CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “ottobre, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 44° capitolo

Tutta la conversazione, come sempre, finì sul tavolo di Tolan. Le coordinate finirono sui tavoli tattici di Hulrlburt Field, Florida, il Comando delle Operazioni Speciali. Furono immessi nel calcolatore centrale per l’elaborazione dei tempi i’intervento per gli aerei di Fort Worth e gli elicotteri del Gruppo Ricerca e Recupero. Erano gli ultimi dettagli di preparazione dell’Operazione “Air Warthog”.

Said e i suoi compagni dormirono per almeno due giorni, nell’hestancia di Gutierrez a Sabina Hidalgo. Dopo tutti quei giorni di viaggio forzato il jet lag si fece sentire di colpo. La casa era grande e fresca, dotata di ogni piacevolezza e soprattutto, la cucina era curata da Ahmed, un cuoco libanese che lavorava a Monterrey e che per sdebitarsi con  Gutierrez, cucinava i pasti per i suoi ospiti.

Nel primo pomeriggio arrivò il convoglio che avrebbe dovuto portarli oltre frontiera. Veloci e solidi fuori strada e un furgone, attrezzato anche quello da outback. Furono subito formati gli equipaggi e nel furgone presero posto Oscar, Luz e due tirapiedi di Gutierrez. Nei fuori strada Gutierrez, Said con i compagni e gli autisti. A ciascun terrorista furono dati nuovi documenti, soldi e soprattutto una pistola. Gutierrez assicurò che ad Abilene, la prima tappa del lungo trasferimento avrebbero trovato altre automobili, fornite di navigatore e una serie di indirizzi di nascondigli sicuri, più cellulari con schede prepagate, difficili da intercettare. Almeno fino a che non avessero preso contatto con i loro basisti. In più, come regalo e fuori da ogni contrattazione precedente Gutierrez allungò a Said una breve lista di numeri telefonici, da contattate in ogni momento. Amici, sostenne il messicano, che avrebbero fatto comodo ad appianare  guai eventuali. Said accettò di buon grado, ma pensò immediatamente di disfarsene di tutti quegli aiuti, una volta giunti ad Abilene. Nelle loro borse avevano già telefoni con schede sicure, acquistate da neppure un mese in varie parti degli Stati Uniti. A Cuba poi erano stati forniti di armi, che adesso giacevano smontante nei doppi fondi dei loro bagagli personali. Comunque qualche arma in più avrebbe fatto comodo.

Il paesaggio che stava sfilando sotto i loro occhi era piatto e brullo. Il deserto messicano appariva monotono e quasi mono cromatico. A gialli pallidi, si susseguiva il marrone chiaro, slavato da troppo sole e poca acqua. Ogni tanto macchie più scure indicavano alberi o solitari saguari, piantati in mezzo al nulla. La strada, la Carretera Anhauc, che da Sabina Hidalgo andava a Nueva Laredo, era comoda e asfaltata. Si fermarono solo presso i distributori di carburante, dove c’era anche il posto di ristoro. Bevvero birra e acqua corretta da uno sciroppo di frutta allappante. Riempiti i serbatoi, ripartirono di gran carriera per arrivare al guado prima di sera e così avvenne, se non dopo avere svoltato verso la Carrera Nuovo Leon Pedras Negras e poi ancora in una delle mille strade sterrate che si dirigevano verso il Rio Grande.

Oscar, nei momenti concitati prima della partenza, era riuscito a piazzare dei rilevatori di posizione, che lanciavano il loro segnale nello spazio. Lassù, un satellite americano lo raccoglieva e lo faceva rimbalzare sulle antenne di Angle. Tutto era registrato e analizzato già a Langley e via cavo a fibre ottiche era mandato presso la sede centrale della N.S.A., dove veniva sottoposto a ulteriore verifica, prima di partire alla volta del Sentry3, incaricato di coordinare il momento finale della missione.

A ogni sosta Oscar controllava, non visto, che i rilevatori fossero al loro posto e funzionassero a dovere. Per il momento tutto procedeva secondo i piani. Lo preoccupava lo sterrato e si augurò di aver piazzato al meglio le sue cimici. Il suo telefono satellitare intanto mandava costantemente la sua posizione. La sua unica certezza.

Gli uomini, al comando del capitano Potter erano già pronti nella base avanzata nel deserto nei pressi di un lago artificiale, scavato per far abbeverare il bestiame. Uomini ed elicotteri erano stati riforniti ed era stato previsto anche un rifornimento in volo durante il rientro.

Sulla pista di decollo dell’aeroporto di Fort Worth, i due A40 Tunderbolt, aspettavano solo di essere armati, mentre il capitano Page e il tenente Nakamura attendevano il momento della chiamata nei locali adibiti. Persino nelle stanze sotterranee di Mount Cheyenne molti occhi erano fissi sui monitor che ritrasmettevano le immagini inviate dal KH11-125, satellite spia dell’Aviazione, che aveva puntato i propri potenti obiettivi su quella fetta di deserto. L’Amministrazione non voleva assolutamente che nulla sfuggisse e le migliori forze della difesa e dell’attacco erano state messe in campo.

Si trattava solo di attendere gli eventi e fare in modo che questi andassero nel verso voluto.

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SENTIERI INCROCIATI – 43° capitolo

Erano suonate da poco le tre del mattino. Tre rintocchi secchi della campana della chiesa di San Firmino a nemmeno un isolato dalla casa di Oscar. Non abitava nella grande “fazenda” di Gutierrez, alle porte  di Monterrey. Preferiva quell’appartamento, il più piccolo in quello stabile di lusso. Oscar spostò leggermente la cassettiera della sua stanza da letto e prese il telefono satellitare. Compose il numero e attese i soliti tre squilli.

         “Controllo Sud.”.

         “Sono Maltes, il signor Riuz, per favore. Gli dica che è per quell’invio dei galli da combattimento. Ah, gli aggiunga, che qui la situazione è pessima.”.

La voce di Ruiz non si fece attendere, se non dopo il secondo squillo.

         “Mi dica signor Maltes, la situazione è veramente così brutta?”.

Oscar inspirò profondamente poi iniziò a rivelare il piano per il trasferimento di Said e i suoi compari. Dalla casa protetta di Gutierrez, quella notte stessa, una colonna composta di alcuni  SUV avrebbe viaggiato verso il Rio Grande, da Sabina Hidalgo in direzione di Nuovo Laredo, poi sulla verticale di Carrizzo Spring, avrebbe attraversato il fiume su di un vecchio guado, utilizzato dalla banda di Gutierrez per portare negli Stati Uniti carichi di uomini, droga, armi. Oltrepassato il confine, a una decina di miglia si sarebbero fermati nei pressi di un ranch abbandonato. Quattro case in mezzo al nulla del deserto del Texas. Qui sarebbero stati caricati su di un camion e avrebbero continuato per il nord. Era probabile che s’immettessero sulla statale 83 fino ad Abilene, poi da li i “galli” avrebbero continuato il loro viaggio. Aggiunse che ignorava la destinazione finale. Intanto avrebbe mandato e coordinate del ranch, perché solo quarantotto ore prima aveva proceduto a un sopraluogo e aveva colto l’occasione di memorizzarle. Per ultimo disse anche che avrebbe seguito il convoglio, nel tratto finale, partendo mezz’ora dopo. Il gps del satellitare avrebbe segnalato sempre la sua posizione e sarebbe stato acceso all’atto della partenza dalla casa di Gutierrez a Sabina Hidalgo. Concluse che con lui avrebbe avuto una persona che assolutamente doveva entrare sul suolo americano.

Il signor Ruiz, prese nota di tutto, come per la precedente conversazione.

         “Molto bene signor Maltes; si attenga scrupolosamente a quanto ci ha indicato e noi faremo altrettanto. Riguardo al suo ospite, credo che non sorgerà nessun problema. Il comitato di ricevimento sarà informato di questa presenza. E’ stato un piacere fare affari con lei. Le auguro una buona serata.”.

Oscar chiuse la comunicazione e con il telefono in mano, si gettò sul letto. Poche ore e poi finalmente l’incubo sarebbe finito. Doveva assolutamente resistere per un’altra manciata di ore, ma la tensione ora si faceva sempre più palpabile e il pensiero corse immediatamente a Luz. Avrebbe resistito?

Luz quella notte riusciva a mala pena a rimanere nel letto. Gutierrez non si era visto e forse ora stava scopando con una delle altre ragazze. La cosa non le importava, anzi era contenta solo del fatto che non aveva sollevato obbiezioni, quando lei gli aveva chiesto se poteva accompagnarlo in questo suo viaggio. Anzi proprio la presenza di una donna al suo fianco non avrebbe generato sospetti. Il capo arrivava solo per accompagnare ospiti importanti e alla conclusione dell’ennesimo buon affare era gusto che si concedesse un premio per la fatica sopportata. In fondo a Gutierrez piaceva mostrare le sue personali proprietà e Luz era una di quelle migliori. Tutti quanti avrebbero costatato che il capo sapeva vivere bene, circondandosi del meglio, anche in fatto di donne. Per solleticarlo ancora di più Luz, con voce rotta dall’emozione, gli disse che era vicino il suo trentesimo compleanno e lei sarebbe stata felice di festeggiarlo con lui, annunciandogli del suo desiderio di dargli un figlio e che al suo ritorno a Monterrey sarebbe stata disponibile tutti i momenti per farsi ingravidare.

A quelle parole Gutierrez aveva gonfiato il petto e senza tante storie, l’aveva rovesciata sul tavolo dello studio, dove stava avvenendo la conversazione. Con furia le strappò le mutandine e la possedette come una furia. “Perché aspettare?”. Biascicò, nella foga dell’atto. A quell’ennesima violenza Luz non seppe, come sempre, ribellarsi. Tra le lacrime, accettò ancora una volta l’atto e si disse in cuor suo che quello sarebbe stato l’ultimo e benedisse il dottor Pinkus.  Luz, quella notte, che oramai volgeva già al mattino, fissò ancora una volta il soffitto e si mise a pregare. Pregò la vergine di Guadalupe, di riuscire a fuggire definitivamente da quell’inferno e di poter vivere una vita degna di essere vissuta. Aveva il mezzo e l’opportunità e pregò più intensamente, perché quelli non le sfuggissero dalle mani, per sempre. Si concentrò sul volto sorridente di Oscar e finalmente il sonno la prese.

SENTIERI INCROCIATI – 42° capitolo

La sera della domenica, seduto sul divano della veranda di casa sua, Gilles ripensava alla notte precedente, passata nella tenda sudatoria. Se da una parte, tutta quella gran sudata gli aveva fatto bene al corpo, nell’anima sentiva ancora confusione, ma non tumulto.
Gli spiriti non lo avevano visitato, per dargli delle risposte, non aveva avuto la visione sperata, anzi a un certo punto aveva corso il rischio di addormentarsi di colpo. Forse era quella la visione. Addormentare i sentimenti, lasciare che dormissero fino a che non si sentissero pronti per un giusto risveglio. Forse dovevano addormentarsi per sempre, perché quelli non erano i tempi per l’amore e quella non era la donna da amare.
Si rese conto che gli arzigogoli della mente portavano lontano, nei meandri fuorvianti del non senso. Eppure sentiva che c’era un senso in tutto quello che aveva vissuto fino allora, compresa Maeve. Anzi il senso aveva preso corpo da quella sera di Quantico. La visione di lei, vestita solo di slip, se ogni tanto lo veniva a visitare, ultimamente era presente con una certa frequenza, anche nei momenti più inaspettati. Forse gli spiriti gli stavano indicando l’inevitabilità della sua storia. Che se voleva concretizzarla doveva armarsi di tutte le sue forze e superare ogni difficoltà e se bisognava pagare un prezzo, quello sarebbe stato secondario.
Entrò in casa e fissò il telefono, poi guardò l’impianto stereofonico e la sua vasta discoteca. Fece scorrere i vecchi vinili, per poi passare ai Cd, infine scelse.
L’imponenza della Filarmonica di Berlino entrò prepotente in casa e sotto la direzione di Karajan le potenti note della Quinta di Beethoven si sparsero in tutto l’ambiente. Ludwig era l’uomo giusto per iniziare a rimescolarsi l’animo.
Maeve, rimise a punto per l’ennesima volta le carte del caso Preston. Oramai le  sapeva quasi a memoria. Rilesse, questa volta con molta svogliatezza le ultime pagine della lunga confessione rilasciata da quell’uomo. Si sentì stanca e il suo desiderio di rivedere Gilles oramai non l’abbandonava più. Più scacciava il pensiero e più ritornava alla carica e ogni volta più forte e presente. A volte s’immaginava di sentirne l’odore di quell’uomo. L’aroma e le fragranze dei fiori e delle piante che salivano dal bosco prospiciente la casa. L’atmosfera che sapeva di calma di Fort Ticonderoga, il verde azzurro del suo lago, i colori delle strade e l’atmosfera dei locali che aveva visitato. Non era certo la vita convulsa della capitale, anzi era tutto l’opposto. Aspettava solo che tutto quello che stava vivendo ora, terminasse, così avrebbe preso il primo volo per il nord e al diavolo tutto. Era disposta anche a sacrificare la carriera, pur di non perdere quel treno, perché sentiva nell’intimo che quello era il suo treno.
Ronzò l’interfono, era Blyton e forse c’erano le novità tanto sospirate.
Tolan stava scorrendo l’ennesimo rapporto da Beirut. La situazione si faceva sempre più incandescente di là dalla frontiera siriana. I morti aumentavano ogni giorno di più e la situazione era sempre ingarbugliata a livello politico e militare. Neppure i suoi contatti più che amichevoli di là dall’ex cortina di ferro, non davano risposte. La rigidità del Cremlino per alcuni era incomprensibile, ma fonti bene informate sostenevano che l’ala dura dello schieramento politico, almeno in quel caso era forte e in posizione predominante. Gli interessi militari erano troppi e troppo forti e data la precaria situazione dell’area media orientale, forse il petrolio russo nel lungo periodo, avrebbe fatto comodo e gola a molti.
Tolan si tolse gli occhiali e iniziò a picchiettare i fogli con una stanghetta, poi preso il telefono compose un numero.
         “Sono Tolan. Novità dal signor Maltes?”.
L’Ufficiale di guardia rispose un no molto laconico e assicurò il direttore della C.I.A. che lo avrebbe informato immediatamente se qualcosa fosse arrivato.
Tolan ebbe un moto di stizza, nell’appendere l’apparecchio. Poi rialzò subito la cornetta e parlò alla segretaria.
         “Nelly … per favore chiami Reed della N.S.A.”.
In breve tempo fu messo in comunicazione con il capo della Sicurezza nazionale.
         “Allora Jeff .. che novità per me?”.
Reed tossicchiò nella cornetta.
         “Bob, nessuna nuova riguardo al nostro problema, però c’è da notare un certo movimento intorno a Juarez, Nueva Laredo, Matamors e naturalmente Tijuana. Nulla invece da Pedras Negras. Il territorio di Gutierrez è fin troppo tranquillo e abbiamo il fondato sospetto che lo sarà ancora per poco. Dalle informazioni ottenute, si prepara un convoglio nelle prossime ore Destinazione Texas.”.
         “ I tuoi sospetti sono più che fondati. Stiamo aspettando la telefonata dal nostro uomo. Telefonata che non arriva, maledizione e non vorrei che fosse andato tutto in malora. Quest’attesa mi sta uccidendo e la mia gastrite ogni ora che passa rischia di trasformarsi in ulcera. Ho sentito poco fa Blyton. Quel Preston canta come un uccellino a primavera e credo che nei prossimi giorni le varie agenzie si scateneranno e i tribunali avranno di che lavorare per mesi. Prevedo promozioni a pioggia.”. Quest’ultima lo disse ridendo.
         “Bhè … sì. Credo che ci sarà gloria per tutti e il Presidente farà una bellissima figura. Il gradimento per quest’Amministrazione salirà alle stelle. Speriamo di ricavarne u utile anche noi. Ho un buco di diversi milioni e vorrei approfittarne per colmarlo.”.
         “Questa volta non credo che si offenderà nessuno se andiamo a reclamare qualche spicciolo per le nostre Agenzie.”. Concluse Tolan.
         “No di certo. Comunque ti terrò informato sugli sviluppi futuri e naturalmente conto su di te.”.
         “Certamente … certamente. Non mancherò di farti sapere tutto.”.

SENTIERI INCROCIATI – 41 capitolo

Nella sala, adorna solo di carte geografiche del sud degli Stati Uniti, si sentiva solo il ronzio del condizionatore, mentre una delle luci appese al soffitto stava emettendo i bagliori tipici di quelle che andavano esaurendosi. I volti degli uomini presenti erano concentrati sulle parole del capitano Potter, alternando lo sguardo sul suo volto e sui fogli che erano stati distribuiti. Carte particolareggiate, tracciati di vari colori e lettere contrassegnavano luoghi ben precisi.
         “ Signori la nostra missione è di recuperare uno dei nostri. L’azione, notturna, si svolgerà sul suolo americano, in una zona desertica vicina al Rio Grande. Questa notte ci muoveremo di qui e andremo alla base avanzata “Sam Miller”. Ci saranno due gruppi distinti. Uno di recupero: “Delta 7” e l’altro d’appoggio: “Delta Otto”. Ventiquattro uomini in tutto. Copertura aerea garantita dal gruppo di Fort Worth: due Blackhawk, nome in codice “Scorpio” per Delta 7 e “Gila” per Delta 8 e  tre elicotteri “Apaches”. Nome in codice “Teepee”. Fort Bragg sarà “Snake’s House” e tutto sarà coordinato da un E-3 Sentry, in codice “Moby Dick”.   ci porterà sull’obbiettivo, che illuminerà la zona con un bengala a luce rossa e si troverà a nord della luce stessa. Sarà armato, ma solo per propria difesa, perché non è sicuro che lo lascino andare tanto tranquillamente. La nostra parola d’ordine sarà “Tripoli”, la risposta:“Leather’s Neck”. Naturalmente sempre pronti a rispondere a un possibile attacco al fuoco.  Preso il nostro uomo, si ritorna alla base. Voglio un lavoro rapido e possibilmente pulito. I particolari li trovate sui fogli che vi sono stati distribuiti. Per la missione, con voi portate solo i fogli contrassegnati con le lettere A, D, F e F1. Il resto imparatelo bene. Vi ricordo che abbiamo ancora tre giorni di “Scrambler”. Partenza tra un’ora per la base avanzata. Signori è tutto”.
Gli uomini si alzarono senza neppure scambiarsi un’occhiata, ciascuno pensava già al proprio ruolo e ai propri compiti. Un’ora dopo i due Blackhawk di Fort Worth con a bordo gli uomini si levarono in volo e sparirono velocemente in un cielo bigio.
La notte stessa “Hammer” Page e “Bunny” Nakamura si levarono in volo con gli A40 per l’ultima missione di bombardamento. Questa volta dovevano colpire un gruppo di automezzi in movimento. Il capitano Page avrebbe dovuto lanciare i missili AGM-65 “Maverick”, mentre Nakamura avrebbe sganciato un pack completo di BLU27/B “Rockeye” II. Mentre volavano in formazione a qualche centinaio di metri dal suolo, il capitano Page si domandava il perché di quella potenza di fuoco per distruggere due o tre automezzi, in mezzo al deserto. Forse che nelle alte sfere, volessero essere più che sicuri che degli obiettivi non rimanesse assolutamente più nulla? La sicurezza massima sarebbe venuta se avessero dato anche una ripassata con degli spezzoni al fosforo. Poi ricordò che quel tipo di bombe era stato vietato dalla Convenzione Internazionale sull’uso delle armi chimiche di Parigi. Convenzione che però gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato. Scacciò quei pensieri e si concentrò sulla missione, anche se il tarlo che aveva in testa continuava il suo lento lavorio. Il tenente Nakamura a pochi metri da lui, passava in rassegna le ultime ore trascorse e si rese conto che quel tipo di relazione, che stava nascendo tra lei e “Hammer” non poteva avere un futuro. Innanzitutto non erano pari grado, pur essendo ambedue ufficiali, in più quel tipo di rapporto era ostacolato dal regolamento e dai superiori. Se si fosse venuto a sapere, correvano il rischio di essere congedati con disonore e dopo tutte le lotte e tutte le fatiche che lei si era sobbarcata, non voleva che tutto finisse in mezzo a sorrisi sprezzanti e il divieto di volare. Ammesso che non fosse stata congedata, il resto del suo servizio nell’Aeronautica, l’avrebbe passato dietro una scrivania a inseguire pratiche e polvere d’archivio. Pensò ai suoi genitori e ai fratelli e al disonore che avrebbe gettato sulla famiglia e prese la decisione, l’unica possibile. Tornati alla base, avrebbe troncato la relazione, quindi tornò a concentrarsi sulla strumentazione.
Il senatore Norton riguardò, con maggior distacco, la linea d’alberi che c’era fuori dalla finestra. Il piccolo parco che circondava la costruzione, era di un verde brillante e notò che ai due vecchi olmi se ne era affiancato uno nuovo. Era inevitabile che fossero tre. Il complesso si chiamava “Three Elms” e quindi che senso avevano solo due olmi? Il senatore si scosse e per un attimo spense il contatto dal mondo esterno e interno. Provò un brivido e si domandò se quella fosse la sensazione che avrebbe provato dopo la morte. Assenza totale di percezioni, nessun rumore o un odore, nulla che gli permettesse di sentirsi vivo, di avere la sensazione che la vita scorresse ancora.
In quel mentre il dottor Morrison entrò con una piccola cartelletta nelle mani.
         “Allora dottore … il verdetto?”
Morrison si sedette sulla sua poltrona e inspirò dal naso; si sentì un debole fischio, segno di un raffreddore incipiente.
         “Senatore … purtroppo  … non le rimane poi molto da vivere. Un anno circa, a partire da ora. Il cancro è di nuovo in fase aggressiva e questa volta le speranze sono ridotte a un lumicino. Mi dispiace molto comunicarle questa notizia, ma è la verità.”.
Norton guardò il dottore, senza parlare, per alcuni momenti poi.
         “ Ancora qualche mese dunque. La ringrazio comunque della sua sincerità. Speravo di essere riuscito a vincere questa battaglia, ma a quanto sento non è per questa volta. La chiamerò quando sarà il momento e se nel caso dovessi essere ricoverato presso la sua struttura le dico già fin d’ora: nessun accanimento terapeutico. In ogni caso le farò avere la dichiarazione scritta dal mio avvocato, naturalmente.”.
Si alzò e strinse la mano al dottor Morrison, che lo guardò esprimendo sul volto il segno di una sconfitta mal digerita. Il senatore gli sorrise mestamente, come a significare: “Hai fatto tutto il possibile, vecchio mio. Non dispiacerti più di tanto. Abbiamo combattuto una battaglia difficile e in ogni battaglia qualcuno muore. Questa volta tocca a me.”.
Il Senatore uscì e fece una passeggiata nel piccolo parco. Andò a guardare il giovane olmo che accanto ai due vegliardi, avrebbe preso vigore negli anni futuri e si sarebbe sviluppato. Pensò a se stesso e come il suo posto sarebbe stato preso da un altro uomo come lui. L’America era un grande paese e sicuramente tra i milioni d’americani c’era un altro Norton che iniziava il suo stesso percorso. Si augurò che potesse raggiungere i suoi stessi obiettivi, con mezzi analoghi, insieme a persone fidate e della stesa levatura, che aveva avuto la fortuna d’incrociare. Ripensò a James Earl e all’inevitabile dolore, che avrebbe causato la notizia dell’inizio della sua fine. Se ne dispiacque, ma si sentì impotente come non mai e ripensare alle tante volte, nelle quali si erano alleati, avevano avuto degli scontri, ma non per questo la loro amicizia, il loro rispetto era venuto meno. Tutto quello sarebbe rimasto nel ricordo di chi aveva vissuto con loro quelle esperienze, ciò nonostante sentì forte la stretta del dolore. Poi si scosse e pensò che ci fosse un’ultima cosa da fare. Un’ultima battaglia da combattere e da vincere. Sarebbe stato il suo canto del cigno e avrebbe lasciato l’eredità di continuare e perseverare nella lotta contro un nemico, non solo dell’America, ma dell’uomo. Droga, terrorismo, portano violenza, sfruttano povertà e ignoranza, degradano l’uomo e lo fanno prigioniero, privandolo della libertà di vivere con dignità e responsabilità la propria vita.
Tolse dalla tasca della giacca il cellulare e compose un numero.
         “Earl? Sono io .. novità?”.

SENTIERI INCROCIATI – 40° capitolo

Maeve quella notte dormì poco o nulla, ma la sera successiva riuscì ad arrivare a casa a un’ora decente. Decise che fosse giunto il momento di regalarsi un bagno rilassante. Nella vasca fece fluire acqua calda a volontà, versò un’abbondante dose di sali di sandalo per profumarla e poi un’ altrettanta dose di un misto d’erbe rilassanti. Si versò una robusta dose di vino rosso in “tulip” di cristallo e s’immerse nell’acqua, soddisfatta. Sorseggiò il vino a occhi chiusi, poi cominciò a pensare ai giorni futuri e alle sue sospirate vacanze canadesi. Alzo un piede e lo guardò. Si accorse con un certo fastidio che lo smalto dalle unghie stava sparendo; controllò anche l’altro e prese mentalmente nota di andare assolutamente dall’estetista. Controllò anche i peli superflui, passandosi una mano sulle gambe e guardò anche sotto le ascelle. Non contenta puntò i piedi a fondo vasca e inarcò lievemente la schiena. Decise che anche il pube aveva bisogno di una sistemata. Maliziosamente pensò che le notti canadesi potevano essere fredde e non era sua intenzione mostrarsi in disordine. Soprattutto lì. L’effetto dal caldo e del freddo le aveva inturgidito i capezzoli e se li rimirò compiaciuta. “Sì, ho proprio un bel seno e anche il mio sedere è quello che si dice un bel lato “B”. Credo che ne sarà soddisfatto.”.

Finì il bicchiere di vino in una sorsata e poi prese la spugna e iniziò a strofinarsi con una nuova energia.

Oscar Diaz Ramirez appoggiò le mani alla parete della doccia. Lasciò che l’acqua tiepida gli scorresse addosso. Sentiva che oramai era solo questione di tempo e tutto sarebbe finito. Non doveva però assolutamente commettere errori. In quel momento si sarebbero rivelati fatali per lui, ma anche per Luz. Lei era l’unica cosa che lo aveva trattenuto ancora alla corte di Gutierrez. Lei era l’unica cosa che avrebbe salvato della missione. Gutierrez e i suoi scherani non meritavano di vivere e quella era l’occasione per spazzarli via, definitivamente. Luz no, lei doveva assolutamente seguirlo nel suo ritorno in patria, per rocambolesco che fosse stato. Lei era la persona che avrebbe condiviso i suoi giorni nel futuro, lei era la donna che finalmente poteva dire, urlare che amava.

Ripassò ancora una volta, compulsivamente, tutti i passi che lo separavano dalla fine di quello che stava trasformandosi in incubo. Ripensò agli appuntamenti telefonici, alle indicazioni e coordinate che avrebbe dovuto dare, gli orari del convoglio, il luogo per l’appuntamento con i possibili salvatori. Lo ripeté più volte, comeu n mantra, mentre l’acqua continuava a scorrergli addosso e in quei rivoli, per la tensione mescolò anche le lacrime che non riusciva più a trattenere. Fu la questione di un momento, poi si scosse violentemente e a mezza voce disse con rabbia determinata: “Semper fidelis.”.

Luz Defuente si stirò sul lettino posto a bordo di una delle piscine della villa di Gutierrez. Fasciata in un semplice costume da bagno intero, con gli spacchi posti in posizioni strategiche, si sentiva completamente a proprio agio. Da dietro le nere lenti del fascione che le copriva gli occhi, guardò le altre ragazze che prendevano il sole. Le considerò volgari e pacchiane. Nei loro striminziti bikini, offrivano le loro forme scolpite più dal bisturi e dal silicone, che non da madre natura. Si accarezzò velocemente il corpo. Le gambe, il ventre e il seno ed ebbe un moto d’orgoglio, perché quello che toccava era tutto merito del suo dna. L’unico cruccio era la statura, ma per il resto era proporzionata in tutte le sue parti. Questo a Gutierrez piaceva, come piaceva la sua arrendevolezza a letto. Il fatto poi che vestisse con vero buon  gusto, più che di facile ostentazione, aveva affascinato da subito l’uomo. I capi che indossava erano si di grandi firme della moda, ma non somigliava certo a quelle disgraziate che erano alla corte di Gutierrez. Si ricoprivano di eccessi, di colori sgargianti, di gioielli appariscenti, di trucchi adatti più a un carnevale, che altro. Lei era sempre misurata, anche nella conversazione. Non alzava mai la voce e non rideva sguaiata come quelle altre galline. Sapeva reggere una conversazione, perché lei leggeva e non i soliti giornali di gossip o di moda. Riviste internazionali, i classici della letteratura sud americana. Conosceva Sepulveda, Neruda, Coloane, Coelho, Saramango e poi i classici della letteratura spagnola e americana.  Per quelle sciocche il massimo era l’edizione spagnola di “Esquire” o di “People” e se si volevano atteggiare “Vogue”. Il fatto poi che ci fosse oramai guerra aperta tra lei e quella stupida di  Guadalupe, per chi avrebbe dovuto occupare in pianta stabile il cuore di Gutierrez, per lei era una guerra che avrebbe perso ben volentieri. Oscar le aveva promesso la libertà e nelle sue parole sentiva che la libertà era vicina. Sentiva che la sua fiducia in lui l’avrebbe ripagata. Sarebbe riuscita a fuggire da quella prigione dorata e finalmente sarebbe stata libera di amare veramente un uomo, per quello che era e faceva per lei. Perché erano azioni comandate dal cuore, dall’amore e non da quel denaro lurido e macchiato di sangue e sudore di altri poveracci, finiti tra le mani di quel porco. S’impose di rimanere calma e di continuare a soddisfare i capricci dell’uomo che fino ad allora l’aveva mantenuta. I giorni della sua fuga da tutto quello erano vicini e non poteva permettersi nessun errore. Aveva ancora qualche carta buona da giocare e l’avrebbe fatto in quella che considerava la più difficile partita che avesse mai giocato.

Lei era una brava giocatrice.

SENTIERI INCROCIATI – 39° capitolo

Il telefono squillò tre volte, prima che la voce di Branson uscisse chiara e limpida dal microfono.
Dopo una notte in pratica insonne e un paio d’ore di dormiveglia, gettata come un fagotto, sulla poltrona del proprio ufficio, Maeve era riuscita a ritagliarsi giusto il tempo di quella telefonata, dagli altri impegni e dalle numerose incombenze accadute dopo l’interrogatorio fiume di Preston. Interrogatorio che andava avanti, alternando incontri con il Procuratore Williams e pause fatte per un minimo di riposo e per permettere la trascrizione delle registrazioni. Preston sembrava un fiume in piena. Incurante dei consigli del suo avvocato aveva parlato e detto tutto quello che sapeva e anche qualcosa in più. Aveva detto dei suoi conti all’estero e gli uomini del F.B.I. rincorrevano i suoi conti segreti in tutte le banche delle Piccole e Grandi Antille. I paradisi fiscali caraibici ed europei erano stati presi d’assalto agli uomini della sezione reati contro il patrimonio e man mano che emergevano liquidi e azioni da tutte le parti, qualcuno faceva già il conto di quanti anni di galera toccassero a quell’uomo, solo di evasione fiscale. Di sicuro un paio di ergastoli.
Anche Maeve fu un fiume in piena con Gilles.
Gli raccontò di com’era stato attrezzato un falso studio televisivo ai piani bassi del palazzo del F.B.I. Di com’erano stati truccati agenti dell’Agenzia, tanto da somigliare a noti giornalisti della C.N.N. e dell’intervento di Wingwhrite; un vero mastino da combattimento, tanto che qualcuno ebbe l’impressione che potesse subire un colpo. Tanta la veemenza del suo intervento. Di come Preston si fosse sciolto quasi immediatamente e non avesse avuto scrupoli di vendere Gutierrez e la sua gang, rivelando anche aspetti sconosciuti dei suoi traffici e del suo coinvolgimento attuale con il terrorismo internazionale. Aveva parlato dei legami soprattutto economici o almeno di quelli che conosceva. Aveva accennato anche agli uomini politici e del sottobosco politico che in Centro America tenevano i fili con le centrali del terrore mediorientali. Un turbinio di nomi e luoghi ancora tutti da verificare ben inteso, ma che avrebbero potuto aprire nuovi sviluppi sulle indagini in corso. Insomma si stava rivelando un colpo magistrale, l’arresto del consigliere politico del senatore Foulner.
Gilles, da canto suo, azzardava ogni tanto qualche parola, per contrastare quella cascata, ma più il racconto si sviluppava e più si rendeva conto di come un orso può cambiare il corso della storia. Almeno quella sua personale stava cambiando. Si era innamorato come un liceale. In cuor suo sentiva che era così, mentre il suo cervello gli mandava segnali opposti. La lontananza, la diversa cultura, lo stile di vita e gli obiettivi avevano sì dei punti di convergenza, ma le distanze c’erano e non si potevano certo cancellare.
         “Adesso che abbiamo ripreso il contatto con il signor Maltes, aspettiamo solo che ci comunichi dove come e soprattutto quando, poi tutto sarà finito. Questa è la volta che spazzeremo via Gutierrez e la sua gang e in più avremo la possibilità di eliminare dei terroristi, cui diamo la caccia da anni. Appena tutto questo sarà finito, salto sul primo aereo e vengo da te. Voglio ringraziare personalmente Potsy. Se lo merita, non trovi. Se lo merita per tutto quello che mi sta accadendo.”.
Disse quest’ultima frase con un sospiro e a Gilles si aprì il petto dalla gioia. Immaginò di essere arrossito come un ragazzino e da tanta confusione, in cui si gettò volentieri, che ebbe solo la forza di risponderle.
         “Allora ti aspetto.”.
Presero dunque accordi, soprattutto quello di sentirsi da quel momento, ogni sera.
Gilles oramai non stava più nella pelle. Gli sembrava di essere tornato a quelle estati, nelle quali con gli amici si scatenava alla caccia di avventure, soprattutto amorose. Si trovò improvvisamente catapultato indietro di quindici anni circa. Con l’ormone impazzito e appetiti feroci e continui e apparentemente insaziabili. La voracità di quegli anni, da una parte lo fece sorridere, ma dall’altra lo preoccupava un poco. Come poteva ritornare indietro di tanti anni, alla sua età? Rischiava di coprirsi di ridicolo e in più data la sua posizione, si sarebbe reso ridicolo davanti ai colleghi, agli amici, a tutta Fort Ticonderoga.
Quel pensiero lo fece rabbrividire. Occorreva assolutamente schiarirsi le idee e l’unico che lo poteva aiutare, nel farlo, era Fred “Due Mani”, lo zio di Larue. Era l’Uomo Medicina della tribù dei Naskapi, che ancora viveva in zona. Dopo una serie di telefonate si accordarono per il week-end successivo, che sarebbe arrivato giusto dopo due giorni. Fred gli propose l’esperienza della “tenda sudatoria” che Gilles accettò subito. La “tenda sudatoria” faceva parte dei rituali religiosi di quasi tutte le tribù e i popoli dei nativi. Consisteva in una tenda semisferica nella quale in un fuoco aromatizzato dalla salvia selvatica, grosse pietre venivano arroventate e poi su di esse era sparsa acqua, che creava vapore e gli occupanti sudavano. Con il sudore si espellevano gli umori cattivi, si purificava il corpo e anche lo spirito ne trovava giovamento e permetteva di avere “visioni”; contatti con il mondo soprannaturale, che avrebbe guidato chi affrontava quest’esperienza, verso il giusto cammino. Gilles, mentre la tenda si riempiva di un vapore che sapeva di salvia e altre erbe pensò intensamente a Maeve e a tutto quello che girava intorno a lei. Pensò alla propria vita, da solo e con lei e poi lentamente si lasciò cullare dalla nenia cantilenante del canto di Fred ed entrò in una sorta di buco nero, annullando i propri sensi e lasciando che la mente vagasse, nella speranza di vivere la “visione” giusta. Si svegliò, nel cuore della notte, intontito e fu accompagnato, nudo com’era verso un ruscello, che gorgogliava vicino al luogo dov’era posta la tenda. In una pozza del ruscello, Gilles, s’immerse più volte e l’acqua gelida lo sferzò risvegliandolo del tutto. Fred poi, con un fascio di rami di salvia e penne d’aquila, lo asperse ancora con dell’acqua, pronunciando formule in lingua naskapi. Lo avvolse in una coperta e dichiarò che il rito era finito. Nei prossimi giorni avrebbe avuto le risposte alle sue domande e come un fantasma sparì nella confusa luce dell’alba. Gilles si ritrovò intirizzito, davanti ad una tenda che emanava ancora puzzo di fumo e con la testa più confusa di prima.

SENTIERI INCROCIATI – 38° capitolo

Nello studio ovale il Presidente ascoltò con molto interesse e il riassunto che fece Blytone, del primo interrogatorio di Preston e degli sviluppi ulteriori riportati da Toland.
Il presidente alla fine di tutto rivolse lo sguardo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Trovasio.
         “Sal … Tu cosa ne dici?”.
Sal Trovasio, di chiare origini italiane, non aveva quasi più niente dell’immigrato con la valigia di cartone, che era stato il suo bisnonno, arrivato a Ellis Island agli inizi del secolo scorso. I capelli rossicci indicavano che i popoli arrivati in America per farne ciò che era attualmente, si erano mescolati abbastanza e il sangue irlandese, si era unito a quello italiano.
         “Credo, signor Presidente che siamo arrivati al punto di non ritorno. Abbiamo la possibilità di fare pulizia, una bella e buona pulizia. Io direi di andare fino in fondo. L’importante è che tutto si svolga sul nostro suolo. Meglio non irritare i nostri vicini, con azioni … come dire un po’ troppo … “. Lasciò in sospeso la frase.
Blytone intervenne.
         “Credo di interpretare il pensiero del Consigliere dicendo che è bene spazzare dalla faccia della terra simile feccia. Useremo la nostra lavatrice e in casa nostra. E le posso assicurare che tutto è pronto per un bucato completo.”.
Era presente anche il Generale Bartholemy.
         “I miei uomini sono pronti a partire a un suo ordine e sanno che dovranno andare fino in fondo. Signor Presidente abbiamo un’occasione d’oro e non possiamo permetterci il lusso di lasciarla andare.”.
Intervenne anche  Elianna Burtlet, il Consigliere Personale del Presidente.
         “ Credo che neppure il Congresso si opporrebbe a un’azione simile. Neppure i nostri avversari. Credo che l’America debba dare un segnale forte. Credo che debba dire innanzitutto agli americani che il Presidente e la sua Amministrazione c’é e combatte senza tregua per i principi che ispirano questo paese e che nessuno può erigersi sopra di quei principi e che nessuno può tentare di danneggiare il popolo americano con un nuovo undici settembre.”.
Calò un silenzio pesante. Il Presidente assunse un’aria grave e dall’espressione del suo volto, si capiva che stava per prendere una decisione che avrebbe pesato solo sulle sue spalle.
         “ La responsabilità di questa decisione è solo mia. Se fallisce, me ne addosserò tutte le colpe. Se è un successo, lo sarà di tutti.”.
Poi si alzò di scatto dalla poltrona.
         “Signori … si va in scena. Date il via all’operazione Warthog.”

Connetti il prossimo tuo come te stesso

In questa realtà, quella nella quale ci troviamo, io che ho scritto e voi che mi leggete, qual è il punto di connessione? Esiste questo punto? Oppure esiste un sottile, ma non certo invisibile filo che ci lega? Ovvero questo file è veramente invisibile?

Siamo la società del web. Non esserci, non collegarci al web, rischia di essere se non una iattura, una sorta di appartenenza a una casta spuria. Ci connota come paria dell’evoluzione della comunicazione. A quanti di voi è stato detto con aria di suprema sufficienza: Ma noi sei su FB? Quasi che fosse una colpa, un delitto non grave, ma sempre fuori da schemi e logica corrente. A sgombrare il campo so di essere colpevole, anzi pluripregiudicato e so di aver fatto dei proseliti in merito. Non me ne pento, anzi ne sono fiero.

Quasi.

Non è mia intenzione ritrattare, sia ben chiaro, però mi stanno sorgendo dei dubbi. Non per la scelta fatta, ma per una serie di circostanze che sono al principio, all’origine. Insomma, a dirla grossa, parlo del “Big Ben”. Il web c’è, per certi versi è importante e a volte é l’espressione della nostra realtà per lo più lavorativa. Esistiamo perché abbiamo una mail aziendale, ad esempio. Sanno di noi perché ne abbiamo una personale. Il punto però è un’altro in questo mondo fatto di uno e zero.

Connessione è uguale a presenza? Esistiamo nella rete perché siamo presenti oppure perché siamo connessi? L’una implica l’altra, perché essere connessi, vuol dire manifestare una presenza, ma c’è un ma. Siamo presenti dove? In che modo?

In casa, in ufficio siamo “connessi” e ciò determina la nostra presenza, anzi questa manifesta la prima. E’ innegabile.

Pur con la nostra presenza, però, possiamo manifestare al contempo la nostra assenza. Immergendoci nelle nostre più recondite attività manuali o di pensiero, oppure nulla facendo. Basta anche la nostra sola corporalità a manifestarci.

Nel web le cose non stanno così. Connettersi non significa partecipare. Posso avere aperta la connessione ventiquattrore per trecentosessantacinque giorni, ma essere fisicamente distante dal PC. Avvicinarmi a esso solo in un dato momento e stabilire dei contatti, perché la tecnologia me lo permette anche a distanza di ore o giorni, anche in mia assenza. Un esempio banale: scrivo oggi, in questo momento una mail e questa sarà spedita a Tizio o Caio in un momento successivo, come io ho comandato al programma di fare. Non necessita più la mia presenza per stabilire un contatto. Quindi connessione non vuol più dire presenza a questo punto. Quest’assenza è mitigata se siamo connessi con un s.n. . FB, Twitter, una chat qualunque, un forum. Ecco, in tal caso la presenza è manifestazione evidente di connessione, ma si può opinare che l’adire al network, non implica una vera manifestazione di se. Posso transitare, osservare, leggere, senza che per altro lasci traccia del mio passaggio.

Quindi presenza potrebbe significare partecipazione, anzi nel caso specifico, è la sua giustificazione.

Partecipo alla discussione in atto o la sollecito io stesso, proponendo un argomento.

Tutto questo prescindendo dalla presenza fisica. Perché l’aspetto importante del connubio connessione e presenza, sta proprio nella’assenza di fisicità. Noi non vediamo il nostro interlocutore. Ce ne facciamo un’immagine a nostro piacimento, ma ignoriamo i suoi veri tratti fisici. Tutti noi, se non perché c’è stata una volontarietà nel farlo, non sappiamo nulla della fisicità l’uno dell’altro. Di voi, personalmente ne conosco due soli, e per aver visto la fotografia di un altro paio. Per il resto ho solo un’immagine personale, che non è detto coincidente con la realtà dei fatti. Come me anche voi del sottoscritto.  A parte questo falso problema, ben altro è invece la prossimità nella presenza.

Siamo prossimi perché perseguiamo le stesse idee, ci accomunano ideali e comportamenti, insomma perché ci siamo trovati oppure cercati.

La connessione permette questa prossimità, quest’unione d’intenti e pensieri, permette di trascendere la fisicità.

Tutto ciò porta a considerare che connessione e prossimità non sempre possano elidersi. Essere prossimo di qualcuno fa sì che io possa in qualche modo essere partecipe della sua vita, o comunque di quella parte che l’interlocutore ha deciso che io ne faccia parte. A questo punto non si può ergere ad alibi il proprio isolamento, anche egoistico. Perché il silenzio dello schermo del PC è un alibi alimentante il nostro egoismo. Trattiamo gli argomenti che più ci piacciono, trasmettiamo le nostre idee cercando consensi.

Nel momento che ci mettiamo in confronto, in ascolto di quanto l’altro ha da dirci o ci scrive, l’egoismo, il narcisismo, che ci ha spinti a proporci cade perché abbiamo un interlocutore cui dare attenzione. Le sue parole, se non sono né un peana né una geremiade, sono il mezzo che fa scattare un meccanismo di confronto e di chiarimento delle mie come delle sue idee. E’ ben vero che non sempre così è, però nel dialogo, seppur a distanza, esiste una crescita, un’evoluzione.

In conclusione ci può essere connessione, ma è nulla senza una vera presenza di se. Nulla vale il ”login” e il suo opposto. Partecipare non è fare un banale “set up” di un programma e altrettanto banalmente si può operare un “uninstall”.

Occorrono “link”, idee da propagare, da discutere, da amare o perché no odiare, tentando di lasciare in angolo il proprio egoismo, i propri interessi, facendo emergere la propria peculiarità, giocando le carte che ci sono state date in dote.

Solo allora il tuo prossimo è connesso come te stesso.

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