CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “settembre, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 37° capitolo

Era sorta l’alba sulla capitale e dalla finestra del monolocale, sulle rive del Potòmac, Toland stava guardando la foschia che emergeva lenta dalle acque scure del fiume, disperdendosi poco sopra la struttura del Chain Bridge. Doccia fatta e vestito di tutto punto, prese ad immaginare che il traffico stesse lentamente prendendo il suo ritmo sulla McArthur Boulevar e lui, con la tazza di caffè in mano, stava ricominciando un’altra giornata di duro lavoro.  Si stropicciò gli occhi per l’improvvisa troppa luce che filtrava dagli spacchi delle persiane; il sole ora, diventato una palla di fuoco nel cielo, iniziava a disperdere le ombre formate dai grattaceli. Prese a immaginare i cambiamenti di colore sulla cupola del Campidoglio, sull’Obelisco del complesso del Memorial Lincoln. Guardò l’ora. Il Presidente si era appena svegliato e forse stava facendo già colazione. Le donne e gli uomini dei turni di notte, in tutti gli uffici governativi , ove previsti,. stavano finendo di compilare i vari rapporti, che sarebbero finiti sui tavoli dello staff presidenziale alla Casa Bianca. Sarebbero diventati supporto per le varie riunioni del mattino. Anche quello congiunto C.I.A. e F.B.I., forse il primo della pila al visto presidenziale, avrebbero dato il giusto scossone alla giornata. Aprì la porta della camera da letto e il profumo di frittelle e caffè  gli solleticò piacevolmente le narici.
Phoebe, sua moglie lo stava osservando, con il piatto delle uova in mano.
         “Hai dormito ben poco stanotte.”.
Lui la fissò un momento. Fece spallucce e si sedette a tavola.
         “Oggi che giorno è? Mercoledì … no martedì. Senti cosa faremo e questa volta lo faremo. Cascasse il mondo, il governo … l’America. Telefona a tua madre … a mia madre, non importa. Venerdì alle cinque dovrà passare a prendere i ragazzi e fino la domenica sera, non  dovranno riportarceli. Tu invece vai a fare spesa e compri provviste per tre giorni. Poi un completino … indecente.”. Terminò la frase con un’occhiata che avrebbe voluto essere ambigua.
La moglie, sedutasi, gli mise nel piatto frittelle e uova e gli versò un’altra tazza di caffè.
         “L’ultima volta che mi hai fatto una simile proposta è stata …  quando? Quando hanno invaso l’Afganistan? … Per l’ennesima crisi del Libano … Ah, no … Prima di sparire per dieci giorni, senza dirmi nulla,  due o tre mesi fa. Crisi petrolifera? Minaccia atomica nordcoreana, l’ennesima o qualche altra stronzata, per cui è assolutamente indispensabile la tua presenza? Di completi indecenti ne ho già tre o quattro … inscatolati, mai usati … in fondo all’armadio. In compenso l’unica cosa d’indecente sono le tue solenni dichiarazioni sui nostri fine settimana. Anzi sono indecenti i nostri fine settimane, i nostri ultimi mesi di matrimonio, gli ultimi anni della nostra vita. Ecco … quelli sì che sono indecenti.”.
Sbatté la caffettiera sul tavolo e lo fissò con uno sguardo che non ammetteva molte repliche e solo scuse attendibili e particolarmente sincere.
Toland abbassò la testa. Sapeva che tutto ciò che gli era stato rinfacciato era vero. Promesse tante, ma alla sua famiglia regalava solo scampoli di se e del suo tempo. Ebbe un guizzo d’orgoglio e rispose asciutto, guardandola dritto negli occhi.
         “Venerdì fai come ti ho detto.”.
Poi terminò velocemente la colazione e baciata la moglie uscì.
Guardò l’orologio e si accorse che se voleva arrivare all’appuntamento doveva andare veloce. Uscito dal palazzo, non ebbe neppure il tempo di cercare con lo sguardo la macchina. Era davanti al portone con la portiera spalancata e un grosso agente teneva la portiera aperta. Dietro la berlina nera, un SUV altrettanto nero, attendeva con il motore acceso. Dietro i vetri fumée, Toland immaginò i cinque uomini di scorta già pronti. Salì in macchina e questa s’immerse nel traffico. Avevano ancora una mezzora di tempo per arrivare all’E.J.Hoover, Blytone lo stava aspettando.
Anche Blytone, stava facendo colazione.  O almeno stava sorbendo l’ennesimo caffè di quella lunga notte. Si toccò la faccia e fu scontento della rasatura.  Più tardi sarebbe passato dal suo barbiere di fiducia e per ora Toland si sarebbe dovuto accontentare.
Bussarono alla porta, che si aprì facendo entrare Lia, una delle segretarie .
         “Direttore, il signor Toland è arrivato. Lo faccio accomodare?”.
Blytone fece un cenno con la mano e Toland entrò, con passo deciso, nel suo ufficio.
         “Allora Bob … che ne pensi dei nostri studi televisivi?”.
Toland si accomodò sulla poltrona davanti alla scrivania di Blytone e prese il gotto di caffè che Lia intanto aveva riempito, poi silenziosa si ritirò.
         “Eccellente programmazione, quella di ieri sera. Se lo viene a sapere la CNN, che gli avete usato uomini e logo, per quella finta diretta, impianterà una causa mai vista. Comunque avete avuto un’idea …. Geniale. Persino io, al principio ci ho creduto. Poi il giornalista davanti alla Casa Bianca … mi sono ricordato, dove lo avevo conosciuto.”.
Blytone sorrise apertamente.
         “ Già, l’inviato. Pensavo che fosse difficile riconoscere un agente dell’ufficio di Fairbancks. Nato, cresciuto in Alaska. Mi chiedo … “.
         “ L’ho conosciuto proprio a Fairbancks e sai che ho una buona memoria. Non chiedermi cosa ci facessi così a Nord Ovest, però.”.
         “Oltre al caffè, ti va una fetta di torta. E’ di Mary Ann, mia nuora. Ha le mani d’oro per i dolci e non so proprio come Richard possa rimanere un figurino ancora per molto. Quella ragazza ha deciso di mettere mio figlio all’ingrasso.”.
         “No ti ringrazio. Questa mattina ho già avuto uno scontro duro con Phoebe e non sarei in grado di apprezzare. Piuttosto se tu hai avuto buone notizie io, te ne porto di altrettanto buone. Il nostro uomo è vivo e ha dato sue notizie. E’ questione di ore e l’operazione – Worthog – avrà inizio.”.
         “Spiegati meglio.”. Blytone si sporse sulla scrivania per ascoltare meglio quanto l’altro aveva da dire.
Toland gli illustrò brevemente la conversazione tra Oscar e il suo contatto a Langley. Blytone ascoltò le parole di Toland con gli occhi che si spalancavano sempre di più dalla contentezza. Poi alzò le braccia al cielo emettendo un forte grugnito, o almeno così sembrò. Schiacciò un pulsante sull’interfono e disse.
         “Lia … Faccia preparare la macchina immediatamente, poi chiami la Casa Bianca e dica alla segretaria del Presidente che stiamo arrivando e che dobbiamo vedere il gran   capo subito, per una notizia che riguarda la sicurezza nazionale. Priorità assoluta.”.
Poi si alzò di scatto dalla poltrona e infilatosi la giacca disse a Toland, che lo stava fissando stranito da tanta esultanza.
         “Bob … vieni che oggi si fa la storia.”. Di gran carriera si diresse verso la porta del suo ufficio.
Toland si alzò e preso bicchiere di caffè di Blytone, lo annusò, per sincerarsi che dentro ci fosse solo caffè.
Annunci

SENTIERI INCROCIATI – 36° capitolo

Blytone sedeva, scuro in volto, nella sua poltrona. Al suo fianco sinistro il vice direttore, aveva la sua stessa espressione. Lungo il tavolo della sala riunioni, sedevano altri esponenti di spicco del F.B.I. e alla destra il Procuratore di Stato Donald Williams stava riordinando le sue carte. Alle sue spalle un nutrito gruppo di collaboratori si preparava a seguire l’interrogatorio. Seduto in disparte, il senatore Norton aveva dipinto sul volto una maschera di ghiaccio. Accanto a lui l’onorevole Stokton, uno dei tre che avrebbero formato la commissione d’inchiesta, aveva aperto sulle ginocchia una cartella e si preparava a prendere appunti. Si avvertiva la tensione nella stanza e quando finalmente la porta si aprì, quasi tutti trassero un sospiro di sollievo.

Maeve seguita da Preston e gli altri agenti di scorta fecero la loro comparsa e per ultimo entrò l’avvocato Rufus Clems, difensore di Preston. Non ci furono presentazioni e Clems iniziò subito all’attacco.

         “ Il mio cliente non ha nulla da dire alle accuse che gli sono state mosse, anzi presenterò una mozione per fare invalidare l’arresto, compiuto in spregio del luogo dove é avvenuto e contesto anche il modo con cui è avvenuto. Mi pare anche che questa sala non sia assolutamente un’aula di tribunale e non vedo nessun giudice presente. Quindi questo non è neppure la sede di giudizio preliminare e quindi tutto questo è assolutamente invalido.”.

Il Procuratore guardò l’avvocato, poi con tranquillità rispose.

         “ Rufus, forse non hai capito bene quali che siano le accuse del tuo cliente. E’ accusato di terrorismo e tradimento, più narcotraffico e tratta di uomini. Nulla mi tiene dall’ordinare per lui un volo di sola andata per Guantanamo, ora. In meno di mezz’ora sarebbe a Andrews e prima che venga servita la cena, mangerebbe la sbobba di Camp Delta, vestito con il pigiama arancione. Stai sicuro che lo farei restare lì fino a quando non racconta tutto. Chi sono i complici, quali sono le sue vere attività e quanti e quali sono i terroristi islamici che nei prossimi giorni entreranno nel Paese. Dove vogliono andare, chi vogliono incontrare e cosa vogliono fare, una volta entrati. Siamo in guerra Rufus e in questa guerra io … Non faccio prigionieri.”.

Clems guardò sbigottito Williams. Tutti i principi costituzionali, con quelle parole erano stati non solo ignorati, bensì cancellati del tutto. Si alzò in piedi e con voce strozzata disse:

         “Mi oppongo. Questo è uno Stato di polizia. Qui sono stati calpestati i valori costituzionali, che tu … tu e voi dite di difendere e custodire. Io adesso esco da questa stanza e la prima cosa che farò sarà recarmi nella sede del Post, poi andrò alla C.N.N. e denuncerò tutto questa gigantesca, grottesca montatura … Andiamocene Caleb, questi sono impazziti … Tutti quanti.”.

Williams non fece una piega, anzi fece un gesto a un agente e subito quello accese un grande schermo appeso a una parete.

Un giornalista della C.N.N. stava appunto parlando di fronte all’Hoover Bld. E stava dicendo che era stato arrestato Caleb Preston e quali fossero le accuse a suo carico. Dallo studio pervennero le immagini di un senatore Winghwhrite, scuro in volto, che attaccò immediatamente Preston e il suo operato, manifestando vivissima preoccupazione sugli sviluppi del caso e terminò congratulandosi con l’azione dell’Agenzia, che aveva troncato quei maneggi. Il commentatore politico della Casa Bianca riempì lo schermo per sostenere la preoccupazione che serpeggiava nel centro del potere politico americano, ma nel contempo ava ampio spazio all’azione dello F.B.I. aggiungendo che nelle prossime ore il Presidente stesso, avrebbe avuto l’occasione di congratularsi personalmente con chi era intervenuto a salvaguardia dell’integrità della nazione. Anzi non era da escludere che il Presidente stesso avrebbe rilasciato una dichiarazione in proposito.

Lo schermo poi si suddivise e anche gli altri network stavano rimbalzando la notizia, così che da un capo all’altro del paese potesse diffondersi.

Clems capì immediatamente che se voleva combattere, doveva scegliere un’altra strada e sceglierla al più presto. Era sì un avvocato prestigioso, nella capitale, ma quel processo poteva trascinarlo in acque tempestose e compromettergli la carriera futura.

Conosceva Williams e sapeva che avrebbe dato fondo a tutte le sue risorse pur di portare avanti ad un giudice il suo cliente, se non con un verdetto già stilato, almeno con una vittoria quasi assicurata. Per Preston le cose si mettevano male già da subito. Lo fissò come per chiedere se tutto quello che era stato detto e si era sentito fosse vero o comunque vicino alla verità.

Preston abbassò la testa e rimase a fissare il piano della grande scrivania, poi alzato il volto, guardò Williams.

         “Voglio fare un accordo.”

Il Procuratore strizzò gli occhi tanto da farli diventare due fessure.

         “Sentiamo cosa ha da dirci Preston, poi valuteremo se di accordo si potrà parlare. Se risponderà in modo veritiero a tutte le domande, allora le prometto, fin d’ora un processo rapido. L’importante che affermi tutta la verità a cominciare dal movimento di terroristi, che sappiamo avverrà nei prossimi giorni. Il resto verrà da se e dopo i dovuti controlli, ne riparleremo. Voglio … Vogliamo la verità e … Credo che lei voglia evitare l’ago.”.

Preston assentì più volte e chiese una bottiglia d’acqua, bevve un lungo sorso dal bicchiere e iniziò a parlare e mentre parlava e raccontava la sua verità, cominciò a pensare come e dove avrebbe trascorso i prossimi vent’anni.

Innanzitutto iniziò dal meccanismo del trasferimento di contributi per la lotta all’immigrazione. In base ai contributi statali la Guardia di Confine organizzava il servizio di sorveglianza e bastava dirottare il denaro verso un luogo piuttosto che l’altro che per forza le azioni di contrasto andavano diminuendo o aumentando. I pattugliamenti si diradavano, gli impegni di uomini e mezzi venivano meno, certi luoghi lungo il confine tra Stati Uniti e Messico diventavano comodi corridoi per far passare di tutto: dalla droga ai clandestini e poi armi e per chi aveva i contatti giusti anche terroristi, non necessariamente soli islamici. Potevano entrare anche agenti stranieri che si sarebbero dedicati allo spionaggio, soprattutto industriale. Erano buchi, quelli, che permettevano l’entrata, ma anche l’uscita. Uscite destinate al contrabbando di uomini e cose, indifferentemente.

Era notte oramai quando si venne a parlare di Gutierrez e del suo prossimo movimento di uomini. Sapeva che avrebbe fatto entrare parecchi uomini e sicuramente anche spie o terroristi, di questo non era certissimo, però le ultime informazioni e quindi il piano d’intervento per la Guardia di Confine dei prossimi sei mesi era certo di averlo consegnato giorni addietro, nelle mani di Gutierrez. La sua posizione all’interno dell’ufficio di Foulner, gli permetteva di avere libero accesso a tutte le informazioni utili. Era un lavoro pagato profumatamente.

Albeggiava quando finalmente tutto finì e Preston fu condotto in un altro ufficio sotto strettissima sorveglianza. Clems lo seguì e chiese di essere lasciato solo con il suo cliente. Ora doveva iniziare a preparare una qualche difesa, che permettesse al suo uomo di sfuggire all’iniezione letale, per lo meno.

Gli uffici dell’Agenzia degli stati confinanti con il Messico furono messi immediatamente in allarme così pure la Guardia di Confine e tutti gli uffici della dogana e dell’immigrazione da San Diego a Brownsville. Forse non tutti i buoi erano scappati dalla stalla.

SENTIERI INCROCIATI – 35 capitolo

Caleb Preston, fasciato nel suo nuovo completo in misto lino, arrivato solo da qualche giorno dall’Italia, seduto alla sua scrivania, stava ricontrollando le cifre del suo conto alle Cayman. Il bonifico di Gutierrez era già lì e nel rimirare la cifra, cospicua come sempre, al nostro uomo si dipinse un grosso sorriso sulla faccia. Si sarebbero tenute le elezioni di medio termine e lui avrebbe abbandonato la nave. Anzi avrebbe lasciato finalmente il paese. Era giunto il momento di godersi il frutto di tanta fatica e le coste calde e accoglienti del sud dell’America lo stavano aspettando. Era indeciso se preferire il Brasile oppure Paraguay. Il primo offriva più copertura, in ogni senso. Trattati di estradizione non ne erano stati firmati e legalmente era al sicuro. Riguardo al Paraguay, doveva informarsi meglio e approfondire il caso, comunque le amicizie potenti che si era fatto nel paese, gli davano fin d’ora una piacevole sensazione di sicurezza in più, con le ricchezze accumulate, avrebbe vissuto al riparo da ogni ristrettezza. Si avvicinava anche per lui il momento di cambiare vita.

Si aprì la porta e Margaret, la segretaria, con un filo di voce gli annunciò una visita inaspettata.

         “Signor Preston, ci sono due uomini del governo che avrebbero bisogno di parlarle urgentemente.”.

Preston chiuse i fogli in un cassetto della scrivania e indicò con un gesto che i visitatori potevano accomodarsi.

Entrarono una donna e un uomo. Preston fece il gesto di farli accomodare sulle poltrone che stavano innanzi alla scrivania.

La donna introdusse la mano nella borsa che aveva al braccio ed estrasse una placca su cui spiccava il sigillo del Ministero di Giustizia e disse.

         “Il signor Preston, immagino?”.

L’uomo la guardò un  po’ stupito e rispose a fior di labbra.

         “Sì, sono io.”.

L’altra continuò.

         “Signor Preston, lei è in arresto perché sospettato di traffico di narcotici, traffico di esseri umani e come fiancheggiatore di attività terroristiche in danno degli Stati Uniti d’America. Lei ha il diritto di non parlare e comunque tutto ciò che dirà da questo momento, potrà essere utilizzato in sede di giudizio. Lei ha il diritto di avere un avvocato, se non può permetterselo, le sarà assegnato d’ufficio dal Tribunale. Ha inteso i diritti che le ho elencato?”.

Preston spalancò gli occhi e gli venne meno il respiro. Cominciò a tremare tutto, mentre l’uomo, con le manette in mano si avvicinava. Fu solo un momento, poi si riprese.

         “Questo è … Ci deve essere un errore … Non è assolutamente possibile … State commettendo un sopruso … Voglio parlare immediatamente con un suo superiore.”.

L’altro uomo non fece una piega, lo afferrò per le spalle e lo alzò dalla poltrona, poi prese le sue braccia e le portò dietro la schiena e con un rapido gesto fece scattare le manette.

         “Andiamo e senza troppe storie.”. Disse con voce che non ammetteva repliche.

Maeve si fece dare il soprabito di Preston mentre uscivano dagli uffici, tra gli sguardi esterrefatti dei presenti; Preston intanto disse a Margaret : “Chiami immediatamente il mio avvocato.”. Il terzetto uscì e si diresse velocemente verso un ascensore. Altri due uomini del F.B.I. stavano attendendo, davanti alla porta aperta. Il gruppetto entrò, si chiusero le porte e si aprì la parte più difficile dell’intero caso. L’interrogatorio del sospettato.

Dietro una delle porte chiuse del grande ufficio del senatore Foulner, il senatore stesso stava seduto alla scrivania, con la testa tra le mani e i gomiti ben appoggiati al piano. Era scosso da tremiti e lo si sentiva gemere. La tensione degli ultimi giorni si stava sciogliendo in un’innaturale crisi di pianto. Il suo incubo peggiore era finalmente terminato, ma sentiva l’amaro gusto del tradimento e della sua personale sconfitta. Aveva dato tutta la fiducia possibile a un traditore. Avesse tradito lui solo e la sua fiducia, la sensazione sarebbe stata sì di sconfitta, ma sarebbe rimasta circoscritta solo in ambito personale. Aveva tradito lui e la Nazione, i suoi concittadini, il Governo e per un pugno di soldi. Foulner si fese conto che l’unica soluzione era quella di mettere fine alla propria vita. Non avrebbe superato la vergogna e quel gesto sarebbe stato apprezzato e appropriato. Si alzò e si avvicinò allo scrittorio, dall’altra parte del suo ufficio. Lì teneva la Colt45, che lo aveva accompagnato nella guerra del Vietnam. La prese e la soppesò, poi con mano ancora tremante fece scattare l’otturatore e tolse la sicura. Pose la canna vicino alla tempia, poi cambiò idea e se la introdusse in bocca e fece un lungo respiro.

In quel momento squillò il telefono. Era la suoneria della sua linea privata. D’istinto si tolse la canna dalla bocca e con la pistola a fianco prese la cornetta. La voce di Blayton dall’altra parte era chiara e trasparivano l’eccitazione e la felicità del momento.

         “Foulner? Lo abbiamo preso e questa volta lo incastriamo, stanne certo. Ti ho telefonato per ringraziarti, di aver tenuto saldi i nervi e di averci avvisato. Credo che tu abbia dato un contributo fondamentale alla lotta contro il crimine e credo anche che riceverai una telefonata ben più importante e che ti procurerà maggior piacere. Chiudo perché non voglio far attendere il Presidente. Grazie ancora da parte mia e da parte di tutti quelli che credono ancora nella giustizia”.”

Foulner non rispose che un balbettante prego. Frastornato dalle parole di Blayton, non riusciva a capacitarsi di quanto aveva sentito.

Il telefono incominciò di nuovo a ronzare. Alzò la cornetta, era il Presidente. Fu breve e conciso nei ringraziamenti, anzi lo invitò a raggiungerlo al più presto nell’Ufficio Ovale, alla Casa Bianca. Voleva congratularsi personalmente con lui.

Foulner rispose solo a monosillabi, la confusione che aveva in testa oramai lo aveva completamente travolto. Fissò la pistola, poi la ripose di nuovo nello scrittoio che chiuse a chiave e si mise la chiave in tasca.

Uscì dal suo ufficio, aveva un’aria grave ed era ancora un po’ terreo in volto.

Guardò Alexandra, la sua segretaria personale con lo sguardo ancora perso e con un filo di voce disse.

         “Alex, mi chiami un taxi per favore. Annulli tutti i miei impegni per la mattinata. Per quelli del pomeriggio … attenda mie istruzioni. Dovesse chiamare mia moglie o qualcuno della mia famiglia, dica loro che sono impegnato alla Casa Bianca e non posso essere assolutamente disturbato. Vado dal Presidente … ci vediamo più tardi.”.

Fece per uscire quando la segretaria con un filo di voce gli disse.

         “Senatore, sa cosa è successo a Preston, vero?”.

         “Sì. E’ per quello che il Presidente mi vuole vedere e subito. Ci vedremo più tardi e anche voi” Disse rivolto agli altri membri del suo staff. “Per favore, gradirei che mi aspettaste. Penso che vi dovrò delle spiegazioni e … Alex … ancora un favore … consola Margy … Credo che ne abbia proprio bisogno.”.

Ciò detto uscì.

SENTIERI INCROCIATI – 34 capitolo

Maeve sgranò ancor di più gli occhi e un brivido, le percorse la schiena. Fu un lampo, e in quello ebbe la sicurezza che tutte le fatiche, le speranze accumulate in tanti mesi d’indagini ora prendevano forma definitivamente.

Sentì dentro di se la sicurezza di accumunare a un volto, anche un nome e quello era il nome giusto. Si dice che ogni cosa abbia un nome e che c’è un posto per ogni cosa. Così ha voluto il buon Dio, per chi ci crede; o più semplicemente per comodità umana tutto è catalogato, sistemato in un ordine accettabile e condivisibile. Proprio tutto no, l’amore sfugge alle regole, come l’odio e in genere tutti i sentimenti umani, ma non le facce. Possono essere simili, ma non identiche; anche i gemelli hanno piccole impercettibili diseguaglianze.

         “Chi sarebbe questo Caleb Preston?”. Disse tentando di mantenere un tono calmo e distaccato, ma sentendosi bollire dentro.

         “Caleb … E’ il consigliere politico del senatore Foulner.”. Rispose Gastineaux con un mezzo sorriso.

         “E’ quello con la barba.”. Disse puntando il dito. “L’altro non lo conosco … Deve essere un messicano o comunque abitante dell’America Centrale. Questa è sicuramente un’area desertica. Dovrebbe essere metà pomeriggio, al più tardi verso le cinque … cinque e mezzo. Luogo aperto … quello è un saguaro e lì … un altro. La prima impressione è che si trovano in una zona intorno a Monterrey, verso il Rio Grande. Se osservate le rocce e il terreno … direi deserto sì, ma con elementi abbastanza rilevanti di argille e strati sedimentari. E’ chiaro … è quella zona.”.  Chiuse la sua analisi rivolgendo un’espressione molto soddisfatta, che si vedeva dipinta sul suo volto.

Maeve fu impressionata al momento, poi si riprese.

         “ Come conosci Caleb Preston?”.

Lambért alzò gli occhi al cielo, come scocciato dal dover ripetere per l’ennesima volta una storia che non gli andava di ripetere.

         “Eravamo compagni all’università. Lui all’epoca portava quella ridicola barba, ma che non gli ha mai impedito di essere un affarista nato. Anzi un politico nato. Non so come sia riuscito, ma ha fatto eleggere come presidente del comitato studentesco una nullità come David Sturgess. Era di Orlando, mi pare. Un mediocre studente di sociologia con mire di grande politico. Una volta laureato credo che sia riuscito solo a farsi eleggere amministratore di condominio. Il vero motore di tutto era Caleb. Stringeva alleanze, muoveva interessi, s’informava di tutto e tutti. Avrebbe potuto essere un ottimo poliziotto, forse anche un agente segreto. Difettava però di una cosa. L’onestà. Bhè, per i suoi interessi era disposto a tutto, anche a cambiare bandiera. Diciamo che faceva di tutto per te, se gli conveniva. Soprattutto se riusciva a mettere il piede in più scarpe. In questo, non c’è che dire, era un grande. Infatti una volta laureato si è fiondato qui, nella capitale. Il posto migliore per pescare nel torbido.”.  Terminò la frase con un ghigno.

         “OK. Rimani qui ancora un momento. Torno subito.”.

Con passo veloce, la ragazza si diresse nell’ufficio di Blyton. Il direttore era al telefono e le indicò la poltrona e continuò la conversazione, ignorando del tutto la sua presenza. Appena posò la cornetta, la apostrofò.

         “Agente O’Gara, spero che ci siano novità?”.

Maeve ebbe un luccichio negli occhi, rivelatore.

         “Abbiamo il nostro uomo. Al volto è associato un nome: Caleb Preston, il consigliere politico del senatore Foulner. L’ha riconosciuto Gastinaux e ammetto è stata mera fortuna.”.

Blyton la fissò un momento, poi disse brusco.

         “Vammi a prendere Gastinaux e portalo qui. Voglio sentire con le mie orecchie questa storia.”.

Maeve fece come aveva chiesto il Direttore e dopo alcuni minuti Lambért Gastinaux raccontava la sua storia, arricchendola di particolari. Intanto il registratore nascosto nell’ufficio del Direttore aveva iniziato a registrare ogni parola.

 <<<<< >>>>>

Davanti al boccale di birra e al bicchierino di “pulque”, Oscar stava aspettando. Da quando era entrato nella “Cantina de l’Armadillo”, non aveva in pratica parlato ne guardato nessuno dei presenti seduti al bancone. Stava li, a fissare i bicchieri e non muoveva un muscolo. Felipe, il grosso barman lo fissò ancora per cinque minuti, poi gli si avvicinò. Era passata una buona mezz’ora da quando aveva ordinato e ora la condensa intorno al bicchiere si era trasformata in quell’acquerugiola che lasciava sul bancone un alone bagnato intorno al bicchiere.

         “Qualcosa non va, signore?”.

Oscar fissò il barista.

         “Pensavo di incontrare Fernando Ruiz. Ho in arrivo dieci galli da combattimento e volevo proporgli un affare.”.

Felipe inarcò, per un attimo le sopracciglia, poi rispose.

         “Attenda un momento. Vedo se lo trovo.”. Entrò nella porta dietro il bancone, come se cercasse qualcosa nel retro. Tornò dopo pochi momenti. Teneva in mano un cartoccio, che posò accanto alla birra.

         “Provi a contattarlo con questo. Gli dica che il ragno è pronto a tessere.”.

Oscar approvò con un impercettibile segno si assenso. Pagò la consumazione e mise in tasca della giacca il cartoccio. Nessuno si accorse delle manovre, né udì le parole scambiate. Si alzò e se ne andò. Felipe prese birra e liquore e gettò tutto nell’acquaio. Poi si rimise a servire gli altri clienti.

Oscar camminava lungo la strada, con passo tranquillo e la mano in tasca. Le dita serravano il cartoccio. Arrivò alla macchina, che aveva parcheggiato poco lontano e partì come se fosse soddisfatto della bevuta. Guidò in maniera tranquilla lungo Avenida Colòn, per poi prendere l’Avenida Benito Juarez, verso Guadalupe. Trovò un luogo tranquillo, unì’area di sosta alberata e si fermò. Dal cartoccio che aveva in tasca, estrasse un telefono satellitare. Lo accese e si sincerò che la batteria fosse ben carica. Chiuse gli occhi, come per concentrarsi, poi compose il numero che per mesi si era ripetuto come un mantra, ogni giorno appena sveglio, ogni notte prima di addormentarsi.

Dopo tre squilli si udì una voce.

         “Controllo Sud.”.

Aveva il suo contatto.

         “Sono il signor Maltes. Devo parlare con Fernando Ruiz … a proposito di dieci galli da combattimento.”.

La voce, impersonale, dall’altra parte rispose solo “Attenda.”.

Ancora tre squilli e un’altra voce rispose.

         “Sono Ruiz.”.

Oscar iniziò a spiegare il fatto dei dieci galli da combattimento. Dall’atra parte, seduto a una scrivania, in un ufficio illuminato dal neon e con l’aria condizionata a palla, un uomo stava prendendo appunti, mentre quello seduto vicino a lui seguiva il lento svolgersi del nastro magnetico, su cui si stava registrando la conversazione.

Al termine ci fu ancora uno scambio di battute.

         “ Le comunicazioni dovranno avvenire alle ore dispari. La frase chiave è: tutto è uno schifo. In caso contrario sapremo che è stato catturato. Avvisi almeno cinque ore prima della partenza del carico, indicando luogo di passaggio e relative coordinate. Non c’è altro. Buona fortuna.”.

La comunicazione s’interruppe, era durata cinque minuti e il telefono satellitare era criptato. Chi fosse incappato nella trasmissione avrebbe sentito solo scariche e gracidii.

Oscar rimase ancora qualche minuto a occhi chiusi ripetendosi le istruzioni ricevute. Sentiva che l’ora della partenza si stava avvicinando e quelli erano i momenti peggiori. Si potevano commettere stupidi errori e tutto il lavoro svolto poteva andare in malora. Non poteva né voleva permetterselo. La missione stava per concludersi e voleva solo tornare a casa. Tornare con Luz, perché non poteva lasciarla ancora nelle mani di quel maiale.

Nel tornare alla villa di Gutierrez prese a perfezionare il suo piano.

 <<<<< >>>>>

L’uomo che aveva risposto come Fernando Ruiz, dopo aver posato la cornetta aveva ordinato con voce calma e fredda. Strappò la pagina su cui aveva preso nota di tutto e la passò a un altro uomo in divisa.

         “All’Ufficio Analisi. Comparazione degli appunti, con la trascrizione di quanto registrato al più presto sul tavolo del maggiore Bell.”.

L’uomo in divisa prese il foglio e il nastro e si diresse verso un altro ufficio. Qui gli appunti furono immediatamente trascritti su foglio elettronico, mentre un altro soldato stava già armeggiando con un altro registratore collegato a un PC. Fece partire il registratore e lanciò un programma di trascrizione simultanea. Sul video si andava formando il testo che una volta finita la trascrizione e salvato nella memoria principale, finì in stampa. Gli scritti furono inseriti in una cartellina azzurra con il logo bene in vista della C.I.A. La cartellina fu portata immediatamente nell’ufficio del maggiore Bell, che dopo una lettura attenta spostò i fogli in un’altra cartellina, questa volta rossa. La mise in una busta e chiamata un’ordinanza la fece recapitare immediatamente ai piani alti del complesso di Langley. Sulla busta c’era scritto solo un nome: Toland. Il Direttore della C.I.A.

SENTIERI INCROCIATI 33° capitolo

Da un’altra parte, in un altro stato, ma alla stessa ora un’ombra sgattaiolava dalla porta verde di una delle stanze del “Pine’s Inn” un motel posto a metà strada tra Fort Worth e la base dell’aviazione militare di stanza in zona. “Hummer” Page si guardò intorno e considerò il fatto dei quattro pini che s’innalzavano accanto al motel e scosse la testa. Terra di cactus considerò; non certo da conifere. Che paese strambo era il suo, pensò mentre saliva in macchina. Sicuramente dalle parti del Minnesota o in Montana ci sarà stato un motel di nome “Saguaro Inn” o “Joshua’s Tree Inn” e nelle vicinanze una diga di castori, con gli alci che pascolavano nel lago vicino. Lasciò correre alci e castori e si concentrò sulla notte passata in quella stanza. “Bunny” Nakamura si era rivelata una vera miniera di sorprese. Aveva accettato con gioia l’invito al ristorante messicano. La conversazione era stata veramente interessante e non aveva sfiorato assolutamente questioni di lavoro o servizio. Anzi aveva sfoggiato una buona dose di cultura riguardo letteratura, cinema e arte in generale, senza per questo dimostrarsi pesante o peggio leziosa. Poi era stata lei a proporre il motel e anche tra le lenzuola aveva combattuto “una buona battaglia” come disse alla fine, prima di addormentarsi. Larry dopo un poco si scosse e si accorse del tragico errore commesso. Aveva dimenticato la giovane amante nel motel. Fece una spericolata inversione a “u” e spinse a fondo l’acceleratore. La fronte s’imperlò di sudore e sperò.
Il tenente Nakamura si alzò con comodo e guardò l’ora. Erano le sette e toccò il letto vicino a lei. Il fatto che non ci fosse nessuno non la preoccupò. Raccolse la biancheria intima e si preparò per la doccia. Lo scroscio dell’acqua le impedì di sentire che la porta si aprì e chiuse e quando terminò di lavarsi, avvolta in un ampio asciugamano, entrata nella stanza trovò Larry già vestito e disteso sul letto. Aveva è vero un colorito un po’ paonazzo, ma lo sguardo di lei cadde immediatamente sul mazzo di fiori selvatici che lui teneva nella mano destra, per poi passare al cabaret su cui troneggiavano due bicchieri di “Starbuks”. Sorrise intenerita e anche compiaciuta e gettò un’altra occhiata alla sveglia digitale, poi disse, lasciando cadere il panno che la avvolgeva.
         “ Che ne dici di un altro volo a bassa quota?’.
Larry emise un corto respiro e si tolse il giubbino. Pensò subito al suo atterraggio d’emergenza, pienamente riuscito.
 <<<<< >>>>>
L’avvocato Obregon si passò il fazzoletto, candido che sapeva di lavanda, sulla fronte. Erano le otto del mattino e l’aria condizionata riusciva a malapena rinfrescare l’aria già calda che scendeva dalle “mese” che circondavano Monterrey. Aveva il fiato corto, la testa pesante, ma la notizia avuta per telefono era di quelle che aspettava già da qualche tempo. Era una buona notizia per il suo cliente migliore, Gutierrez, ma a lui riservò solo l’aumento del fastidio di quella mattinata già calda. Fissò Oscar, che immobile con volto impenetrabile, lo stava fissando dalla poltrona, davanti alla scrivania. L’avvocato abbozzò un sorriso, sventolando stancamente il suo cellulare.
         “Gli ospiti sono arrivati a Cuba. Questa sera prenderanno il battello e nella serata di domani sbarcheranno sulla spiaggia di Merida, a Progreso. Un nostro aereo li porterà il giorno dopo e quindi è meglio affrettare i preparativi per la successiva partenza.”.
Oscar assentì in silenzio.
         “C’è altro che devo riferire al signor Gutierrez ?”.
Obregon rimase per un attimo sovra pensiero, poi aggiunse.
         “Per il momento … digli solo che più tardi lo devo vedere. Gli devo parlare a quattr’occhi di una questione molto importante. Per adesso puoi anche andare”.
Si abbandonò allo schienale della poltrona e chiuse gli occhi, mentre Oscar abbandonava lo studio dell’avvocato.
Da quando quella storia era cominciata, aveva avuto addosso una strana e brutta sensazione. Far passare quattro pezzenti in America, perché potessero tirarsi fuori da loro stato di povertà, poteva anche andar bene. Anzi era un’opera meritoria.  Esportare droga … in fondo se gli “yanqui” avevano voglia di sballarsi erano affari loro C’era una domanda e loro coprivano l’offerta. Era il principio del libero mercato, anzi era il mercato. Nessun problema. La questione di questi “ospiti”, come li aveva chiamati; quella era differente. Non erano semplici pezzenti che pagavano un pugno di dollari per passare il confine, dopo che si erano venduti tutto, ma proprio tutto. Forse anche la dignità. Questi “ospiti” venivano da paesi lontani e parlavano una lingua incomprensibile ed erano ricercati dai servizi segreti di mezzo mondo. Avevano pagato una fortuna, ma con un’accusa di terrorismo internazionale sulla testa, Gutierrez non rischiava la galera. Aveva già prenotato una pallottola in fronte. Doveva trovare il  modo di sganciarsi da quella storia, fare in modo che il suo nome “Avvocato Obregon” non fosse assolutamente collegabile a Gutierrez, agli “ospiti” e al traffico d’armi che stava per essere messo in piedi per l’occasione. La soluzione non era facile e questa volta, per una volta, l’avvocato sentì il brivido della paura correre lungo la schiena. Era in gioco la sua vita e Gutierrez … che andasse al diavolo. Fissò a lungo il telefono, poi decise di aspettare ancora qualche giorno. Almeno fino a quando gli “ospiti” non fossero arrivati, anzi, non fossero in procinto di partire. Poi avrebbe telefonato al capitano Martinez del CISEN, il servizio di sicurezza nazionale per raccontare tutto ciò che sapeva riguardo quella storia. Solo quella, facendo in modo che gli “ospiti” fossero neutralizzati e che Gutierrez e lui ne uscissero come dei bravi cittadini. Mossa azzardata, ma almeno per un po’ di tempo avrebbero messo un fermo alle continue e asfissianti indagini su di loro e gli affari avrebbero potuto continuare, forse con maggior protezione di quella che già avevano. Si sentì soddisfatto del ragionamento.
Oscar rientrò nella grande villa di Gutierrez e chiese di essere ricevuto immediatamente dal capo. Fece la breve ambasciata e attese gli ordini.
Gutierrez prese un lungo sigaro da una scatola posta sulla scrivania. Ne aspirò a lungo la fragranza, ma non lo accese. Si mise a fissare un punto indefinito oltre le spalle di Oscar. Il ronzio dell’aria condizionata si spargeva in tutta la stanza. Il silenzio durò parecchio tempo, poi lentamente Gutierrez si staccò da quell’improvvisa immobilità e disse.
         “Bene. Abbiamo quattro giorni di tempo per organizzare tutto … Oscar, prendi le carte che ha lasciato l’americano e portamele. Avvisa Alvaro che prenda il miglior furgone che abbiamo. Che sia pulito e in ordine A quei quattro cammellieri dobbiamo dare una bella immagine del nostro grande paese. Un’altra cosa, scegli i ragazzi migliori per la scorta e soprattutto fai preparare la casa a Sabinas Hidalgo. Partiremo di la. Credo che parteciperò anch’io. Ho voglia di fare un giro per le nostre terre e la mia presenza può essere anche l’occasione per mettere un po’ d’ordine tra le nostre fila. E’ bene che il capo arrivi e sistemi le cose e che controlli che tutto vada per il meglio. Giusto “hermanos” !”.
Le teste dei presenti annuirono gravemente e gli sguardi si fecero più attenti.  Se ci fossero stati dei cambiamenti, era meglio esservi presenti. Scalare i gradi della banda era l’aspirazione di tutti i presenti.
Oscar Diaz-Ramirez a quelle parole ebbe un lieve sussulto, ma non lo diede a vedere. Riuscì a calmarsi quasi subito e continuò a emanare quella freddezza, che tanto aveva colpito Gutierrez. Mentre andava alla stanza blindata per prendere i documenti che aveva richiesto il capo, pensò subito a due cose. Riuscire a convincere Luz di far parte di quella spedizione e avvisare chi di dovere della spedizione stessa. Finalmente tutti i mesi passati nell’ombra erano in procinto di dare il raccolto migliore. Si sentiva pronto.

SENTIERI INCROCIATI – 32° capitolo

Lambèrt Gastineaux, malgrado fossero passati più di quindici anni, era rimasto un “nerd”.

Malgrado gli abiti di buona fattura che indossava. Nonostante l’impiego come esperto informatico nel F.B.I. o forse il peso degli anni grigi, nei quali si era aggirato come tanti, nel mondo sotterraneo degli hacker.  Un mondo di opalescenze artificiali. Un mondo che gli aveva affinato le sue naturali doti, questo bisognava riconoscerlo, ma che aveva impresso un marchio, peggiore di un tatuaggio riuscito alla meno peggio. Ora però quelle sue doti gli avevano permesso di uscire dall’ombra, risalire la china della società ed essere apprezzato per il lavoro che svolgeva. Non che fosse feccia e si fosse miracolosamente salvato da chissà quali gravi peccati, ma per il solo fatto che ora lui lavorasse per i “buoni”, già agli occhi dei suoi genitori, era considerato un novello Mosè. Salvato dalle acque del peccato e del vizio, lontano dai pericoli di attività illecite e contro lo stile di vita americano. Secondo i suoi genitori aveva corso il rischio di diventare un comunista o peggio un esaltato a tal punto, che avrebbe potuto aderire a un movimento sovversivo, terroristico. Gli antenati non avrebbero più avuto motivo di rivoltarsi nelle loro tombe e l’onore della famiglia era salvo. La famiglia Gastineaux aveva un nome onorato in Louisiana. Già dall’inizio della presenza francese i Gastineaux avevano commerciato in lungo e in largo lungo il Mississipi. Da New Orléans, a Baton Rouge e fin su a Saint Louis.  Dalla carne alle pellicce, passando dal grano, agli schiavi, al cotone. Lambèrt apparteneva a uno dei rami della famiglia, che più aveva alimentato l’apparato burocratico e politico americano. Tra i suoi predecessori poteva vantare due giudici, un generale d’artiglieria confederato, diversi deputati e un senatore dei tempi di Mc Kinley. Un suo trisavolo fu pure Sindaco di Baton Rouge, mentre uno zio fu Presidente dell’Autorità di Porto della città. Suo padre era stato Rettore dell’Università di Stato. Nessuno prima di lui era entrato al F.B.I. In più Lambèrt era a capo della sezione del crimine informatico e le sue facoltà di hacker erano sfruttate al meglio.

Quando comparve sul suo video, la fotografia scattata nel deserto messicano ebbe un sussulto e rivolgendosi a Maeve disse.

         “Ehi! Che ci fa qui la fotografia di Caleb? Chi è quell’altro?”.

Maeve lo fissò.

         “Caleb … chi?”.

Lambèrt sgranò gli occhi dietro i suoi occhiali dalla montatura invisibile e rispose con la massima naturalezza.

         “Caleb Preston.”.

<<<<<  >>>>>

Le ultime tracce della notte si stemperavano nella rosata luce dell’alba a Fort Bragg. Erano quasi le sei del mattino e il generale Bartholemy, seduto sul sedile posteriore della sua auto, stava scorrendo gli ultimi rapporti. L’auto si fermò al cancello principale e il sergente di guardia si avvicinò all’auto. Il finestrino scese e l’autista mostrò il proprio documento. Il sergente gettò un’occhiata all’interno e scorte le numerose mostrine sul petto del generale si mise sugli attenti e salutò. Poi fece un cenno alla guardia di alzare la sbarra e l’auto scivolò via quasi silenziosa.

Intanto in una delle sale riunioni della base altri tre uomini attendevano l’arrivo del generale.  I volti scuri e tesi, chini sui documenti che tenevano aperti davanti a loro. Il generale entrò e mise immediatamente a loro agio gli astanti. Le formalità non strettamente necessarie erano una grave forma di perditempo.

Immediatamente un attendente fece il giro degli astanti con il bricco del caffè e un altro portò panini dolci e salati. Gli uomini si servirono quasi senza parlare e il generale sorbì il caffè in silenzio, poi posata la tazza, esordì.

         “Signori, vorrei la vostra attenzione. Sono le sei e quindici minuti e da adesso inizia per noi, l’operazione “AIR WATRHOG”. Operazione voluta dal Presidente in persona e che coinvolge la sicurezza nazionale della nazione. Sappiamo da fonte certa che molte notizie, coperte dal “top secret” sono state divulgate. Che tali notizie potrebbero essere giunte ai nostri nemici e che queste stesse potrebbero venire usate per colpire l’America. Di undici settembre ne abbiamo già avuto uno. E’ stato sufficiente e non dovrà accadere ancora. Le istruzioni che ora leggeremo insieme di cui io sono e sarò, unico responsabile, sono classificate “Cosmic”. Una parola fuori da questa stanza e sarò felice di comandare il plotone d’esecuzione per chi avrà avuto la brillante idea di riferire a chicchessia ciò che andremo a dire. Chiaro? Bene … da questo momento due squadre per il “Recupero Ostaggi” dovranno essere messe in allarme continuo. C’è uno dei nostri la fuori che deve essere assolutamente riportato a casa, vivo e vegeto. Colonnello Leeds, lei dovrà scegliere i migliori e in base al piano che troverà allegato, dovrà farne migliori di quelli che sono. Per lei colonnello Brown … dovrà scegliere i migliori equipaggi di elicotteristi di “Apaches” e “Blackhawk”. Soprattutto questi ultimi che dovranno lavorare insieme agli uomini del colonnello Leeds. Le istruzioni sono nella busta contrassegnata in rosso. Avremo l’appoggio dell’Aviazione e quelli si stanno preparando già da qualche tempo. Vi avverto fin d’ora, che non sapremo quando agiremo, ma vi assicuro che agiremo e in ogni caso è bene che gli uomini siano pronti, se necessario anche tra un’ora. La situazione è gravissima, non lo nascondo e gli occhi del Presidente sono su di noi. E’ tutto.”.

La riunione si era svolta in neppure tre quarti d’ora e gli uomini uscirono con i volti ancora più scuri. Due ore dopo il capitano Potter e le due squadre al suo comando iniziavano un duro addestramento, insieme agli elicotteri del gruppo del maggiore Frederiks.

Il tempo a Fort Bragg era diventato un elastico.

<<<<< >>>>>

Da un’altra parte, in un altro stato, ma alla stessa ora un’ombra sgattaiolava dalla porta verde di una delle stanze del “Pine’s Inn” un motel posto a metà strada tra Fort Worth e la base dell’aviazione militare di stanza in zona. “Hummer” Page si guardò intorno e considerò il fatto dei quattro pini che s’innalzavano accanto al motel e scosse la testa. Terra da cactus, considerò; non certo da conifere. Che paese strambo era il suo, pensò mentre saliva in macchina. Sicuramente dalle parti del Minnesota o in Montana ci saranno stati un motel di nome “Saguaro Inn” o “Joshua Tree Inn” con nelle vicinanze una diga di castori e gli alci che pascolavano nel lago vicino. Lasciò correre alci e castori e si concentrò sulla notte passata in quella stanza. “Bunny” Nakamura si era rivelata una vera miniera di sorprese. Aveva accettato con gioia l’invito al ristorante messicano. La conversazione era stata veramente interessante e non aveva sfiorato assolutamente questioni di lavoro o servizio. Anzi aveva sfoggiato una buona dose di cultura riguardo letteratura, cinema e arte in generale, senza per questo dimostrarsi pesante o peggio leziosa. Poi era stata lei a proporre il motel e anche tra le lenzuola aveva combattuto “una buona battaglia” come disse alla fine, prima di addormentarsi. Larry dopo un poco si scosse e si accorse del tragico errore commesso. Aveva dimenticato la giovane amante nel motel. Fece una spericolata inversione a “u” e spinse a fondo l’acceleratore. La fronte s’imperlò di sudore e sperò.

Il tenente Nakamura si alzò con comodo e guardò l’ora. Erano le sette e toccò il letto vicino a lei. Il fatto che non ci fosse nessuno non la preoccupò. Raccolse la biancheria intima e si preparò per la doccia. Lo scroscio dell’acqua le impedì di sentire che la porta si aprì e chiuse e quando terminò di lavarsi, avvolta in un ampio asciugamano, entrata nella stanza trovò Larry già vestito e disteso sul letto. Aveva è vero un colorito un po’ paonazzo, ma il suo sguardo cadde immediatamente sul fiore di cactus che lui teneva tra le mani. Sorrise a quel pensiero e gettò ancora un’occhiata alla sveglia digitale, poi disse, lasciando cadere il panno che la avvolgeva.

         “ Che ne dici di un altro volo a bassa quota?’.

Larry emise un corto respiro e si tolse al volo il giubbino pensò subito al suo atterraggio d’emergenza, pienamente riuscito.

SENTIERI INCROCIATI – 31° capitolo

Il senatore Norton ricevette la telefonata più gradita delle molte di quella mattinata, proprio da Blyton, che lo informò dell’evoluzione del caso.

Norton pensò di avvertire immediatamente l’amico Winghwhrite.

         “Allora vecchio orso, dove sei?”.

Erano le sette, ora di New York.

         “Maledizione Ed, è questa l’ora di svegliare la gente. Lo sai che ore sono. Le tre del mattino e sono a Coronado. Riunioni di partito. Che c’è di tanto urgente?”.

Norton non batté ciglio e rifece al senatore del Texas tutto il discorso.

James Earl, alla fine di tutto disse solo.

         “ Vediamoci a cena questa sera. Da me o da te?”.

         “Al “21Club” questa sera … diciamo per le nove, ti sta bene?”.

         “Prenotami una bistecca grande quanto il Buchanan Lake”.

Norton sogghignò.

         “Preferisci la cardiologia dello Johns Hopkins o ti accontenti di quella del Bethesda. Sai pensavo al tuo colesterolo.”.

         “ A quello ci penso io. Maledizione … Tu prenotami quella maledetta bistecca. Tanto non ti ci voglio al mio funerale. Non saresti capace di piangere sulla mia bara, né di bere al ricevimento. Accidenti a te. Sono le tre del mattino e … grazie di avermi svegliato. Adesso mi riaddormenterò più contento, per le notizie che mi hai dato.”.

Chiuse la conversazione e si rigirò nel letto. Non passò un minuto che il suo rissare profondo si sparse per tutta la camera.

Quella al ristorante “21 Club” fu l’ultima di una serie di telefonate che Norton fece nelle ore seguenti.

Antony Clam era oramai un’ora che stava fissando l’uscita dei voli internazioni all’aeroporto di Shipol. Ricontrollò l’ora e il volo da Dubai era atterrato da circa trenta minuti ed erano usciti in parecchi, ma dei cinque uomini nessuna traccia.

“Non credo che usciranno da lì, amico mio.”.

Una voce famigliare lo colpì e girò la testa. Mordechai Schonbaum, lo stava fissando con uno sguardo canzonatorio. Clam si ricordò che il Mossad non era stato invitato, eppure eccolo lì. Con quel sorrisetto malizioso, che l’americano tanto detestava. L’agente israeliano continuò.

         “Carissimo. Credevi forse che le mosse di Said e dei suoi compari ci fossero sfuggite? E’ da Peshawar, che gli stiamo dietro e vorremmo tanto mettergli le mani sopra, ma continua a esserci troppa gente e non abbandonano le aree aeroportuali. Sono tre giorni che stanno viaggiando e non sappiamo, dove siano diretti. Potevate informarci, che anche voi siete sulle tracce di Said. Avemmo trovato un accordo.”.

Clam guardò l’agente del Mossad.

         “L’abbiamo intercettato per caso a Dubai questa notte e i suoi movimenti, crediamo s’inseriscono in un’indagine che coinvolge la nostra Sicurezza Nazionale.”.

         “Capisco. Lo vorreste tutto per voi, immagino?”.

         “Immagini bene, Mordechai. Ti assicuro però che se lo catturiamo vi passeremo le informazioni che riusciremo ad ottenere.”.

Ai due uomini si avvicinò un ometto calvo, con due grandi occhiali rotondi. Aveva un’aria dismessa e una grande borsa di pelle sotto il braccio.

Tossicchiò per attirare la loro attenzione.

         “Scusate signori. Permettete che mi presenti … Hank Van Heelps … sarei, come dire, un vostro collega. Sono dell’AIVD, sezione aeroportuale. Immagino che voi stiate aspettando cinque signori in arrivo da Dubai. Mi corre l’obbligo di riferirvi che quei cinque fra tre quarti d’ora s’imbarcheranno per Lisbona. Quindi è inutile che aspettiate qui.”.

Finì la frase con un mesto sorriso. Sapeva di non aver portato le notizie sperate, ma quella era la realtà dei fatti.

I tre si guardarono in faccia e Clam fu il primo a riprendersi.

         “Grazie signor Van Heelps. Penso proprio che la nostra presenza qui, sia oramai inutile. Meglio avvertire i capi per le prossime mosse.”.

Estrasse un telefono cellulare e compose un numero di Langley. Il viaggio non era ancora finito e la caccia continuava.

 <<<<< >>>>>

Intanto a Langley, ricevuta la telefonata di Clam, si era rimesso in moto l’apparato. Fu naturalmente avvisata la sezione portoghese e agenti dei servizi si erano immediatamente precipitati al “Portela”. Questa volta però, il MI5 aveva un suo uomo già introdotto agli arrivi internazionali. Manuela da Silva, l’agente inglese, era regolarmente stipendiata dalla TAP Portugal, come hostess di terra. Aveva l’incarico di guidare i gruppi dallo sbarco alle varie uscite e quindi poteva aggirarsi di là delle barriere con giusta ragione. All’arrivo del volo dall’Olanda si portò immediatamente alla zona di sbarco e individuò immediatamente il gruppo dei mediorientali. Costoro si diressero quasi subito a un banco interno delle informazioni e chiesero da dove partisse il volo per Caracas e mostrarono il biglietto. Furono indirizzati al Terminal 2 e fu confermato il volo in partenza alle 13 e 45. Dovevano affrettarsi. L’uomo che parlò per tutti disse che avevano solo bagaglio a mano e chiese del sistema più rapido per raggiungere l’imbarco. A quel punto Manuela si avvicinò e si offrì di accompagnarli. Quello che sembrava essere il capogruppo la fissò per un momento poi acconsentì. Manuela captò la tensione che c’era nell’aria. Gli uomini erano preoccupati di non riuscire a raggiungere l’aereo in tempo. Gli ordini ricevuti erano stati chiari. Osservare e riferire. Lei aggiunse anche un terzo: accompagnare. Mentre camminavano lungo il corridoio che li portava verso il terminal di partenza, la donna tra un sorriso di circostanza e l’altro tentò di fissare nella memoria ogni particolare di quei volti. Avrebbe dovuto poi aiutare il disegnatore degli identikit. Dopo un quarto d’ora circa raggiunsero il cancello d’imbarco per Caracas, ma il desk era ancora deserto. Chiese se volevano mangiare, ma ricevette solo dinieghi. Il capo gruppo la ringraziò in un inglese con marcato accento mediorientale e le allungò una banconota da 100 dollari, come mancia. Lei rifiutò, naturalmente, mostrando un certo fastidio per l’inopportunità del gesto. L’arabo non fece una piega. Manuela, attraversato il tornello d’uscita e messasi al coperto da ogni sguardo, prese il telefono e chiamò immediatamente il suo contatto. L’agente Downey seduto a uno dei bar del “Portela” rispose immediatamente. La conversazione fu brevissima. Dopo fu l’uomo a fare una telefonata. All’ora di pausa pranzo, alla mensa del personale aeroportuale, accanto a Manuela c’era una donna che stava disegnando dei volti. Da Thames House, intanto la notizia che il gruppo si preparava per il successivo volo su Caracas, fu diramata alle varie agenzie. Questa volta furono gli uomini dei servizi francesi che si apprestarono ad attendere al “Simon Bolivar” l’arrivo del volo TAP0143 da Lisbona.

Volo che fu immediatamente monitorato dai centri di controllo aereo dalle Azzorre alla Martinica, in più dalla portaerei “Lincoln” in viaggio di ritorno dalla missione nell’oceano Indiano fu predisposto il lancio di un E-2 Hawkeye per tracciarne il volo sull’Atlantico. Fu anche disposto l’allerta di due “F14-Tomcat”, che sarebbero dovuti intervenire in caso che i cinque decidessero di un sequestro ad alte quota. Il volo si svolse nella più completa tranquillità e nella calda serata caraibica il grosso Boing atterrò placidamente sulle piste del “Simon Bolivar”.

Naturalmente i cinque non misero il naso fuori dalla sezione arrivi internazionali. Anzi si diressero immediatamente a un banco informazioni per richiedere da dove partisse il volo per Cuba. Informazione che giunse sui tavoli dei servizi dopo poche ore.

A questo punto le domande si fecero incalzanti. Da Cuba su di una barca di trafficanti, sarebbero sbarcati direttamente sulle coste americane e quindi dovevano essere messe in allarme le coste della Florida, oppure il viaggio aereo non era ancora terminato e sarebbero potuti entrare dal confine messicano? Oppure erano a Cuba per un corso intensivo di terrorismo?

Toland questa volta scelse la linea più dura possibile. Allarme generale a tutte le stazioni del Grande e Piccolo Caribe. Così pure fecero francesi e inglesi. Riguardo al Mossad, gli israeliani erano riusciti a imbarcare un agente sul volo che da Caracas portava allo “José Martì” di Cuba.

Erano orami cinque giorni che i cinque terroristi volavano sui cieli di mezzo mondo e fino a ora non avevano ancora mostrato segni di cedimento. Il personale di bordo fu avvicinato discretamente dagli uomini dei servizi e interrogati circa le condizioni fisiche dei cinque, che si erano rivelati solo dei grandi dormiglioni. Nessuna interazione con altri passeggeri e richieste ridotte ai minimi, nei riguardi del personale.

C’era incertezza sulle due sponde dell’Atlantico.

Note a margine, appunti e carte da formaggio

Ebbene sì,. Dopo lunga e penosa malattia, leggasi lavoro  forsennato, anch’io sono andato in ferie e … vi permango con molto gaudio et jubilatione. Insomma fino al 15 settembre trascino  giorni d’ozio senza apparente fatica. Naturalmente abbiamo approfittato Artemisia, la mia e il sottoscritto di godere di ben 3, dicasi tre , giorni di piena e complice libertà assoluta. Tre giorni spesi a farci un  migliaio di chilometri. Gli ultimi con l’auto vecchia perché dal 31 agosto sono possessore di un’auto nuova. La Multipla oramai con i suoi 110.000 cappaemme, aveva bisogno di … Insomma aveva bisogno. Punto. Ora al suo posto, una fiammante 500L-Trekking fa bella mostra di se, pur non bullandosi né gongolando per tanta sua beltade e novità. Perché di questa scelta? Perché mi piace. Punto.
Orbene nei tre giorni di viaggio, oltre alla immancabile visita alle nostre “ragazze” del Convento delle Clarisse di Città della Pieve, perché anche quello ci piace, vi troviamo non solo amiche ma persone splendide, che pur con un tempo tiranno e poco galantuomo, sanno ricaricarci. Poche ore e ritroviamo equilibrio, serenità e più sorrisi per noi e per la nostra vita. Non solo esteriore, ma soprattutto interiore. Sopravalutazione? Odore di miracolo? Suggestione? Scegliete o aggiungete, sottraete, dividete quel che vi pare. Son cose che cambiano la qualità. Almeno a noi due e tanto basta. Punto.
Visto che nei giorni dedicati a noi era il genetliaco di Artemisia, la mia e sull’età di una donna non si scherza, Lei ha espresso il desiderio di andare a Roma. Città  che le piace, in modo particolare. Detto, fatto, però ci ho messo del mio e abbiamo preso il treno. Stranamente comodo, pulito e vergognosamente in orario, all’andata. Al ritorno, bèh si è comportato da treno italiano, almeno circa la puntualità. Poco ci è calato, eravamo in ferie. Proprio al ritorno mi è capitato un fatto strano. Dormicchiavo, dondolato dal vagone e mentre Artemisia, la mia ha trovato il modo di passare il tempo ciacolando con un’altra passeggera, distrattamente a me è toccato in sorte di ascoltare i discorsi di altri. Uno in particolare, formulato da una giovine donzella, che al cellulare stava ragguagliando molti di noi, intorno alle sue sospirate ferie. Mare, naturalmente. Coste laziali con una puntata nella vicina Grecia.
< “Poveri, con tutto il bisogno che c’hanno adesso, un po’ di turisti, non fa che migliorarli”>.
Ammesso e non concesso che gli ellenici siano alla canna del gas ed riconosco che ogni tanto ne fanno uso, del gas. Noi chi siamo? Evidenti frutti di congressi carnali proibiti? Noi non versiamo forse in acque altrettanto perigliose? Credo che mai come quest’anno abbiamo dimostrato di non essere poi così nababbi, come vorremmo dare ad intendere. Il “focus” del discorso però venne poco dopo. Se in un punto qualunque della costa laziale, la donzella di cui sopra, aveva goduto della presenza di “Lui”, questo godimento era stato contrastato, a suo dire. Perché Lui si era dimostrato “Caruccio, a modino ‘n pezzo de pane, che non poi sapé … Luchino mio bello … “ Abbandonandosi alla descrizione di un regaletto, che non si capiva se fosse stato nell’ordine: una catena d’oro a maglie grandi, stile laccio per buoi. Un anello impanato di pietre preziose, o ambedue. Il pensiero è stato unico: ‘mazza Luchino dal portafoglio a fisarmonica. Poi mi sono contenuto. Poteva essere buona bigiotteria, oppure pur rimanendo nel campo dei preziosi, la catena era a maglie larghe e leggera e le pietre piccole, ma sincere. Fatto sta, che passa alla seconda e più succosa parte del racconto. Nella terra d’Ulisse è andata senza il suo Luchino, bensì con un gruppo di amici tra i quali una quasi fiamma, tale Nico (Nicola? Nicolò? Niccolò? Non è dato saperlo.) Fiamma che ha avuto la sua epifania una notte torrida e ha avuto, anche, un paio di seguiti. Lei ha sostenuto vivamente che era una situazione di passaggio, anzi ha creduto di trovare in questo Nico il “trombamico” per il prossimo autunno-inverno. Trombamico? Sarebbe? Ne avevo sentito vagamente parlare, anche dalla Leonessa, ma reputavo questa figura come frutto di fantasie letterarie del filone giovanilistico, che miete successi. Credevo che la cosa fosse rubricata alla voce Moccia, De Caro. Invece a quanto pare, non è un mito, ma una realtà. Lei però continua beata, manifestando perplessità su questo  rapporto, perché :  < Sai  no, cioè Nico …. Cioè … Sì … E’ caruccio, coccoloso, tranquillo. S’impegna, è a modino … Ma è … A dire … Normale. Sei incasinata? Un pomeriggio durante la settimana va bene. Tutto lì. >.
Non so l’interlocutrice, ma credo che dall’altro capo ricevesse parole tali da avvalorare quel pensiero.
Nico ava ricevuto sufficienza e anche approvazione, ma rimaneva sconsolatamente l’uomo del mercoledì . Non poteva permettersi il salto di qualità. Un uomo di  media classifica, insomma.
Intanto “Lei” aveva avuto un’avventura, ma di quelle toste. Aveva conosciuto Apollo, o almeno un suo pari. Quello sì che poteva essere il vero “trombamico”. Cose inimmaginabili, che avrebbe relazionato però in seguito all’interlocutrice, de visu, perché : “Te devo raccontà … Tutto … E per filo e per segno … Nun poi sapé … ‘n casino di quelli, che … “.
Allora l’avventura è stata da 10 e lode, penso io. Sesso fatto come dovrebbe essere. Come tutti noi abbiamo immaginato, almeno una volta nella nostra intimità più segreta. Buon per lei … Però … Però Luchino? Raschiando quel poco di malizia che possiedo, me lo sono immaginato cervo ornato di palco reale. Anche alce, che ha un palco più imponente ancora o più semplicemente come in  kudu africano, che di corna ne ha due, ma a tortiglione, che danno valore aggiunto.
Già … Luchino. Riflettevo sulla cosa guardando il paesaggio che fuggiva e quelle terre, patria dell’amor cortese, delle donne dello schermo. Dame e cavalieri che sussultavano per uno sguardo,  languendo per un sorriso o un cenno della mano. Un pilastro dell’evoluzione dei rapporti sociali, che li ha retti e governati per almeno due o tre secoli, franato miseramente per un neologismo del terzo millennio, che forse ora non si usa neppure più. Ripenso ai miei tempi e alla leggenda metropolitana della  “Nave Scuola”. Mitica donna di almeno trent’anni che iniziava ai misteri del sesso noi brufolosi e ormonalmente instabili adolescenti, o almeno era quello che noi credevamo e speravamo. Era il mistero dell’atto che stuzzicava ingegno e appetito e il più delle volte, anzi sempre, veniva risolta in pratica autonomia. Ad essere precisi, ora pare che esita veramente questo tipo di donna, ma sociologi, sessuologi, psicologi, con il loro indefesso cercare, approfondire, interpretare cause ed effetti, hanno snaturato e disintegrato l’aura misteriosa, la leggenda che era fiorita intorno a questa storia. Altra occasione di fantasia sprecata.
Però, non ho soddisfatto la domanda, perdendomi dietro a miti e leggende.
Luchino? Che ne è stato o ne sarà di lui? Sarà felicemente cornuto, secondo una “vulgata” comune. Oppure anche lui sarà conviviale “trombamico” di qualcun’altra, come in un gioco di specchi, in un caleidoscopio nel quale nulla di ciò che è, sembra? Luoghi dove gli opposti s’incrociano e si scambiano, senza che per questo s’imbarazzino, si scontrino o si ignorino.
I tempi cambiano e di questo cambiamento non sempre ne siamo responsabili o li cavalchiamo come un tempo perché in fondo non sono nostri,  ma di chi ci è succeduto. Altre teste, altre idee e a noi rimane solo il compito di esserne spettatori, forse consapevoli. Di quella consapevolezza frutto dell’esperienza e di un certo lavorio di testa, ma tutto in conseguenza. Non crediamo di aver scoperto chissà che. Credo che questi siano fatti che ci debbano far pensare che è inutile che ci crediamo addosso, perché non sappiamo cosa c’è dietro l’angolo e quel che c’è, normalmente è sempre meno condivisibile della volta prima  che abbiamo svoltato.

Facciamo il punto

Facciamo il punto della situazione.

Siamo in Canada, Terra dove tutto é grande, dalla natura, agli animali ed é proprio uno di questi, un grosso orso nero, con la sua curiosità, da la stura agli avvenimenti. Ai piedi di una parete rocciosa  vengono trovati i resti di un uomo, che si scoprirà essere fotografo naturalista. Uomo che non é morto in conseguenza di una caduta, bensì ucciso da un colpo di fucile. Uomo che aveva contattato, prima della sua dipartita, le autorità federali americane, perché custode di un segreto o presumibile tale.  Gli inquirenti canadesi, nello specifico le famose “Giubbe Rosse”  iniziano le indagini con l’Ispettore Branson, cui é affiancato dall’agente speciale dello F.B.I.  Maeve O’Gara. Tra i due  con il tempo nasce anche qualcosa di più di una semplice collaborazione nelle indagini, pur rimanendo come sospesa. Tra alti e bassi e con l’aiuto di qualche  colpo di fortuna, prima ritrovano un CD di fotografie, ma soprattutto riescono ad identificare due uomini che in quelle fotografie appaiono. Uno é un affiliato ad un “Cartello” messicano che controlla il traffico di droga e di esseri umani, l’altro é un personaggio, noto nel mondo politico  degli Stati Uniti. L’intreccio tra droga e politica, porta all’entrata in scena di un potente politico americano: il senatore Norton. Uomo tutto di un pezzo  ha avuto l’informazione che dalle stanze, anche le più  segrete e riparate, é in corso una fuga di notizie tale da risultare un affare di spionaggio. Un caro amico infatti si sente spiato,; ha la netta impressione che le informazioni in suo possesso, gli vengano sottratte e che le medesime prendano strade pericolose e nemiche della sicurezza nazionale Deciso a correre ai ripari il senatore Norton, forte  degli appoggi politici e di un altro suo pari, il texano Wingwrith, organizza una commissione segreta  all’inizio, che dovrà indagare  su tale attività. Naturalmente nel corso delle indagini vengono a mano a mano coinvolte non solo lo F.B.I., ma anche la C.I.A. e via via le altre agenzie per la Sicurezza. Il caso, da semplice indagine di polizia, diventa un caso di ben più ampia portata. Tanto che nel corso delle indagini  in terra canadese e in quella americana, spuntano fuori improvvisamente un gruppo di terroristi che stanno viaggiando per mezzo mondo. Tanto che il livello d’allerta raggiunge veri picchi d’attenzione. Naturalmente la Casa Bianca ne viene informata e  con l’intervento di una serie di fortunate casualità viene scoperto anche il misterioso uomo della fotografia. Il braccio destro del senatore così preoccupato della fuga di notizie.

A questo punto c’é da chiedersi quando e come interverranno le autorità dei due paesi a fermare l’emorragia. Se il gruppo terroristico entra nel quadro generale e come potrà essere fermato, se la destinazione é proprio uno de due paesi. Infine se i due investigatori riusciranno a dare un volto all’assassino del fotografo.

I prossimi capitoli sapranno dare una risposta, o almeno ci proveranno.

Buona lettura

Navigazione articolo