stretta di mano. In fondo si lasciavano, delusi dalla situazione. Lui non poteva salire da lei. Non certo in divisa. Lei non poteva andare a casa sua perché le regole dell’Agenzia vietavano coinvolgimenti tra agenti. Ambedue sentivano che avrebbero dato brutta impressione di se, nel non sapersi controllare.
L’indomani lui l’avrebbe accompagnata all’aeroporto. Il suo volo era programmato per le dieci.
Branson quella sera maledì per la prima volta la divisa che portava.
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21 pensieri su “SENTIERI INCROCIATI – 7° capitolo

  1. A parte l’aspetto fisico, Branson è Smiley! E il racconto acquista punti a ogni nuova puntata.

  2. O.T. :
    Auguri, se ben ricordo, Cape !

  3. Un bel settimo capitolo con Paulson alquanto indisponente. Bene Maeve e Branson che sentono il richiamo della foresta (si fa per dire) ma sono ligi ai loro valori dettati dalla divisa.
    Sono curioso di sapere se la rossa Maeve partirà all’indomani.

    O.T.
    Qualcuno ti fa gli auguri. Compleanno o altro? Comunque ti faccio anch’io gli auguri.
    Segnalo all’ufficio REFUSI che «una vota steso» forse era una volta steso. Non so se l’ufficio REFUSI ha preso in considerazione anche gli altri due segnalati nel sesto capitolo.

  4. Uhm. Può una divisa fermare un uomo desideroso? Non per molto, credo….
    E’ uscito il lato femminile di Maeve. Non può più scappare…

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