CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

SENTIERI INCROCIATI – 25° capitolo

Il Commissario Paulson seduto accanto a Branson, stava fissando lo schermo già da un paio d’ore. Il programma di riconoscimento facciale non aveva dato i risultati sperati. I volti su quelle fotografie non erano negli archivi della Polizia Canadese e solo la sede Centrale di Montreal aveva i collegamenti con gli archivi dell’INTERPOL.

Il sole del pomeriggio inoltrato, entrando dalle finestre, stava invadendo gli uffici. A quell’ora iniziavano i primi rientri degli uomini impegnati durante il giorno. Quelli del turno di giorno stavano compilando le ultime scartoffie e tra poco sarebbero giunti gli agenti del turno di notte.

Era la terza tazza di te, che Gilles  beveva e sentiva la bocca oramai allappata dal gusto dolciastro della bevanda e l’impellente bisogno di andare in bagno. La polvere saliva e scendeva pigra formando una nebbia danzante nella gibigianna di luce rossastra che entrava da una finestra. Ci fu un momento in cui il tempo parve sospeso, innaturale, quasi volesse fermare quell’istante per sempre e rivelare completamente la sonnolenza dei luoghi, della gente. Così distanti ambedue dalla frenesia di una qualunque città, che ora apparivano non solo lontane, ma anche irraggiungibili. Troppo veloci queste, troppo tarda la sua realtà. Tentò di riflettere su questo ma la mente divagava, presa com’era a rimettere a fuoco l’immagine di Maeve a Quantico. Quella manciata di secondi che ritornavano spesso e incontrollati, a disturbarlo. A volte piacevolmente, a volte nei momenti meno opportuni. Quello lo considerò un momento consolatorio.

La riunione si stava svolgendo in un anonimo ufficio di un altrettanto anonimo stabile al centro della Capitale. In torno al tavolo sedevano i Direttori delle più importanti Agenzie Governative statunitensi. F.B.I., N.S.A. e C.I.A. più alcune divise cariche di stelle e decorazioni. C’erano quella del generale Simmons e il suo aiutante, giunti da Fort Worth. Da Fort Bragg era arrivato il generale dei Marines Bartholemy con l’aiutante. Accanto a Blyton, sedeva Maeve con un corposo incartamento. Al centro del tavolo un curioso apparecchio, una via di mezzo tra un telefono e una radio, emanava strani rantolii elettronici. Poi a un tratto una voce forte e chiara uscì dall’altoparlante.

         “Signori, buona sera. Scusa se ho tardato. Allora … Aggiornamenti?”.

Si fece immediato silenzio e dopo essersi schiarito la voce Blyton prese la parola.

         “ Signor Presidente, buona sera. Immagino che Lei sappia chi è presente a questa riunione e quindi salto i preliminari e vengo al dunque. Abbiamo finalmente nelle mani indizi sufficienti per continuare in modo spedito le indagini, che Lei sa. I colleghi canadesi hanno recuperato alcune fotografie che reputiamo di massima importanza per gettare maggior luce e chiarezza sui fatti di sua conoscenza. I nostri laboratori stanno analizzando queste prove e contiamo nel più breve tempo possibile, di ottenere i risultati che speriamo. La assicuro sin da ora che sarà tenuto costantemente aggiornato sugli sviluppi.”.

Un discorso tenuto tutto d’un fiato e quando prese una boccata d’aria per continuare, la voce del Presidente si fece sentire.

         “Insomma Ron … Cosa abbiamo? Prove? Indizi pesanti? Dei nomi, delle facce? Mi hai fatto un bel discorso, ma ne sento così ogni giorno. Qui c’è qualcuno che vuole la pelle dell’America ed io non sono disposto a dargliela. Quindi a che punto, realmente siamo giunti?”.

Blyton riuscì a mantenersi freddo.

         “ Signor Presidente, siamo riusciti a individuare una persona, attraverso le fotografie che ci hanno inviato i canadesi. E’ un uomo dei “narcos” messicani. Crediamo che appartenga alla famiglia di Gutierrez. La certezza ce la darà la D.E.A. a breve … nelle prossime ore.”.

         “Ho le fotografie davanti agli occhi. Quale dei due? Quello con o senza la barba?”.

Blyton spalancò gli occhi. Le fotografie erano in mano sua da poche ore e già il Presidente le aveva a monitor? Poi un lampo gli attraversò la mente. Le aveva passate anche a Norton e quindi quel demonio era sicuramente nell’ufficio del Presidente.

         “Quello senza la barba, signor Presidente. Sappiamo il suo nome, sempre che sia lui …. Alvaro Secardo é della gang di Gutierrez. Il traffico che cura è quello dei clandestini.“.

         “L’altro, invece?”.

Blyton attese un attimo prima di rispondere. Sullo schermo alle sue spalle apparve l’ingrandimento del volto di un uomo con una folta barba.

         “Dell’altro … ci stiamo lavorando un po’ tutti. Sin’ora dagli archivi non è emerso nulla, se non qualche faccia sospetta, che stiamo verificando. Non siamo ancora riusciti a identificarlo. Contiamo di riuscirci però nelle prossime ore.”.

         “ Va bene … Comunque voglio un rapporto dettagliato sull’intera faccenda al più presto. Consegnatelo al Segretario della Giustizia, che me lo farà avere … Sei d’accordo Stuard … Perfetto, allora rimaniamo che la mia lettura nelle prossime serate sarà il suo rapporto, Ron.”.

Si udì chiaramente il rumore della comunicazione interrotta.

Gli uomini intorno al tavolo si scambiarono un’occhiata, poi il Direttore della C.I.A. prese la parola.

         “ Se è un uomo di Gutierrez, allora non siamo poi messi tanto male. A proposito, che fine ha fatto Jeminsson della D.E.A.”.

Rispose Blyton.

         “E’ a Portland. Hanno dei casini che non ho capito. Qualcuno dei suoi si è fatto fregare … l’hanno ucciso … Non so, non ho capito. Dì un po’ … com’è la faccenda che siamo messi bene?”.

Il capo della C.I.A., Tolan riprese il discorso.

         “ Abbiamo un uomo dentro l’organizzazione di Gutierrez. Almeno fino a qualche tempo sapevamo che si era infiltrato uno dei nostri. Messicano d’origine, terza generazione ed è uscito dalle sue fila generale Bartholemy. Ha lavorato per noi già in Afganistan e viene dalla “Delta Force”. Purtroppo sono un paio di mesi che non ne sappiamo più niente.”.

Il generale Bartholemy non batté ciglio. Si rivolse al suo aiutante, che gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

         “ Parla del capitano Diaz-Ramirez, immagino. Ottimo elemento, uno dei primi a Fort Bragg. Sì è stato in Afganistan e ha lavorato per voi. Sapevo che era stato destinato in Messico, ma non pensavo che fosse riuscito a infiltrarsi così bene. Comunque neppure noi sappiamo niente da un paio di mesi a questa parte. Perché avete perduto i contatti?”.

Tolan si scurì in volto.

         “Non sono autorizzato a parlarne. Comunque stiamo facendo di tutto per riallacciare le fila, anche perché crediamo sia venuto il momento di recuperarlo. Dati gli sviluppi dell’intera faccenda ho già impartito ordini precisi, in merito, al nostro residente a Città del Messico. Contiamo nei prossimi giorni di riuscire a riprendere le comunicazioni.”.

Blyton si rivolse a Maeve.

         “Agente O’Gara, vuole essere così cortese da ragguagliarci delle ultime novità. Anche dell’indagini svolte dai colleghi canadesi, con cui tiene i contatti?”.

Maeve, aprì il voluminoso incartamento e iniziò dal principio.

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25 pensieri su “SENTIERI INCROCIATI – 25° capitolo

  1. Dunque il CD, uno dei tanti che possedeva il fotografo ucciso, non svela niente o poco più di niente. Un affare grosso visti papaveri coinvolti. Chissà cosa avrà da dire Maeve ma questo è un altro capitolo, Dunque neé le giube rosse, né gli americani riescono a trovare il bandolo della matassa. Non resta che aspettare la prossima puntata e sperare di vedere diradare la polvere.

  2. I risultati che spariamo?

  3. Molto ben descritta la riunione. Giustamente, leggendo i “grandi” si migliora, fino ad avvicinarsi a tali altezze. Vedo che cresci in maniera esponenziale. E sarebbe giusto pubblicare…

  4. UFFICIO REFUSI queste prove e contiamo nel più breve tempo possibile, di ottenere i risultati che spariamo. La assicuro sin da ora che sarà tenuto costantemente aggiornato sugli sviluppi

  5. Comunque, sei troppo modesto.

  6. Stà storia sta venendo a conoscenza di troppi….

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