CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 17° capitolo

Chiusa la conversazione, fece un numero e parlò brevemente, poi rivolto a Maeve chiese.
“ E’ venuta con la sua auto?  No … meglio. Il mio autista la accompagnerà all’aereoporto. Al resto penso io con il Direttore. Naturalmente di tutto quello che le dirà il senatore, faccia rapporto al Direttore e al sottoscritto. In quanto a lei Branson … credo che assistere sul campo alle indagini del F.B.I., potrà esserle interessante. Giusto?”.
“E’ un’occasione da non perdere. Se mi è consentito, partecipo volentieri a questi sviluppi.”.
“Bene … A proposito, dimenticavo una cosa importante” Schiacciò un campanello sotto la scrivania e comparve Mildred. “Ti prego, prepara dei panini per questi due giovani. Ci devono lasciare subito, ma non voglio che se ne vadano a stomaco vuoto. Gli snack sull’aereo sono pessimi. Signori ci aggiorneremo nelle prossime ore, allora.”.
I saluti furono rapidi e le consegne ripetute ancora una volta. Branson si tenne discretamente alla larga, ma sempre a portata d’orecchio, così da non perdere nulla. Sull’auto che li portava al jet, si accarezzò lo stivale destro per avere la certezza che il coltello, che era nascosto dentro il gambale fosse al suo posto.
Il viaggio in macchina e il successivo volo dal J.F.K. si svolsero, quasi senza che se ne accorgessero, impegnati come furono a concordare una serie di domande da porre al Senatore. Durante il volo, consumarono i panini di Mildred e nel primo pomeriggio atterrarono all’aeroporto militare di Andrews. Di qui con un’auto dell’Agenzia, che li stava aspettando, iniziò la veloce corsa verso l’ufficio del senatore Foulner, ospitato nel palazzo del Senato, su Constitution Avenue. La vista su Capitol Hill mozzò il fiato a Branson, che si sentì al centro del potere. Sull’America tutta e sul mondo. Aveva già toccato con mano, quali leve poteva usare Norton, senza per questo rischiare di farsi stritolare le mani. Aveva capito che il senatore aveva mezzi e opportunità di far valere il proprio prestigio e la propria forza politica economica, ma aveva anche la sensazione che tutto questo potere, sapeva usarlo con discrezione e discernimento. Quel tanto giusto, al momento giusto. Entrarono e furono accompagnati da un commesso nei meandri dell’immenso palazzo e furono introdotti subito negli uffici del Senatore. Qui la segretaria li annunciò immediatamente e li introdusse negli uffici privati.
Il senatore era seduto, in maniche di camicia e teneva la testa tra le mani. Gomiti appoggiati a una solida scrivania, rimase in silenzio, dopo che la porta si chiuse alle spalle dei due investigatori. Poi alzò la faccia, dai lineamenti tirati e si leggeva chiaramente sui suoi tratti tutta la tensione che aveva accumulato in quei giorni. Con un mesto sorriso, fece un cenno con la mano per farli accomodare. Le poltrone per gli ospiti erano comode, con sedute avvolgenti e i braccioli erano all’altezza giusta. Le pareti erano ricoperte di libri e i fascicoli erano impilati su di un tavolo accanto alla parte opposta alla scrivania. Sulla sinistra un’ampia finestra dava sulla cupola del Campidoglio, che biancheggiava sotto il sole di quella primavera. Maeve e Branson si scambiarono una brevissima occhiata, poi la ragazza prese la parola. Quel silenzio stava angosciando anche loro.
         “Senatore, permetta che mi presenti … Sono l’Agente Speciale Maeve O’Gara e lui è l’Ispettore Gilles Branson della Regia Polizia Canadese. Collabora con noi a un’indagine, che potrebbe essere collegata … ai suoi sospetti. Se intanto me ne vuole parlare … di questi sospetti … “.
Il Senatore, parve scuotersi dal suo stato.
         “Grazie di essere venuti innanzitutto … Bene … Quelli … Ecco, più che di sospetti, come dicevo a Norton, sono sensazioni. Temo che qualcuno spii i miei movimenti, ma soprattutto il mio lavoro. E’ come se qualcuno, vicino a me, fosse ad un passo avanti a me. Dannazione, non riesco a spiegarmi con le parole.“. Il Senatore si alzò di scatto e andò alla finestra.
         “Senatore.”. Continuò Maeve. “ Ci può dire chi sono i suoi più stretti collaboratori?”.
Il senatore si scosse.
         “C’è … Alexandra, la mia segretaria. E’ con me da … una dozzina d’anni almeno. Poi Caleb Preston, che cura l’agenda politica, mi aiuta a scrivere i discorsi, tiene i contatti con le lobby e le tiene a freno … Poi un paio di stageurs: Paul Frommelt e Shauna Evans che sono di Portland, come me. Figli di miei cari amici che hanno voglia di farsi le ossa nel mondo della politica. Più che altro fanno le ricerche che chiedo loro, ma non hanno accesso a grandi segreti. Sono sempre in qualche biblioteca. Sgobbano molto e la paga è quel che é. Altri … Per gli spostamenti vado in taxi e gli aerei che prendo li pago di tasca mia. Con i miei redditi; con me il contribuente non scuce una lira.”.
Branson chiese a bruciapelo.
         “ Ora a che sta lavorando … Se non ho capito male, s’interessa dell’assegnazione del budget alle varie agenzie federali? O sbaglio?”.
         “No, non sbaglia. Adesso m’interesso dei finanziamenti alla Guardia di Confine. I problemi con il confine messicano sono aumentati. Oltre alla droga, una fiumana di gente tenta di saltare al di la del Rio Grande. Inseguendo il sogno americano. Sogno che è ogni giorno più buio e per noi si sta trasformando in un incubo.”.

SENTIERI INCROCIATI – 16° capitolo

Il mare, davanti al cottage del senatore, era una tavola piatta. Non un alito di vento spirava quella mattina.

Norton teneva in mano la seconda tazza di caffè del mattino e respirava a pieni polmoni l’aroma salmastro che proveniva dai cespugli del giardino.

James Earl, poco distante guardava la punta del sigaro, che non aveva ancora acceso; sembrava assorto in chissà quali pensieri.

I due uomini stavano aspettando Maeve e Branson, per fare il punto della situazione, anche se sentivano che quella non era certo a un buon punto.

Trascorse così una mezz’ora, quando Mildred si affacciò sulla veranda.

         “Senatore, ci sono le persone che stava attendendo”.

Norton si girò e sorrise alla donna.

         “Grazie Mildred. Falli accomodare e procura che il caffè sia caldo e porta anche qualcosa da mangiare … Fai tu! Ah … la birra per Earl, mi raccomando.”.

Il grosso senatore texano grugnì, per la soddisfazione di aver ricordato il suo boccale di birra. La domestica invece lo fulminò con uno sguardo. Imperterrito Earl continuò a fissarla con un sorrisetto malizioso sulle labbra.

Norton scrollò il capo ed entrò in casa.

         “Buon giorno agente O’Gara. Immagino che lei deve essere l’ispettore Branson della RCMP. Prego, si accomodi.”.

Furono fatte le presentazioni e dopo un giro di caffè, iniziarono a parlare dell’intera faccenda.

L’unica novità interessante stava nel fatto che mancava all’appello un cd. Su quello c’erano sicuramente le prove che stavano cercando e, la polizia come pure i guardia parchi di Fort Ticonderoga lo stavano attivamente cercando.

Era anche emerso dalle indagini canadesi, che il fotografo era rimasto una settimana nei dintorni e che dal motel, dove aveva preso alloggio, si era mosso solo con i taxi e con i mezzi pubblici. L’ultimo che lo aveva incontrato, vivo era stato l’autista del bus che quotidianamente, faceva il giro turistico del parco. Ricordava di averlo preso a bordo e ricordava che era sceso alla fermata alle Canne d’Organo, come di consueto, ma non era sicuro che fosse ritornato a bordo dopo la sosta. Quel giorno c’era molta gente e in ogni caso Helverton avrebbe potuto prendere quello successivo, di bus. Molti lo facevano.

Anche sul fronte interno erano a un punto morto. Tracce del misterioso uomo, al momento non ne erano saltate fuori e in ogni caso mister-x era diabolicamente bravo a coprirle.

Neppure la N.S.A. era riuscita a trovare un benché minimo indizio certo. I sospetti s’incentravano su alcuni uomini del Congresso, che in questo periodo erano sottoposti a una discreta sorveglianza. Uomini che occupavano posti chiave o che comunque erano molto vicini alle leve del vero potere. Il Presidente in persona aveva autorizzato le indagini, perché convinto che le azioni di mister-x andavano contro la sicurezza nazionale.

A un certo punto Norton fece accenno a una telefonata ricevuta nei giorni indietro. Il senatore dell’Oregon Foulner, lo aveva chiamato e dal tono della telefonata gli era sembrato teso e turbato. Non aveva voluto spiegarsi per telefono e gli aveva fissato appuntamento alla settimana prossima per comunicazioni importanti. Sul momento non aveva dato peso. Foulner non era l’unico, né l’ultimo che si rivolgeva a lui, ma a ripensarci il tono della telefonata era diverso dalle solite.

Quell’uomo sicuramente aveva un problema e forse ci poteva essere un collegamento tra quello e il loro personale e segreto caso.

         “Ah… Baggianate. Adesso vedi complotti da tutte le parti. Non sei l’unico a voler salvare questo paese e non ti devi far carico di tutte le scempiaggini che saltano in testa ai miei colleghi del Campidoglio. Senatore dell’Oregon? Avrà perso qualche vacca, o forse la sua amichetta sarà divenuta troppo esigente. Oppure la moglie vuole il divorzio e allora ha bisogno dell’indirizzo di un buon avvocato. L’importante ora è che salti fuori quel cd, così possiamo mettere in movimento la macchina. Per adesso è ferma, con il motore su di giri, ma non percorre un metro. Dannazione.”.

Per la rabbia il texano si accese il sigaro e iniziò a sbuffare come una ciminiera.

Norton scosse la testa.

         “ Earl, mi spiace ma sbagli di grosso. Foulner è un brav’uomo. Americano tutto di un pezzo. Reduce dal Vietnam, solida posizione economica datagli da una fabbrica di legnami. Conosce la sua gente ed è anche ben voluto. Famiglia unita e numerosa. Credo che la domenica faccia il barbecue e la moglie preparerà la torta di mele. Guarderà i Trail Blazer con birra e gli amici di sempre. In più è cattolico come la maggior parte di loro. Ha combattuto tutte le forme di secessionismo, così care a quelle genti. No Earl ti sbagli, ha un problema quell’uomo. Un problema serio. Telefono alla signora Bigelow per farmi dare il numero. Credo che lo chiamerò immediatamente. Con permesso.”.

Così fece. La telefonata con la sua segretaria personale fu breve e poco dopo, gli astanti sentirono il senatore intraprendere la conversazione con Foulner. Poche battute poi Norton fece segno ai tre di avvicinarsi e schiacciò il bottone della viva voce.

         “ Steve, voglio avvertirti che sei in viva voce. Con me c’è Earl, che conosci benissimo e due miei ospiti interessati a risentire le cose che mi hai detto prima.”.

Dall’altoparlante uscì una voce rotta dalla tensione.

         “Ecco.. Come ti dicevo … credo di essere spiato. Ho questa sensazione che mi trascino da giorni. Non so spiegarmi … Mi sembra che le mie mosse siano controllate. Anche le mie carte … Le ho trovate fuori posto. Come se qualcuno ci abbia ficcato il naso. Ora ne vorrei parlare con Blytone; so che tu lo consoci bene e se volessi accennargli il fatto, te ne sarei grato.”.

“Steve … senti … I documenti di cui mi parlavi erano nel tuo ufficio e senza protezione oppure … erano in cassaforte o chiusi in un armadio, o in quello della tua segretaria?”.

“Capisco quel che vuoi dire … No, erano sulla mia scrivania. Li devo consultare continuamente. Soprattutto i rapporti circa il lavoro che la Polizia di frontiera sta facendo al confine con il Messico.  La commissione Bilancio dovrà operare nuovi stanziamenti e quindi … Sono soldi e anche molti, come sai.”.

“Certo Steve, certo. Ascolta … se ti mandassi un agente del F.B.I. subito diciamo il tempo di trovare un volo dal J.F.K per la capitale. Meglio, entro un’ora parte con il mio jet, il tempo del volo … una macchina pronta all’arrivo e viene direttamente nel tuo ufficio. Sono le undici del mattino … alle tre potrebbe essere da te. Intanto io chiamo Jack e gli parlo. Sarebbe interessante che tu parlassi con quest’agente. Naturalmente la conversazione rimarrebbe tra di noi. Direttore compreso. Dei presenti garantisco io.”.

Foulner sospirò e rimase in silenzio per qualche momento.

         “Va bene Ed, fallo venire e ti prego telefona a Jack. Che la cosa sia assolutamente discreta.”.

         “Assolutamente Steve. Hai la mia parola.”.

SENTIERI INCROCIATI – 15° capitolo

Gutierrez, affondato nella sua poltrona preferita, batteva nervosamente i polpastrelli sul calcio della sua adorata COLT’45, placcata in oro. Il calcio di madreperla, mandava barbagli iridescenti, ma non attenuavano il suo nervosismo.
L’avvocato Obregon stava finendo di parlare.
         “ … Per quanto riguarda il fotografo, pare che abbiano trovato il corpo. Non è stato identificato, per ora. Certo che riuscire a liquidarlo in Canada, in fondo è stato un affare. I canadesi sono dei semplicioni. Vivono con gli orsi, s’interessano solo di hockey sul ghiaccio e sono i cugini scemi dei gringos.”.
Detto questo esplose in una grassa risata. Francisco rise a denti stretti, poi si fece più scuro in volto.
         “Avvocato, sei sicuro che non riusciranno a risalire in ogni caso a me? Siamo sicuri che non ci siano prove? Che nessuno ha lasciato briciole o molliche, che possano portare a Monterrey? … Avvocato … lo sai che non mi piace.”
L’avvocato Obregon si sforzò di sorridere di più.
“ Francisco … hermano, quello è caduto da una montagna e chissà in quanti pezzettini l’hanno trovato. Mangiato dagli animali … lupi, orsi, coguari. Ne sarà rimasto poco o nulla. Non devi assolutamente preoccuparti. Poi il lavoro l’ha fatto un professionista e per di più venuto dall’Europa. L’ho scelto personalmente. Un sicario delle mafie slave. Nessun problema quindi. Piuttosto il problema lo potremo avere con quel tuo … amico.”.
         “No … nessun problema. Anzi il suo problema sta per terminare. Mi ha detto che mi portava un ultimo carico d’informazioni e con quelle camperemo per i prossimi anni, non bene … meglio. Ha anche una lista di persone facilmente corruttibili e in posti chiave che occupano. Anche nella capitale. Sento che prossimamente ci espanderemo ancora di più. Si, cazzo, nuoteremo nell’oro. Anzi non toccheremo neanche tanto sarà profondo l’oro in cui nuoteremo. Siamo entrati in Wall Street. Adesso tocca a noi tenere per i coglioni, quella banda di merdacce di colletti bianchi. Tra non molto saremo noi che detteremo le regole dei mercati. Noi … saremo il mercato.”.
Poi indicando uno degli uomini presenti.
         “Alvaro. Champagne e … fresco. Ben fresco. Dobbiamo festeggiare le prossime vittorie. Piuttosto … avvocato. Che mi dici delle fotografie? Quella bestia di Ramon adesso è … dov’è finito Ramon?”.
José, la grossa guardia del corpo di Gutierrez, tossì per attirare l’attenzione del suo capo.
         “In fondo ad una buca nel deserto, coperto d’acido, capo.”.
Gutierrez, dopo aver tracannato il suo bicchiere di champagne sorrise soddisfatto.
         “Ecco … Lì finiscono gli imbecilli. Nel deserto. In una buca piena di acido. E’ stato un errore che no n si ripeterà più. Vero compagneros?”.
Gli astanti lavarono i bicchieri in cenno d’assenso.
         “Salud … Francisco. Alla tua. Sei e sarai sempre il più grande di tutti!”. Disse con fierezza l’avvocato.
Gutierrez si guardò attorno soddisfatto. Sarebbe stato più soddisfatto se fosse stato sicuro che quel maledetto fotografo non avesse scattato nessuna foto. Comunque ora doveva assolutamente eliminare Preston. Prima sarebbe sparito dalla circolazione e prima le cose avrebbero preso la piega giusta. Ci avrebbero pensato i suoi amici delle favelas brasiliane. Lasciamo che il gringo si gusti ancora un po’ di vita. Cha faccia ancora un po’ il porco in giro. Poi avrebbe chiuso i conti anche con lui.

SENTIERI INCROCIATI – 14° capitolo

Preston, fu accompagnato da una giovane servetta, scalza e con indosso una tunichetta da schiava romana. Quel periodo storico a Gutierrez piaceva molto, anzi era il suo nuovo e travolgente amore. Pensò a José, la fida ed enorme guardia del corpo personale di Francisco vestito da centurione e si mise a ridere. La giovinetta, per compiacenza sorrise compunta. La camera di Preston era in tipico stile messicano, appesantito da ricordi e rimandi al rococò spagnolo. Un trionfo di stucchi e oro sul soffitto, che stridevano con il severo ma bellissimo armadio di legno color castagno e il letto a baldacchino, dalle colonne essenziali, quasi monacali. Nell’ampio bagno tutto marmo e cristallo, faceva bella mostra una Jacuzzi ultimo modello. La doccia, dalla rubinetteria in oro era ampia e vari getti d’acqua colpivano e massaggiavano il fortunato bagnante.
Un mega schermo a colori, corredato da videoregistratore, era posto su un vecchio mobile, che fungeva da bar. Oltre alle marche più importanti di liquori, provenienti da tutto il mondo, nel comparto frigo due o tre bottiglie di champagne, attendevano di essere bevute.
La ragazza dopo aver depositato su un blocco di marmo la piccola valigia, che con la ventiquattrore, costituiva tutto il bagaglio di Cale, si diresse in bagno a preparare l’occorrente per le abluzioni dell’ospite.
Caleb si spogliò rapidamente e dopo essersi accorto della presenza della ragazza, con un cenno la licenziò. Quelli erano momenti particolari e molti intimi e non era venuto lì per piacere, ma per affari e le due cose non gradiva mescolarle in nessun modo. Rimasto solo s’infilò sotto i tiepidi getti e il caldo e la fatica scivolarono via, giù nello scarico.
Dopo s’infilò un ampio e morbido accappatoio e si distese sul letto. Lenzuola di seta, profumate all’essenza di sandalo, il suo preferito. Caleb Preston iniziò a rilassarsi finalmente. Era giunto alla fine di un lungo e travagliato percorso e oramai, solo pochi mesi lo separavano dall’inizio di un altro capitolo, sicuramente il migliore, della sua vita. Stava ottenendo ciò, per cui si era battuto per una vita. I ricordi affluivano alla mente come un fiume in piena. Gli esordi nel mondo della politica già alla Louisiana State. Si accorse di non essere tagliato per stare sul palco ad abbindolare la folla. Lui era più un organizzatore, si sentiva il regista del successo di altri. Nell’ombra tirava le fila trovando finanziamenti, suggerendo strategie, spingendo l’uno nelle braccia dell’altro. Aveva la capacità di far crescere consensi o sprofondare, anche in un mare di melma putrida, chiunque. In quel mestiere, perché tale lo considerava, alla passione dei primi momenti aveva sostituito il cinismo prima e la cattiveria pura dopo. Sapeva di avere molti soprannomi e certamente tutti malevoli. Ne godeva, perché non ostante tutto, lui era sempre un passo avanti rispetto agli altri. Si era formato una fitta rete di collaboratori, delatori, spie negli ambienti che contavano. Sapeva ungere le rotelle e molti, anche potenti, gli erano debitori. Sapeva come spremere le informazioni che più gli interessavano e i segreti degli interessati, li custodiva ben nascosti. L’unico che ora lo teneva per le palle, come gli era stato sbattuto in faccia, era proprio Gutierrez, quel coyote. Alle Bahamas aveva commesso uno dei pochi errori della sua carriera. Errore che al momento era ancora fatale. Non per molto oramai. Quell’ultima volta sarebbe stato proprio l’ultimo incontro con quel lurido individuo.  Ripensando ai Caraibi si diede ancora una volta dello stupido. Come aveva fatto a non accorgersi che quelle due puttanelle erano messicane. Le credeva di quel gruppo di giovanette indiane, ricche e annoiate che bazzicavano il suo hotel. E sì che i riferimenti all’India e ai suoi misteri e alle innegabili bellezze, con quelle due erano caduti come lettera morta. Alla vista dei regali che fece loro, però, si erano improvvisamente eccitate e convincerle di fare una festicciola nella sua suite, fu cosa da poco. Troppo poco aveva impiegato a convincerle e si erano prestate quasi subito ai giochi che voleva fare con loro. Non era servita neppure la coca e le metamfetamine, che aveva lasciato in bella mostra nella stanza.  Si erano date da fare tra di loro alla grande e la cosa lo aveva eccitato a tal punto che ebbe due orgasmi. Vedere due adolescenti che praticavano l’amore saffico e il suo intervento era solo quello di eiaculare loro addosso, era il massimo dell’erotismo per lui. Se poi le giovani in questione erano adolescenti o poco più il suo piacere era massimo. Sapeva coinvolgerle, ammaliarle a un punto tale che riusciva a far loro compiere cose abominevoli. Se poi loro si mostravano esitanti o peggio recalcitranti allora sfogava la sua rabbia incontrollata e incontrollabile, con pestaggi violenti e brutali. Si ricordò di una ragazzina del Minnesota che quasi uccise. Una piccola stupida campagnola dalle tette piccole che si era rifiutata di farsi spruzzare in faccia. Sorrise compiaciuto all’idea che quella avrebbe mangiato solo pappe e budini per il resto della misera vita che conduceva sicuramente ora. Altre no. Erano state superbe e lui sapeva come dimostrare la sua gratitudine per certe cose. Nella sua casa, sulle montagne del Vermont, di molti incontri custodiva gelosamente le registrazioni e ogni tanto amava rivedere le sue imprese erotiche.
Ciò che lo disturbava un po’ era che, dopo quel tipo d’incontri, sentiva il dovere di emendarsi, ma per quello c’era la sua Mistress di fiducia. Mutter Rasierer, sapeva come punirlo e i suoi servigi, li pagava profumatamente. Mentire sul perché sentiva il bisogno di essere punito era per lui di secondaria importanza. Importante era che da quelle sedute ritornava a essere il freddo cinico, amorale calcolatore di sempre.
Si addormentò ripensando all’ultimo incontro avuto con due sedicenni di San Diego. Un po’ imbranate, ma tanto volenterose e quella manciata di dollari erano stati in fondo ben spesi. Mutter Rasierer, per quella volta avrebbe atteso.

UFFICIO FACCE – Giungno 2013 – 2

Non so se avete notato … Dopo le rivoluzioni va a finire che s’instaura un Direttorio e si affila la lama della ghigliottina.

Sarà un caso?

Ufficio Facce

UFFICIO FACCE – Giugno 2013

Allo stato delle ultime novità, ci si chiede: chissà se l’inquilino del 1600 Penn. Av. Washington D.C. ha mai letto questa rubrica?

Ufficio Facce

SENTIERI INCROCIATI – 13° capitolo

Francisco Manuel Gutierrez “El glotòn” si alzò sudato dal letto. Erano le tre del pomeriggio e il vento caldo che spirava dall’alta sierra aveva portato le temperature a livelli insopportabili. Luz, nuda distesa accanto a lui, pareva non respirasse nemmeno.  Francisco prese un grosso bicchiere e lo colmò di acqua presa da una caraffa termica. Vi aggiunse una generosa dose di pulque e lo tracannò avido. Il liquore mischiato all’acqua fredda parve dargli un po’ di ristoro. Si avvicinò, nudo, alle tende e scostatele guardò attraverso le feritoie degli scuri. Fuori l’aria pareva danzare sotto il sole infernale di quel pomeriggio. Anche le cicale si erano stancate di frinire. Un silenzio irreale si era sparso all’intorno, come la cappa rovente che avvolgeva tutto. Si domandò quante ore potessero mancare alla sera e all’appuntamento con il “gringo”. L’americano doveva portare nuove informazioni sulle prossime mosse dell’Agenzia e della Polizia di Frontiera. Informazioni preziose perché così avrebbe potuto inviare i carichi di coca e un altro nutrito gruppo di disperati verso quei valichi non controllati. Aveva fatto bene a sfruttare convenientemente l’incontro tra il “gringo” e quelle due puttanelle durante il suo soggiorno alle Bahamas. Quelle fotografie compromettenti si erano rivelate una vera miniera d’oro. Paragonabili al carico di coca che tutte le settimane arrivava da Medellin.

Certo che il “gringo” si era rivelato alla lunga un vero uomo d’affari. Non solo gli aveva rivelato i valichi migliori e poco controllati, ma si era dato un gran da fare per allargare il mercato nella Capitale. In più forniva clienti insospettati e insospettabili. Era persino riuscito a far entrare, nel giro grosso di Wall Street, alcune società di comodo che facevano capo ai suoi interessi e i milioni entravano, anche quando le Borse arrancavano. “Inside trading”, ecco le parole che aveva usato.  Il potere del gruppo malavitoso di Francisco diventava sempre più grande e nella mafia a livello mondiale, il suo stava diventando un nome rispettato e temuto. Dopo tutto era quello che aveva sempre sognato, da quando si era tolto dalle puzzolenti strade di Bustamante. Ora era il padrone di uomini e cose in quella fetta di Messico. Da Monclova a Monterrey e poi fin su verso il confine con gli Stati Uniti, il nome de “El Glotòn” aveva un significato preciso. Assaporando la previsione per la serata si diresse verso Luz e afferratale le caviglie, la attirò verso di se. Le divaricò con sgarbo le gambe e la penetrò. La donna non reagì o quasi. L’ecchimosi sullo zigomo destro le fioriva il volto con una macchia violastra. Per lei era più che sufficiente ciò che le era capitato e lasciò che facesse i suoi comodi.

Caleb Preston osservò contrariato la riga dei suoi pantaloni. Gli era parso di scorgere della polvere e infastidito con secchi colpi di mano, li spazzolò nervosamente. Ci mancava solo che si fosse presentato a casa di quel bifolco campesino, con i pantaloni impolverati.

Che uomo rozzo e volgare, dai modi bestiali. Quella sua risata poi e il modo con cui stava a tavola. Tavola. Piuttosto il truogolo dove amava ingozzarsi. Oramai quelli erano gli ultimi viaggi. Poi avrebbe salutato quel Francisco e la sua banda di tagliagole. Nella valigetta aveva di che riscattare i negativi del malaugurato incidente delle Bahamas. Gli avrebbe dato le ultime grosse e succulente informazioni e poi finalmente si sarebbe ritirato in Brasile e lì avrebbe condotto la vita che aveva sempre sperato e sognato da quando, giovane e illuso, dalle paludi di Bayou Cane in Louisiana, era partito alla conquista del sogno americano. Aveva lavorato duro e dopo le prime cocenti sconfitte aveva abbandonato ogni remora. Sapeva che esistevano nel vocabolario termini come morale, etica. Nel vocabolario della lingua madre. Non certo nel suo personale vocabolario. Sapeva di essere diventato un feroce predatore e ne era soddisfatto. Tutti quelli che lo avevano ostacolato, nella sua ascesa, li aveva spazzati e poteva contare con soddisfazione, molte tacche a suo favore. Il posto che occupava non era forse importante, come sentiva di meritarsi ma gli permetteva di accedere a segreti anche i meglio custoditi, che adesso si rivelavano un vero pozzo di San Patrizio. Era stato costretto a legarsi a quello sciacallo di Gutierrez, ma sentiva che quel legame diventava ogni giorno più sottile. Aveva giocato bene le sue carte, dopo lo smarrimento iniziale. Riuscire a coinvolgerlo nei giochi finanziari e facendogli guadagnare una montagna di denaro lo aveva poco per volta addomesticato. Tanto che era riuscito a strappargli una promessa. Quello di liberarlo da tutti i lacci che lo avevano imbrigliato. Tutto si poteva dire di Gutierrez, tranne che non mantenesse le promesse. A suo modo era un uomo di parola.

L’aereo atterrò senza troppi sobbalzi sulla pista del polveroso aeroporto vicino a  Monterrey.  A Preston mancò il fiato nell’uscire in quella fucina ardente, che era il clima della città messicana. S’infilò velocemente nel nero pick-up che era venuto a prenderlo e si rilassò solo quando l’aria condizionata gelata gli fece riprendere il fiato. Aveva con sé una valigetta che custodiva la sua prossima libertà. Sentiva il Brasile più vicino.

All’arrivo alla villa di Gutierrez, fu introdotto nell’ampio salone ma Preston disse ai suoi accompagnatori che aveva bisogno di una doccia e che avrebbe visto Francisco più tardi, quando il caldo sarebbe stato meno oppressivo. Gutierrez, dall’alto della balaustra dello scalone che dava sull’entrata, aveva sentito, ma non si era infuriato. Sapeva già che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto “ El gringo”.

Vivo.

SENTIERI INCROCIATI – 12° capitolo

La padrona di casa, Megan Pearson O’Gara, madre di Maeve, gli rivolse un ampio sorriso, accogliendolo. Una donna di un’antica bellezza, che il trascorrere del tempo non era riuscito a intaccare. Servì il the con grazia e diede la netta impressione che il salotto e i suoi riti non erano per nulla un mistero per lei. S’interessò del viaggio e pose all’ispettore domande su di lui e sulla sua vita in maniera discreta. A Branson parve che il vero poliziotto in quella casa fosse la signora Megan e che la figlia avesse appreso l’arte dell’interrogatorio attraverso il latte materno. Tuttavia tutto si era svolto con grazie e stile e le domande gli parvero assolutamente consone e giustificate dalla conversazione salottiera del momento.

Terminato il rito delle cinque, il padre si diresse allo studio mentre la madre suggerì ai due giovani una breve passeggiata prima della cena e si raccomandò di essere puntuali per le sette. A Branson e Malve non rimase che andare in giardino. Seduti su di una panchina di pietra, sotto un vecchio olmo, presero a parlare del caso, naturalmente.

         “Purtroppo non sono venuto portando la soluzione del caso. Stiamo lavorando, ma la soluzione appare così lontana.”. Disse piano Branson.

         “Anche noi, non abbiamo fatto passi avanti. Lo studio di Helverton a New York, lo abbiamo setacciato, ma senza risultato. Neppure a casa sua siamo riusciti a trovare qualcosa. Una squadra si è persino recata dai suoi genitori in Oklahoma. A Tulsa precisamente. Niente di fatto. In base alle telefonate che abbiamo ricevuto due agenti, hanno ripercorso la strada che molto probabilmente ha percorso dal Texas fin da voi in Canada. Siamo anche riusciti a ritrovare il pullman della GrayHound che da Topeka lo aveva portato verso nord con l’illusione di trovare delle tracce più consistenti. Inutile.”. Rispose lei.

         “Eppure da qualche parte deve aver lasciato quel maledetto cd. Una persona non attraversa gli States andandosene persino all’estero, per cosa poi? Ammesso che fuggiva, perché testimone di qualcosa di grosso. Ammesso che si sentisse in pericolo, non riesco a capire perché non si fosse fidato dell’Agenzia? Salvo che su quel cd non ci sia qualcosa di così grosso che neppure l’Agenzia, secondo lui, può dare affidamento. Allora a chi voleva consegnare il cd e in chi poneva la sua fiducia?”.

Maeve assunse un’aria metadibonda.

“Sempre che esista quel cd. Comincia a credere che non esista nessun cd e che stiamo rincorrendo dei fantasmi. Che siamo stati presi in un gorgo di sospetti e di supposizioni, che non hanno reale consistenza e corrispondenza con la realtà. Che non è successo nulla di ciò che stiamo pensando, su cui abbiamo proposto mille ipotesi. E’ tutto troppo vago, tutto così irreale.”.

Branson la fissò stranito. Mai si sarebbe immaginato un momento di sconforto così profondo, come stava a indicare il tono della voce della donna.

         “Allora l’appuntamento di domani, con quell’uomo politico, di cui mi hai scritto l’altro giorno, sarà inutile e per te sarebbe fonte d’imbarazzo e forse la tua carriera potrebbe subire un improvviso arresto?”.

         “Sì. Potrebbe. Il Senatore Norton è un uomo di successo e tutto ciò che ha fatto fino ad ora, è stato caratterizzato da una serie continua di successi. Per lui parole come: no, non so, non è possibile o mi dispiace non rientrano nel suo abituale vocabolario, credo dall’epoca del suo primo giorno di scuola.”.

         “Un uomo vincente da sempre, allora. E … quanto è disposto a fare per continuare la serie?”.

         “Quanto siamo disposti a fare noi perché lui possa continuare la serie, dovresti dire.”.

         “L’appuntamento è per domani, quindi spaccarsi la testa questa sera, mi pare inutile. Domani presenteremo ciò che abbiamo e l’assicurazione che stiamo lavorando sodo per raggiungere i risultati che lui vuole. Poi mi è rimasta ancora un’ultima carta. Mi spiego. Stiamo ricontrollando tutti gli spostamenti di Helverton nei giorni di permanenza a Fort Ticonderoga. In più stiamo cercando tutti quelli con cui avrebbe potuto avere dei contatti. Anche eventuali turisti e scalatori. In quei giorni il luogo fu poco frequentato e il fotografo era rimasto molto tempo al motel, dove alloggiava. Non fece o ricevette visite o telefonate. Soltanto il giorno della sua morte, ma non siamo riusciti ancora a stabilire con chi. Sfortuna ha voluto che le registrazioni delle telefonate per quel giorno e per quello successivo, siano state erroneamente cancellate dalla memoria dei server della Compagnia telefonica e per ora non sono ancora riusciti a recuperarle. Il portiere del motel si ricorda vagamente che quel giorno Helverton pagò ancora una settimana di permanenza e telefonò dopo aver consultato l’elenco. Dire a chi, però non è stato in grado. Forse aveva preso appuntamento con il suo assassino, non sapendolo. Qualcosa, però mi dice che, qualcuno in città ha conosciuto il fotografo e sa qualcosa. Non riesco a capire perché non voglia comunicarcelo.”.

         “Vedo che avete anche voi, problemi di comunicazione con i vostri concittadini. Chissà, forse non avete chiesto alle persone giuste o forse non avete posto le domande giuste?”.

Rimasero ancora un po’ seduti in silenzio sulla panchina. Il sole iniziava il lento cammino del tramonto. L’aria si era rinfrescata e odorava leggermente di salato. Quell’odore si mescolava con le resine dei numerosissimi pini e abeti che crescevano attorno. Boston e i suoi dintorni avevano spazi verdi e ricoperti di piante e la natura aveva il suo piccolo ma importante posto nella vita della città.

La madre si affacciò sulla veranda della casa.

         “La cena è pronta.”. Disse e i due giovani, questa volta di malavoglia si diressero in casa.

Branson pensò che avrebbe voluto e dovuto farle un altro tipo di discorso.

La serata e la cena si svolsero nella più completa tranquillità. Fu sottoposto a un benevolo interrogatorio sulla sua vita a Fort Ticonderoga, la sua attività nella Polizia a Cavallo e Branson non lesinò informazioni né episodi e qualche pettegolezzo sulla cittadina e i suoi abitanti. Fece i complimenti per la cucina di Megan, che si era rivelata una cuoca eccellente. Verso le dieci si ritirano nelle rispettive camere.

Branson però non riusciva ad addormentarsi. Aveva ripreso ancora una volta le carte in mano nella speranza che tra quelle righe si nascondesse qualche novità da poter offrire al senatore Norton, l’indomani. Solo nel cuore della notte riuscì ad addormentarsi in un sonno agitato e non era colpa del salmone all’aneto, mangiato per cena.

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