CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

SENTIERI INCROCIATI – 31° capitolo

Il senatore Norton ricevette la telefonata più gradita delle molte di quella mattinata, proprio da Blyton, che lo informò dell’evoluzione del caso.

Norton pensò di avvertire immediatamente l’amico Winghwhrite.

         “Allora vecchio orso, dove sei?”.

Erano le sette, ora di New York.

         “Maledizione Ed, è questa l’ora di svegliare la gente. Lo sai che ore sono. Le tre del mattino e sono a Coronado. Riunioni di partito. Che c’è di tanto urgente?”.

Norton non batté ciglio e rifece al senatore del Texas tutto il discorso.

James Earl, alla fine di tutto disse solo.

         “ Vediamoci a cena questa sera. Da me o da te?”.

         “Al “21Club” questa sera … diciamo per le nove, ti sta bene?”.

         “Prenotami una bistecca grande quanto il Buchanan Lake”.

Norton sogghignò.

         “Preferisci la cardiologia dello Johns Hopkins o ti accontenti di quella del Bethesda. Sai pensavo al tuo colesterolo.”.

         “ A quello ci penso io. Maledizione … Tu prenotami quella maledetta bistecca. Tanto non ti ci voglio al mio funerale. Non saresti capace di piangere sulla mia bara, né di bere al ricevimento. Accidenti a te. Sono le tre del mattino e … grazie di avermi svegliato. Adesso mi riaddormenterò più contento, per le notizie che mi hai dato.”.

Chiuse la conversazione e si rigirò nel letto. Non passò un minuto che il suo rissare profondo si sparse per tutta la camera.

Quella al ristorante “21 Club” fu l’ultima di una serie di telefonate che Norton fece nelle ore seguenti.

Antony Clam era oramai un’ora che stava fissando l’uscita dei voli internazioni all’aeroporto di Shipol. Ricontrollò l’ora e il volo da Dubai era atterrato da circa trenta minuti ed erano usciti in parecchi, ma dei cinque uomini nessuna traccia.

“Non credo che usciranno da lì, amico mio.”.

Una voce famigliare lo colpì e girò la testa. Mordechai Schonbaum, lo stava fissando con uno sguardo canzonatorio. Clam si ricordò che il Mossad non era stato invitato, eppure eccolo lì. Con quel sorrisetto malizioso, che l’americano tanto detestava. L’agente israeliano continuò.

         “Carissimo. Credevi forse che le mosse di Said e dei suoi compari ci fossero sfuggite? E’ da Peshawar, che gli stiamo dietro e vorremmo tanto mettergli le mani sopra, ma continua a esserci troppa gente e non abbandonano le aree aeroportuali. Sono tre giorni che stanno viaggiando e non sappiamo, dove siano diretti. Potevate informarci, che anche voi siete sulle tracce di Said. Avemmo trovato un accordo.”.

Clam guardò l’agente del Mossad.

         “L’abbiamo intercettato per caso a Dubai questa notte e i suoi movimenti, crediamo s’inseriscono in un’indagine che coinvolge la nostra Sicurezza Nazionale.”.

         “Capisco. Lo vorreste tutto per voi, immagino?”.

         “Immagini bene, Mordechai. Ti assicuro però che se lo catturiamo vi passeremo le informazioni che riusciremo ad ottenere.”.

Ai due uomini si avvicinò un ometto calvo, con due grandi occhiali rotondi. Aveva un’aria dismessa e una grande borsa di pelle sotto il braccio.

Tossicchiò per attirare la loro attenzione.

         “Scusate signori. Permettete che mi presenti … Hank Van Heelps … sarei, come dire, un vostro collega. Sono dell’AIVD, sezione aeroportuale. Immagino che voi stiate aspettando cinque signori in arrivo da Dubai. Mi corre l’obbligo di riferirvi che quei cinque fra tre quarti d’ora s’imbarcheranno per Lisbona. Quindi è inutile che aspettiate qui.”.

Finì la frase con un mesto sorriso. Sapeva di non aver portato le notizie sperate, ma quella era la realtà dei fatti.

I tre si guardarono in faccia e Clam fu il primo a riprendersi.

         “Grazie signor Van Heelps. Penso proprio che la nostra presenza qui, sia oramai inutile. Meglio avvertire i capi per le prossime mosse.”.

Estrasse un telefono cellulare e compose un numero di Langley. Il viaggio non era ancora finito e la caccia continuava.

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Intanto a Langley, ricevuta la telefonata di Clam, si era rimesso in moto l’apparato. Fu naturalmente avvisata la sezione portoghese e agenti dei servizi si erano immediatamente precipitati al “Portela”. Questa volta però, il MI5 aveva un suo uomo già introdotto agli arrivi internazionali. Manuela da Silva, l’agente inglese, era regolarmente stipendiata dalla TAP Portugal, come hostess di terra. Aveva l’incarico di guidare i gruppi dallo sbarco alle varie uscite e quindi poteva aggirarsi di là delle barriere con giusta ragione. All’arrivo del volo dall’Olanda si portò immediatamente alla zona di sbarco e individuò immediatamente il gruppo dei mediorientali. Costoro si diressero quasi subito a un banco interno delle informazioni e chiesero da dove partisse il volo per Caracas e mostrarono il biglietto. Furono indirizzati al Terminal 2 e fu confermato il volo in partenza alle 13 e 45. Dovevano affrettarsi. L’uomo che parlò per tutti disse che avevano solo bagaglio a mano e chiese del sistema più rapido per raggiungere l’imbarco. A quel punto Manuela si avvicinò e si offrì di accompagnarli. Quello che sembrava essere il capogruppo la fissò per un momento poi acconsentì. Manuela captò la tensione che c’era nell’aria. Gli uomini erano preoccupati di non riuscire a raggiungere l’aereo in tempo. Gli ordini ricevuti erano stati chiari. Osservare e riferire. Lei aggiunse anche un terzo: accompagnare. Mentre camminavano lungo il corridoio che li portava verso il terminal di partenza, la donna tra un sorriso di circostanza e l’altro tentò di fissare nella memoria ogni particolare di quei volti. Avrebbe dovuto poi aiutare il disegnatore degli identikit. Dopo un quarto d’ora circa raggiunsero il cancello d’imbarco per Caracas, ma il desk era ancora deserto. Chiese se volevano mangiare, ma ricevette solo dinieghi. Il capo gruppo la ringraziò in un inglese con marcato accento mediorientale e le allungò una banconota da 100 dollari, come mancia. Lei rifiutò, naturalmente, mostrando un certo fastidio per l’inopportunità del gesto. L’arabo non fece una piega. Manuela, attraversato il tornello d’uscita e messasi al coperto da ogni sguardo, prese il telefono e chiamò immediatamente il suo contatto. L’agente Downey seduto a uno dei bar del “Portela” rispose immediatamente. La conversazione fu brevissima. Dopo fu l’uomo a fare una telefonata. All’ora di pausa pranzo, alla mensa del personale aeroportuale, accanto a Manuela c’era una donna che stava disegnando dei volti. Da Thames House, intanto la notizia che il gruppo si preparava per il successivo volo su Caracas, fu diramata alle varie agenzie. Questa volta furono gli uomini dei servizi francesi che si apprestarono ad attendere al “Simon Bolivar” l’arrivo del volo TAP0143 da Lisbona.

Volo che fu immediatamente monitorato dai centri di controllo aereo dalle Azzorre alla Martinica, in più dalla portaerei “Lincoln” in viaggio di ritorno dalla missione nell’oceano Indiano fu predisposto il lancio di un E-2 Hawkeye per tracciarne il volo sull’Atlantico. Fu anche disposto l’allerta di due “F14-Tomcat”, che sarebbero dovuti intervenire in caso che i cinque decidessero di un sequestro ad alte quota. Il volo si svolse nella più completa tranquillità e nella calda serata caraibica il grosso Boing atterrò placidamente sulle piste del “Simon Bolivar”.

Naturalmente i cinque non misero il naso fuori dalla sezione arrivi internazionali. Anzi si diressero immediatamente a un banco informazioni per richiedere da dove partisse il volo per Cuba. Informazione che giunse sui tavoli dei servizi dopo poche ore.

A questo punto le domande si fecero incalzanti. Da Cuba su di una barca di trafficanti, sarebbero sbarcati direttamente sulle coste americane e quindi dovevano essere messe in allarme le coste della Florida, oppure il viaggio aereo non era ancora terminato e sarebbero potuti entrare dal confine messicano? Oppure erano a Cuba per un corso intensivo di terrorismo?

Toland questa volta scelse la linea più dura possibile. Allarme generale a tutte le stazioni del Grande e Piccolo Caribe. Così pure fecero francesi e inglesi. Riguardo al Mossad, gli israeliani erano riusciti a imbarcare un agente sul volo che da Caracas portava allo “José Martì” di Cuba.

Erano orami cinque giorni che i cinque terroristi volavano sui cieli di mezzo mondo e fino a ora non avevano ancora mostrato segni di cedimento. Il personale di bordo fu avvicinato discretamente dagli uomini dei servizi e interrogati circa le condizioni fisiche dei cinque, che si erano rivelati solo dei grandi dormiglioni. Nessuna interazione con altri passeggeri e richieste ridotte ai minimi, nei riguardi del personale.

C’era incertezza sulle due sponde dell’Atlantico.

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22 pensieri su “SENTIERI INCROCIATI – 31° capitolo

  1. Due ottimi episodi. Il primo vagamente ironico con la sveglia mattutina del texano ( presuppongo). La seconda il viaggio interminabile dei 5 terroristi.
    Un piccolo dubbio parli di « Winghwhrite.» poi di James Earl. Sono la stessa persona oppure c’è un refuso? Non ho capito se l’incontro e nella grande mela oppura nel Texas. Parebbe nel texas, vista la bistecca gigante.
    Molto interessante e ben costruito è il secondo episodio con gli imbarchi a ripetizione. Secondo me la meta finale è Gutierez, il trafficante di droga.

  2. Per me birra e cocktail di gamberetti, grazie!
    Sempre eccellente, ca va sans dire.

  3. Devo proprio leggermi le scorse puntate. Ottima prosa, comunque.
    La birra la porto io, però al posto del pop corn preferirei le chips di mais.

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