CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “maggio, 2013”

UFFICIO FACCE 2011 – Maggio

In 7000 per Andrea, a Genova. Più di 50000 a Trapani per Pino.

Per una bellissima storia.

Qualche migliaio a Roma, per i soliti noti.

Per qualche vecchia barzelletta.

UFFICIO FACCE.

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SENTIERI INCROCIATI – 11° capitolo

Fu una notte agitata e il mattino si accorse che aveva due occhiaie pronunciate. Fece la doccia e sorbendo il primo caffè, avvertì una stretta allo stomaco. Fu persino sul punto di telefonare a Maeve per rimandare il loro appuntamento. Infine, dopo aver fissato a lungo la giubba rossa, appesa in entrata, si rese conto che un’epoca, quella dell’adolescenza, era finita. Doveva fare i conti con il presente e la maturità che governava i suoi giorni. Finì di vestirsi e mise fuori Amik, il cane. Poi si ricordò di lasciare la chiave di casa sotto lo zerbino, così che la signora Florence, potesse provvedere alle pulizie e a dar da mangiare al lupo. Mentre andava all’imbarcadero per prendere l’idrovolante, che lo avrebbe condotto a Quèbec, ripensò ancora una volta alla sua solitudine. I suoi genitori da qualche anno si erano stabiliti in Europa, con la sorella che viveva nei pressi di Cambridge. Lizzy insegnava storia all’Università e Anne Marie, la madre e suo padre Gregor, avevano deciso di seguirla nella sua avventura oltre oceano. Il fratello Clarence invece era nei Territori del Nord Ovest, nel Santuario degli Uccelli dell’Anderson River giacché era ricercatore presso la facoltà di Biologia dell’Università di Edmonton. Stava studiando qualcosa che riguardava l’avifauna del nord. Due fratelli nell’ambiente universitario e lui invece un poliziotto. I suoi genitori avevano mal digerito la sua scelta, ma se ne erano fatti una ragione. Lui però era rimasto solo nella grande casa a Fort Ticonderoga. Quelli erano i fatti nudi e crudi.
L’idrovolante si cullava morbidamente sulle acque del lago e quando tutti i passeggeri furono a bordo, si levò rombando, spaventando un gruppo di oche che avevano eletto lo specchio d’acqua come luogo privilegiato per le loro faccende. Il viaggio fu normale e dopo un paio d’ore arrivò a Québec. Dall’idroscalo all’aeroporto non ci vollero che pochi minuti di pulmino. Il suo volo era confermato per il mezzogiorno e così ebbe il tempo per un veloce spuntino e un saluto ai colleghi dell’aerostazione. Da Québec a Boston il volo fu tranquillo e una volta nel “Logan Airport” uscito dai cancelli, si vide venire incontro Maeve e un’altra persona che non gli parve per nulla un agente del F.B.I. Un corpo massiccio e una nuvola di capelli bianchi in testa, volto leggermente rubizzo e un grosso sorriso che rivelava una dentatura robusta. Ciò che colpì Branson, furono le mani, grandi e robuste e la stretta di mano gli rivelò un uomo deciso e molto probabilmente abituato a comandare.
         “ Ispettore, ti presento mio padre, Sean O’Gara! Lui è il capo della Divisione Investigativa dei Vigili del Fuoco di Boston”.”.
Branson rimase interdetto.
         “ Piacere signor O’Gara. Spero che il mio arrivo, non le abbia scombussolato i suoi impegni e non vorrei che li avesse tralasciati per venirmi ad accogliere.”.
L’uomo scoppiò in una risata profonda.
         “ Assolutamente no, ragazzo mio. Dovevo venire qua al “Logan” per motivi d’ufficio e allora non ho potuto dire di no a mia figlia. Dammi la valigia e togliamoci da questa confusione. Gli aeroporti sono un luogo invivibile, per me. Li prendo in considerazione solo dopo che sono bruciati.”. La sua risata si fece risentire.
Maeve gli diede uno strattone alla giacca.
         “Papà, sei impossibile. Scusa ispettore ma mio padre a volte … non vorrei che ne ricavassi una brutta impressione. Ogni tanto non ha i collegamenti giusti.”.
Branson sorrise.
         “Andiamo. Certo che hai un padre … singolare. Piuttosto, non vorrei abusare dell’ospitalità, ma se mi portate in albergo … ecco vorrei rendermi presentabile per la sera.”.
         “Albergo?”. Disse il padre stupito. “Quale albergo?  Maeve non hai detto al nostro Ispettore, che per lui gli alberghi sono tutti chiusi e rimane ospite da noi? Così potrà godere dell’ospitalità irlandese e … non se ne pentirà.”.
Prese la valigia e la caricò nel baule capiente di un Crossover.
         “Forza, salite. Se non arriviamo in tempo per il the, tua madre chi la sente.”.
Maeve si fece tutta rossa in volto e Branson fu preso come da un vortice. Si ritrovò seduto in macchina quasi senza accorgersene. A quel punto la giovane donna si profuse in una spiegazione confusa del perché sarebbe stato meglio per lui, essere ospite in casa sua.
I fratelli non c’erano già da tempo, lei viveva in un appartamento, ma a Quantico; la casa dei genitori era grande e l’Ispettore e lei avrebbero dovuto incontrare l’indomani un senatore e allora lei aveva creduto che quella scelta fosse la migliore e che Boston era una città incantevole e si mangiava sicuramente la migliore aragosta dell’East Coast. Tutto questo detto d’un fiato.
Branson la guardò con immenso stupore. Non tanto per il discorso, del quale capì solo che avrebbe dormito in casa dei suoi genitori per comodità forse di lei, forse di lui o forse di entrambi. Si era stupito per la velocità delle parole dette e di quel discorso fatto senza un attimo di pausa. Aveva temuto che svenisse dallo sforzo.
La casa di mattoni rossi e tetto d’arenaria grigia era in una tranquilla zona di Streawberry Hill, in mezzo ad un grande giardino. Dalla finestra della camera che gli era stata data, Branson scorse le acque del lago di Fresh Pond. Si cambiò velocemente e poco dopo fece l’ingresso nel salone della casa. Una casa dell’inizio del secolo scorso, dall’ampia scala di legno e ferro battuto, le camere ampie e luminose, ciascuna con il camino di marmo. Il letto poi gli parve monumentale. Un grande armadio e un bel bagno conferivano un’aura di solidità e concretezza, tutta americana, all’ambiente.
Il salone con le pareti rivestite di severa quercia, il grande camino e un tavolo finemente lavorato davano la seria impressione dell’agiatezza famigliare, non ostentata ma dichiaratamente reale. Ampie e comode poltrone di pelle, poste accanto ad un tavolino, dove faceva bella mostra di se il servizio giusto per sorbire il the, arredavano il resto dell’ambiente. Sembrava che nulla fosse lasciato al caso. Sembrava che negli anni, la tradizione e la solidità dell’ambiente si erano trasferite sugli abitanti e che a loro volta l’avessero ritrasmessa alla casa. Qualche quadro alle pareti rivelò il gusto degli abitanti. Accanto a due o tre paesaggi della “Houston River School”, facevano bella mostra alcuni acquerelli inglesi e stampe che Branson stimò tedesche o fiamminghe, ma fu una marina ad attrarre la sua attenzione. Fissò molto il quadro poi gli venne in mente il pittore: era un Turner e il soggetto era una piccola barca arenata sotto un sole violento.
         “Non si faccia strane idee, Ispettore. Quel Turner è solo una copia. Come tutti gli altri del resto. Buone e oneste copie. Un pezzo d’America, per una volta tanto, ben fatto.”.

SENTIERI INCROCIATI – 10^ capitolo

Branson intanto, nei boschi del parco di Fort Ticonderoga, non aveva mai cessato di cercare quel maledetto cd. Con l’aiuto di Poitrineau e di Williams aveva battuto in lungo e in largo piste e sentieri che il vecchio Potsy poteva aver percorso. Senza grossi risultati. Neppure la fortuna era venuta in soccorso di Larue. Le speranze nate alla fine della primavera erano naufragate sotto una serie di violente tempeste che avevano sferzato i luoghi e la pioggia copiosa aveva rallentato molto le ricerche.
         “Insomma Branson.”. Gli disse un giorno il Commissario Paulson.” Non ne siamo giunti a una. A questo punto temo che quei dischi siano stati inghiottiti dalla foresta. Anche dell’assassino non ci sono tracce. Pensare che abbiamo il probabile luogo da cui sono partiti i colpi e sicuramente la prova dell’arma utilizzata. Peccato che manchi chi impugnò l’arma. Insomma.”. Concluse buio in volto. “Non abbiamo nulla di concreto se non uno zaino sbrindellato e un cadavere nel nostro cimitero, cui manca il braccio sinistro. Non dimentichiamolo.”.
         “Purtroppo sì, Commissario. E’ tutto ciò che abbiamo.”.
Branson era furioso con se stesso, la natura in generale per quel vuoto che si era venuto a creare intorno a quel caso. Fino a quel momento erano riusciti solo a trovare il motel dove Helverton aveva alloggiato e il modello di auto che aveva noleggiato. Dagli Stati Uniti erano arrivati i riscontri bancari, che Maeve era riuscita a ottenere dalla banca del fotografo. Erano riusciti a ripercorrere il viaggio canadese dell’uomo, che non si era molto discosto dall’ipotesi formulate in precedenza. Ora la pista si era esaurita. Per ripartire doveva assolutamente ritrovare quel cd, o forse era più d’uno. Certo è che se l’assassino, compiuto l’atto, ne fosse venuto in possesso, un’ipotesi che non era stata scartata, tutto il lavoro poteva dirsi terminato. Aveva tentato anche di ripercorrere tempi e luoghi al tempo dell’omicidio. Interrogando e facendolo fare anche a Larue, persone che a quel tempo avrebbero potuto incrociare il fotografo. Tentò di tracciare una sorta di mappa di quelli che potevano essere stati gli spostamenti e gli incontri. Troppe lacune rimanevano. Dopo più di un anno i ricordi dei molti interrogati si erano fatti sfumati e nebulosi. L’ispettore però non demordeva. L’istinto gli diceva che qualcuno, nella sua sonnolenta cittadina, sapeva qualcosa. Lo colse anche il dubbio di non aver formulato le giuste domande. Forse non aveva chiesto alle persone che realmente avevano incrociato, per un qualunque motivo, il fotografo. Dubbi e incertezze che pesavano come macigni, non lo aiutavano per niente a presentarsi all’appuntamento con Maeve con la serenità dovuta. Dopo di tutto era stata lei a portare l’indizio più pesante. Era stata lei che aveva permesso l’identificazione del cadavere. Si sentiva debitore e la cosa non gli piaceva per nulla. Il ritrovamento degli effetti personali e la notizia che c’era, da qualche parte un cd e su di esso forse le prove che stavano cercando, lo tormentavano. Sembrava quasi che tutto quello fosse solo una sorta di contentino o peggio aria fritta. Una panzana inventata la per la per tacitare e rabbonire l’Agenzia e quanti si aspettavano da lui la mossa risolutiva.
“Non é così, maledizione. Quel cd c’é. E’ da qualche parte. Lo sento e il mio istinto difficilmente sbaglia. Ho la netta sensazione che sia in possesso di qualcuno o di qualche cosa, che rimane nascosto nell’ombra senza un perché. Non per paura, non per negligenza. No.  E’, o rimane nascosto perché non sappiamo trovarlo.”. Così pensava, quando un venerdì sera, stava andando al “Bar du Brèton”. Ci andava ogni tanto e solo per estraniarsi completamente, quando sentiva troppo la pressione, come in quel caso.
Quella sera era l’occasione di bere un paio di birre e sentire un po’ di buona musica. C’era un complesso folk che si esibiva. La cantante era Gaëlle con cui aveva avuto una storia tempo prima. Un’occasione per rinverdire il rapporto. Sentiva che era stato troppo solo e per troppo tempo. La distanza che lo separava da Maeve era troppa e il lavoro dei due non aiutava di certo. L’idea poi di presentarsi a mani vuote da lei, senza uno straccio di una nuova prova lo deprimeva ancora di più.
Entrò nel locale, già pieno di gente che attendeva l’inizio dello spettacolo. Al banco chiese una birra e mentre la sorseggiava, si accorse che proprio Gaëlle gli veniva incontro, accompagnata da un uomo.
La ragazza gli sorrise e lo salutò allegramente.
         “Sei proprio tu! Che sorpresa. Non avrei mai immaginato di incontrarti. Ti voglio presentare una persona speciale. Lui è François. Mio marito. Pensa ci siamo sposati alla fine dell’anno scorso. Allora non mi fai gli auguri.”.
Branson rimase interdetto e pensò subito di dover dare l’addio definitivo al piacevole dopo serata, che si era immaginato. A quel punto non finse più la sorpresa per la notizia e si congratulò con i due sposini. Avrebbe dovuto berne più di due di birre, quella sera. Non rimase molto nel locale, tanto che dopo qualche canzone se ne andò. Si sentiva improvvisamente depresso e casa sua era l’unico luogo, in quel momento che gli potesse tirare su il morale.
Entrò in casa, e accese subito lo stereo. Cercò accuratamente nella discoteca e poco dopo le note maestose del “Magnificat” di Bach si sparsero per gli ambienti. Andò nello studiolo e si mise a riordinare le carte, che il giorno dopo lo avrebbero accompagnato nel viaggio verso Boston. Avrebbe rivisto Maeve e quei pochi giorni passati, questa volta nell’ambiente della giovane donna la avrebbero posta sotto una luce diversa. Forse avrebbe scoperto qualcosa in più. Di più interessante, di più eccitante. Lo avrebbe aiutato a capire meglio altri aspetti della sua personalità, al di fuori dei rigidi canoni in cui si era imbattuto sino ad ora. E’ vero, le mail personali e anche il ricordo di quella cena gli avevano rivelato una donna forte e volitiva nel lavoro ma dolce e curiosa nel privato. La volle immaginare anche romantica e lì si fermò. Aveva un bellissimo portamento e sicuramente sotto quegli abiti c’erano un corpo mozza fiato, ma dal punto di vista sessuale non lo ispirava ancora. Indugiò a pensare di averla idealizzata, per la convinzione di non essere alla sua portata. Si sentiva inadeguato e questo galoppare tumultuoso di pensieri, invece di rasserenarlo, lo incupirono ancora di più. Ritornò nel salone e sostituì Bach, con Chopin e dopo un paio di sonate si rese conto di aver sbagliato tutto. Spense lo stereo e andò a dormire.

SENTIERI INCROCIATI – capitolo 9° – II^ parte

Parte II^
 Sul tavolo rimanevano solo i resti dell’aragosta. I commensali si erano spostati per il caffè, vicino al camino del salone. Il fuoco scoppiettava piano e un gradevole calore si stava diffondendo nell’ampia camera. Fu servito il caffè e anche il brandy riscosse un notevole successo. Le chiacchiere tra i commensali si erano fatte rade e ciascuno assaporava quei momenti per meditare e analizzare i discorsi fatti nella mattinata. Verso le due del pomeriggio si udì uno squillo. Mildred comparve poco dopo.
         “ Senatore Edward – Lei lo chiamava per nome da sempre – la sua ospite è arrivata.”.
         “Bene Mildred, falla accomodare. Signori, come promesso vi presento la persona che potrà illuminare ancor di più il quadro che vi ho presentato stamani.”.
Maeve O’Gara fece il suo ingresso nel salone. Indosso un abito di taglio impeccabile, blu e francesine nere ai piedi. Un filo di trucco e sulle unghie un velo di smalto perlaceo. I capelli raccolti e ordinati le restituivano l’immagine di giovane donna in carriera. Nelle mani una robusta cartella di pelle, che conteneva il PC e altri documenti, che avrebbe distribuito agli astanti. Si sentiva leggermente intimorita dalla presenza, soprattutto del senatore Norton. Sapeva della sua sottile intelligenza e sperava in cuor suo di fare una buona figura. Il vice direttore l’aveva chiamata a rapporto e le aveva dato precise indicazioni riguardo ciò che doveva e non doveva dire. Su quest’ultimo punto era titubante, ma si augurò di non essere sottoposta a domande su cui fosse costretta a tergiversare o peggio mentire.
         “Si accomodi agente O’Gara. Immagino che lei conosca già i presenti, quindi saltiamo i convenevoli e iniziamo subito a parlare del problema. Ci informi sulla situazione e … senza tralasciare nulla.”.
Maeve , estratto il PC dalla borsa e i documenti, che distribuì agli astanti, iniziò a parlare e a raccontare delle indagini. Fece un riassunto di quanto era successo in patria e del tragico epilogo canadese.
Il senatore Wingwrhit a questo punto si accese il sigaro che aveva tormentato tutta la mattina.
         “Mi faccia capire bene, agente. Lei mi dice che le indagini sono nelle mani di … gente che … andrebbe bene a Hollywood? Forse? Giubbe Rosse … roba da operetta, da musical. Santo Dio … ma è inconcepibile. Edward, ti rendi conto … Canadesi! Adesso dobbiamo farci salvare da gente che ha più famigliarità con gli orsi, che altro. Andiamo … Via. Possibile che non ci sia il mezzo di mandare una squadra di Ranger del Texas a sistemare le cose?”.
La sparata del grosso senatore, ghiacciò l’ambiente.
Maeve, però non si scompose più di tanto.
         “ Con il suo permesso senatore Norton, vorrei far presente che la Polizia a Cavallo, le Giubbe Rosse come le conosciamo, è un organo efficiente e molto ben organizzato. L’ispettore Branson, con cui ho lavorato e sto lavorando al caso è un uomo che sa il fatto suo. E’ stato in Afganistan, la seguito delle truppe alleate e ha indagato e scoperto, un traffico di droga nel quale erano implicati soldati ed ufficiali canadesi. Che passeranno molti anni nelle carceri militari al di la del San Lorenzo. Mi è sembrato scosso e fortemente amareggiato riguardo il comportamento dei suoi concittadini. Li ha considerati feccia e traditori della patria.”.
Il grosso senatore alzò le spalle e iniziò a tirare furiosamente dal sigaro. Una nuvola di fumo grigio azzurra si stava spandendo in tutta la stanza e il profumo forte del tabacco iniziava a penetrare da per tutto.
Il senatore Norton, serrò gli occhi facendoli diventare due fessure.
         “Earl, ti prego. Non è il momento di invocare la cavalleria. Credo che i nostri amici canadesi, siano all’altezza di condurre e bene le indagini. Quindi al momento dobbiamo solo sperare che venga ritrovato quel maledetto Cd e che sia in condizioni tali da darci ciò che vogliamo. Agente O’Gara, vedrò di parlare con Blayton e di farla assegnare a questo caso in modo permanente, sino alla sua risoluzione. Lei dovrà riferire solo a me o al massimo, ad uno dei signori qui presenti e naturalmente, al suo direttore. Al direttore Blayton e non al suo capo diretto, siamo intesi. Inutile dirle che su questa faccenda deve mantenere il riserbo più assoluto. Mi dispiacerebbe che una così bella e intelligente donna passi il resto dei suoi giorni a Fairbanks oppure alla base della Guardia Costiera di Port Clarence. L’Alaska ha degli inverni duri e freddi. Washington, non sarà un gran che, ma almeno è un po’ più casa.”.
Gli occhi di ghiaccio del senatore la fissavano duri e quelle parole non erano cortesi avvertimenti o minacce. Erano certezze. Maeve, non si perse d’animo o almeno così le sembrò farlo apparire.
         “ Certamente senatore. La conversazione avuta e tutto ciò che riguarda l’indagine resta strettamente confidenziale e riferirò a lei, al direttore Blayton e ai signori qui presenti. Mi permetta ancora una cosa. Credo di poter garantire anche sulla discrezione e riservatezza dell’ispettore Branson.”.
         “Bene agente. Credo che con questo sia tutto. Anzi no. Avrei piacere di incontrare quest’ispettore. Crede che ci sia la possibilità di averlo ospite?”.
         “Se mi permette … l’ispettore vuole venire a Boston tra una decina di giorni. Vedrò di organizzare un incontro.”.
         “Si metta in contatto con il mio staff. Parli con la signora Bigelow, la mia segretaria e fissi un appuntamento. Si ricordi di proporre almeno tre date. Bene signori credo che sia tutto per ora Data l’ora credo che potremo andare a cena. Lei signorina è mia ospite naturalmente.”.
La cena si svolse in un ambiente informale e sia il senatore Norton che Windwhrit non si fecero scappare l’occasione di raccontare aneddoti e pettegolezzi sulla vita politica e sociale della capitale, suscitando  così un clima rilassato e gioviale.

SENTIERI INCROCIATI – capitolo 9° – I^ parte

Mentre Mildred usciva il senatore Norton prese la parola.
         “ Adesso che ci siamo tutti, io direi di cominciare. Quello che dirò sarà strettamente confidenziale. Voi tre – indicò i tre giovani – siete stati scelti personalmente dal sottoscritto e da Earl, perché avete dato prova in Congresso della vostra integrità politica e morale. Cose assolutamente indispensabili per il caso che andrete a svolgere. In più ciascuno di voi ha qualità lavorative che crediamo indispensabili. Giusto, Gei”.
Il senatore annuì.
         “ Hai detto bene e io aggiungo: non vi venga in mente di dire qualcosa di ciò che udrete in questa stanza. Vi prometto che dopo non riuscirete neppure a trovare un posto da stura cessi nel più squallido motel di Corpus Christi. Mi sono spiegato?”.
Le collere e le promesse di Wingwrhit erano famose in tutta la capitale e entrare in competizione con lui era una faccenda maledettamente seria. I cadaveri politici non si contavano più oramai.
         “Bene. Ora sapete cosa potrà succedervi. Se avete obbiezioni fate ora. Dopo sarà tardi.”.
I tre giovani si accomodarono sulle sedie vicino al tavolo. Stokton, aprì una delle cartelle che vi si trovavano e impugnò la penna.
         “Io sono pronto.”. Gli altri due fecero altrettanto.
Norton iniziò.
         “Per dirla come il poeta: c’è del marcio al Congresso. Questa volta però è vera e propria cancrena. Il prossimo anno ci sono le elezioni e lo scenario è quello che sapete. I nostri ragazzi si stanno facendo ammazzare un po’ troppo e in troppe parti del mondo. L’economia, dopo i recenti tracolli, non è più quella di dieci anni fa. E’ un dato che è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che qualcuno, al Congresso, sta giocando sporco e gioca pesante con le mafie. Con i cartelli messicani, con i russi e naturalmente con Cosa Nostra. Finché ci sono “sollecitazioni” attraverso certe lobby, può essere anche considerato “fisiologicamente disdicevole”. Sulle lobby la legge parla chiaro, ma non possiamo certo controllarle tutte e completamente. Diventa assolutamente inaccettabile e gravissimo che le fila del “gioco” siano tenute, governate e mantenute dagli accrocchi di cui sopra. Abbiamo avuto informazioni precise e inconfutabili che qualche membro del Congresso governa i processi d’immigrazione clandestina dal Messico. Con quei disperati entrano negli States droga e armi, che vanno a rifornire il mercato nero e da cui attingono anche terroristi. Quelli che stiamo combattendo. Il Segretario della Giustizia, in accordo e con l’appoggio del Presidente ha deciso di formare una commissione d’inchiesta per far luce su tutto ciò e soprattutto per mettere le mani sulle mele marce. Schiacciare gli scarafaggi che infestano le istituzioni e le infangano in maniera così disonorevole. Mi è stato affidato questo compito. Formare la commissione e lavorare per far piazza pulita. Lei Stokton è un brillante avvocato e so delle sue mire alla  Procura del Rhodes Island.  Da lei voglio un castello d’accuse, in base alle prove che raccoglieremo, inattaccabile davanti a qualunque Grand Giury. Lei Asthon è uscita del ghetto di Chicago ed è salita sino al vertice della sua azienda senza giocare sporco. Solo con le sue capacità ed è una delle cose che mi hanno fatto apprezzare il suo impegno. Un’azienda florida e senza praticamente licenziare nessuno. Di questi tempi io personalmente mi inchino. Preston. Il suo brevetto per un’industria praticamente ad impatto zero sta avendo molto successo, malgrado sia una voce nel deserto. La politica ecologica nazionale ha ancora diverse sofferenze, ma la sua è una cura che può aiutarla. Voi avete la tenacia delle vostre idee, avete fantasia, intuito, ragionate fuori dagli schemi consueti. Noi due, Earl ed io abbiamo il potere, le conoscenze e il denaro se occorre. Siamo due illusi che questa sia la nazione migliore al mondo e vogliamo che rimanga tale. Sia nel nostro, nel vostro e nell’altrui immaginario. Ho sempre difeso e continuerò a farlo, il sogno americano. Soprattutto voglio difendere l’integrità dell’America e non accetto che qualcuno dei suoi rappresentanti sia il peggior bandito di strada, che si sia mai incontrato. Nel pomeriggio incontreremo una persona che ci darà ulteriori informazioni sull’intero caso. Earl, hai qualcosa da aggiungere?”.
         “Eddy .. è ora di farci un goccetto, per festeggiare!.” Rispose il corpulento texano con un sorriso.

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