CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “novembre, 2013”

SENTIERI INCROCIATI – 50° capitolo

Ante Koracick, disteso tra i sacchi di cemento del palazzo in ristrutturazione, stava aspettando, che Preston uscisse nel giardino della casa protetta in uno dei sobborghi della capitale. Il servizio informazioni dei narcotrafficanti aveva lavorato veramente bene e la telefonata dell’avvocato Obregon, giunta qualche giorno prima, gli aveva dato tutte le indicazioni del caso. Controllò per l’ennesima volta i suoi punti di riferimento. Nastrini colorati, semplici cartoncini legati ai rami degli alberi della zona. Servivano per controllare la direzione del vento e calcolarne, in maniera empirica, la velocità. Il calcolo era frutto della sua lunga esperienza di cecchino, nata e cresciuta con l’assedio di Sarajevo. Dopo gli eventi bellici era entrato a servizio delle organizzazioni criminali serbe e i suoi servigi li aveva offerti un po’ a tutte le mafie dell’est Europa. Anche i narcotrafficanti centro e sud americani lo avevano pagato e profumatamente, rimanendo ampiamente soddisfatti. Ricercato dalle polizie di mezzo mondo, per ora rimaneva un’ombra confusa, inafferrabile.
Guardò nell’oculare del mirino. Ancora nulla. Trasse un respiro profondo e fece piccoli movimenti per sciogliere la tensione dei muscoli. Era in quella posizione già da più di un’ora, poi finalmente la porta della veranda si aprì e comparve un uomo. Non era Preston, ma una delle guardie assegnatagli dai Servizi americani. L’uomo diede un’occhiata in giro poi lentamente fece una perlustrazione del giardino. Passò lungo il bordo della piscina e mentre camminava, Ante lo vide parlare a una radio. Poi improvvisamente si fermò e fece un gesto con la mano. La porta della veranda si aprì nuovamente e Preston, in tenuta da ginnastica, uscì al sole del mattino. Fece qualche giro di corsa per scaldare un po’ i muscoli, poi si mise vicino al bordo della grande vasca e prese a fare gli esercizi quotidiani.
Ante guardò i suoi riferimenti. L’aria era immobile, poi si concentrò sulla figura che occupava il reticolo, avvicinando con lentezza il dito sul grilletto. Smise di respirare, mentre Preston faceva esercizi di stretching. Quando Preston allargò le braccia per inspirare profondamente, Ante tirò con dolcezza il grilletto. Lo sparo fu attutito dal lungo silenziatore applicato alla canna del fucile e il proiettile 7,65 impiegò meno di un secondo a penetrare il petto dell’uomo, che se ne stava a braccia spalancate. Fu proiettato all’indietro e quasi subito si allargò sul petto un fiore rosso, segno che il colpo aveva raggiunto il cuore. Il suo M24 si era dimostrato ancora una volta, all’altezza della sua fama di grande fucile per cecchini. Preston non sarebbe mai più entrato nell’ufficio del Procuratore Generale e non avrebbe mai più parlato dei suoi rapporti con Gutierrez e non avrebbe più raccontato altro.
L’uomo dei Servizi guardò il corpo di Preston, che colpito era caduto in piscina e nulla valsero il suo tuffo in acqua e i successivi tentativi di rianimarlo. Gli altri uscirono dalla casa, armi in pugno, ma oramai era tardi.
Ante, vestito da operaio edile, uscì dal fabbricato con una grossa sacca sulle spalle nel cui interno c’era il fucile smontato. Salì su di un vecchio furgone sgangherato e si allontanò dalla zona. Lo abbandonò dopo pochi isolati, in un parcheggio coperto. Si tolse la tuta e salito su di una comune berlina, uscì dal parcheggio e prese la strada che lo portava all’aeroporto di “Dulles”. Prossima tappa Ottawa, per completare il suo incarico.
Arrivò nella città canadese nella serata, questa volta era il signor Horst Hauptmann, commerciante di legname di Dresda, dall’inglese scolastico e con un accento che richiamava il ceco parlato nei Sudeti. Ante, come tanti slavi, aveva la predisposizione delle lingue e il fatto che prima della guerra civile iugoslava, frequentasse una scuola di lingue, lo aveva facilitato, nell’apprendere e parlare le lingue estere. Oltre all’inglese e il tedesco, parlava il ceco appunto e l’ungherese. Le sue varie identità erano proprio di quelle regioni: Jan Benećk, Sàndor Malay e Horst Hauptmann appunto. La notte la trascorse in un albergo della città, il “Novotel”, al 33 di Nicholas St. Chiese la sveglia alle nove e si ritirò solo dopo aver approfittato di una veloce cena al bar dell’albergo.
Il mattino dopo, dopo aver saldato il conto, pagando in contanti, prese un taxi e si recò all’aeroporto. Il volo per Quèbec partiva alle undici e trenta. Nel pomeriggio, nella capitale dell’omonimo stato per prima cosa si recò in un bar ristorante tenuto da jugoslavi, da cui già si era fermato nella precedente visita. Fu quasi immediatamente riconosciuto dal padrone, che lo fece accomodare nel retro, al riparo da sguardi indiscreti. Poi dalla porta di servizio fu fatto salire su di un’auto che lo portò in una casa di Beauport. Una di quelle case anonime ma graziose che s’incontrano sulle strade di ogni cittadina del Nord d’America. Con il giardino davanti a casa, il patio o la veranda e il posto per il barbecue. Aveva scambiato poche parole, con gli accompagnatori che si erano succeduti. Non aveva molto da dire, perché sapeva cosa doveva fare e i suoi interlocutori, non mostrano interesse a conoscere i suoi affari. In certi ambienti, meno si sa, più si campa. La sera stessa arrivò una macchina e con lei una cena tipica: minestra di lenticchie e bietole, cotolette al pomodoro, e due golose Tufakije per dolce. Durante la serata si assicurò che le imposte fossero ben serrate poi andò nella cantina. Prese una grande valigia metallica e ritornò in soggiorno. Aprì la valigia e fu soddisfatto del contenuto, finalmente avrebbe avuto tra le mani un M200 CheyTac. Lo guardò a lungo, ancora smontato, nella sua custodia in schiuma espansa. Ne accarezzò i pezzi, con un fremito. Si sentiva come un bambino in un negozio pieno dei suoi sogni concretizzati, in un tripudio di dolci e giocattoli. Prese delicatamente uno dei proiettili .480 CheyTac, costruiti apposta per quel tipo di fucile. Si augurò che l’ogiva fosse esplosiva. Lui preferiva a punta cava, ma per il lavoro che doveva eseguire l’importante, era che nessuno rimanesse vivo. Poi prese a studiare il sistema di puntamento, collegato a quello di rilevamento meteo e al sistema balistico computerizzato. Il committente non aveva badato a spese e lui decise che sarebbe stato all’altezza dell’arma. Avrebbe tirato i colpi più spettacolari di sempre, della sua lunga e onorata carriera di killer professionista.

SENTIERI INCROCIATI – 49° capitolo

Stuart Miller, assistente personale del Presidente, aprì con cautela la porta in noce massiccio ed entrò nella stanza. Si avvicinò al letto con il baldacchino e con un filo di voce disse.
         “ Signor Presidente … sono le sei e trenta.”.
Il Presidente comparve alle sue spalle.
         “Grazie Stuart. Gi uomini sono già pronti?”.
Miller ebbe un sobbalzo e si girò di scatto. La faccia del Presidente era incorniciata da un largo sorriso. Già vestito di tutto punto e pronto per il jogging mattutino, lo aveva colto di sorpresa.
         “ Signor Presidente … Mi ha fatto venire un colpo.”: Disse Miller in un sibilo.
Il Presidente ridacchiò e aprì la porta.
         “Dopo di te … mio caro ragazzo.”.
Uscirono e nel corridoio incontrarono gli uomini del Secret Service di turno il mattino e due, che avevano la stesa tenuta ginnica del Presidente. Facevano parte del gruppo di militari che lo scortavano durante l’ora di ginnastica mattutina. Il Presidente strinse la mano a tutti, come d’abitudine e iniziò a scendere le scale, che dalle camere private, portavano giù, fino a una porta che dava sul parco della casa Bianca. Fuori l’aria era fresca e si sentiva chiaro il primo traffico della giornata. L’uomo e la sua scorta iniziarono a correre per il parco, alternando corsa e fermate per eseguire esercizi fisici a corpo libero. Trascorsa l’ora il Presidente rientrò e sempre di corsa risalì al suo appartamento, fece la doccia si cambiò. Da una sala vicina sentì l’acciottolio dei piatti della colazione. Quei momenti erano gli unici della giornata che aveva deciso di dedicare solo a se stesso e in questo era irremovibile. Salutò con calore moglie e figli e scese nuovamente le scale, questa volta per dirigersi nelle cucine. Su di un tavolone c’era un bricco di caffè nero e forte e assolse con tranquillità il rito del caffè con gli uomini di scorta, come ogni mattina da che era stato eletto. Per ciascuno aveva una parola o una domanda, normalmente sulla famiglia di chi si preoccupava di vegliare costantemente sulla sua vita. A volte commentavano gli avvenimenti sportivi più importanti, quindi sciolta la riunione, ciascuno riprendeva il proprio ruolo. Altre rampe di scale e poi una fuga di corridoi, fino all’Ufficio Ovale. Quella mattina l’Ufficio era già pieno di gente. Oltre al suo personale staff c’erano i senatori Norton e Wingwrithe, poi Blytone del F.B.I., Toland della C.I.A. e Reed del N.S.A., le mostrine dell’Aviazione del generale Simmon e quelle dei Marines di Batholemy avevano una luce particolare qual mattino.
         “Signori. Buon giorno. Novità?”.
Per tutti parlò Tovasio, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale.
         “ Signor Presidente, l’operazione Warthog è riuscita perfettamente. Dei cattivi non c’è più traccia e i buoni sono tutti rientrati a casa. Come rappresentazione è stata un successo. Ora non rimane che avvisare la stampa e goderci tutti i meriti.”.
Intervenne Toland.
         “Signore, abbiamo ricevuto un dispaccio da Città del Messico. Forze del Servizio di Sicurezza, hanno intercettato uomini di Gutierrez, sulla sponda messicana del Rio Grande e sono stati tutti eliminati. Credo proprio che il cartello sia stato sconfitto duramente.”.
A quelle notizie il presidente assunse un’espressione soddisfatta e compiaciuta. Aveva rischiato, ma aveva vinto.
Harry Tobbler, il portavoce ufficiale della Casa Bianca, intervenne.
         “Se permette Signore, avrei un’obbiezione. Credo che la notizia non debba essere data … adesso. Piuttosto nei prossimi giorni e mescolata ad altre. L’azione compiuta non è stata … come dire … secondo le regole e Lei si è troppo esposto.  Se qualche segugio della stampa vorrà andare in fondo alla questione, temo che possa saltar fuori tutto ed esploderci tra le mani. Dal successo al tonfo passerebbe un attimo e le ricordo che il prossimo anno ci sono le elezioni. Lei potrebbe avere ancora un altro mandato davanti a se.”.
Il Presidente corrugò la fronte e rifletté. Politicamente il suo azzardo forse era andato un po’ troppo oltre. Intervenire così com’era stato fatto sul suolo americano, portava con sé una montagna di problemi e di guai. Giustificare un’azione militare davanti alla nazione, sarebbe stata una prova difficile e opposizione si sarebbe infuriata e poi c’erano le prossime elezioni. La cosa avrebbe suscitato polemiche e scalpore. Il Senato avrebbe potuto anche invocare una commissione d’inchiesta e un successo, in breve, sarebbe potuto diventare una catastrofe politica.
Riprese Toland.
         “Signor Presidente, l’obbiezione è giusta. Facciamo passare qualche giorno, poi con gli aggiustamenti del caso, serviremo alla stampa la buona notizia. Racconteremo la verità … non tutta, ma … sono sicuro che andrà tutto per il meglio. Imbeccheremo le persone giuste, con il … mangime appropriato e punteremo soprattutto sul fatto che dei terroristi stavano tentando d’infiltrarsi con l’aiuto dei cartelli della droga. Così daremo una risposta chiara. Quella di non provarci, perché l’America sa rispondere e duramente. Un sollievo per i connazionali e agitazione per i narcotrafficanti. Certe posizioni, secondo me, saranno riviste e certe alleanze saranno difficili da cucire.”.
Intervenne Blyton.
         “ Conti sul mio appoggio, Signor Presidente. Credo che la soluzione prospettata sia quella giusta.”.
Ciascuno portò la propria opinione e fu deciso che si sarebbero attenuti alla proposta di Toland. Anzi Tobbler ebbe l’incarico di svilupparla e Toland gli promise aiuto da Langley.
Simmon e Batholemy sottoposero al Presidente ancora i casi dei due piloti e del tenente Diaz e il Presidente approvò promozioni e trasferimenti e si dichiarò disponibile a incontrare privatamente tutte le persone che erano intervenute a fare di “Warthog”, quel che era stato.
Norton andò via per ultimo e dopo quel che ebbe da raccontare sul suo stato di salute, il Presidente non volle ricevere nessuno per buona parte della mattinata.
Il nuovo Ambasciatore del Cile, avrebbe presentato ufficialmente le proprie credenziali solo nel pomeriggio.

SENTIERI INCROCIATI – 48° capitolo

Il Capitano Page, dopo il lancio dei due missili, cabrò leggermente e si mise in scia dell’aereo di “Bunny”. Con il potente radar di guida acceso, la ragazza stava seguendo la traiettoria dei missili che avevano raggiunto orami la loro massima velocità. Lanciati da una distanza di circa venti chilometri dall’obiettivo finale le testate si attivarono nella ricerca all’infrarosso. Il calore dei motori dei SUV li avrebbe attirati come api sul miele. A cinquemila chilometri di velocità divorarono la distanza in breve tempo e il primo colpì esattamente il camper blindato, che aveva il motore acceso, trasformandolo in una palla di fuoco, dando il via all’esplosione degli altri automezzi, sbriciolandoli. Il secondo esplose sopra il camino della casa, che si aprì come un fiore sbocciato. Non era trascorso molto tempo che arrivarono i due A40 con un fischio sibilante e la ragazza lanciò i contenitori delle bombe “Rockeye”, trasformando il suolo in un inferno di schegge, alimentando ancora il fuoco. “Hummer”, in aggiunta innaffiò il terreno con una serie di raffiche del suo cannone “Gatling” da 50 mm. Il tenente Nakamura prima impennò il suo velivolo, poi eseguito un looping ritornò anch’essa sull’obiettivo, scaricando una serie di raffiche dal cannone rotante. Ora il luogo ardeva come una fornace e la probabilità che fossero rimasti dei superstiti era ridotta a zero. Alle prime ore dell’alba un gruppo scelto della Guardia di Confine avrebbe raggiunto i ruderi per controllare gli effetti dell’azione.

A tutta velocità i due aerei si allontanarono nella notte, la missione si era conclusa con un successo e l’obiettivo era stato colpito e distrutto. Con un piccolo particolare però, i due piloti non sapevano della presenza di Gutierrez, di Said e dei loro complici. Quell’aspetto della missione era rimasto segreto e tale sarebbe restato. Nei giorni successivi furono ricevuti dal Presidente e ricevettero anche una decorazione, per l’impegno e la precisione dell’esercitazione svolta e ricevettero anche nuovi incarichi. Il tenente Nakamura fu riassegnata al gruppo intercettori di base in Alaska con un avanzamento di grado a Primo Tenente. Il capitano Page ottenne di entrare alla scuola della Marina di Annapolis, per qualificarsi come pilota di Marina e sarebbe stato assegnato ai nuovi squadroni che si stavano preparando, per l’imbarco sulla portaerei “Lincoln” in via di allestimento. I due piloti, ingenuamente, tentarono di chiedere spiegazioni del trattamento ricevuto ai propri ufficiali superiori, ma dal tono delle risposte capirono che era meglio dimenticare e al più presto, l’esperienza passata e in ogni caso farne solo vaghi accenni ai troppo curiosi.

Solo uno dei due Balckhawck, arrivò al punto di raccolta. L’altro sparì nella notte. I piani erano cambiati all’ultimo momento. Adattarsi a nuove esigenze era una delle caratteristiche dei Corpi Speciali e quindi non fu un grosso problema seguire nuove direttive. Il grosso elicottero rimasto, si posò dietro un dosso e dal suo ventre sbarcarono una dozzina d’uomini, che si sparpagliarono nei dintorni. Quattro di loro passarono il lieve saliente del dosso e inforcati i visori notturni iniziarono a cercare immagini termiche rivelatrici. Il Capitano Potter disteso tra i sassi e i cespugli, in cima al dosso, osservava il deserto buio con un binocolo a infrarossi; controllò l’ora e fece scattare il cronometro per il conto alla rovescia. L’appuntamento era da lì a un’ora, poi se ne sarebbero andati, come previsto.

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Correvano orami da più di tre ore e Oscar si stupì di come Luz riuscisse a mantenere il passo e il ritmo che lui aveva impresso alla corsa. Non che fosse da maratoneta, in fondo non era una competizione, ma il tempo passava e il fatto di essere rimasti senza un’auto aveva reso le cose più difficili. Di tanto in tanto, alla luce della lampada frontale che aveva, guardava la bussola da polso, per controllare se stesse mantenendo la giusta direzione. Dietro di lui la luce di Luz illuminava la sua sinistra e fino a quel momento non si era distaccata sensibilmente. Ogni mezz’ora facevano una pausa di cinque minuti circa, un po’ per rifiatare e un po’ per assumere una quantità di liquidi e per bagnare i fazzoletti che si erano legati sulla faccia. La polvere che sollevavano, dava fastidio al loro affanno e s’insinuava da tutte le parti. La sentivano intorno agli occhi e nelle orecchie e quel fazzoletto che copriva la faccia li aiutava. Oscar controllò ancora una volta l’ora. Oramai dovevano essere vicini al punto di raccolta e mancavano solo quarantacinque minuti all’ora prefissata. Trascorso il tempo stabilito, avrebbero dovuto passare l’intera giornata in quell’inferno bollente, prima di essere recuperati, si spera, la notte successiva. Senza un riparo e senz’acqua, soprattutto.

         “ Ok … Andiamo, che c’è ancora un po’ di strada!”.

La ragazza annuì, il fiato si era fatto pesante, ma nella sua testa si era formata la convinzione che non avrebbe mollato, che piuttosto sarebbe morta di fatica, ma era assolutamente necessario che seguisse fino in fondo il suo uomo. I giorni precedenti, durante i quali si era allenata duramente per quella corsa e ogni volta che usciva nel deserto per correre, inventava strane e fantasiose frottole, per tutta la fatica consumata, ora se ne vedevano i frutti. Riusciva a stare al passo, anche se le energie erano oramai al lumicino e solo la forza di volontà, la rabbia che aveva in corpo la sostenevano in quella fatica. Un’ora prima avevano scorto nel cielo due scie rossastre e l’aria fredda del deserto aveva portato loro il rombo soffocato di motori spinti a tutta velocità. Poi alla sosta precedente, guardando verso est lui si accorse di un bagliore lontano, una colonna rosso fuoco che si era alzata in pieno deserto. Scosse la testa per approvare e nei suoi occhi lei colse un lampo di soddisfazione. Non capì, ma sicuramente ne aveva tutti i motivi per essere soddisfatto.

A un tratto udirono distinto un rumore di rami spezzati e una voce forte e chiara.

         “Tripoli.”.

Si arrestarono di botto e Oscar spense la luce della lampada, seguito da Luz. Nell’affanno del respiro, l’uomo rispose.

        “Leather’s Neck”.

Poi sottovoce impose alla ragazza di non muoversi. L’oscurità materializzò due ombre scure, nelle cui mani, la presenza di due fucili d’assalto era garanzia di sicurezza, ma anche di un pericolo imminente. Arrivò una terza figura.

“Sono il capitano Potter. Delta Force. Il signor Maltes, immagino?”.

Oscar respirò finalmente.

         “ Sì. Sono Maltes, anzi tenente Oscar Diaz Ramirez 75° Ranger, reparto Intelligence. Signore.”.

         “Riposo Tenente e … benvenuto a casa. Adesso andiamocene, non vorrei che ci fosse qualche occhio indiscreto, in questa fetta di deserto.”.

         “Signorsì, signore. Ah … a proposito … ho un ospite. Spero che ci sia un posto in più.”.

         “Nessun problema. Abbiamo preso la macchina grossa.”. E nel buio si levò una risata cavernosa.

Arrivarono all’elicottero che intanto aveva acceso i motori e le pale già turbinavano a pieno regime. La polvere del deserto si era alzata creando una sorta di tornado. In men che non si dica tutti furono a bordo e con un ruggito, il velivolo si alzò. Nella cabina passeggeri, alla flebile luce verde, appoggiata allo scomodo sedile di alluminio e tela, Luz finalmente si rilassò e iniziò a piangere sommessamente, vergognandosi un poco per quella debolezza improvvisa. Lei che aveva deciso di non piangere, di non mostrare la paura per il pericolo che ora era finito, invece non riusciva a trattenere le lacrime. Da troppo tempo pensava e sperava di vivere quegli attimi e ora che lo stava facendo tutto, si scioglieva in quelle due strisce che le solcavano il viso e si mescolavano alla sabbia finissima, al sudore venendo così a creare una maschera. Oscar le strinse la mano e lei si trovò davanti agli occhi un fazzoletto pulito. Uno degli uomini si era accorto di quel pianto e in silenzio le stava offrendo di che pulirsi la faccia. Lei guardò quel pezzo di stoffa e poi si voltò verso l’uomo con i lucciconi, ebbe un mesto sorriso e ringraziò con un cenno del capo. L’altro mostrò una chiostra di denti bianchissimi. La pittura di mimetizzazione confondeva i tratti del suo volto in una chiazza scura e la luce verde pallida, non aiutava, ma quei denti sorridenti, brillavano. Sembravano indicare una nuova vita che stava per incominciare.

Solo dopo molte ore arrivarono a Fort Braga e i giorni successivi furono convulsi. Da una parte Oscar fu interrogato più volte e dovette stendere un mucchio di rapporti. Lue fu sottoposta anch’essa a una serie d’interrogatori; più delle conversazioni, che non interrogatorio stringente, ma chi le poneva le domande, voleva sapere tutto della sua vita e di quella passata accanto a Gutierrez. Anche i più piccoli e insignificanti particolari. Passarono alcuni mesi e finalmente Luz Defuante divenne la signora Diaz Ramirez e in primavera riuscì a riabbracciare i suoi genitori e i fratelli, che intanto erano stati fatti entrare legalmente negli Stati Uniti.

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L’altro elicottero era atterrato nella zona dell’incendio dovuto al passaggio dei due A40. Gli uomini si disposero in cerchio e attesero l’alba. Il puzzo di bruciato delle auto si mescolava con quello di carne abbrustolita dei cadaveri. Nessuno era riuscito a uscire da quell’inferno di fiamme e solo nella mattinata una colonna di automezzi con a bordo uomini del F.B.I e della Polizia di Stato del Texas, arrivò in quel luogo. Da un furgone furono estratti dai sacchi neri e iniziò la penosa ricerca dei resti. Tutto fu fotografato, filmato, furono raccolti campioni e prove, poi per ultimo atto, da un bilico scese una grossa ruspa che demolì i resti delle costruzioni e a furia di ripetuti passaggi ridusse i medesimi in un mucchio di macerie irriconoscibili. Poi iniziò a coprire il tutto con la sabbia del deserto. A notte fonda, era rimasto solo uno spiazzo di terra battuta segnata dai cingoli di una grossa macchina e basta. La ruspa e le macchine delle forze dell’ordine sparirono nella notte senza luna. La storia di tante persone era finita definitivamente.

SENTIERI INCROCIATI – 47° capitolo

L’avvocato Obregon, nel pomeriggio aveva telefonato dalla sua linea sicura al capitano Martinez, per concordare l’arresto di Gutierrez. E’ vero che appoggiare membri del terrorismo internazionale, avrebbe aumentato il prestigio e anche il potere all’interno dei cartelli della droga messicani, ma fatto ciò si sarebbe stato sicuramente un aumento di sorveglianza sul gruppo di Gutierrez e certamente la pressione per arrestare lui e tutti quelli che, gli erano vicini, sarebbe aumentato in conseguenza. L’avvocato voleva liberarsi di questo fastidio. In fondo il commercio di droga e dei clandestini gli permetteva già una vita oltre modo agiata. Voleva mantenere un profilo ancora più basso di qual che stava già tenendo e quell’alleanza, non era certo il mezzo migliore. Oltretutto si rischiava anche una guerra tra cartelli. I soldi dei terroristi erano tanti e abbastanza facili da ottenere, ma l’alleanza era scomoda e impegnativa e rubava troppe risorse, secondo il legale, a quelle che era il loro naturale mercato: droga e immigrati.  Pensò che avrebbero attirato anche l’attenzione dell’esercito messicano e quello era addestrato e rifornito dall’incomodo vicino americano, quindi oltre alle armi migliori e più raffinati di quelli attuali, in Messico sarebbero affluiti anche un maggior numero di “consiglieri” e non era proprio il caso. Meglio eliminare il problema ora.
Diede le indicazioni del percorso a Martinez e ottenne la massima segretezza e l’assoluta conseguente immunità q quella spiata. Nessuno ne avrebbe saputo nulla e il merito sarebbe andato tutto alle Forze Speciali Messicane.
Obregon decise che a quel punto poteva benissimo iniziare la seconda fase della sua nuova vita. Si mise in contatto, sempre utilizzando la sua linea telefonica sicura, con il capo del nuovo cartello emergente, tal Emiliano Duarte. Un giovane che alla sua scuola avrebbe dato le stesse, se non migliori, soddisfazioni che aveva avuto da Gutierrez, all’inizio della carriera da boss. Pensò che la sua guida sarebbe stata gradita, ma soprattutto sarebbero stati graditi i codici bancari su cui si riversavano i fiumi di denaro, derivanti dalle attività di Gutierrez. In più portava anche manovalanza qualificata, addestrata e già introdotta in territorio statunitense. Insomma le basi c’erano tutte, per salvasi la pelle.
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Nel cuore della notte il convoglio di Gutierrez, arrivò al ranch diroccato. Si avvide immediatamente che il mezzo di trasporto per Said e i suoi complici era già arrivato. Un grosso camper attrezzato per il fuori strada, ma dotato di una certa comodità. Era stato adattato n furgone per trasportare i turisti nei parchi americani, per permettere loro fotografie agli animali selvatici in tutta sicurezza. Ruote alte, motore potente e robusto, comodi sedili e anche un piccolo bar, dove caffè e bibite erano sempre presenti, in più una confortevole aria condizionata. Erano state eliminate, però, le grandi vetrate, che permettevano le fotografie. Al loro posto piccole finestrelle, a giusta altezza, per permettere l’entrata della luce. Le pareti erano state blindate, per sicurezza. Quella era la prova definitiva per l’utilizzo del mezzo. Se fosse stata superata Gutierrez, poteva garantire la sicurezza anche dei trasporti “particolari”. Non solo “peones” o coca. Anche viaggi in prima classe per pochi e danarosi privilegiati e ne fu contento.
Entrarono nella parte ancora in piedi del ranch, e vi trovarono una tavola apparecchiata. Secondo i dettami dell’islam e del suo paese erano stati preparati vivande e beveraggi vari. Gutierrez invitò Said al piccolo rinfresco, lodando e inneggiando alla nuova amicizia e brindò ai futuri affari, che avrebbero fatto insieme. Said gli lanciò un’occhiata di sbieco e pensò che quel bandito, non aveva capito nulla. Quella era l’ultima volta che s’incontravano. Il suo viaggio, come quello dei suoi uomini era senza ritorno. Comunque assicurò il messicano, che avrebbe parlato e bene dell’organizzazione trovata e sicuramente altri al suo posto, sarebbero venuti e si disse sicuro che avrebbero ottenuto l’identico trattamento. Gutierrez giurò e rigiurò, che gli amici di Said erano i suoi fratelli, in concreto e lui, per i fratelli, dava tutto ciò che possedeva, pur di soddisfare i loro desideri. Ci furono solo facce soddisfatte, per le parole scambiate e per le cibarie che si andavano consumando, ma venne il momento di parlare d’affari e nelle mani di Gutierrez comparve un PC portatile. I suoi occhi brillarono di una luce vivida. Cinque milioni di dollari stavano per entrare in suo possesso. Uno degli uomini di Said, si avvicinò alla tastiera, controllò che i collegamenti fossero tutti efficienti, poi seguendo le indicazioni del suo capo iniziò a collegarsi con la banca da cui doveva prelevare la metà della cifra pattuita. Ottenute le coordinate di quella, attese le coordinate delle Cayaman. Digitò i numeri dettatigli e schiacciò il pulsante “invio”. Pochi secondi e la metà della cifra andò a ingrossare il conto caraibico del messicano. Si levarono i bicchieri per brindare alla buona riuscita della prima parte dell’accordo. Una volta arrivati ad Abilene, Gutierrez avrebbe ottenuto l’altra parte dei soldi.
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Il sergente Bometti sorrise soddisfatto. Il segnale dei ripetitori nascosto da Oscar ora era fisso nel punto indicato già da qualche minuto.
         “Faco 1 … Faco 1, mi ricevi?”.
“Hummer” sentendo il proprio nominativo rispose immediatamente.
         “Forte e chiaro, Seagull.”.
Bometti, non perse tempo e snocciolò una serie di cifre, le coordinate d’attacco. Le stesse furono immesse nel calcolatore della centrale di tiro dell’aereo, che le inserì nel computer dei missili AGM-65, poi “Hummer” schiacciò il pulsante di tiro e due scie luminose si persero nella notte a distanza di qualche secondo l’una dall’altra.

SENTIERI INCROCIATI – 46° capitolo

La prima parte del viaggio era terminata. Il convoglio di macchine era a pochi chilometri dal Rio Bravo. La notte era oramai padrona di quel lembo di terra messicana e pallide stelle mandavano il loro lucore e sembravano rendere la magia del deserto notturno in maniera particolare. Sabbia e cespugli sembravano quasi darsi la mano a coreografare i luoghi. Avanzando guardinghi nell’ultimo tratto di pista, giunsero finalmente in vista del fiume e il convoglio si arrestò. Uno degli uomini di Gutierrez, brandendo una grossa torcia elettrica, iniziò a fare segnali all’altra parte del fiume. Dalla sponda opposta, uguali segnali lampeggiarono nel buio. Ad un certo punto si udì un sibilo continuo come uscisse da bombole d’aria compressa. Due grossi gommoni, infatti, stavano riempiendosi d’aria e da uno dei SUV furono estratti due piccoli motori elettrici. Ben presto furono montati a bordo dei canotti e provati; erano elettrici, per non fare che un minimo rumore. Oscar a qual punto ebbe un moto di nervosismo e si rese conto che il piano stava sfumando. Era convinto che avessero attraversato il fiume sul ponte nascosto, immerso nella corrente, poi si rese conto che il guado era un altro. All’ultimo momento Gutierrez aveva cambiato i piani. L’unico modo per poter continuare sul piano prefissato era quello, rischiosissimo, di avvisare dei cambiamenti. Represse ogni sentimento ed evitò anche di guardare,  anche per un momento Luz. Non doveva assolutamente far trasparire il moto d’agitazione, che lo aveva colpito. Il gruppo intanto si stava preparando a traghettare e Gutierrez iniziò dividendo gli uomini sui due gommoni. Quasi avesse intuito il problema e con la massima naturalezza Luz chiese a Gutierrez se poteva andare anche lei dall’altra parte.

         “ Non sono mai stata in America, amore. Poi sarebbe bellissimo che ci sia io ad aspettarti, quando torni. Da vincitore.”.

Gutierrez la guardò dapprima diffidente. Non gli andava di mescolare affari e piacere. Una cosa aveva imparato nella sua pur breve, ma maledetta vita. C’era un tempo per tutto e quel tempo doveva essere ben diviso. Però in quella notte e solo per quella volta si convinse a fare un’eccezione. In fondo sarebbe tornato da vincitore dall’America. Vincitore e più ricco di una decina di milioni di dollari. A trasporto effettuato attraverso pochi click del computer quei soldi sarebbero affluiti nelle sue casse, in una banca alle Cayman.

         “Va bene, querida, mi hai convinto. Però … Oscar verrà con te. Non voglio che tu ti perda, oppure anneghi. Rimarrai brava vicino ai gommoni …”.

Luz non lo fece finire, ma gli saltò felice al collo coprendolo di baci.

L’uomo infastidito la allontanò bruscamente.

         “Ehi … Donna .. Sta al tuo posto.”.

Lei immediatamente, abbassò la testa e piano chiese scusa, poi si ritirò in un angolo e attesa di essere chiamata a bordo.

Gutierrez impartì gli ultimi ordini, poi con un sorriso untuoso fece accomodare sul primo gommone Said e alcuni complici dell’arabo. Gli altri, mescolati con uomini di Gutierrez salirono sull’altro. Per ultimi Luz e Oscar, che prese il comando della barca. La traversata durò una decina di minuti. Il tratto di fiume era brave e la corrente tranquilla, anche se dall’odore Oscar immaginò che quel tratto fosse profondo. Si diressero senza quasi far rumore verso i lampi delle torce, che gli uomini dall’altra parte reggevano. Sbarcati trovarono ad attenderli altri fuoristrada, dove presero posto Gutierrez, Said e gli altri membri. Con un rombo e in una nuvola di polvere finissima, si allontanarono nella notte. Oscar si rese conto di avere pochissimo tempo, ma la fortuna non lo aveva abbandonato. Sulla riva erano rimasti solo in tre. Luz, Gregorio l’altro pilota del gommone e lui stesso. Si trasformò immediatamente in un predatore freddo e spietato. Dallo stivaletto che calzava, estrasse il “Camillus”, pugnale da combattimento delle truppe americane, si avvicinò all’uomo che gli dava le spalle e afferratolo, con una mano alla faccia, gli conficcò sino all’elsa, la lama nel collo. Si udì, netto lo scricchiolio della laringe che andava in frantumi e Gregorio si afflosciò in un leggero rantolo. Neppure Luz si accorse di quanto era accaduto. Oscar ripulì il coltello sugli abiti dell’uomo a terra poi si lavò le mani nel fiume. Estratto il telefono da una tasca interna della giubba che indossava, compose freneticamente il numero. Tre squilli e dall’altra parte risposero.

         “Sono Maltes. La situazione è cambiata. Ascoltate bene, perché non ho tempo per ripetere. I galli hanno cambiato macchina, ma vanno sempre nella stessa direzione. Lascio il telefono acceso; seguitemi con il GPS. Mi sposterò ad ovest, a piedi. Sarò in ritardo di circa un’ora al punto di raccolta. Chiudo.”.

Dall’altra parte del telefono, non ci fu nessuna comunicazione. L’ufficiale addetto, fece ripassare il nastro inciso dalla voce di Oscar.

         “Controllo Sud. Il Capo Settore.”.

Il maggiore Jansen, capo settore, quella notte, ascoltò la conversazione registrata, poi afferrato uno dei telefoni che stavano sulla sua scrivania, si mise immediatamente in contatto con Hrlburt Fieslds, Florida al Comando delle Operazioni Speciali. A quel punto gli ordini e contro ordini si fecero più frenetici e gli occhi del KH11-125 ruotarono leggermente, per poter mettere meglio a fuoco la situazione in evoluzione sul suolo texano.

Intanto il convoglio di Gutierrez affrontava la notte, dirigendosi verso il diroccato ranch, luogo dell’incontro. Un camper di grosse dimensioni, si stava avvicinando verso l’identica destinazione, provenendo dall’altra parte. L’autista aveva telefonato poco prima e Gutierrez, si rilassò un poco. Tutto stava andando nel verso giusto. Ancora un’ora e poi si sarebbe regalata, nei prossimi giorni una grande “fiesta”. Era indubbiamente l’uomo più potente del Messico del Nord-Est e anche gli altri cartelli messicani, ora dovevano portargli il rispetto dovuto. Era entrato in affari con gli arabi e quindi il passo successivo sarebbe stato iniziare seriamente a pensare di farne anche con i cinesi.  Nei prossimi giorni avrebbe dovuto richiamare il “gringo”. Non che la cosa gli piacesse. In fondo aveva detto a se stesso che quello era l’ultimo lavoro che faceva con quell’uomo, ma ora, ripensandoci, poteva essere utile ancora una volta. Sicuramente Preston a Washington, aveva le conoscenze per prendere contatto con i cinesi “giusti” per fare affari. Si godette l’ultima parte del viaggio, fumando un grosso sigaro cubano, dono di Caid.

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Intanto, nel cielo tra Arizona e Texas, le antenne dell’E3-Sentry “Seagull Drunk” avevano saldamente agganciato il segnale del GPS di Osar e ne seguivano il lento avvicinarsi al punto di riunione. Il sergente Bometti era concentrato sulle sue apparecchiature e neppure l’offerta di una soda da parte del vicino di postazione, riuscì a distrarlo. In fondo alla carlinga il tenente Tracy Duncann, manteneva i contatti con il gruppo dei Blackhawk che levatisi in volo, si avvicinavano al punto prestabilito.

“Hummer” Page e “Bunny” Nakamura, erano ormai decollati e sfrecciavano, nella notte senza luna e tra poco sarebbero stati guidati, dalla voce del sergente maggiore Corbis, verso il loro obiettivo finale. L’ “Operazione Warthog” si dirigeva verso il suo epilogo.

SENTIERI INCROCIATI – 45° capitolo

Il senatore Norton era seduto sulla vecchia panchina di pietra, che dall’alto della terrazza del suo cottage, dominava il mare. Per essere la fine dell’estate, la giornata era calma e quasi senza vento. L’acqua tranquilla dell’oceano s’infrangeva sulla spiaggia sottostante, con onde brevi e la salsedine era quasi un sentore. In lontananza si scorgevano le navi da trasporto. Porta container, cargo, petroliere che sfilavano verso i porti di Boston e più giù New York. Il gotto di caffè, nero e leggermente salato, gli scaldava le mani. Norton guardava il mare e rifletteva se fosse il caso di vendere la casa a fine stagione, oppure donarla a qualche fondazione o lasciarla in eredità a Mildred. Non ci sarebbe stata un’altra estate come l’ultima. Non ci sarebbero state più stagioni. Quelle cui andava incontro, erano le ultime. L’ultimo Natale e forse, l’ultima Pasqua. Per quel tempo, sarebbe stato lontano mille miglia da quell’acqua. Per gli ultimi giorni, aveva deciso di stabilirsi nel suo ranch in Montana a Livinston, giusto ai confini con Yellowstone. Una casa in mezzo ai boschi, in una città che non offriva grandi cose, ma dove tutto era a misura d’uomo. Poi, in verità, lui non aveva grandissime esigenze e se poi voleva disputare una partita a golf poteva sempre andare a  Bozeman , al Bridger Creek Golf Course. In più Livinston aveva un comodo aeroporto di Mission Field. Piccolo, ma accogliente per i voli dei jet privati e il suo Gulfstream V lo avrebbe portato là, per l’ultima volta. Pensò che anche quello dovesse essere venduto. Lo aspettava un lungo inverno pieno d’impegni e di lavoro. Liquidare e per bene proprietà e partecipazioni avrebbe arricchito ancora di più il suo studio legale. Non era mai entrato in un’aula a patrocinare nessuno, in compenso dello studio Bancks & Lorimer era uno dei soci anziani e certamente quello che deteneva il maggior pacchetto di azioni. Era tra i primi 100 studi legali d’America e occupava ben quindici piani di un grattacielo sulla 57th Ovest, qualche isolato dalla Broadway. Dalle finestre del suo studio privato vedeva gli alberi di Central Park. Gli ritornò in mente, come un lampo della memoria, la domanda del giovane Holden: ,Dove vanno a finire, in inverno, le papere di Central Park?

Si rese conto della sciocchezza, ma era un bene pensare a sciocchezze in quei momenti. Smorzava la tensione e il profondo imbarazzo in cui si trovava, anche perché era venuto il momento di comunicare la notizia che il suo drago era di nuovo in marcia e niente e nessuno questa volta, sarebbe riuscito a fermarlo. Quel giorno sarebbe toccato all’amico di sempre: il senatore Winghwhrite e non sapeva come sarebbe andata a finire.

Mentre stava pensando a come dirlo all’amico di sempre, squillò il cellulare. Era Blyton.

         “ Senatore Norton? Sì, sono io. Bhè abbiamo grosse novità .. Sì Senatore .. L’operazione inizierà questa notte .. Certamente, la terrò informata, di ogni sviluppo. A risentirla presto e spero … con ottime notizie.”.

Norton bevve ancora un altro sorso di caffè. Improvvisamente sentì che sarebbe finito tutto bene e che la sua prossima uscita dalla scena, avrebbe avuto il sapore del trionfo.

Malgrado tutto, lui sorrise. Sentì poi il tocco sonoro degli stivali dell’amico James, battere sul selciato di pietra del terrazzo.

         “ Sei arrivato? Bene, ho da darti due notizie. “Warthog” è cominciata.”.

James Earl spalancò la bocca in un grandissimo sorriso.

         “Ottimo inizio di giornata. Bene. Fottiamo quei grandissimi bastardi.”.

Norton guardò l’altro con volto dall’espressione grave.

         “La notizia che ti devo dare, non credo però ti piacerà. Lui .. Ha ripreso a correre e questa volta, niente e nessuno potrà fermarlo.”.

Il grosso texano divenne grigio in volto; il sigaro che teneva tra le dita, sparì nella sua grande mano e fu immediatamente sbriciolato.

         “Maledetto fottuto bastardo!”.

La suoneria del telefono, distolse dalla lettura di quel noioso rapporto, l’Ispettore Branson.

Con voce impersonale e un po’ annoiata rispose.

         “Reale Polizia a Cavallo. Ispettore Branson, chi parla?”.

Dall’altra parte la voce squillante e un po’ agitata di Maeve si fece sentire.

         “Oh, Gilles, “Warthog” è iniziata. L’ho saputo poco fa e ti ho voluto avvertire immediatamente. Spero che vada tutto per il meglio e poi quando sarà finita tutta questa baraonda, mi prendo qualche giorno di vacanza e .. Credo proprio che dovrai ospitarmi”.

Gilles rimase interdetto. Non credeva mai più che si riuscisse ad arrivare alla fine di quella storia, ma soprattutto non credeva mai più che avrebbe rivisto Maeve.

         “Allora lo Spirito mi aveva parlato ed io non l’ho ascoltato con l’attenzione dovuta.”. Pensò Gilles e rispose.

         “ Benissimo. A qualunque ora tu voglia arrivare io sarò lì ad aspettarti.”.

Chiuse il rapporto e li infilò in un cassetto; oramai non aveva più senso riprenderlo dopo la telefonata. Sentiva il cuore pulsare veloce e sicuramente era arrossito, ma non gliene importò molto. Il suo unico pensiero era concentrarsi sulla voce di lei e lo fece così bene, che perse completamente il senso di quello che gli stava dicendo, sull’operazione delle prossime ore. Aveva solo un chiodo fisso, che stava penetrando sempre più a fondo nella sua testa e nel suo cuore. Maeve sarebbe venuta a Fort Ticonderoga e si sarebbe fermata. Dall’emozione, non osava neppure pensare, tanto che rispondeva a monosillabi e le poche frasi uscirono così arruffate, da risultare problematiche, non solo a chi ascoltava, ma soprattutto a chi le pronunciava. La telefonata terminò con una serie di  borborigmi incomprensibili, pronunciati da Gilles.

Si alzò dalla scrivania e prese ad ondeggiare verso una direzione indefinibile, ma tale, che lo portò fuori dalla stanza.

I Sergenti McKlusky e Poitreneau guardarono l’Ispettore uscire dalla stanza, poi McKlusky, appoggiato il suo rosso faccione sulle braccia, che teneva dritte dalla scrivania disse.

         “Sai cosa ti dico Simon. Io dico che l’Ispettore si è preso proprio una bella cotta per l’americana. Ha la stessa faccia che avevo io , quando mi sono messo con mia moglie Johana. Identica.”.

L’altro collega lo guardò in tralice, poi si fece pensieroso un momento.

         “Questa volta … penso che tu abbia ragione. Il ragazzo è perso dietro quella gonnella. Temo che perderemo per un po’ il quarto a bridge.”.

         “Già. Credo che tu abbia ragione … Maledizione … ed ora cos’ha questa stupida scatola di metallo. Si è di nuovo impallato il PC.”.

Poitrenau levò gli occhi al cielo e si mise a ridere.

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