CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “luglio, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 23° capitolo

Raymond Dalprà stava osservando da circa mezz’ora, gli sforzi del suo vicino che cercava di far funzionare il vecchio walkman senza risultato. Angus Campbell, da parte sua aveva sempre diffidato di quelle diavolerie, secondo lui, così moderne. Però, dato il caso che quell’apparecchio era stato un regalo, si era deciso di provarlo una volta per tutte. Il Cd che aveva trovato ai piedi delle Canne d’Organo, però non aveva assolutamente voglia di emettere suoni. Si grattò la testa e i pochi capelli che gli rimanevano assunsero una piega ancora più bizzarra del solito.
A quel punto Raymond si decise ad intervenire. Angus era un simpatico vecchio scontroso, ma per lui aveva sempre mostrato un briciolo di affezione, quindi sapeva come trattarlo.
Si avvicinò e visto l’apparecchio e i tentativi di farlo funzionare disse.
         “Allora, vecchio mio … come butta?”.
Angus lo guardò in tralice.
         “Ah sei tu … Vorrei proprio capire come funziona questo coso. Anzi se funziona. Eppure al Centro il mio amico Jim mi ha detto: Prendi il Cd, lo metti nella fessura e schiacci il pulsante e sentirai uscire una musica meravigliosa. Proprio così mi ha detto, ma credo che avesse bevuto troppe birre e non solo quel giorno.”.
         “Posso?”. Chiese Raymond e allungò una mano.
Prese il walkman e il Cd e provò anche lui a far funzionare l’aggeggio elettronico. Il Cd girava ma non si udiva nulla.
         “Aspetta un momento. Vengo subito.”.
Entrò in casa e passato un minuto uscì con il suo PC portatile, che era già acceso. Prese il Cd e lo infilò nel vano apposito. Pigiò i comandi e improvvisamente sullo schermo si materializzarono una serie d’icone. Erano tutte e sole fotografie. Rimase perplesso e stupito, poi osservandole meglio si rese conto che quel Cd doveva essere qualcosa di prezioso. Iniziò a pensare, dove aveva sentito parlare di un misterioso Cd, cui davano la caccia Branson e Larue. Forse, anzi più i minuti passavano, era certo che gliene avesse parlato la sua collega Sophie Marie. Era una sera dell’autunno passato. Erano di servizio alla caserma dei vigili del fuoco e tra le tante chiacchiere era saltato fuori anche quel discorso. Sophie Marie era amica di una collega di Branson e avevano riso del fatto che si fosse trovato lo zaino di Helverton, ma non tutto il contenuto. Adesso nel suo PC c’era un vero tesoro.
         “ Senti, Angus … Questo Cd, dove l’hai trovato? E’ molto tempo che è in tuo possesso?”.
Il vecchio Campbell lo guardò immediatamente con sospetto.
         “Perché?”.
Raymond lo guardò con un sorriso.
         “Perché se penso che sia ciò che sospetto, hai trovato un tesoro. Però devi venire con me da Branson.”.
Angus s’incupì.
         “Io … dagli sbirri in rosso? No, no. Mio caro … Non proprio …”.
         “Angus, ti prego è importante. Ci sarò anch’io con te e ti giuro che non ti faranno assolutamente nulla. Anzi credo proprio che ti ringrazieranno, per quello che gli porterai.”.
Alzato il Cd assunse un’espressione ancora più contenta.
         “Dopo ti offro da bere. Anzi, ci compriamo una bella confezione di Gritstone e questa sera, visto che sono fuori servizio, ci vediamo la partita dei “Kodiak” in TV. A casa mia. Quaranta pollici a schermo piatto in stereofonia. Roy Bannings non ti sarà mai sembrato così vero. Naturalmente se non ti piace il baseball, ci sono gli incontri dei playoff di basket. Che ne dici dei “Raptors”? C’è quell’italiano … come si chiama … Bargnani e già che ci siamo ci fermiamo da Freddy e ci prendiamo un bel pezzo di prosciutto d’alce. Questa sera ce la godiamo alla grande eh … Che ne dici?”.
Angus si passò la mano ruvida e callosa sulla barba ispida, che da giorni gli incorniciava il volto.
         “Tu hai … mi hanno detto … la vasca idromassaggio, vero? Non l’ho mai provato … l’idromassaggio …”.
Raymond scoppiò in una risata fragorosa.
         “Volpone che non sei altro. Andata!”.
Angus contento dell’affare appena concluso e certo che Raymond non l’avrebbe mai lasciato nelle grinfie delle Giubbe Rosse, non tardò a spiegare per filo e per segno dove e quando avesse trovato il Cd a un Branson, che lo ascoltava scuotendo il capo.
La casa di Angus era a due isolati dal comando e il Cd era rimasto un intero inverno nelle mani di quel vecchio strambo. Avevano perso tutto quel tempo e una parte della soluzione del problema era stata distante da lui duecento metri circa.
Quella sera Angus provò l’idromassaggio, ma mentre vedeva comodamente seduto in poltrona, confidò a Raymond che preferiva le cascatelle di Beaver’s Creek. Il vigile del fuoco scosse il capo e addentando il panino con la carne d’alce, pensò come alle stranezze di Angus, fosse difficile abituarsi.
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Il tenente “Bunny” Nakamura diede un’ennesima occhiata al cockpit del suo aereo. Era oramai alla seconda settimana di addestramento intensivo e quella notte lei e l’altro pilota, il capitano “Hummer” Page, dovevano regolare le comunicazioni con la loro personale guida in cielo. L’E-3 Sentry “Blue Owl”, che si trovava a compiere cerchi concentrici da qualche parte nel cielo del New Mexico.  L’E-3 sarebbe stato il cervello dell’operazione e loro il braccio armato.
Il generale Simmons era stato chiaro in proposito. L’operazione “Air Warthog” era di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale e loro, potevano considerarsi il primo scudo a difesa della nazione. Il discorso era stato fin troppo infarcito di retorica e di patriottismo, ma a “Bunny” e agli altri piloti, era parso in linea con le esigenze attuali.
In fondo lei aveva lottato con tutta la sua forza per arrivare a quel punto. Ripensò agli anni d’accademia e alle dispute in casa con i genitori e i parenti, assolutamente contrari alla sua scelta. Ora però suo padre e sua madre erano fieri e orgogliosi di lei.
Vero è che l’avrebbero preferita ai comandi di un aereo da trasporto, oppure comodamente impiegata al Pentagono e non nella cabina di pilotaggio di un cacciabombardiere, ma alla vista delle decorazioni ricevute dalla figlia, se ne fecero una ragione. Trepidavano come ogni genitore, ma avevano capito. Il cielo e il volo erano la ragione di vita della loro figlia.
Per il capitano Page era l’Aviazione era continuare una tradizione di famiglia. Il nonno aveva combattuto, come bombardiere sui cieli della Germania, continuando in quelli di Corea. Il padre, imbarcato sulla “Forrestal”, portò il suo contributo nella guerra del Vietnam. Un fratello di Page era imbarcato sulla “Lincoln”, quale pilota di uno dei gruppi di F-18 imbarcati.
I due piloti in volo si scambiarono qualche parola, giusta per riprovare le comunicazioni radio, poi negli auricolari udirono la voce del controllore dell’E-3
         “Gufo Blu a Faco Uno … Rispondi Faco Uno!”
“Bunny” si concentrò ancora di più.
         “Qui Faco Uno, Gufo Blu. Ricevo forte e chiaro.”.
Altrettanto furono le risposte di “Hummer”.
         “Gufo Blu a Faco … canale 243 … jammer in posizione 5. Nuovo rilevamento a uno … otto… sei. Ripetere per confermare.”.
Ambedue i piloti ripeterono la routine e le conversazioni continuarono per tutto il volo. Cambiamento di rotta, posizione, inserimento o meno dei dispositivi di guerra elettronici, calibratura dei vari apparati e osservazioni del suolo durante i passaggi a volo radente.
Dopo circa un’ora ricevettero l’ordine di rientro, non prima di aver lanciato, contro il bersaglio assegnato  l’AGM-65 Maverick che portavano su di uno dei piloni, posti sotto la pancia del velivolo.
Il resto fu una semplice formalità.
Una volta atterrati, furono portati immediatamente alla palazzina comando, dove il Colonnello Fodell, li stava attendendo per il consueto rapporto di fine missione.
Solo dopo altre due ore di spiegazioni varie ebbero il tanto atteso “In libertà”. Finalmente poterono andare allo spaccio e bersi un caffè in santa pace. Per quella notte avevano finito il loro compito e sarebbe ricominciato tutto da capo solo nel pomeriggio inoltrato.
Page decise che fosse giunto il momento di conoscere meglio il Tenente Nakamura.

SENTIERI INCROCIATI – 22° capitolo

Luz si guardò per l’ultima volta allo specchio. Il vestito, dalla profonda scollatura, che restituiva la sua schiena nuda, dalla pelle ambrata, agli sguardi golosi degli uomini e gelosi delle donne, la fasciava alla perfezione. Non c’era niente da fare. L’alta moda italiana era unica e quel vestito valeva assolutamente i soldi spesi. Luz sapeva bene che non occorreva un gran guardaroba per essere ammirata. Solo gli abiti giusti e per le occasioni giuste. Lei aveva tutto questo e sommato al suo gusto invidiabile in fatto di moda, l’aveva resa la prima tra le favorite di Gutierrez. Un favore che personalmente odiava, ma che al momento permetteva a lei e soprattutto alla sua famiglia di vivere più che bene. I soldi di cui disponeva per le sua spese, andavano per lo più ai suoi genitori. L’idea di Luz era quella di far studiare i fratelli rimasti nel paesino sulla Sierra  di Monclova. Sperava che abbandonassero a testa alta, la miseria dei loro giorni. Che trovassero non nella fuga e nella clandestinità in un paese straniero la ragione di vita. Piuttosto sperava nella dignità di una vita in patria. Lontana dall’attuale povertà, senza problemi per il futuro. Uomini e donne libere in una società, che per i campesionios, aveva da offrire quasi nulla. Sperava nel riscatto in patria, piuttosto che l’incertezza di una vita molto più agra in terra straniera.

Lei sentiva che la sua vita, invece si stava consumando nel vuoto di una ricchezza fatta di morte e sofferenza. Aveva capito di quali traffici si occupava Gutierrez e tutto quel lusso ostentato, la faceva sentire più sporca, ma soprattutto complice.

Uscì dalla stanza e si diresse nel salone, dove oramai la “fiesta” in onore del “Gringo” era già iniziata. Quasi tutti gli uomini  più importanti, tra quelli che lavoravano per Gutierrez erano presenti. Anche loro con eccessivi vestiti firmati; alle dita delle mani anelli con pietre preziose e poi catene d’oro in bella vista, che continuavano a scambiarsi occhiate, ammiccamenti, false risate, con l’orecchi ben teso alle parole del capo; vigili ad ogni suo sguardo. Luz osservava il loro tronfio orgoglio, piegarsi in ogni momento agli improvvisi e bizzosi cambi d’umore di Francisco. Sentiva che il suo odio per quel mondo cresceva ogni momenti di più e combatteva internamente una battaglia, sempre sul baratro tra sconfitta e vittoria. Sconfitta nel caso in cui un giorno si fosse ribellata e quella sua ribellione, fosse figlia di una passione anarchica e senza u’alternativa. Vittoria nel caso in cui si fosse palesate l’alternativa di riuscire a sfuggire per sempre a quel mondo e a ciò che rappresentava. Riuscire a raggiungere quella dignità, che per ora aveva solo cuore e forza di offrire ai suoi cari.

Gutierrez la vide e con quel suo ghigno la chiamò presso di se. Voleva offrire lo splendore della donna allo sguardo del “Gringo”. Affermare una volta ancora di quanto fosse la sua potenza rispetto all’americano. Era lui che possedeva una casa meravigliosa, ricca di ori, marmi, stucchi, dalla messa in scena faraonica e che lui considerava regale. Era Gutierez che possedeva le donne più belle di Monterrey e Luz era la più bella di tutte ed era sua.

La donna salutò con un lieve inchino del capo, l’americano dalla faccia lunga e slavata e quegli occhi cattivi, indagatori. Solo a vederlo le faceva ribrezzo, come un po’ tutti in quella sala. Lui era forse quello che meno la faceva restar male. Poi, improvvisamente il suo sguardo fu attratto dalla presenza di Oscar e il suo cuore ebbe un palpito. L’unico che non l’aveva mai considerata una cosa, ma si era sempre dedicato a lei facendola sentire una donna. Un’alchimia misteriosa l’aveva attratta verso quell’uomo. Sentiva, confusamente in se, che quello era la sua speranza, la sua chiave per forzare la porta di quella prigione dorata. Per lei aveva solo sorrisi e parole eleganti, dal tono sincero, anzi si era dimostrato persino timido in sua presenza e più volte era arrossito. Proprio lui, che a dire delle altre ragazze che formavano l’harem di Francisco, era un uomo dal sangue freddo e aveva dimostrato di essere uno spietato esecutore di ordini. Eppure lei si sentiva attratta da un magnetismo che le suggeriva una indubbia compassione nei suoi confronti.

A un certo punto si mise a fantasticare che Oscar fosse segretamente innamorato di lei e questo la compiacque e l’aiutava a sentire più lieve il peso che la opprimeva. Poi un giorno le sue impressioni divennero una piacevole realtà. Oscar le rivolse la parola e riuscì a trovare il coraggio, secondo lei, di confessarle la propria passione. Da quel momento ci fu un gioco di sguardi furtivi, di impalpabili ammiccamenti, di bigliettini, come due scolaretti. Sempre con il terrore di essere scoperti, di essere soggetti a qualche spiata. Ora Luz sapeva dell’amore di Oscar e attendeva il momento propizio perché lui la portasse via. Il sogno del principe azzurro l’aveva presa e coinvolta e lei si sentiva, a quel pensiero lontana dal gorgo nel quale stava vivendo.

Passò vicino al suo innamorato segreto e lui in un soffio le disse.

         “Preparati. Ancora qualche giorno e ti porto via. Lontano.”.

Lei sussultò e tentò di mascherare quel sussulto. Si sentiva improvvisamente ardere e con una scusa abbandonò la sala, per raggiungere le toilettes. Quella frase l’aveva turbata a tal punto che non sapeva se abbandonare la festa o lasciarsi andare ad un pianto finalmente liberatorio. Pensò di uscire e riempire d’insulti tutti quanti, di strappare una pistola alle guardie che gironzolavano e iniziare a sparare su tutti. Primo a Francisco, quel porco, poi all’avvocato ed infine al gringo. Poi si rese conto che la felicità che sentiva, stava montando in follia pura. Ora doveva stare assolutamente calma, non lasciare trapelare nulla, isolarsi ancora di più, abbandonare il corpo e concentrarsi solo sulla sua anima. Che la usassero, a lei non importava nulla, perché era ad un passo dalla libertà, che da tanto tempo stava cercando. Gli incubi stavano per svanire.

SENTIERI INCROCIATI – 21° capitolo

Il capitano Larry “Hammer” Page si voltò a sinistra ancora una volta per vedere se dall’angolo della via su cui si affacciava la graziosa villetta in cui abitava, spuntava il pulmino della base aerea di Fort Worth. Erano le sette del mattino, ma il sole sorto da poco già scaldava l’aria e si annunciava una giornata rovente. Controllò ancora una volta la divisa che indossava e gli parve che tutto fosse al suo posto. Era il primo giorno alla base e sentiva un certo nervosismo. Dopo due cicli di permanenza in Oriente, Iran prima e Afganistan dopo, rientrare in una base americana e con la qualifica d’istruttore lo rendeva leggermente teso. “Quelli” delle Operazioni Speciali avevano bisogno d’istruttori capaci, soprattutto per formare al meglio i piloti adatti ai voli a bassa quota e il velivolo da utilizzare l’A10 Tunderbolt, era diventato per “Hammer” la sua terza mano. L’A10 è un caccia bombardiere efficace, pesantemente armato e anche corazzato; un aereo che aveva superato ogni attesa, incredibile contro i mezzi corazzati e negli attacchi al suolo. Era insomma, un’arma vincente. Sgraziato per l’essenzialità delle forme, portava con sé due nomignoli non proprio simpatici. I nemici lo chiamavano “La croce del demonio” mentre il nome in codice per l’USAF era “Warthog”: facocero. Se c’era, un animale brutto in natura era proprio quello, eppure sapeva difendersi e anche attaccare molto bene e i felini africani lo rispettavano.
Finalmente il pulmino arrivò e Larry riuscì a togliersi dalla calura, che stava aumentando. A bordo si ritrovò in compagnia di un altro ufficiale, Kathleen “Bunny” Nakamura, che lo accolse con un gran sorriso.
         “Signore. Tenente Nakamura … e a quanto vedo siamo colleghi.”. Disse la donna dopo una breve scorsa ai fogli che aveva davanti a se e gli tese una mano piccola, ma dalla stretta forte e vigorosa.
“Questa donna sprizza energia, come un generatore” pensò il capitano Page, guardandosi la mano e contento di averla ricevuta indietro intatta. Fare l’istruttore si stava rivelando interessante e i colleghi lo erano ancora di più.
Pensò che il periodo sabbatico, succeduto al divorzio con la sua ex moglie, dovesse terminare e allungò lo sguardo sulle sue mani. Notò con piacere che non c’erano anelli rivelatori, se non una sottile fascia in argento con figure tribali al pollice destro.
“Molto bene.”. Pensò. ” E’ ora che faccia nuovamente onore al mio soprannome”.
“Signora. Sono il capitano Page e credo … che saremo colleghi per i prossimi giorni.”.
Ricambiò il sorriso e non fu solo cortesia, sistemandosi meglio sul sedile. Si sentì più fresco e non era certo l’aria condizionata che usciva dalle bocchette, a farlo migliore.
Una voce gentile, lo fece riemergere da un sonno senza sogni. Branson aprì un occhio e intravide nella penombra della stanza la figura della madre di Maeve, che con garbo lo stava chiamando.
         “Ispettore … si svegli! Sono oramai le due del pomeriggio. L’avrei fatta dormire più a lungo, ma temo che i suoi impegni non lo permettano. Forza … si alzi. La attendiamo da basso. Ho preparato qualcosa da mangiare, per lei e mia figlia. Così dopo potrete finire il vostro lavoro.”.
Branson fu subito in piedi. Si sentiva la bocca impastata e abbozzò un vago sorriso di ringraziamento. Ora sentiva l’impellente bisogno del bagno e di una doccia rigeneratrice.
L’alternanza d’acqua calda e fredda lo svegliò completamente e sentì un certo appetito. Una tazza di caffè forte e bollente lo avrebbe rimesso in sesto. Dalla tromba della scala saliva un profumo di hamburger, uova e pancake, waffel e sicuramente sciroppo d’acero e marmellate varie. Controllò di aver abbinato bene i panni, ma con jeans e polo decise che non avrebbe certo sfigurato. Mentre scendeva le scale, si passò la mano sul volto.
         “Maledizione, non mi sono rasato. Al diavolo, oramai è tardi.”. Pensò. Seguendo l’aroma della colazione si ritrovò in una cucina grande e spaziosa. Arredata con gusto, si alternavano vecchi e solidi mobili con nuovissimi e moderni elettrodomestici. In acquaio in pietra troneggiava sotto una grande finestra, e la luce inondava l’intera stanza. Sul massiccio tavolo una pila di pancake e due piatti con uova, hamburger in uno e formaggi nell’altro facevano venire l’acquolina in bocca. In un cesto poi, dorati e fragranti waffel e muffin al cioccolato e ai mirtilli, spandevano un profumo delizioso. Una grossa cuccuma di caffè, una brocca di latte e un’altra con spremuta di agrumi rallegravano la vista, infine due coppe colme di marmellata, facevano bella mostra di se, accanto alla bottiglia di sciroppo d’acero.
Maeve aveva scelto per l’occasione un abito sbracciato celeste e aveva raccolto i capelli in una crocchia, fermata da un bastone in lacca nero con piccoli motivi orientali in oro. Solo un’ombra di rossetto, molto tenue sulle labbra.
Sua madre iniziò a servire generose porzioni di tutto e il pasto si svolse nell’assoluto silenzio, rotto solo dal ticchettio di una grossa sveglia di metallo, posta sopra la credenza.
Alla fine, tenendo in mano l’ennesima tazza di caffè, Branson si dipinse il volto di un’espressione serafica e paciosa.
         “Abbiamo soddisfatto lo stomaco. Credo che sia ora di soddisfare anche la mente.”.
Maeve, estrasse da sotto una seggiola del tavolo, un grosso incartamento e lo divise equamente. Poi prese anche il suo portatile e lo accese.
         “Sono pronta.”
Iniziarono a scartabellare le carte e ben presto il rapporto prese forma e alla fine, riletto per l’ennesima volta, decisero che poteva essere inviato sia la Direttore, che al Senatore. C’era tutto, tranne l’identità di chi era stato fotografato da Pervertono e il nome del suo assassino.
Nel tardo pomeriggio Branson fu accompagnato da Maeve all’aeroporto per riprendere il viaggio di ritorno.
Gilles, a novemila metri di quota ripercorse le ore precedenti e sentì che adesso gli mancava Malve. Il suo mondo, anzi i suoi mondi. Così diversi l’uno dall’altro. La tranquillità dei sobborghi bostoniani. La frenesia della capitale. Soprattutto le mancava lei.
         “Cavolo. Mi sto innamorando.”. Si disse, guardando fuori dall’oblò. Si stupì e ne fu un poco spaventato. Non si ricordava da quanto tempo un sentimento simile lo avesse preso. Cercò dentro se di ricordare l’ultima volta e cercò di stabilire se quell’ultima volta fosse o no innamoramento o infatuazione. Tanto era concentrato su quel fatto, che non si accorse che l’aereo era atterrato e solo sul secondo aereo, quello che lo riportava a Fort Ticonderoga, stabilì che era veramente innamorato. Ritornare a casa, in quella situazione lo rese da una parte contento e felice di riassaporare una situazione interiore, che aveva dimenticato e non si era più curato di rimettersi a coltivarla. Dall’altra sentiva, con ugual forza, il peso della lontananza dalla persona amata e la relativa oppressione. Dibattuto tra allegria e depressione, si accinse a passare l’ennesima notte solitaria.

SENTIERI INCROCIATI – 20° Capitolo

Maeve e Branson, attraversano i corridoi deserti del “Hoover Building” e oramai le ombre della sera avevano avvolto la Capitale. Si fermarono nel piccolo ufficio che era stato assegnato alla giovane. Niente di speciale, ma l’anonimato di quella stanza era rallegrato da una serie di fotografie di soggetto naturalistico. Uno svasso che attraversava un canneto. Un gatto che si crogiolava al sole. Foglie intrappolate nel ghiaccio di una pozzanghera. Un pomeriggio tra i tanti, della Monumental Valley, tra rocce infuocate e un saguaro solitario, poi sabbia, solitudine e silenzio.
Maeve prese dei documenti dallo schedario a combinazione e li infilò nella sua borsa; gli sorrise.
         “La giornata non è ancora finita. Devo passare a casa mia a prendere ancora delle cose. Poi dovremo ritornare dal senatore e spero di tornare a dormire a Boston, questa notte.”.
Branson annuì.
         “Di certo non ci si annoia qui da voi all’Agenzia. Spero tanto che non sia così tutti i giorni, perché non credo che riuscirei a mantenere il ritmo. Meglio inseguire Potsy.”.
La macchina, messa loro a disposizione, li attendeva nei sotterranei. Il traffico serale li inghiottì velocemente e Maeve si diede da fare a indicare monumenti e zone caratteristiche, mano a mano che le incontravano. Finirono sulla strada che li portava a Quantico, dove aveva un appartamento, l’agente O’Gara. Una palazzina in stile anonimo burocratico, come la definì lei. Due stanze, cucina e bagno e i colori alle pareti erano di un sabbia tenue. Pochi mobili, ma di gusto arredavano gli ambienti e un’ampia finestra si affacciava sul giardino sottostante. Qualche cespuglio e un paio di betulle, tentavano di ravvivarlo e una pianta con qualche rosa striminzita, macchiavano di colore il verde incerto del prato. In effetti, tutto aveva un alone burocratico, ma la presenza di Maeve si notava dall’arredamento, dai sopramobili e dalle fotografie. Questa volta più personali. Ritratti di famiglia, di lei in varie pose e situazioni, tuttavia non dava l’impressione di essere vissuto. Come poteva esserlo. Gli chiese se voleva bere o mangiare qualcosa e aperto il frigorifero tirò fuori del formaggio e una bottiglia di vino bianco californiano. Chiese un attimo per se. Voleva cambiarsi e si diresse nell’altra stanza.
Branson versò il vino in due bicchieri e si avvicinò alla finestra. Alzò lo sguardo al cielo e vide timide e pallide stelle nel cielo della Virginia. Le indagini stavano prendendo forma, non quella desiderata, perché avevano altre tessere da connettere l’une alle altre, in un rompicapo, complicato dalla politica per di più. Ebbe nostalgia dei piccoli delitti di casa sua. Qualche rissa, furtarelli di poco conto, qualche dose sequestrata, qualche turista d recuperare. Ordinaria amministrazione, che però giustificava il suo stipendio e poi la natura che lo circondava, che lo ripagava di tutto.
Si voltò all’interno della stanza e nel riquadro della porta dell’altra stanza ebbe una visione che gli fece strabuzzare gli occhi. Maeve, riflessa nel grande specchio della sua stanza da letto, con indosso solo un paio di slip, stava valutando gli abiti che aveva disposto sul letto.
Branson si sentì divampare e subito distolse lo sguardo. Quell’immagine, affascinante, ma per lui terribile in quel momento lo avrebbe sicuramente accompagnato per molto.
Aveva una pelle d’alabastro, i seni alti e sodi e gambe affusolate. Il corpo nel complesso emanava tonicità, forse per il costante allenamento. Diede ancora una fugace occhiata, quasi che quel corpo riflesso emanasse un magnetismo cui non poteva sottrarsi; si accorse che sopra il gluteo destro aveva un piccolo tatuaggio, uno shamrock verde brillante, racchiuso in uno scudo bianco.
Per non dimenticare mai le proprie origini.”. pensò Branson e si toccò la spalla sinistra, sulla quale la foglia d’acero rossa stava a ricordare le sue di origini. Finì il vino con una sorsata sola. Poi andò al bancone e se ne versò un’altra generosa dose.
Si rivoltò e davanti a lui come per magia Maeve lo stava osservando compiaciuta. Indosso un comodo paio di jeans, una maglietta e una giacca sportiva, che tradiva la presenza della pistola di ordinanza per il lieve rigonfiamento, sotto l’ascella sinistra. Un paio di comode sneakers facevano bella mostra di se.
         “Sono pronta.”. Disse, ma poi si rabbuiò. “Accidenti, non ti ho neppure offerto di farti una doccia, o comunque se avevi bisogno del bagno.”.
         “In fondo a destra, immagino.” Le rispose l’Ispettore celando l’imbarazzo che ancora provava per la visione precedente. Lei sorrise e prese il bicchiere che lui le aveva porto.
L’Ispettore pensò bene di darsi anche una sciacquata al volto, sperando che il freddo dell’acqua rimettesse le cose al suo posto. L’immagine nuda della ragazza però andava e tornava con una frequenza imbarazzante e Gilles cominciava suo malgrado, a sentirsi a disagio, ma fece di tutto, nel viaggio verso l’aeroporto a non dimostrarlo. Alle dieci di sera entrarono dalla porta del cottage del senatore Norton e la giornata non era ancora finita.
Il senatore fece portare carne fredda e verdure al vapore e mentre gli ospiti gli illustrarono quanto fosse accaduto nella giornata, prese appunti. Ogni tanto interrompeva con domande, osservazioni o si faceva ripetere la stessa cosa o chiedeva che fossero ripetute le medesime parole, cercando anche l’intonazione giusta. Come se volesse imprimersi i fatti ben chiari, nella memoria.  Maeve e Gilles si scambiavano occhiate furtive e solo dopo, quasi all’alba quando finalmente si diressero nuovamente a Boston, si chiesero il perché di quella maniacale ricerca del particolare anche più insignificante. Senza trovare però, una risposta soddisfacente.
Quando finalmente arrivarono nella vecchia casa di Boston oramai il sole stava sorgendo. Si erano lasciati alle spalle ventiquattrore di lavoro senza tregua e tranne il piccolo sipario dell’appartamento di Quantico, non avevano smesso di profondere le loro capacità nel caso. Rimaneva ancora da stilare il rapporto a consegnare al Direttore e al Senatore, ma decisero di prendersi qualche ora di sonno e a mente fresca, nel pomeriggio lo avrebbero redatto.
Gilles chiusa la porta alle sua spalle, vide il letto e vi si lasciò andare a peso morto. L’ultimo ricordo fu l’odore di pulito che emanavano le lenzuola, poi prese a russare leggermente.

SENTIERI INCROCIATI – 19° capitolo

Luz Defuentes rimase più di mezz’ ora sotto la doccia, quel pomeriggio. Rannicchiata in un angolo, si lasciava scorre addosso l’acqua tiepida che usciva dal soffione e ad essa mescolava calde lacrime. Singhiozzava piano, timorosa di farsi sentire, anche se lo scroscio dell’acqua era forte e avrebbe in ogni caso coperto ogni rumore. Dopo la siesta e la violenza , l’ennesima, subita da Gutierrez sentiva solo il bisogno di lavarsi. Si sentiva sporca e sapeva che quella doccia non sarebbe servita a portar via la sporcizia che avvertiva incollata su di se e neppure le lacrime che versava, sarebbero bastate a ripulirla. Eppure ogni volta che passava del tempo vicino a Francisco, dopo riprendeva lo stesso rituale. Fosse stata una semplice cena o una serata davanti alla televisione. Doveva lavarsi, nella speranza che l’acqua portasse via anche quella sensazione.. Chiuse i rubinetti e preso l’accappatoio se ne avvolse. Il trucco era colato sulla faccia e guardandosi allo specchio, il cristallo le rimandò l’immagine di una maschera grottesca. Il rimmel aveva lasciato una sbavatura nera che dagli occhi colava sulle guance e anche il rossetto era sbavato. Sembrava una tragica maschera dell’horror, di quelle che trovi sui manifesti dei film splatter. Fu presa ancora una volta da un odio incontrollabile più verso di se, che contro gli altri, qualunque fossero. Contorse il viso in un ghigno e raccolta la saliva nella bocca, sputò violentemente sull’immagine riflessa. Sentiva di aver toccato il fondo e oramai, non le restava che un’unica opzione possibile.

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Oscar Diaz Ramirez terminò il terzo katà con un ushyro-gerij pefetto. Si chinò davanti all’immaginario avversario e ancora teso e concentrato per lo sforzo uscì dal tatami. Respirò profondamente una paio di volte e preso l’asciugamano iniziò a detergersi il sudore. Iniziò a riflettere sul fatto che le cose stavano andando per il meglio. Aveva una posizione invidiabile all’interno dell’organizzazione e il fatto di essere entrato a far parte del gruppo ristretto che ruotava attorno a Francisco, lo aveva posto in una posizione privilegiata. Doveva solo continuare a mantenere un profilo basso,  no n lasciarsi prendere assolutamente dall’impazienza e dalla frenesia di fare. Ciò avrebbe compromesso l’intera operazione, cui era stato assegnato dopo anni di preparazione, di sforzi e con una scia di morti, che gli facevano da monito ed esempio. Por tutti quelli che lo avevano preceduto, non poteva assolutamente fallire. Doveva attendere il momento propizio, l’occasione favorevole per dare il segnale e poi tutto si sarebbe concluso nel migliore dei modi. Il nervosismo però lo aveva colto all’improvviso, in quel momento. Il pensiero di Luz. La variabile che non aveva considerato. L’imponderabile che avrebbe potuto cancellare tutto quello che era stato fatto e conquistato. Maledisse l’amore, se stesso ma non Luz. No, lei doveva assolutamente star fuori da tutto. Da quel mondo, dalla sua missione, da ciò che aveva e avrebbe compiuto. Però non riusciva di vedere Luz, fuori dalla sua vita. Da quella futura, che era lì ad un passo; che stava costruendo ora con l’inganno e il sotterfugio, spacciandosi per ciò che non era. Anzi ciò che stava facendo andava contro tutti i suoi principi. In cui era stato cresciuto dai suo genitori, in cui era stato educato da tutti quelli che erano transitati nella sua vita e lo avevano fatto diventare ciò che era. Attualmente solo una grande menzogna e doveva trovare dentro di se una verità plausibile da raccontare a Luz, al momento in cui tutto quello sarebbe finito. Sempre che quel momento li avesse colti vivi.

SENTIERI INCROCIATI – 18° capitolo

“Senatore, qualcuno potrebbe avere interesse a che le frontiere siano un colabrodo? Oltre naturalmente al crimine organizzato, potrebbe esserci anche qualcun altro cui questa fiumana fa gola? Che so, imprenditori amanti del lavoro sottopagato, che non guardano molto per il sottile … basta far soldi e a palate? Qualcuno che ha interessi anche qui … al Congresso. Interessi a che i fondi siano dirottati da una parte piuttosto che da un’altra?”.
         “Lei parla di possibilità di un’azione di spionaggio? E’ questo che intende? Spionaggio qui, al Congresso? Ottenere informazioni sulla quantità degli stanziamenti, su quanto potrà contare in mezzi e uomini chi ci dovrà poi difendere?”.
         “Proprio quello, senatore. Se so quali e quante armi dovrò combattere o m’imbatterò per continuare i miei affari, saprò anche opporre le eventuali contromisure. Se poi c’è chi può osteggiare gli stanziamenti, già all’interno la mia azione criminale avrà maggior successo. Malgrado tutti i nostri sforzi. Quindi Senatore, secondo lei chi può avere interessi simili?”.
Foulner guardò, quasi senza vederlo, Branson. Assunse un’aria assorta, come se cercasse un volto, un nome e un collegamento.
         “Adesso … Sui due piedi … E’ difficile dire dell’uno o dell’altro. Non vorrei dare delle indicazioni o peggio, fare delle accuse, che potrebbero rivelarsi infondate. Temo a questo punto di aver sprecato il vostro tempo. Vi ho condotto qui sull’onda di una sensazione e questa, ora, mi sta comprendo di ridicolo.”.
Maeve sorrise al senatore.
         “ Senatore, non dica così. Non ci ha fatto perdere del tempo, assolutamente. Anzi quelle sue sensazioni potrebbero rivelarsi dei veri sospetti. Lei occupa, il momento, una posizione centrale, nell’ambito delle decisioni sugli stanziamenti. E’ lei che deve dare le indicazioni fondamentali su dove e quanto spendere. Rafforzando questo o quello spazio lungo la frontiera. Soprattutto per far questo le devono passare per le mani informazioni delicate. Dove la pressione dei “narcos” e dei trafficanti di uomini è più forte o dove è meno. Informazioni che si rifletteranno sugli stanziamenti. Quindi ha fatto benissimo a chiedere il nostro aiuto e noi glielo forniremo. Parlerò di questo problema al Direttore, che sicuramente troverà soluzioni adeguate. Adesso è in buone mani, anzi … le migliori.”.
Così dicendo si alzò e al senatore venne d’istinto avvicinarsi a lei e stringerle con calore la mano. Fece un grosso sospiro, quasi che improvvisamente la tensione si sciogliesse e fluisse da lui come una poderosa cascata.
         “Grazie, per ora. Confido naturalmente sulla massima discrezione e questo sarà … il nostro segreto.”.
Maeve assunse un’aria grave e solenne, come pure fece Branson.
         “Assolutamente, senatore. Di questo colloquio ne sapranno solo il Direttore e il Senatore Norton. Per il mio collega canadese garantisco personalmente io.”.
Branson sorrise a quelle parole e fissò negli occhi Foulner.
         “ Da parte mia, le assicuro che … Non sono mai stato qui e noi … Non ci siamo mai visti.”.
Dopo i saluti, i due investigatori se ne andarono accompagnati sempre da un commesso.
La macchina li stava ancora attendendo e continuando su Constitution Avenue presero la Pennsylvania Avenue per dirigersi verso il J.E.Hoover, la sede centrale del F.B.I., dove il Direttore Blytone li stava aspettando.
Non ci furono molte parole da dire. Ciascuno rimase chiuso nei propri pensieri. Una volta che furono inghiottiti nel garage sotterraneo del severo edificio in puro stile burocratico, furono velocemente accompagnati al piano dove aveva posto l’ufficio del direttore del F.B.I.
Blytone era in maniche di camicia e stava rispondendo al telefono, quando furono introdotti nel suo ufficio. Indicò loro di accomodarsi e lo sguardo corrucciato dipinto in volto, non prometteva nulla di buono. La telefonata si protrasse per qualche minuto ancora, tra i grugniti del Direttore e l’evidente disagio dei due investigatori.. Finalmente agganciò la cornetta.
         “Scusate l’attesa ma la faccenda di Seattle sta diventando ogni giorno più grossa. Adesso anche l’A.T.F. ha messo in campo una sua squadra e vuole partecipare alle indagini. Non bastavano le lamentele del Sindaco … maledizione. Bhè veniamo a noi. Lei deve essere l’investigatore venuto dal Canada. Piacere … bene adesso che le formalità le abbiamo concluse voglio sapere per filo e per segno ciò che vi siete detti. Nessun particolare omesso.”.
Fecero rapporto sulla conversazione e ogni tanto il Direttore prendeva appunti e non tralasciò di puntualizzare, di farsi ripetere brani del discorso. Volle sapere della postura che aveva tenuto il Senatore, il suo tono di voce, le sfumature della voce, le eventuali incertezze, anche le pause. Da interroganti si ritrovarono ad essere sottoposti ad un filo di fuoco di domande loro stessi.
Dopo un’ora abbondante il Direttore decise che fosse ora di una pausa. Servì loro una abbondante dose di caffè e si mise a passeggiare per la stanza. Il volto sempre accigliato e cominciò pure a tormentare la catena dell’orologio che sbucava dal panciotto. Poi improvvisamente si rivolse a Branson.
“Allora Canada, come gli è sembrato il Senatore?”.
Branson non diede segno di stupore, ma il suo cuore ebbe un leggero tuffo.
         “ Ispettore Branson, in verità. Comunque il Senatore mi è parso veramente preoccupato.  Ho percepito la sua … angoscia per ciò che gli sta capitando. Ha dato l’impressione del sincero servitore dello Stato e prima di tradire, se mai lo dovesse fare, penso che si ucciderebbe. Il peso della sua posizione  e delle sue attuali responsabilità, lo sta schiacciando. Il fatto che qualcuno o qualcosa gli stia sottraendo il controllo delle cose lo ha demoralizzato completamente. Si sente tradito e sente che questo tradimento potrebbe travolgerlo. Ingiustamente dal suo punto di vista. Credo anche che trovi mostruoso che qualcuno non solo tradisca lui, ma tradisca la Nazione. Permettendo ulteriori e più gravi infiltrazioni di droga e di disperati. Teme che anche qualche aderente a gruppi terroristici possa sfruttare questa situazione. Non posso dargli torto. Quell’undici settembre è un’ombra che ancora non si è dissolta con il tempo.”.
Blytone si voltò verso Maeve.
         “Lei invece. La sua opinione?”.
La ragazza aveva seguito con interesse il discorso di Branson.
         “Credo che l’Ispettore non sia troppo lontano dalla verità. In base alle informazioni in mio possesso e per ciò che è stata la conversazione, credo proprio che il Senatore non sia il nostro uomo. Non è il carnefice. Bensì è la vittima.”.
Blytone, si avvicinò all’ampia finestra che dava su Pennsylvania Avenue. Iniziò a dondolarsi sui tacchi , dando le spalle ai due investigatori, poi si voltò e gli comparve un mezzo ghigno sulle labbra.
         “ Prima di prendere delle decisioni e di quelle definitive credo che dovrò parlargli. Il quadro è abbastanza ampio e ciò che non gli avete domandato, sarò io a farlo. In fondo ci sono cose che è bene che rimangano su un altro livello. Siete stati preziosi e d questo momento credo proprio che lei agente O’Gara debba prendere su di se l’incarico di condurre le indagini. Lei … Ispettore Branson .. Da lei mi attendo che riesca a terminare, le sue di indagini. Spero che la prossima volta che ci incontreremo ci porti buone notizie. Signori credo proprio che ci possiamo lasciare. Avvertirò personalmente il senatore Norton degli ultimi sviluppi.”.
Andò alla scrivania, prese una grande agenda con la copertina in pelle e sfogliatala aggiunse.
         “Agente O’Gara, lei è sollevata da ogni altro incarico e … tra due giorni si presenti direttamente da me. Avvertirò il suo capo che per un po’ di tempo dovrà fare a meno di lei. Sottolineo la segretezza del caso e l’assoluto divieto di parlarne con chicchessia. Ispettore … Naturalmente lo stesso vale per lei … Non credo che debba telefonare a  De Fressonard.”.
Il nome del capo della RMCP, non impressionò più di tanto l’Ispettore.
         “So come funziona la cosa.”. Rispose, mantenendo la calma. “perché sprecare soldi del contribuente? Lo stesso discorso lo farebbe all’agente O’Gara, se i ruoli si invertissero.”.
Blytone accennò ad un sorriso.
         “Potete andare.”.

UFFICIO FACCE – Luglio 2013

Mi consigliereste una buona Università con un ottimo corso di laurea in … buonsenso?

Ve ne sono grato fin d’ora.

Ufficio Facce

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