CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

SENTIERI INCROCIATI – 27° capitolo

Jacinto Correos aveva avuto due fortune nella vita, fino a qual momento. La prima fu quando salì sul camion di frutta che gli fece attraversare il confine canadese, senza essere scoperto. La seconda quando incontrò Aristòs Kalidìs, un piccolo e coriaceo greco, che era riuscito a fare di un pezzo di terra sassoso, una delle migliori terre orticole di Fort Ticonderoga. Adesso Jacinto era proprietario di metà di quelle terre e il negozio da lui aperto era sicuramente il migliore e meglio fornito della città.

Quel giorno però era distrutto. Il figlio Carlos era stato fermato dagli uomini di Branson e l’accusa si era rivelata di quelle pesanti. All’interno del furgone, che usava per le consegne, era stata trovata della marijuana e il primo sospettato era stato proprio Carlos, che si trovava in qual momento alla guida del mezzo.

         “Ispettore, glielo giuro. Mio figlio non centra nulla con quella robaccia. Non è un drogato, anche perché se me ne fossi accorto, a quest’ora gli avrei cavato gli occhi io stesso. Quel furgone lo guidano in parecchi e so che i ragazzi hanno l’abitudine di dare dei passaggi agli autostoppisti. Sicuramente quella roba apparteneva a qualcuno di quegli sbandati.”.

Branson sollevò gli occhi dal rapporto e guardò Correos.

         “ Jacinto … Tuo figlio si è sempre dimostrato un bravo ragazzo. Conosco te da quanto tempo? Vent’anni? So che hai sempre rigato dritto e so che sei un gran lavoratore, però le indagini lasciale fare a noi. Adesso ti spiego cosa accadrà. Chiamiamo tuo figlio che davanti a noi darà la sua versione dei fatti. Tu lo consoci meglio di chiunque altro. Se racconta la verità o delle balle, tu te ne accorgerai e dunque …”.

Jacinto cavò fuori dalla tasca un grande fazzoletto a quadri e se lo passò sul volto.

         “Vorresti che facessi la spia?”.

Branson aggrottò le ciglia.

         “Assolutamente no. Un padre sa quando il figlio mente.”.

Jacinto piegò la testa e sentì improvviso, un peso enorme cadergli addosso. Tra poco avrebbe avuto o la più grande delusione o la miglior conferma della sua vita.

Carlos entrò nella stanza accompagnato dal sergente Poitreneau. Si sedette con la testa bassa, non salutò il padre. Sembrava quasi che respirasse la vergogna di quel momento.

Branson fu secco e deciso.

         “Carlos, adesso davanti a tuo padre raccontaci la verità!”.

Il ragazzo, tirando su dal naso, iniziò con parole quasi sussurrate il suo breve racconto.

         “Io non ho mai fatto uso di droghe. Quella roba non è mia e non so neppure di chi possa essere. E’ vero, in questi giorni il furgone l’ho usato io e ho anche dato dei passaggi agli autostoppisti. Soprattutto quando son dovuto andare a Sainte Rose du Nord. La strada è lunga e ci si annoia a guidare da soli. Ho dato un passaggio a un tizio, sulla strada del ritorno e quello mi ha offerto del fumo. Io ho rifiutato. Non fumo nemmeno. Aveva una paio di spinelli e uno deve essergli caduto dalle tasche … Credo. Lo giuro, io non fumo neppure e … quest’anno sono stato a casa dei parenti in Messico. Può dirlo anche mio padre. Dopo una settimana me ne sono ritornato a casa. A Monterrey c’è troppa droga, violenza … mi sono spaventato. Anzi ero terrorizzato. Un giorno eravamo in una “cantina” io e i miei cugini. Prima entra un tizio e poi … saranno passati dieci minuti altri tre, che hanno estratto le pistole e si sono messi a sparare come pazzi. Quel tizio è morto e Luis, il figlio di tio Felipe, si è beccato un proiettile in un polpaccio. Il giorno dopo ho preso l’aereo e sono tornato a casa.”.

Jacinto si voltò verso Branson.

         “E’ vero, Ispettore. Carlos è rimasto una settimana e poi è tornato sconvolto e adesso del Messico non vuole più sentirne parlare. E’ rimasto choccato. Mio nipote ha impiegato due mesi a mettersi in piedi. Io gli credo!”.

Branson guardò Jacinto e poi il ragazzo. La storia che aveva raccontato poteva essere verosimile. D’estate arrivavano molti turisti e un mucchio di ragazzi che di norma andavano nel parco. Climber, trekker o appassionati di sci nautico. Poteva reggere la storia di Carlos.

         “Va bene! Questa volta è andata. Ricorda però che alla prossima, paghi anche questa! Tuo padre si è ammazzato di lavoro per se e per te e i tuoi fratelli. Ogni giorno, da venti e più anni. Non ha mai dovuto vergognarsi di nulla. Non credo che sia opportuno che tu inizi ora a fargli provare vergogna!”.

Jacinto aveva gli occhi velati.

         “Gracias Inspector. Gracias. Carlos promette che non farà più nulla di male. Si comporterà meglio di adesso … Neppure una multa per divieto si sosta … Nada … Nunca màs!”.

A questo punto il ragazzo si gettò addosso al padre piangendo come una fontana. Gilles e Poitreneau si scambiarono un’occhiata piena d’imbarazzo. Il carattere latino, proprio non riuscivano a capirlo, con tutta quella platealità. Scossero il capo e attesero che gli animi si calmassero. Poi scambiarono ancora qualche frase di circostanza e Gilles rifece le raccomandazioni al ragazzo. Jacinto non smetteva di ringraziare e di lodare il comportamento della polizia e dell’Ispettore e del sergente, così comprensivi, umani nei confronti della gioventù. Anche quella di origine straniera e a quel punto Branson s’irrigidì. Quell’ultima affermazione gli puzzava e decise di congedare i due. Carlos però nell’andarsene si fermò a osservare una fotografia che campeggiava sullo schermo del pc di Branson.

         “ Ehi. Io quei due li conosco. Li ho visti a Monterrey. Uno è un trafficante e l’altro … è un americano con un nome strano, che non avevo mai sentito.”.

Branson ebbe un  sussulto.

         “Come sarebbe che li hai già visti?”.

         “Certo. A Monterrey. Il giorno prima della sparatoria. Con tio Felipe e i miei cugini, eravamo andati nel deserto a fare una gita e abbiamo incrociato un gruppo di uomini. Dicevano che erano andati a caccia di coyote e mi ricordo che con quel tizio parlavano inglese e l’hanno chiamato … accidenti … non mi viene in mente … l’hanno chiamato … Preston. Sì … Preston … senior Preston.  Mi sono sempre chiesto cosa ci facesse un americano con quelli …. Che poi tio Felipe, ci ha detto che erano uomini di Gutierrez, che da quel che ho capito è un trafficante di droga. Comunque ci siamo allontanati in fretta e tio Felipe ci ha detto … Anzi imposto, di scordarci quell’incontro.”.

Branson estrasse un foglio da un cassetto della sua scrivania.

         “Molto bene Carlos. A questo punto credo sia opportuno che tu mi rilasci una deposizione di quello che hai visto e sentito in quel giorno.”.

Mise davanti al ragazzo penna e carta e per un attimo si rilassò.

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9 pensieri su “SENTIERI INCROCIATI – 27° capitolo

  1. Altra botta di culo, Mister Branson. A forza di botte ti vengono due chiappe così … (gestaccio della malora).
    Battutacce a parte, da un episodio insignificante esce un altro tassello importante nelle indagini di Gilles e Maeve. Sartà la svolta p o è loa svolticchia? A Cape l’ardua scrittura (un tempo era sentenza ma ai tempi moderni …).
    Bene, benissimo due ottimi capitoli e qualche luce rischiara i sentieri, illuminando noi poveri lettori (altralicenza letteraria) sulla strada che stiamo percorrendo.

  2. Il ragazzo è sincero e si rivelerà utile.
    Fortuna? Beh, nelle indagini essa è indispensabile!
    Voto sempre molto, molto alto 😛

    • @ AB = Fortuna e saper prendere al balzo le occasioni che si parano innanzi.
      Tante volte le combinazioni, se ben trovate fanno scattare la serratura e la cassaforte si apre.
      Anche quelle che mai più ti aspettavi.

  3. Particolarmente belli i dialoghi che riporti. Sono espressi in lingua corrente, di tutti i giorni… e questo dona veridicità al racconto.

    • @ Brum = Il problema dei dialoghi é … un problema.
      Far parlare i personaggi con parole usate comunemente, oppure ricercare la parola giusta, l’espressione corretta etimologicamente?
      Preferisco la prima. Non sono uno scrittore professionista e quindi uso quel che sento, tentando di migliorarlo un po’.

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