CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per il giorno “ottobre 14, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 40° capitolo

Maeve quella notte dormì poco o nulla, ma la sera successiva riuscì ad arrivare a casa a un’ora decente. Decise che fosse giunto il momento di regalarsi un bagno rilassante. Nella vasca fece fluire acqua calda a volontà, versò un’abbondante dose di sali di sandalo per profumarla e poi un’ altrettanta dose di un misto d’erbe rilassanti. Si versò una robusta dose di vino rosso in “tulip” di cristallo e s’immerse nell’acqua, soddisfatta. Sorseggiò il vino a occhi chiusi, poi cominciò a pensare ai giorni futuri e alle sue sospirate vacanze canadesi. Alzo un piede e lo guardò. Si accorse con un certo fastidio che lo smalto dalle unghie stava sparendo; controllò anche l’altro e prese mentalmente nota di andare assolutamente dall’estetista. Controllò anche i peli superflui, passandosi una mano sulle gambe e guardò anche sotto le ascelle. Non contenta puntò i piedi a fondo vasca e inarcò lievemente la schiena. Decise che anche il pube aveva bisogno di una sistemata. Maliziosamente pensò che le notti canadesi potevano essere fredde e non era sua intenzione mostrarsi in disordine. Soprattutto lì. L’effetto dal caldo e del freddo le aveva inturgidito i capezzoli e se li rimirò compiaciuta. “Sì, ho proprio un bel seno e anche il mio sedere è quello che si dice un bel lato “B”. Credo che ne sarà soddisfatto.”.

Finì il bicchiere di vino in una sorsata e poi prese la spugna e iniziò a strofinarsi con una nuova energia.

Oscar Diaz Ramirez appoggiò le mani alla parete della doccia. Lasciò che l’acqua tiepida gli scorresse addosso. Sentiva che oramai era solo questione di tempo e tutto sarebbe finito. Non doveva però assolutamente commettere errori. In quel momento si sarebbero rivelati fatali per lui, ma anche per Luz. Lei era l’unica cosa che lo aveva trattenuto ancora alla corte di Gutierrez. Lei era l’unica cosa che avrebbe salvato della missione. Gutierrez e i suoi scherani non meritavano di vivere e quella era l’occasione per spazzarli via, definitivamente. Luz no, lei doveva assolutamente seguirlo nel suo ritorno in patria, per rocambolesco che fosse stato. Lei era la persona che avrebbe condiviso i suoi giorni nel futuro, lei era la donna che finalmente poteva dire, urlare che amava.

Ripassò ancora una volta, compulsivamente, tutti i passi che lo separavano dalla fine di quello che stava trasformandosi in incubo. Ripensò agli appuntamenti telefonici, alle indicazioni e coordinate che avrebbe dovuto dare, gli orari del convoglio, il luogo per l’appuntamento con i possibili salvatori. Lo ripeté più volte, comeu n mantra, mentre l’acqua continuava a scorrergli addosso e in quei rivoli, per la tensione mescolò anche le lacrime che non riusciva più a trattenere. Fu la questione di un momento, poi si scosse violentemente e a mezza voce disse con rabbia determinata: “Semper fidelis.”.

Luz Defuente si stirò sul lettino posto a bordo di una delle piscine della villa di Gutierrez. Fasciata in un semplice costume da bagno intero, con gli spacchi posti in posizioni strategiche, si sentiva completamente a proprio agio. Da dietro le nere lenti del fascione che le copriva gli occhi, guardò le altre ragazze che prendevano il sole. Le considerò volgari e pacchiane. Nei loro striminziti bikini, offrivano le loro forme scolpite più dal bisturi e dal silicone, che non da madre natura. Si accarezzò velocemente il corpo. Le gambe, il ventre e il seno ed ebbe un moto d’orgoglio, perché quello che toccava era tutto merito del suo dna. L’unico cruccio era la statura, ma per il resto era proporzionata in tutte le sue parti. Questo a Gutierrez piaceva, come piaceva la sua arrendevolezza a letto. Il fatto poi che vestisse con vero buon  gusto, più che di facile ostentazione, aveva affascinato da subito l’uomo. I capi che indossava erano si di grandi firme della moda, ma non somigliava certo a quelle disgraziate che erano alla corte di Gutierrez. Si ricoprivano di eccessi, di colori sgargianti, di gioielli appariscenti, di trucchi adatti più a un carnevale, che altro. Lei era sempre misurata, anche nella conversazione. Non alzava mai la voce e non rideva sguaiata come quelle altre galline. Sapeva reggere una conversazione, perché lei leggeva e non i soliti giornali di gossip o di moda. Riviste internazionali, i classici della letteratura sud americana. Conosceva Sepulveda, Neruda, Coloane, Coelho, Saramango e poi i classici della letteratura spagnola e americana.  Per quelle sciocche il massimo era l’edizione spagnola di “Esquire” o di “People” e se si volevano atteggiare “Vogue”. Il fatto poi che ci fosse oramai guerra aperta tra lei e quella stupida di  Guadalupe, per chi avrebbe dovuto occupare in pianta stabile il cuore di Gutierrez, per lei era una guerra che avrebbe perso ben volentieri. Oscar le aveva promesso la libertà e nelle sue parole sentiva che la libertà era vicina. Sentiva che la sua fiducia in lui l’avrebbe ripagata. Sarebbe riuscita a fuggire da quella prigione dorata e finalmente sarebbe stata libera di amare veramente un uomo, per quello che era e faceva per lei. Perché erano azioni comandate dal cuore, dall’amore e non da quel denaro lurido e macchiato di sangue e sudore di altri poveracci, finiti tra le mani di quel porco. S’impose di rimanere calma e di continuare a soddisfare i capricci dell’uomo che fino ad allora l’aveva mantenuta. I giorni della sua fuga da tutto quello erano vicini e non poteva permettersi nessun errore. Aveva ancora qualche carta buona da giocare e l’avrebbe fatto in quella che considerava la più difficile partita che avesse mai giocato.

Lei era una brava giocatrice.

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