CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per il giorno “ottobre 4, 2013”

Connetti il prossimo tuo come te stesso

In questa realtà, quella nella quale ci troviamo, io che ho scritto e voi che mi leggete, qual è il punto di connessione? Esiste questo punto? Oppure esiste un sottile, ma non certo invisibile filo che ci lega? Ovvero questo file è veramente invisibile?

Siamo la società del web. Non esserci, non collegarci al web, rischia di essere se non una iattura, una sorta di appartenenza a una casta spuria. Ci connota come paria dell’evoluzione della comunicazione. A quanti di voi è stato detto con aria di suprema sufficienza: Ma noi sei su FB? Quasi che fosse una colpa, un delitto non grave, ma sempre fuori da schemi e logica corrente. A sgombrare il campo so di essere colpevole, anzi pluripregiudicato e so di aver fatto dei proseliti in merito. Non me ne pento, anzi ne sono fiero.

Quasi.

Non è mia intenzione ritrattare, sia ben chiaro, però mi stanno sorgendo dei dubbi. Non per la scelta fatta, ma per una serie di circostanze che sono al principio, all’origine. Insomma, a dirla grossa, parlo del “Big Ben”. Il web c’è, per certi versi è importante e a volte é l’espressione della nostra realtà per lo più lavorativa. Esistiamo perché abbiamo una mail aziendale, ad esempio. Sanno di noi perché ne abbiamo una personale. Il punto però è un’altro in questo mondo fatto di uno e zero.

Connessione è uguale a presenza? Esistiamo nella rete perché siamo presenti oppure perché siamo connessi? L’una implica l’altra, perché essere connessi, vuol dire manifestare una presenza, ma c’è un ma. Siamo presenti dove? In che modo?

In casa, in ufficio siamo “connessi” e ciò determina la nostra presenza, anzi questa manifesta la prima. E’ innegabile.

Pur con la nostra presenza, però, possiamo manifestare al contempo la nostra assenza. Immergendoci nelle nostre più recondite attività manuali o di pensiero, oppure nulla facendo. Basta anche la nostra sola corporalità a manifestarci.

Nel web le cose non stanno così. Connettersi non significa partecipare. Posso avere aperta la connessione ventiquattrore per trecentosessantacinque giorni, ma essere fisicamente distante dal PC. Avvicinarmi a esso solo in un dato momento e stabilire dei contatti, perché la tecnologia me lo permette anche a distanza di ore o giorni, anche in mia assenza. Un esempio banale: scrivo oggi, in questo momento una mail e questa sarà spedita a Tizio o Caio in un momento successivo, come io ho comandato al programma di fare. Non necessita più la mia presenza per stabilire un contatto. Quindi connessione non vuol più dire presenza a questo punto. Quest’assenza è mitigata se siamo connessi con un s.n. . FB, Twitter, una chat qualunque, un forum. Ecco, in tal caso la presenza è manifestazione evidente di connessione, ma si può opinare che l’adire al network, non implica una vera manifestazione di se. Posso transitare, osservare, leggere, senza che per altro lasci traccia del mio passaggio.

Quindi presenza potrebbe significare partecipazione, anzi nel caso specifico, è la sua giustificazione.

Partecipo alla discussione in atto o la sollecito io stesso, proponendo un argomento.

Tutto questo prescindendo dalla presenza fisica. Perché l’aspetto importante del connubio connessione e presenza, sta proprio nella’assenza di fisicità. Noi non vediamo il nostro interlocutore. Ce ne facciamo un’immagine a nostro piacimento, ma ignoriamo i suoi veri tratti fisici. Tutti noi, se non perché c’è stata una volontarietà nel farlo, non sappiamo nulla della fisicità l’uno dell’altro. Di voi, personalmente ne conosco due soli, e per aver visto la fotografia di un altro paio. Per il resto ho solo un’immagine personale, che non è detto coincidente con la realtà dei fatti. Come me anche voi del sottoscritto.  A parte questo falso problema, ben altro è invece la prossimità nella presenza.

Siamo prossimi perché perseguiamo le stesse idee, ci accomunano ideali e comportamenti, insomma perché ci siamo trovati oppure cercati.

La connessione permette questa prossimità, quest’unione d’intenti e pensieri, permette di trascendere la fisicità.

Tutto ciò porta a considerare che connessione e prossimità non sempre possano elidersi. Essere prossimo di qualcuno fa sì che io possa in qualche modo essere partecipe della sua vita, o comunque di quella parte che l’interlocutore ha deciso che io ne faccia parte. A questo punto non si può ergere ad alibi il proprio isolamento, anche egoistico. Perché il silenzio dello schermo del PC è un alibi alimentante il nostro egoismo. Trattiamo gli argomenti che più ci piacciono, trasmettiamo le nostre idee cercando consensi.

Nel momento che ci mettiamo in confronto, in ascolto di quanto l’altro ha da dirci o ci scrive, l’egoismo, il narcisismo, che ci ha spinti a proporci cade perché abbiamo un interlocutore cui dare attenzione. Le sue parole, se non sono né un peana né una geremiade, sono il mezzo che fa scattare un meccanismo di confronto e di chiarimento delle mie come delle sue idee. E’ ben vero che non sempre così è, però nel dialogo, seppur a distanza, esiste una crescita, un’evoluzione.

In conclusione ci può essere connessione, ma è nulla senza una vera presenza di se. Nulla vale il ”login” e il suo opposto. Partecipare non è fare un banale “set up” di un programma e altrettanto banalmente si può operare un “uninstall”.

Occorrono “link”, idee da propagare, da discutere, da amare o perché no odiare, tentando di lasciare in angolo il proprio egoismo, i propri interessi, facendo emergere la propria peculiarità, giocando le carte che ci sono state date in dote.

Solo allora il tuo prossimo è connesso come te stesso.

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