CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “agosto, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 30° capitolo

Sullo schermo di Maeve, lampeggiava in basso a destra l’icona che richiamava l’attenzione di chi guardava lo schermo, di aprire velocemente il programma di posta elettronica. Era giunto un messaggio con altissima priorità e urgenza e alla ragazza per poco non andò di traverso il primo caffè della giornata che consumava in ufficio.

Era il messaggio inviato da Branson e Maeve lesse con avidità la deposizione rilasciata da Carlos. La stampò e con quei fogli chiese di essere immediatamente ricevuta dal Direttore. Blyton era in videoconferenza con Toland e il Presidente. Stavano aggiornando la situazione. Lesse velocemente i fogli che aveva sotto gli occhi segnatamente le parti evidenziate dalla ragazza.

         “Abbiamo anche noi delle novità. Dal Canada ci arrivano notizie circa il misterioso uomo accanto a quel … Secado. Alvaro Secado, un uomo di Gutierrez. Abbiamo anche un nome tutto da verificare e accertare sicuramente l’identità. Si chiama … Preston. Così ha detto il testimone. Naturalmente faremo in modo che la Polizia Canadese lo protegga. Si potrebbe rivelare l’asso nella manica, per quest’indagine.”.

Toland intervenne.

         “Ho allertato gli uomini in Olanda e abbiamo avuto l’appoggio dei tedeschi, degli inglesi e dei francesi. Senza condizioni, né hanno fatto obbiezioni di sorta. Anche gli olandesi ne sono a conoscenza e il generale Bartholemy, che ha mosso le pedine giuste alla NATO e naturalmente ai nostri in Germania. Se dovesse servire, abbiamo pronta una squadra della Delta Recupero Ostaggi in standby.”.

Il Presidente assunse un’aria pensierosa.

         “Signori ottimo lavoro, però adesso è necessario capire i movimenti dei terroristi. Un intervento deve essere concordato ai massimi livelli e credo proprio che dovrò convocare l’Ambasciatore olandese, per fare il punto della situazione. La diplomazia ha regole e tempi ben precisi e non possiamo mettere a soqquadro il salotto buono degli altri. Riguardo quel Preston, ti prego Bob, accelera al massimo l’identificazione di quell’individuo. Per una volta le cose sembra che girino nel verso giusto e naturalmente continuate a farmi sapere ogni mossa. Loro e vostra.”.

Terminò con un sorriso appena accennato e l’immagine scomparve dal grande schermo. Rimaneva solo quella di Toland.

         “Spero di avere migliori informazioni. Ci risentiamo questa sera come sempre. Ti terrò aggiornato immediatamente. A presto.”.

Anche il Direttore della C.I.A. scomparve dall’ultrapiatto appeso alla parete.

Blyton rivolgendosi a Maeve disse solo.

         “Scopri tutto quello che puoi su questo Preston. Anche che mutande ha messo questa mattina. Se è lui il bastardo che cerchiamo, lo voglio al più presto seduto su quella seggiola.”.

Maeve con l’espressione più seria possibile disse solo.

         “Ci conti, signore.”.

Raccolse le carte e lasciò l’ufficio del Direttore.

Dal suo, di ufficio, fece una serie di telefonate e poi andò in sala riunioni. Gli altri agenti della squadra stavano aspettando per il rapporto del mattino. Le notizie ricevute in nottata dai quattro angoli d’America dovevano essere vagliate, filtrate e poi raggruppate per interesse e priorità.

Maeve consegnò le copie della dichiarazione di Carlos ai presenti e la fotografia dei due uomini, scattata da Halverton, illuminò lo schermo.

         “Questo è un certo Preston.”. Disse la ragazza e il volto barbuto fu colpito dal punto rosso del raggio di una penna laser, che la donna aveva in mano.

         “Naturalmente dobbiamo identificarlo e sapere tutto di lui. Al più presto. Siamo a un punto cruciale delle indagini. Segretezza, discrezione accompagnata da tantissima determinazione. Ci siamo quasi e non possiamo fallire ora. Fate girare la foto in ogni dove. Tra i vostri informatori, al bar che frequentate, a ogni angolo di strada. Coinvolgete la Polizia di ogni Stato e città. Sapete quali siano gli ordini e dunque diamoci da fare.”.

Ognuno se ne andò con un incartamento in più, ma la macchina delle indagini adesso poteva partire e più il tempo passava e più avrebbe preso velocità sino al raggiungimento dell’obiettivo finale.

Maeve aveva avuto questa gradevole sensazione, dopo la lettura della deposizione. Controllò l’ora e decise di telefonare a Fort Ticonderoga.

Al terzo squillo sentì la voce di Gilles.

         “Pronto. Reale Polizia a Cavallo. Parla Branson.”

Maeve rispose in maniera meno professionale.

         “Ciao Gilles. Ti ho chiamato per ringraziarti del messaggio. Credo proprio che l’indagine abbia preso la piega, che da tanto tempo speravamo prendesse. Troveremo quel Preston e sarò molto felice di lasciarlo in compagnia del mio direttore e di qualche ragazzo degli interrogatori.”.

         “Me lo auguro anch’io. Non sai che colpo di fortuna e guarda il caso. Tutto è stato per colpa di una sigaretta, diciamo così: speciale. Meno male che il ragazzo è un tipo apposto. Lui e tutta la sua famiglia e … ma è lunga da raccontare in tutti i particolari. Piuttosto ti dirò tutto appena ci potremo rivedere. Già, quando ci potremo ancora rivedere?”.

             “Appena tutto sarà finito, credo che mi concederò una vacanza e questa volta dovrai armi visitare il Parco e se non lo fai tu, lo chiederò al tuo amico Larue.”.

                “Sai cavalcare?” Rispose Gilles.

                 “Sì. Perché?”.

                “Niente. Così. Per sapere. Ah … piuttosto. Se ti può interessare, l’oroscopo di oggi dice che sarà una giornata piena di sorprese.”.

                  “Non dirmi che credi agli oroscopi!”. La risata di Maeve esplose nella cornetta.

                  “Assolutamente no. Mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate sapere che una persona che non conosco e che abita in qualunque parte di questo paese, mi venga a raccontare che la mia giornata sarà governata da stelle e pianeti e per di più sarà piena di sorprese.”.

La conversazione proseguì ancora per qualche minuto, poi ai momenti dei saluti si ripromisero di riprendere la chiacchierata la sera stessa, attraverso il PC.

Maeve scosse la testa e ripensò a Gilles e al suo oroscopo. “una giornata piena di sorprese”. In realtà una c’era già stata. Il riconoscimento di Preston.

Le ore successive avrebbero dato anche le altre.

SENTIERI INCROCIATI 29° capitolo

Toland osservò, insieme agli altri suoi collaboratori, attentamente le fotografie.

Squillò il telefono e dall’altra parte si udì chiara la voce di Raddeck.

         “Sono Raddeck”

         “Agente Raddeck, é in viva voce … ci racconti tutto.”

Raddeck fece un succinto rapporto e diede le coordinate per seguire Said e i suoi compari.

Mentre Moore saliva ai piani alti, si era fatto dare il piano di volo del KLM 261 Dubai Amsterdam e l’ora di arrivo in Olanda.

Toland ringraziò l’agente per la prontezza e la sagacia. Chiusa la conversazione, si rivolse ai collaboratori.

Fuori le luci illuminavano la notte virginiana.

         “Chi abbiamo in Olanda?”.

Makall, il direttore della zona europea esordì.

         “Possiamo mettere in campo da subito … quattro  agenti per il controllo e posso allertare la centrale di Londra e Parigi per i rinforzi. Poi ci sono il BND tedesco e l’AIVD olandese, anche se quest’ultimo mi lascia perplesso.”.

Toland scosse il capo. Sollevò la cornetta.

         “Elaine … per favore mi cerchi immediatamente Sir Spedding, del MI6 … Lo tiri giù dal letto … e poi mandi dei fiori a sua moglie, con le mie personali scuse.”.

Makall aggiunse.

         “Possiamo sempre chiedere una squadra alla Delta di Fort Bragg. Sicuramente hanno degli uomini di stanza in Germania. Loro potranno intervenire.”.

Toland scosse nuovamente il capo.

         “Non possiamo andarcene in giro così. Va bene. Sappiamo che ora come ora sono in viaggio dei pericolosi terroristi, ma dobbiamo sapere, dove vanno a finire e soprattutto con chi si dovranno incontrare. Mettere le mani su una parte dell’organizzazione e soprattutto catturare vive quelle iene, non potrà che farci comodo. Quindi … dobbiamo assolutamente intercettarli e non perderli di vista.”.

Squillò il telefono. Dall’altra parte una voce impastata dal sonno disse.

         “Pronto, sono Spedding. Chi parla?”

Toland fece una smorfia.

         “David. Sono Robert … da Langley. Scusa l’ora e il disturbo, ma è questione assolutamente prioritaria e tu avresti fatto lo stesso con me. Abbiamo intercettato Said el Nazhari. Shamael insomma. Adesso si trova in volo da Dubai ad Amsterdam. E’ partito da un’ora circa e tra … cinque ore e sbarcherà lui e altri quattro, a Shipol. Hai uomini che lo possano seguire e tenere sotto controllo, da quando arrivano in Olanda? Ne ho subito pronti i quattro e vedrò di farmi aiutare anche da Gunther … Sì, lo stiamo già cercando al telefono … Perfetto. Darò disposizioni ai miei che contattino i tuoi ad Amsterdam. Tra un paio d’ore arriverà tutta la documentazione … Perfetto … Ci aggiorniamo. Scusa ancora e porgi le mie scuse a tua moglie.”.

Toland decise di aggiornare la riunione. Oramai l’allarme era stato lanciato e il Direttore del BND era stato svegliato in piena notte e aggiornato sul viaggio dei terroristi.

Pierre de Mangoux, il direttore del DGSE, fu invece svegliato da Spedding. Da Parigi partì quasi subito l’ordine al nucleo di Amsterdam di prendere contatto con i colleghi della C.I.A. e mettersi a disposizione.

Per una volta i rancori e le invidie furono accantonati.

Toland, quella notte, decise anche di non svegliare il Presidente, ma non Blyton, il quale fu concorde con le decisioni prese dal collega. Durante la lunga conversazione telefonica, assunsero di far seguire il gruppo dei terroristi dagli uomini della C.I.A. finché non avessero tentato di introdursi sul suolo americano. Dopo di che il compito sarebbe stato tutto dell’Agenzia.

Blytone, seduto sul letto, alla fine della telefonata si sentì improvvisamente svuotato; d’idee e forze. Oltre alla fuga d’informazioni riservatissime e da parte di qualcuno vicino a un membro del Congresso, ora c’era da fronteggiare un possibile se non sicuro attacco terroristico e di nuovo al cuore della nazione. Lasciò vagare la mente, prima chiedendosi del perché quest’accanimento contro l’America e contro tutto ciò che rappresentava e poi tentando di rispondere a queste domande. Era forse quella, l’unica risposta che dava il principio democratico, oppure era una delle scelte possibili? Forse se ne stava stravolgendo il senso, il vero significato tentando di esportare e imporre non quel principio, bensì quello declinato secondo l’esperienza americana. La strada per la democrazia era lunga e ciascuno doveva percorrerla secondo le proprie gambe e il proprio passo.  Di quante volte era ritornato a parlarne, ne aveva perso il conto. Non solo tra gli stretti collaboratori, ma anche in occasione di colloqui avuti con esponenti politici, universitari e con le cautele e la diplomazia del caso, anche durante le rare interviste rilasciate. Non si sentiva poi così sicuro che il modello americano dovesse essere quello, per così dire, “Standard”. Troppi erano gli esempi, in cui non aveva funzionato a dovere e troppe le volte che avevano sortito effetti opposti. Forse erano stati gli esempi negativi, che avevano cancellato tutto quanto di positivo, c’era nella “way of life” democratica americana e più passava il tempo e più forze centrifughe al Paese, spingevano per una visione di ritorno alle origini. L’America agli americani, basta fare i maestri, buoni o cattivi non aveva importanza. Ciascuno facesse secondo le proprie forze e vivesse la propria vita. Non bisognava esportare idee e modi di vivere. Bisognava esportare beni, aumentare la produzione far vivere meglio duecento milioni di persone, senza andare a impicciarsi degli affari altrui e non permettere che altri accampassero diritti su come dovevano vivere quelle persone. Ognuno doveva essere padrone a casa propria, con buona pace di ogni dottrina orientata alla globalità della politica, alla cooperazione mondiale, alla sostenibilità del futuro.

Adesso occorrevano risposte semplici e decise per fronteggiare questi due gravi e imminenti pericoli e doveva trovare, in sostanza e subito, le forze necessarie per fronteggiarle. Sue e di quelli che lo circondavano. Le cose stavano per accadere nel suo giardino e non in luoghi, sì segnati dalle carte geografiche, ma dei quali non aveva sentito parlare prima e fra qualche tempo, nessuno ne avrebbe fatta più menzione.

Non c’era differenza tra Herat e Gainesville. Due punti sulla carta geografica, ma se per la prima località occorreva attraversare un oceano e due continenti e arrivarci armati almeno di giubbotto antiproiettile, per raggiungere la seconda bastava imboccare la 66 da North Rosslyn e fare il pieno alla macchina. Si domandò cosa ci fosse d’importante a Gainesville, tanto da fare un viaggio fino la. Sapeva invece cosa e com’era importante Herat e si chiedeva ancora: fino a quando sarà importante?

Spense la luce e ascoltò ancora una volta il sospiro leggero della moglie, che per tutto il tempo della sua telefonata e dell’inseguimento dei suoi pensieri, continuò a dormire.

         “L’emblema di un’inconsapevolezza, della leggerezza infantile cui troppe volte l’America aveva indugiato, oppure la calma sicura di chi conosce i propri mezzi e i suoi limiti sono sfide per superarli?”

Fu l’ultimo pensiero prima di addormentarsi definitivamente.

SENTIERI INCROCIATI – 28° capitolo

La stesura della deposizione e le varie correzioni della stessa durarono sino a sera inoltrata. Dopo di che Branson salutò Jacinto e Carlos, che se ne andarono completamente sollevati. Gilles portò la deposizione da Paulson, che la lesse attentamente.

         “Siamo completamente sicuri di quanto ha detto il ragazzo?”.

Branson feci di si con la testa.

         “Credo proprio che non abbia tralasciato nulla e cedo anche che ciò che ha scritto sia la verità. Questa deposizione lancia nuova luce sull’intera faccenda e sarà una vera manna per quelli dell’Agenzia. Ora hanno qualcosa in più, che non un semplice … fantasma, su cui indagare.“.

         “Bene, Branson. Adesso lei ed io ce ne andiamo a casa. Qui, per adesso abbiamo finito e … il rapporto lo invierò personalmente, io stesso. Domani, però. Ho proprio voglia di una birra gelata. Mi fa compagnia?”.

         “Volentieri … Offre lei?”

Paulson sbottò in una risata. S’infilò la giacca, prese il rapporto e lo chiuse in un cassetto della sua scrivania. Poi ci ripensò e aperta la cassaforte del suo ufficio, infilò l’intero incartamento, in quelle fauci corazzate. Grugnì soddisfatto, spense la luce.

         “Pago però solo un giro. Il successivo tocca a lei.”.

Andy Raddeck stava dando un valore alla sua giornata. Così amava dire ai colleghi, nei giorni successivi alla fine dell’intera faccenda.

Stava considerando se dare il massimo punteggio alle hostess degli emirati, bellissime nelle loro divise color sabbia. Oppure il top era appannaggio di quelle della “Thai”. Donne altrettanto belle, dal fisico minuto, ma comunque con una divisa dai colori più allegri di quella delle colleghe arabe. Tuttavia quello che gli fece interrompere lo stilare la classifica, fu che, le ragazze che stavano calamitando gli sguardi di quasi tutti i passeggeri del terminal 2 dell’aeroporto di Dubai, non suscitarono nessuna reazione a un gruppetto di uomini, vestiti allo stesso modo, che venivano loro incontro. Non sembravano dei pellegrini diretti alla Mecca. Quel volo era già decollato. Piuttosto sembravano appartenere a quelle sette, a quei gruppi islamici, che non godevano buona fama, agli occhi occidentali. L’agente Raddeck era da parecchio tempo in Medio Oriente e per certe cose aveva quello che si dice il “sesto senso”. Decise immediatamente di provare la nuova diavoleria che gli era arrivata dalla Virginia, pochi giorni prima. Fingendo di leggere il suo quotidiano on-line preferito, scattò invece una serie di fotografie al gruppetto di cinque persone, che stava incrociando. Le fotocamere, tre per la precisione, erano camuffate sul bordo del suo “tablet” e non si udì assolutamente nessun rumore di otturatore.  Lo scatto fu persino troppo veloce e Raddeck, non era persuaso di avere messo a fuoco i volti. SI fermò e adocchiò una panchina. Sedutosi questa volta, con calma puntò l’apparecchio verso il gruppo, che si era fermato davanti al banco della “KLM”. Gli uomini stavano in gruppo e solo uno si presentò al banco per il check-in. Fece un gesto e uno dopo l’altro anche gli altri si avvicinarono per consegnare le valige. Dopo pochi minuti se ne andarono verso l’uscita 34. Raddeck, fingendo di essere sempre immerso nella lettura, con la coda dell’occhio seguì i movimenti e una volta scomparsi oltre la porta, si alzò e si diresse anch’egli verso il bancone.

                   “Mi scusi signorina. Dovrei partire per l’Olanda. C’è ancora posto?”

La ragazza lo fissò, poi con un sorriso rispose.

         “Mi dispiace il volo è completo. Il prossimo partirà giovedì … alle dieci e trenta. Vuole prenotare?”

         “ No grazie. E’ troppo tardi. Questo però è il volo diretto, vero?”

         “Certo. E’ l’unico senza scalo. Dubai, Shipol. Parte tra un’ora circa e l’arrivo è previsto tra sei ore. Se deve arrivare nella giornata, le consiglio il volo Air France in partenza tra due ore, con arrivo al “De Gaulle” questa sera alle diciannove e con coincidenza per … Rotterdam. Dopo circa settanta minuti.”  Gli sorrise, contenta di essere stata utile.

Raddeck ricambiò il sorriso.

         “Grazie. E’ stata gentilissima, ma … arriverei tardi ugualmente. No … lasciamo andare. Cercherò qualcosa che parta questa notte e in ufficio mi vedranno domai. La ringrazio ancora.”.

Si allontanò velocemente incurante della voce della ragazza che si stava prodigando ancora per trovargli la soluzione più conveniente.

Con passo svelto si diresse verso un’altra zona dell’aeroporto Il banco della “FEDEX” era la sua copertura negli Emirati. Entrò in ufficio e compose sul suo “tablet” un numero internazionale. Raccolto in un file c’erano le fotografie scattate. Passarono pochi secondi e il numero rispose. A 48.000 km d’altezza, un satellite mise in  comunicazione Raddeck e un ufficio della Virginia, facendo rimbalzare il segnale su una delle gigantesche antenne poste nei prati accanto alla severa costruzione, sede della C.I.A. Passarono alcuni secondi e sullo schermo di un PC arrivò la notifica di una trasmissione da Dubai di una serie di fotografie.

Shoshanna Ripley, digitò velocemente i tasti e le fotografie si aprirono come fiori, una dopo l’altra. I volti si vedevano abbastanza bene da iniziare immediatamente una scansione con il programma di riconoscimento facciale.

Dopo alcuni minuti e dopo una serie di segnali acustici e di scritte luminose, Shoshanna guardò lo schermo come ipnotizzata. Prese il telefono e chiamò il suo superiore.

Elemer Moore entrò nella stanza come sospinto da una forza misteriosa. Fissò le fotografie e poi la ragazza.

         “Bingo!”. Sibilò contraendo le mascelle. Prese il telefono e compose un numero interno.

         “Direttore Toland? … Sono Moore delle Analisi Speciali … Buone, anzi ottime notizie. Abbiamo trovato Said el Nazhari, alias Shamael, il veleno di Dio … Sì, signore … Fotografie di dieci minuti fa … Da … Dubai, signore. Le ha inviate Raddick.”. Disse leggendo le poche parole scritte dalla Ripley su di un blocco.

         “Si signore … Certo, arrivo immediatamente. Intanto le invio le fotografie con l’autenticazione del riconoscimento … Certo signore … Lo rintraccio immediatamente.”.

         “Ottimo lavoro, ragazza!”. Disse rivolto alla giovane che lo stava ancora fissando con lo sguardo stupito da tanta inaspettata benevolenza nei suoi confronti.

Shoshanna rimase interdetta. Il capo non l’aveva mai chiamata “Ragazza” e soprattutto non le aveva mai fatto un complimento per il lavoro svolto. Si chiese se il tempo, fuori da quell’ufficio sepolto dal cemento, stesse cambiando; se fosse scoppiato un temporale o battesse un sole infuocato. Salvò nuovamente le fotografie con le aggiunte fatte dal programma, poi le inviò all’indirizzo del gran capo. Ebbe la sensazione di essere entrata, anche solo per un momento in un pezzo di storia. Si sentì felice e pensò alla fetta di meringata che la aspettava nel frigorifero di casa. Al diavolo la dieta.

SENTIERI INCROCIATI – 27° capitolo

Jacinto Correos aveva avuto due fortune nella vita, fino a qual momento. La prima fu quando salì sul camion di frutta che gli fece attraversare il confine canadese, senza essere scoperto. La seconda quando incontrò Aristòs Kalidìs, un piccolo e coriaceo greco, che era riuscito a fare di un pezzo di terra sassoso, una delle migliori terre orticole di Fort Ticonderoga. Adesso Jacinto era proprietario di metà di quelle terre e il negozio da lui aperto era sicuramente il migliore e meglio fornito della città.

Quel giorno però era distrutto. Il figlio Carlos era stato fermato dagli uomini di Branson e l’accusa si era rivelata di quelle pesanti. All’interno del furgone, che usava per le consegne, era stata trovata della marijuana e il primo sospettato era stato proprio Carlos, che si trovava in qual momento alla guida del mezzo.

         “Ispettore, glielo giuro. Mio figlio non centra nulla con quella robaccia. Non è un drogato, anche perché se me ne fossi accorto, a quest’ora gli avrei cavato gli occhi io stesso. Quel furgone lo guidano in parecchi e so che i ragazzi hanno l’abitudine di dare dei passaggi agli autostoppisti. Sicuramente quella roba apparteneva a qualcuno di quegli sbandati.”.

Branson sollevò gli occhi dal rapporto e guardò Correos.

         “ Jacinto … Tuo figlio si è sempre dimostrato un bravo ragazzo. Conosco te da quanto tempo? Vent’anni? So che hai sempre rigato dritto e so che sei un gran lavoratore, però le indagini lasciale fare a noi. Adesso ti spiego cosa accadrà. Chiamiamo tuo figlio che davanti a noi darà la sua versione dei fatti. Tu lo consoci meglio di chiunque altro. Se racconta la verità o delle balle, tu te ne accorgerai e dunque …”.

Jacinto cavò fuori dalla tasca un grande fazzoletto a quadri e se lo passò sul volto.

         “Vorresti che facessi la spia?”.

Branson aggrottò le ciglia.

         “Assolutamente no. Un padre sa quando il figlio mente.”.

Jacinto piegò la testa e sentì improvviso, un peso enorme cadergli addosso. Tra poco avrebbe avuto o la più grande delusione o la miglior conferma della sua vita.

Carlos entrò nella stanza accompagnato dal sergente Poitreneau. Si sedette con la testa bassa, non salutò il padre. Sembrava quasi che respirasse la vergogna di quel momento.

Branson fu secco e deciso.

         “Carlos, adesso davanti a tuo padre raccontaci la verità!”.

Il ragazzo, tirando su dal naso, iniziò con parole quasi sussurrate il suo breve racconto.

         “Io non ho mai fatto uso di droghe. Quella roba non è mia e non so neppure di chi possa essere. E’ vero, in questi giorni il furgone l’ho usato io e ho anche dato dei passaggi agli autostoppisti. Soprattutto quando son dovuto andare a Sainte Rose du Nord. La strada è lunga e ci si annoia a guidare da soli. Ho dato un passaggio a un tizio, sulla strada del ritorno e quello mi ha offerto del fumo. Io ho rifiutato. Non fumo nemmeno. Aveva una paio di spinelli e uno deve essergli caduto dalle tasche … Credo. Lo giuro, io non fumo neppure e … quest’anno sono stato a casa dei parenti in Messico. Può dirlo anche mio padre. Dopo una settimana me ne sono ritornato a casa. A Monterrey c’è troppa droga, violenza … mi sono spaventato. Anzi ero terrorizzato. Un giorno eravamo in una “cantina” io e i miei cugini. Prima entra un tizio e poi … saranno passati dieci minuti altri tre, che hanno estratto le pistole e si sono messi a sparare come pazzi. Quel tizio è morto e Luis, il figlio di tio Felipe, si è beccato un proiettile in un polpaccio. Il giorno dopo ho preso l’aereo e sono tornato a casa.”.

Jacinto si voltò verso Branson.

         “E’ vero, Ispettore. Carlos è rimasto una settimana e poi è tornato sconvolto e adesso del Messico non vuole più sentirne parlare. E’ rimasto choccato. Mio nipote ha impiegato due mesi a mettersi in piedi. Io gli credo!”.

Branson guardò Jacinto e poi il ragazzo. La storia che aveva raccontato poteva essere verosimile. D’estate arrivavano molti turisti e un mucchio di ragazzi che di norma andavano nel parco. Climber, trekker o appassionati di sci nautico. Poteva reggere la storia di Carlos.

         “Va bene! Questa volta è andata. Ricorda però che alla prossima, paghi anche questa! Tuo padre si è ammazzato di lavoro per se e per te e i tuoi fratelli. Ogni giorno, da venti e più anni. Non ha mai dovuto vergognarsi di nulla. Non credo che sia opportuno che tu inizi ora a fargli provare vergogna!”.

Jacinto aveva gli occhi velati.

         “Gracias Inspector. Gracias. Carlos promette che non farà più nulla di male. Si comporterà meglio di adesso … Neppure una multa per divieto si sosta … Nada … Nunca màs!”.

A questo punto il ragazzo si gettò addosso al padre piangendo come una fontana. Gilles e Poitreneau si scambiarono un’occhiata piena d’imbarazzo. Il carattere latino, proprio non riuscivano a capirlo, con tutta quella platealità. Scossero il capo e attesero che gli animi si calmassero. Poi scambiarono ancora qualche frase di circostanza e Gilles rifece le raccomandazioni al ragazzo. Jacinto non smetteva di ringraziare e di lodare il comportamento della polizia e dell’Ispettore e del sergente, così comprensivi, umani nei confronti della gioventù. Anche quella di origine straniera e a quel punto Branson s’irrigidì. Quell’ultima affermazione gli puzzava e decise di congedare i due. Carlos però nell’andarsene si fermò a osservare una fotografia che campeggiava sullo schermo del pc di Branson.

         “ Ehi. Io quei due li conosco. Li ho visti a Monterrey. Uno è un trafficante e l’altro … è un americano con un nome strano, che non avevo mai sentito.”.

Branson ebbe un  sussulto.

         “Come sarebbe che li hai già visti?”.

         “Certo. A Monterrey. Il giorno prima della sparatoria. Con tio Felipe e i miei cugini, eravamo andati nel deserto a fare una gita e abbiamo incrociato un gruppo di uomini. Dicevano che erano andati a caccia di coyote e mi ricordo che con quel tizio parlavano inglese e l’hanno chiamato … accidenti … non mi viene in mente … l’hanno chiamato … Preston. Sì … Preston … senior Preston.  Mi sono sempre chiesto cosa ci facesse un americano con quelli …. Che poi tio Felipe, ci ha detto che erano uomini di Gutierrez, che da quel che ho capito è un trafficante di droga. Comunque ci siamo allontanati in fretta e tio Felipe ci ha detto … Anzi imposto, di scordarci quell’incontro.”.

Branson estrasse un foglio da un cassetto della sua scrivania.

         “Molto bene Carlos. A questo punto credo sia opportuno che tu mi rilasci una deposizione di quello che hai visto e sentito in quel giorno.”.

Mise davanti al ragazzo penna e carta e per un attimo si rilassò.

SENTIERI INCROCIATI – 26° capitolo

I volti, mano a mano che la relazione di Maeve si sviluppava, andavano facendosi più attenti e la tensione iniziava a sentirsi.

Riprese la parola Blyton.

         “ Dobbiamo assolutamente scoprire chi è l’uomo con la barba, poi di quello voglio, anzi vogliamo sapere tutto. Anche che calzini portava il giorno della fotografia. Dobbiamo anche procurarci un giudice o meglio, una squadra di giudici che siano disposti a firmare ogni possibile mandato che occorresse. L’agenzia metterà in campo ogni uomo disponibile su questo caso. Credo che a questo punto il tempo giochi un fattore fondamentale.

Direi di far girare la fotografia dell’uomo con la barba in ogni luogo. Dobbiamo assolutamente sapere chi é. Naturalmente il primo che scopre l’identità è pregato di informarcene immediatamente. L’Agenzia ha il comando di questa, che oramai è una questione di sicurezza nazionale.”.

Gli altri uomini intorno al tavolo annuirono.

Prima di alzarsi e sciogliere la riunione il capo della C.I.A. fece una domanda.

         “Ron …  tu parli di sicurezza nazionale. E’ per avere le mani più libere, oppure credi che tutto ciò stia portando una seria minaccia alla sicurezza della nazione?”.

Blyton si fece più scuro in volto.

         “Tolan, ti rispondo subito. Se quello schifoso ha passato informazioni vitali sulle eventuali falle o pecche del nostro sistema di controllo delle frontiere, nulla m’impedisce di pensare che quel porco di Gutierrez, quelle informazioni le potrà vendere a peso d’oro. Le voci corrono e fanno presto ad arrivare ai paesi canaglia, i quali le girerebbero immediatamente ad Al-Qaida o un’altra organizzazione simile. Non ho voglia di rincorrere un branco di assassini venuti a compiere un altro 11 settembre. Neppure voi, immagino.”.

Tolan si sistemò meglio gli occhiali, dalla grossa montatura, sul naso.

         “Ci sei arrivato anche tu, allora. Allerterò le nostre sedi in Medio Oriente che seguano meglio eventuali spostamenti di uomini e penso che ne dovrò parlare anche con i Servizi Alleati. Più informazioni avremo, più le nostre risposte saranno efficaci.”.

A quelle parole tutti si alzarono, la riunione era terminata. Blyton fece presente che Maeve era l’incaricata delle indagini e che tutte le informazioni dovevano passare sul suo tavolo. Di qualunque genere. Assicurò l’agente che avrebbe ricevuto rinforzi e che c’era la possibilità di formare una squadra mista con agenti delle altre agenzie.

Tutti si mostrarono d’accordo, anzi nei giorni successivi avrebbero mandato gli uomini prescelti. La macchina iniziava a girare.

Il Presidente, chiusa la conversazione, si voltò verso il senatore Norton.

         “Allora Ed … che mi dici? Sto mettendo in piedi una macchina che costerà non poco al contribuente e spero per te che non siano soldi gettati dalla finestra.”.

Norton fissò il Presidente, sapeva che in quei giorni si stava giocando l’attendibilità di una vita, e dalle prime indagini sentiva che aveva colpito nel segno. Contava sulla professionalità, l’ingegno e l’esperienza dei tanti che si accingevano a chiudere il laccio sul traditore. Sapeva anche che una sua quanto improbabile caduta, avrebbe trascinato tanti insieme con lui.

         “Signor Presidente, ha fatto la cosa giusta. Non si tratta solo di schiacciare un cartello della droga, un’organizzazione di schiavisti, ma anche di possibili traghettatori di terroristi. C’è la possibilità che questo Gutierrez, non usi solo le informazioni avute, per se. C’è la possibilità che le venda al miglior offerente e ai terroristi non manca certo il denaro da spendere per tali informazioni. I soldi spesi ora, non saranno le lacrime di domani per l’intera Nazione e Lei, signor Presidente, sarà ricordata per questo. Non permetterà all’America, di piangere degli altri innocenti.”.

Il Presidente si passò le mani sulle sopraciglia, gesto che faceva quando si trovava impegnato a prendere le decisioni più gravi.

         “ Procediamo … Una cosa però sia chiara.”. Si rivolse a Stuard Granger, ministro della Giustizia.

         “Stuard … salvaguardiamo i diritti. Non voglio farmi passare addosso dalla stampa o essere coinvolto davanti alla Corte Suprema. durezza ma legalità, intesi. In ogni caso … se si dovranno prendere misure eccezionali, quelle spetteranno solo e unicamente al mio benestare e conseguentemente sarà mia, la responsabilità delle decisioni finali. Tenetemi aggiornato fin da ora. Signori … buon lavoro.”.

Nell’uscire dalla Casa Bianca Norton, prese la decisione che se le cose fossero andate bene avrebbe rimesso ogni mandato pubblico e si sarebbe ritirato nel suo ranch in Montana. Ugualmente se le cose avessero preso la piega contraria.

La prossima mossa sarebbe stata quella di mettere sotto controllo il senatore Faulner e setacciare la vita di quanti gli stavano attorno. Era lì il covo di vipere. Ne era sicuro, perché tutte le volte che ripensava al senatore dell’Ohio, avvertiva una fitta allo stomaco e quello era l’indice sicuro delle sue sensazioni. Seguendo quell’improvviso groppo si era salvato la vita a Nairobi, quando non era andato all’Ambasciata colpita dal camion bomba. Né era andato alle Torri quel maledetto giorno di settembre e quella volta la fitta era stata violenta, tanto che pensò a un attacco d’ulcera. Fu persino tentato di chiamare il suo medico. Traccheggiò da che si era alzato sino alle nove del mattino. Poi, quando vide le prime immagini sulla CNN, capì che era stato avvertito nel solito modo.

Ora aveva la certezza che tutto si muoveva dagli uffici dell’inconsapevole senatore della costa occidentale.

SENTIERI INCROCIATI – 25° capitolo

Il Commissario Paulson seduto accanto a Branson, stava fissando lo schermo già da un paio d’ore. Il programma di riconoscimento facciale non aveva dato i risultati sperati. I volti su quelle fotografie non erano negli archivi della Polizia Canadese e solo la sede Centrale di Montreal aveva i collegamenti con gli archivi dell’INTERPOL.

Il sole del pomeriggio inoltrato, entrando dalle finestre, stava invadendo gli uffici. A quell’ora iniziavano i primi rientri degli uomini impegnati durante il giorno. Quelli del turno di giorno stavano compilando le ultime scartoffie e tra poco sarebbero giunti gli agenti del turno di notte.

Era la terza tazza di te, che Gilles  beveva e sentiva la bocca oramai allappata dal gusto dolciastro della bevanda e l’impellente bisogno di andare in bagno. La polvere saliva e scendeva pigra formando una nebbia danzante nella gibigianna di luce rossastra che entrava da una finestra. Ci fu un momento in cui il tempo parve sospeso, innaturale, quasi volesse fermare quell’istante per sempre e rivelare completamente la sonnolenza dei luoghi, della gente. Così distanti ambedue dalla frenesia di una qualunque città, che ora apparivano non solo lontane, ma anche irraggiungibili. Troppo veloci queste, troppo tarda la sua realtà. Tentò di riflettere su questo ma la mente divagava, presa com’era a rimettere a fuoco l’immagine di Maeve a Quantico. Quella manciata di secondi che ritornavano spesso e incontrollati, a disturbarlo. A volte piacevolmente, a volte nei momenti meno opportuni. Quello lo considerò un momento consolatorio.

La riunione si stava svolgendo in un anonimo ufficio di un altrettanto anonimo stabile al centro della Capitale. In torno al tavolo sedevano i Direttori delle più importanti Agenzie Governative statunitensi. F.B.I., N.S.A. e C.I.A. più alcune divise cariche di stelle e decorazioni. C’erano quella del generale Simmons e il suo aiutante, giunti da Fort Worth. Da Fort Bragg era arrivato il generale dei Marines Bartholemy con l’aiutante. Accanto a Blyton, sedeva Maeve con un corposo incartamento. Al centro del tavolo un curioso apparecchio, una via di mezzo tra un telefono e una radio, emanava strani rantolii elettronici. Poi a un tratto una voce forte e chiara uscì dall’altoparlante.

         “Signori, buona sera. Scusa se ho tardato. Allora … Aggiornamenti?”.

Si fece immediato silenzio e dopo essersi schiarito la voce Blyton prese la parola.

         “ Signor Presidente, buona sera. Immagino che Lei sappia chi è presente a questa riunione e quindi salto i preliminari e vengo al dunque. Abbiamo finalmente nelle mani indizi sufficienti per continuare in modo spedito le indagini, che Lei sa. I colleghi canadesi hanno recuperato alcune fotografie che reputiamo di massima importanza per gettare maggior luce e chiarezza sui fatti di sua conoscenza. I nostri laboratori stanno analizzando queste prove e contiamo nel più breve tempo possibile, di ottenere i risultati che speriamo. La assicuro sin da ora che sarà tenuto costantemente aggiornato sugli sviluppi.”.

Un discorso tenuto tutto d’un fiato e quando prese una boccata d’aria per continuare, la voce del Presidente si fece sentire.

         “Insomma Ron … Cosa abbiamo? Prove? Indizi pesanti? Dei nomi, delle facce? Mi hai fatto un bel discorso, ma ne sento così ogni giorno. Qui c’è qualcuno che vuole la pelle dell’America ed io non sono disposto a dargliela. Quindi a che punto, realmente siamo giunti?”.

Blyton riuscì a mantenersi freddo.

         “ Signor Presidente, siamo riusciti a individuare una persona, attraverso le fotografie che ci hanno inviato i canadesi. E’ un uomo dei “narcos” messicani. Crediamo che appartenga alla famiglia di Gutierrez. La certezza ce la darà la D.E.A. a breve … nelle prossime ore.”.

         “Ho le fotografie davanti agli occhi. Quale dei due? Quello con o senza la barba?”.

Blyton spalancò gli occhi. Le fotografie erano in mano sua da poche ore e già il Presidente le aveva a monitor? Poi un lampo gli attraversò la mente. Le aveva passate anche a Norton e quindi quel demonio era sicuramente nell’ufficio del Presidente.

         “Quello senza la barba, signor Presidente. Sappiamo il suo nome, sempre che sia lui …. Alvaro Secardo é della gang di Gutierrez. Il traffico che cura è quello dei clandestini.“.

         “L’altro, invece?”.

Blyton attese un attimo prima di rispondere. Sullo schermo alle sue spalle apparve l’ingrandimento del volto di un uomo con una folta barba.

         “Dell’altro … ci stiamo lavorando un po’ tutti. Sin’ora dagli archivi non è emerso nulla, se non qualche faccia sospetta, che stiamo verificando. Non siamo ancora riusciti a identificarlo. Contiamo di riuscirci però nelle prossime ore.”.

         “ Va bene … Comunque voglio un rapporto dettagliato sull’intera faccenda al più presto. Consegnatelo al Segretario della Giustizia, che me lo farà avere … Sei d’accordo Stuard … Perfetto, allora rimaniamo che la mia lettura nelle prossime serate sarà il suo rapporto, Ron.”.

Si udì chiaramente il rumore della comunicazione interrotta.

Gli uomini intorno al tavolo si scambiarono un’occhiata, poi il Direttore della C.I.A. prese la parola.

         “ Se è un uomo di Gutierrez, allora non siamo poi messi tanto male. A proposito, che fine ha fatto Jeminsson della D.E.A.”.

Rispose Blyton.

         “E’ a Portland. Hanno dei casini che non ho capito. Qualcuno dei suoi si è fatto fregare … l’hanno ucciso … Non so, non ho capito. Dì un po’ … com’è la faccenda che siamo messi bene?”.

Il capo della C.I.A., Tolan riprese il discorso.

         “ Abbiamo un uomo dentro l’organizzazione di Gutierrez. Almeno fino a qualche tempo sapevamo che si era infiltrato uno dei nostri. Messicano d’origine, terza generazione ed è uscito dalle sue fila generale Bartholemy. Ha lavorato per noi già in Afganistan e viene dalla “Delta Force”. Purtroppo sono un paio di mesi che non ne sappiamo più niente.”.

Il generale Bartholemy non batté ciglio. Si rivolse al suo aiutante, che gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

         “ Parla del capitano Diaz-Ramirez, immagino. Ottimo elemento, uno dei primi a Fort Bragg. Sì è stato in Afganistan e ha lavorato per voi. Sapevo che era stato destinato in Messico, ma non pensavo che fosse riuscito a infiltrarsi così bene. Comunque neppure noi sappiamo niente da un paio di mesi a questa parte. Perché avete perduto i contatti?”.

Tolan si scurì in volto.

         “Non sono autorizzato a parlarne. Comunque stiamo facendo di tutto per riallacciare le fila, anche perché crediamo sia venuto il momento di recuperarlo. Dati gli sviluppi dell’intera faccenda ho già impartito ordini precisi, in merito, al nostro residente a Città del Messico. Contiamo nei prossimi giorni di riuscire a riprendere le comunicazioni.”.

Blyton si rivolse a Maeve.

         “Agente O’Gara, vuole essere così cortese da ragguagliarci delle ultime novità. Anche dell’indagini svolte dai colleghi canadesi, con cui tiene i contatti?”.

Maeve, aprì il voluminoso incartamento e iniziò dal principio.

SENTIERI INCROCIATI – 24° capitolo

Dalprà fissò ancora per un momento Angus. Poi rivolse lo sguardo a Gilles.

         “Allora … Ispettore? E’ o non è il Cd che tanto cercavate?”.

Branson fissava lo schermo del PC e puntava gli occhi ora verso una, ora verso un’altra fotografia. Le ingrandiva, poi le faceva scorrere su e  giù. Tentava di cogliere i particolari dei luoghi, poi si fissava sul volto delle persone.Una aveva i tratti tipici dell’americano. L’altro era di sicuro un indio. Un messicano, proprio simile a Pedro e alla sua numerosa famiglia. Pedro era arrivato dal Messico una ventina d’anni addietro. Ora aveva un bellissimo negozio di frutta e verdura, sempre fornito di ogni ben di Dio. Non mancavano neppure le specialità del suo paese. Si domandò se sarebbe stato disponibile a indicargli i luoghi. Forse era originario di quei posti. Se fosse stato così, avrebbe auto una fortuna veramente sfacciata.

         “Così, Angus, questo Cd lo hai tenuto tu, per tutto l’inverno scorso?”.

L’anziano e bizzarro concittadino lo degnò di uno sguardo sospettoso, poi annuì solo con la testa.

         “Senti … L’hai trovato … dove, precisamente? In che periodo?”.

Angus guardò Raymond, poi si passò di nuovo la mano callosa sulla barba lunga. Raymond o invitò con lo sguardo a rispondere.

         “Bhè … l’ho trovato all’inizio dell’autunno … Su … alle Canne d’Organo. Stavo seguendo Potsy … Così … Senza un motivo preciso. Volevo provare ancora una volta a sentire il gusto della caccia. Ah, Ispettore a quell’orso non sparerei mai e poi mai. Ha un muso troppo simpatico e poi, nel Parco è vietato sparare agli animali. Questo lo so e poi non avevo neppure il fucile.”. Scrollò le spalle per rafforzare la sua storia. Poi riprese.

         “Ecco … Potsy … ho visto che aveva trovato qualcosa e poi si è messo a giocare … Lo trascinava, lo gettava per aria e lo riprendeva. Lo mordeva e poi … l’ha rotto tutto. Alla fine se ne è andato … Allora mi sono avvicinato e ho visto la roba per terra. Non ho toccato il portafoglio … ma quei dischi mi hanno incuriosito e allora ne ho preso uno. Volevo portarlo ai Ranger, ma … mi sono dimenticato. Ecco … è tutto quel che ho fatto. Adesso?”.

Branson lo guardò e rispose.

         “Angus, la prossima volta che trovi qualcosa, per favore portalo subito ai Ranger, oppure qui al comando. Mi raccomando. Per adesso questo disco lo tratteniamo, però … Però ti voglio fare un regalo.”.

Aprì un cassetto della scrivania ed estrasse un Cd nuovo di zecca.

         “ Pipers and Ballades. Originali dalla Scozia. Te lo regalo perché ci hai tratto da seri guai. Ci hai fatto in favore enorme a trovare e custodire quel disco. Un segno della nostra riconoscenza.”.

Angus, si drizzò sulla schiena e assunse un’aria solenne e allungò immediatamente la mano per prendere il Cd e pensò.

         “Cavolo! Oggi si che è una buona giornata. Musiche della mia terra, cena,  televisione e anche l’idromassaggio e soprattutto niente galera, con i complimenti dei ragazzi in rosso. Fossi venuto prima, maledizione!”.

Il telefono squillò un paio di volte, poi Maeve alzò la cornetta.

         “ Agente Speciale O’Gara. Pronto?”.

Dall’altra parte.

         “Ciao … Sono Gilles. Sei seduta bene?”.

         “Perché?”.

         “Bingo. Ho il Cd.”.

Maeve, fu scossa da un brivido e rimase in silenzio.

         “Ci sei ancora? … Maeve … Sei lì? Maeve … ?”.

Si scosse.

         “Sì … Ci sono ancora. Mi è venuto un mezzo colpo … Come ci siete riusciti?”.

Branson fece una pausa, poi riprese.

“E’ una storia bizzarra, ma quando ci vedremo e te la racconterò, stenterai a cederci. Comunque ho già parlato con il Commissario e ti sto preparando il file zippato del contenuto del Cd. Sono solo fotografie: paesaggi e poi individui che non conosciamo, ma sicuramente a voi sapranno dire molto di più. Di certo Helverton le ha scattate nel periodo messicano, prima della sua fuga verso nord. Ti prego, tienimi informato, d’accordo.”.

Maeve in quel momento si sentì veramente al settimo cielo. Ora aveva qualcosa di concreto da portare ai superiori e capì che da qual momento, le indagini avrebbero preso un’altra piega e sarebbero concluse. Era solo questione di tempo.

         “Stai tranquillo.” Rispose. “ Ti terrò informato di tutti gli sviluppi. Piuttosto lì da te, come va?”.

Iniziarono a parlare, mentre il programma di compressione stava funzionando a pieno regime. Una volta terminato Maeve gli diede un indirizzo sicuro su cui inviare l’e-mail e l’allegato, poi si mise ad attenere nervosamente, che arrivasse tutto quanto. Si udì un rumore elettronico e sullo schermo del suo PC comparve la scritta: Hai nuova posta.

         Eccitata quasi urlò nella cornetta.

         “E’ arrivato … Finalmente … Senti, ti lascio che adesso lo apro e comincio a guadarmi le foto. Ti chiamo io più tardi … A casa tua … Va bene?”.

Branson le augurò buon lavoro e chiuse la comunicazione. Le ore successive sarebbero state cruciali e convulse, sulle rive del Potomac.

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