CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

SENTIERI INCROCIATI – 35 capitolo

Caleb Preston, fasciato nel suo nuovo completo in misto lino, arrivato solo da qualche giorno dall’Italia, seduto alla sua scrivania, stava ricontrollando le cifre del suo conto alle Cayman. Il bonifico di Gutierrez era già lì e nel rimirare la cifra, cospicua come sempre, al nostro uomo si dipinse un grosso sorriso sulla faccia. Si sarebbero tenute le elezioni di medio termine e lui avrebbe abbandonato la nave. Anzi avrebbe lasciato finalmente il paese. Era giunto il momento di godersi il frutto di tanta fatica e le coste calde e accoglienti del sud dell’America lo stavano aspettando. Era indeciso se preferire il Brasile oppure Paraguay. Il primo offriva più copertura, in ogni senso. Trattati di estradizione non ne erano stati firmati e legalmente era al sicuro. Riguardo al Paraguay, doveva informarsi meglio e approfondire il caso, comunque le amicizie potenti che si era fatto nel paese, gli davano fin d’ora una piacevole sensazione di sicurezza in più, con le ricchezze accumulate, avrebbe vissuto al riparo da ogni ristrettezza. Si avvicinava anche per lui il momento di cambiare vita.

Si aprì la porta e Margaret, la segretaria, con un filo di voce gli annunciò una visita inaspettata.

         “Signor Preston, ci sono due uomini del governo che avrebbero bisogno di parlarle urgentemente.”.

Preston chiuse i fogli in un cassetto della scrivania e indicò con un gesto che i visitatori potevano accomodarsi.

Entrarono una donna e un uomo. Preston fece il gesto di farli accomodare sulle poltrone che stavano innanzi alla scrivania.

La donna introdusse la mano nella borsa che aveva al braccio ed estrasse una placca su cui spiccava il sigillo del Ministero di Giustizia e disse.

         “Il signor Preston, immagino?”.

L’uomo la guardò un  po’ stupito e rispose a fior di labbra.

         “Sì, sono io.”.

L’altra continuò.

         “Signor Preston, lei è in arresto perché sospettato di traffico di narcotici, traffico di esseri umani e come fiancheggiatore di attività terroristiche in danno degli Stati Uniti d’America. Lei ha il diritto di non parlare e comunque tutto ciò che dirà da questo momento, potrà essere utilizzato in sede di giudizio. Lei ha il diritto di avere un avvocato, se non può permetterselo, le sarà assegnato d’ufficio dal Tribunale. Ha inteso i diritti che le ho elencato?”.

Preston spalancò gli occhi e gli venne meno il respiro. Cominciò a tremare tutto, mentre l’uomo, con le manette in mano si avvicinava. Fu solo un momento, poi si riprese.

         “Questo è … Ci deve essere un errore … Non è assolutamente possibile … State commettendo un sopruso … Voglio parlare immediatamente con un suo superiore.”.

L’altro uomo non fece una piega, lo afferrò per le spalle e lo alzò dalla poltrona, poi prese le sue braccia e le portò dietro la schiena e con un rapido gesto fece scattare le manette.

         “Andiamo e senza troppe storie.”. Disse con voce che non ammetteva repliche.

Maeve si fece dare il soprabito di Preston mentre uscivano dagli uffici, tra gli sguardi esterrefatti dei presenti; Preston intanto disse a Margaret : “Chiami immediatamente il mio avvocato.”. Il terzetto uscì e si diresse velocemente verso un ascensore. Altri due uomini del F.B.I. stavano attendendo, davanti alla porta aperta. Il gruppetto entrò, si chiusero le porte e si aprì la parte più difficile dell’intero caso. L’interrogatorio del sospettato.

Dietro una delle porte chiuse del grande ufficio del senatore Foulner, il senatore stesso stava seduto alla scrivania, con la testa tra le mani e i gomiti ben appoggiati al piano. Era scosso da tremiti e lo si sentiva gemere. La tensione degli ultimi giorni si stava sciogliendo in un’innaturale crisi di pianto. Il suo incubo peggiore era finalmente terminato, ma sentiva l’amaro gusto del tradimento e della sua personale sconfitta. Aveva dato tutta la fiducia possibile a un traditore. Avesse tradito lui solo e la sua fiducia, la sensazione sarebbe stata sì di sconfitta, ma sarebbe rimasta circoscritta solo in ambito personale. Aveva tradito lui e la Nazione, i suoi concittadini, il Governo e per un pugno di soldi. Foulner si fese conto che l’unica soluzione era quella di mettere fine alla propria vita. Non avrebbe superato la vergogna e quel gesto sarebbe stato apprezzato e appropriato. Si alzò e si avvicinò allo scrittorio, dall’altra parte del suo ufficio. Lì teneva la Colt45, che lo aveva accompagnato nella guerra del Vietnam. La prese e la soppesò, poi con mano ancora tremante fece scattare l’otturatore e tolse la sicura. Pose la canna vicino alla tempia, poi cambiò idea e se la introdusse in bocca e fece un lungo respiro.

In quel momento squillò il telefono. Era la suoneria della sua linea privata. D’istinto si tolse la canna dalla bocca e con la pistola a fianco prese la cornetta. La voce di Blayton dall’altra parte era chiara e trasparivano l’eccitazione e la felicità del momento.

         “Foulner? Lo abbiamo preso e questa volta lo incastriamo, stanne certo. Ti ho telefonato per ringraziarti, di aver tenuto saldi i nervi e di averci avvisato. Credo che tu abbia dato un contributo fondamentale alla lotta contro il crimine e credo anche che riceverai una telefonata ben più importante e che ti procurerà maggior piacere. Chiudo perché non voglio far attendere il Presidente. Grazie ancora da parte mia e da parte di tutti quelli che credono ancora nella giustizia”.”

Foulner non rispose che un balbettante prego. Frastornato dalle parole di Blayton, non riusciva a capacitarsi di quanto aveva sentito.

Il telefono incominciò di nuovo a ronzare. Alzò la cornetta, era il Presidente. Fu breve e conciso nei ringraziamenti, anzi lo invitò a raggiungerlo al più presto nell’Ufficio Ovale, alla Casa Bianca. Voleva congratularsi personalmente con lui.

Foulner rispose solo a monosillabi, la confusione che aveva in testa oramai lo aveva completamente travolto. Fissò la pistola, poi la ripose di nuovo nello scrittoio che chiuse a chiave e si mise la chiave in tasca.

Uscì dal suo ufficio, aveva un’aria grave ed era ancora un po’ terreo in volto.

Guardò Alexandra, la sua segretaria personale con lo sguardo ancora perso e con un filo di voce disse.

         “Alex, mi chiami un taxi per favore. Annulli tutti i miei impegni per la mattinata. Per quelli del pomeriggio … attenda mie istruzioni. Dovesse chiamare mia moglie o qualcuno della mia famiglia, dica loro che sono impegnato alla Casa Bianca e non posso essere assolutamente disturbato. Vado dal Presidente … ci vediamo più tardi.”.

Fece per uscire quando la segretaria con un filo di voce gli disse.

         “Senatore, sa cosa è successo a Preston, vero?”.

         “Sì. E’ per quello che il Presidente mi vuole vedere e subito. Ci vedremo più tardi e anche voi” Disse rivolto agli altri membri del suo staff. “Per favore, gradirei che mi aspettaste. Penso che vi dovrò delle spiegazioni e … Alex … ancora un favore … consola Margy … Credo che ne abbia proprio bisogno.”.

Ciò detto uscì.

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24 pensieri su “SENTIERI INCROCIATI – 35 capitolo

  1. Perfetto capitolo! Hai citato a memoria la formuletta dell’arresto, ha dato suspense con finto suicidio del senatore, diciamo più propriamente tentativo. Tutto scorre fluido e appassionante.
    Veramente ottimo.

    • @ NWB = Capitolo meditato. Soprattutto nella parte del tentato suicidio. Mi é sembrato un po’ forte però il tuo commento mi ha convinto che é stata la scelta giusta

        • @ NWB = Bèh, sai … il suicidio ha molti significati e porta con se molti simboli.
          Significa mancanza di speranza innanzitutto. Unica scelta obbligata ad una vita completamente svuotata di certezze, valori, punti fermi.
          Insomma quando proprio non ce né più.
          Finite le alternative, davanti a se solo un vuoto colmabile solo con la fine d’ogni cosa.
          Scelta che mi mette sempre una tristezza infinita. Anche se é solo un personaggio di fantasia e può starci una fine simile nella politica del romanzo, mi sembra che dimostri un fallimento.
          Anche il mio , che non sono riuscito a risolvere se non eliminandolo in maniera così brutale

          • Al di là dei significati, il suicidio è sempre un’ammissione di colpevolezza ovvero l’incapacità di se stesso a superare i problemi, veri o presunti.
            Nel caso del personaggio è ammettere di aver eseguito una scelta sbagliata e di non avere il coraggio di affrontarne le conseguenze.

          • @ NWB = Caricandosi di responsabilità che vanno oltre gli sbagli compiuti. Si che Faulner ha sbagliato a prendersi Preston, ma mai più immaginava che fosse in combutta con Gutierrez e per di più così invischiato in attività così antiamericane.
            Forse il suicidio é il solo che possa cancellare uno sbaglio così enorme e permette di tacitare soprattutto la “pancia” degli altri.
            Non il “cervello”, visto che ne siamo quì a discutere.

          • Come logica ci sta tutta! Però non lo assolve.

          • @ NWB = E’ sempre difficile assolvere un suicida. Rimangono dei se e dei ma, il più delle volte irrisolvibili.

  2. Oh, finalmente! Devo confessarti che questo mi piace molto, ma molto veh!

  3. E’ più scoppiettante, ecco!

  4. Bel capitolo, Cape! Mi sentivo catapultata in un film poliziesco grintosissimo 🙂

  5. Per un pelo. Per un pelo hanno salvato Foulner e per un pelo hanno beccato Preston. Già. In effetti sono due.
    Per due peli, allora.

  6. P.s.: battute a parte, mi allineo con i miei predecessori. Davvero un bel capitolo.

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