CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “dicembre, 2013”

Mettiamolo in cascina

Oggi possiamo metterlo in cascina, questo 2013. Qualcuno lo metterà in bella vista, perché sicuramente avrà avuto le sue belle soddisfazioni, altri preferiranno metterlo nel reparto carabattole e cosa da dimenticare, anche in fretta.

Per quanti poi, in qualche modo affetti da triscadeicafobia o comunque  influenzati da quella, il fatto che sia terminato in maniera più o meno gloriosa è già una cosa positiva. Potranno attendere con maggior e miglior fiducia la tanto sospirato : “Anno Nuovo. Vita Nuova”.

Una bella botta di speranza, un colpo di vento inarrestabile che spazzi quel plumbeo che da troppo tempo ci avvolge.

In fondo è stato l’anno che ciascuno di noi ha costruito e la sua bellezza o la bruttezza del medesimo, è stato frutto delle nostre scelte. Scelte cui siamo stati chiamati dalla vita. Scelte a volte obbligate, altre prese con la più manifesta libertà, ma sempre riconducibili a noi. Sappiamo che è vezzo comune e soprattutto di questi tempi, attribuire ad altri gli effetti di scelte inadeguate, che anche noi abbiamo preso. E’ un fatto così lampante, così sotto gli occhi di tutti , che diventa alibi così abusato, da essere una accettata consuetudine. Anzi, se per casi strani non viene applicata, chi lo fa è guardato con maggior e diverso sospetto e assurgere a “rara avis” è un momento. Fatto non certo positivo per  il malcapitato, però.”Lui” non è adeguato, non è uniformato né allineato. In sostanza non appartiene alla schiera dei pecoroni, che si fanno forti del loro stesso numero. Non è simbolo di una diversità, che esiste e che da i suoi frutti; che può diventare un nuovo e più fecondo cammino da intraprendere. Al contrario semina il dubbio, favorisce il pensiero e “orribile dictu” fomenta il libero arbitrio. In questo mondo, che si appiattisce sempre di più è una situazione intollerabile. Per fortuna c’è chi ci pensa, perché anche nel gregge c’è un capo o più capi branchi. Ci sono pastori e non è detto che siano tutti buoni. Abbiamo visto la fine che ha fatto il migliore di tutti, ma per quelle vicende c’è un disegno così grande, che ancora oggi stentiamo, non solo a comprendere, ma anche  ad immaginare. E sì che l’immaginazione è tanta e fervida, ma tant’é.

Allora che anno è stato?  Un lungo cammino sull’esile filo di un precipizio? Oppure una lenta marcia, tra mille insidie, anche create da noi stessi, verso quel punto di svolta che da tanto attendiamo tutti? Oppure, di questo vagare, di questo viaggiare è rimasta solo una passeggiata inconcludente?

Il bello del viaggio è il viaggiare e non il raggiungimento della meta finale. Quando arrivi hai concluso e molte volte è la fine di tutto, ma tra la partenza e l’arrivo c’è la parte migliore di tutto. Le mille possibilità da cogliere o da rifiutare, gli incontri e gli scontri che segnano e le conseguenti cicatrici: quello è il meglio.

Quindi domani ricomincia un nuovo viaggio e che sia migliore o meno dipenderà da noi, dalla maturità delle nostre scelte, perché che lo vogliamo o meno siamo noi gli artefici del nostro destino. Sarà vero che abbiamo un cammino segnato e da quello difficilmente possiamo uscire?  Sarà vero che dall’alto c’è chi ci governa?  Nel cammino che percorriamo l’andare in una direzione piuttosto che in un’altra, quello spetta a noi. La libertà di cui godiamo a volte è maggiore di quella che percepiamo, che crediamo di avere, forse perché, ed è strano a dirsi, non siamo educati alla libertà. Ben pochi si sono presi la briga di insegnare il vero significato della libertà, parola così potente da averne paura, per certi versi. Eppure a ben guardare è quella sola che governa i nostri passi, che guida le nostre azione averla o non averla è “condictio sine qua” della nostra esistenza.

Questo è l’augurio per il 2014. Che sia un anno di consapevole libertà. L’anno nel quale consapevolmente si possa rispondere si e no alla maggior parte delle sollecitazioni cui saremo sottoposti. Perché rispondere consapevolmente è il primo passo verso una reale libertà interiore, che in fondo è quella che ci fa muovere un passo alla volta.

Il cammino è lungo e mi auguro che lo sia per tutti voi e tenere un buon passo è la cosa migliore per poter gustare il viaggio intrapreso. Buon Anno, viaggiatori.

SENTIERI INCROCIATI – 56° capitolo e Epilogo

Ante non si sentiva più sicuro. Era diventato improvvisamente inquieto. Non gli era mai successo prima e si domandava, senza trovare risposta plausibile, cosa poteva essere quella tensione maligna, che gli scorreva addosso. Scivolò piano da sotto la rete mimetica e nell’ombra dei pini, che facevano da quinta al nascondiglio, si sgranchì i muscoli. Anche Luis lo guardò preoccupato. Pensò che lo slavo non fosse poi così freddo come gli avevano raccontato e che forse, non fosse neanche bravo nel suo lavoro, come dicevano.

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A poche decine di metri dai due Larue, li stava osservando. Era stato il movimento della rete che aveva attratto la sua attenzione. Sicuramente dal cottage era improbabile che lo avessero notato, quell’ondeggiare. Era facile scambiarlo per l’agitare del vento. Comunque Larue si congratulò con la sua fortuna, che per una volta lo aveva ascoltato. Ora si trattava di avanzare nel massimo silenzio e di fermare quell’uomo. Si decise a spogliarsi della camicia e dei pantaloni, per rimanere con le mutande e a torso nudo. Poi si stropicciò la pelle con erba bagnata e un po’ di fango, che riuscì ad ottenere dalla terra umida di una polla d’acqua che aveva trovato. Così conciato doveva sembrare un guerriero sul sentiero di guerra. Almeno, quello era nelle sue intenzioni e sperò che il misterioso cecchino abboccasse a quella stupida farsa. Perché, mentre avanzava strisciando nell’erba, maturò di aver commesso proprio una stupidaggine. Contò mentalmente le cartucce che erano contenute nel serbatoio del fucile, che teneva tra le mani. Due erano a salve, giusto per spaventare eventuali animali intenzionati ad attaccare. Altre tre avevano proiettili di plastica, che facevano male, ma non erano certo letali. Gli ultimi due avevano la carica mortale. Praticamente, si considerò disarmato.

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Ante guardò fisso oltre il fiume, la casa. Sembrava che fosse vuota e niente, nessun movimento a dimostrare che fosse occupata. Erano in appostamento da quasi tre ore e niente e nessuno aveva fatto mostra di se. Neppure una tenda spostata e dal camino solo un filo di fumo sempre più evanescente. Segno che il fuoco stava orami spegnendosi. Guardò senza emozioni Luis. Il grosso messicano, appoggiato ad un tronco si era rollato una sigaretta e dall’odore che sprigionava, capì subito che non era tabacco, quello che stava fumando. Anche l’espressione beata sul volto del suo compare, tradiva quanto stava inalando. Ciò lo rese ancora più nervoso. Tutta quella natura, i rumori della foresta, che sentiva diversi da quelli cui era abituato nei boschi di Croazia o di Slovenia, lo disturbavano. Si domandò dove fosse il frastuono amico della città, il sotto fondo del traffico, le sirene, gli improvvisi scoppi delle radio, il profumo della benzina incombusta, lo smog. Si sentiva solo odore di resina, di fiume, che lentamente saliva dal basso e qualche trillo di uccello, lo stridio delle cornacchie o i fischi di qualche rapace. Non era nel suo ambiente ed era per quello che si sentiva così irrequieto. Fece ancora due piegamenti e si sistemò meglio il bizzarro copricapo fatto di rete, da cui pendevano lunghi filamenti di lana verde e marrone, tali da sembrare erba e muschio e prima di accucciarsi di nuovo, sotto il resto della mimetizzazione, controllò esternamente il suo nascondiglio. Fu abbastanza soddisfatto, ma fu un momento. Un secondo dopo, un forte urlo lo fece sobbalzare e si trovò di fronte, come materializzato improvvisamente, un essere coperto di fango, con occhi grandi, spiritati e che imbracciava un fucile. Dalla bocca deformata da un ghigno terribile, uscivano frasi incomprensibili e urla tremende.

Ante non stette a riflettere su chi fosse e cosa volesse, ma scattò alla sua sinistra e con due gran balzi si lanciò nel sotto bosco. Luis, dal canto suo, lanciata la sigaretta da una parte, iniziò a rotolare verso dei cespugli e poi, arrancando si gettò anch’egli tra i rovi, dritto davanti a se e uscì dall’ombra che i grossi pini, gli avevano fornito sino ad allora. In pieno sole e agitando le braccia in maniera scomposta, si diresse verso il fiume, incurante che oramai fosse allo scoperto. Incurante anche dove dovesse mettere i piedi, tanto che non si accorse di una buca che lo fece prima inciampare e poi ruzzolare a terra. Buca provvidenziale, perché Meave lo aveva già inquadrato nel mirino e si accingeva a far fuoco, come d’istinto. Il messicano rotolò ancora un paio di volte, poi tentò di rialzarsi, ma la caduta li aveva procurato una distorsione e il dolore gli permetteva solo di lamentarsi e anche forte.

Gilles, uscito dalla casa, si lanciò verso la canoa e la mise in acqua in men che non si dica. Maeve lo seguì e si gettò letteralmente a bordo di essa. Con poche e vigorose pagaiate erano già in mezzo alla debole corrente del fiume. La donna alzò immediatamente il fucile per tenere sotto tiro la riva e la quinta dei pini da dove era uscito Luis, pronta a rispondere ad eventuali colpi d’arma da fuoco. Gilles si accorse che aveva lasciato il suo di fucile, appoggiato al muro fuori della porta e aveva solo la pistola, nella fondina alla cintura. Diede ancora qualche vigoroso colpo di pagaia e la canoa terminò la corsa sulla riva opposta. Sbarcarono velocemente e si sdraiarono sulla sabbia umida. Nessuno sparò o si fece vedere; si udivano solo i lamenti dell’uomo a terra.

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Ante intanto, correva attraverso il sotto bosco, avendo approfittato dell’attimo di sbigottimento provato da Larue, che mai si sarebbe immaginato di trovare due uomini appostati, al posto di uno solo.

Lo slavo  non si voltò indietro neppure un momento, per sapere se fosse o meno inseguito, ma corse disordinatamente tra i tronchi, fino a che si trovò davanti un avvallamento. Fece un gran balzo e cadde nell’erba alta, si rialzo, ma a qual punto udì il ruglìo di un cucciolo d’orso. Si voltò verso il rumore e vide un cucciolo che stava fuggendo spaventato e nel contempo udì lo stesso verso, molto più potente e molto più rabbioso, provenire dalla parte opposta. Con la coda dell’occhio vide un’ombra calare improvvisamente su di lui e poi si fece buio completo.

Larue arrivò qualche istante dopo, giusto per vedere un grosso orso bruno azzannare violentemente alla spalla l’uomo e scuotere il corpo con violenza. Non gli rimase che sparare di seguito dei colpi di fucile, fino a che l’orso, colpito dai proiettili di plastica, lasciò la prese e se la diede a gambe, seguendo le tracce del cucciolo che si era allontanato. Con il fiato grosso Laure attese qualche minuto, appoggiato al tronco di una betulla, poi si diresse con circospezione verso il corpo dell’uomo, disteso tra l’erba alta, sporca di sangue. Lo spettacolo fu orribile. Il volto era scarnificato sino alle ossa del cranio, questo perché colpito dalla zampata dell’orso e poi dalla spalla spuntava la testa dell’omero  e la clavicola formava un angolo quasi retto con il resto del corpo.  Quell’uomo era morto in pochi secondi e in maniera orribile. Diede un’occhiata alle tracce lasciate dagli animali. L’uomo, arrivato di corsa, non si era accorto di essersi messo in maniera tale da dividere la madre da uno o più piccoli. I cuccioli si erano spaventati e la madre aveva attaccato, come era nella logica. In ogni caso per l’uomo non ci sarebbe stato nulla da fare.

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Laure tornò indietro; ora bisognava avvertire anche gli altri della macabra scoperta e fare intervenire le autorità, anche se prima doveva trarre d’impaccio gli amici.

Amici che trovò seduti tranquillamente su delle pietre, sula riva del fiume e con un prigioniero che continuava a lamentarsi per il dolore ad una caviglia.

         “Tutto bene’”. Disse sedendosi pesantemente anch’egli sulla sabbia.

         “Tutto regolare. Tu … invece?”.

Larue scosse la testa.

         “Sono arrivato tardi. Ci ha pensato .. credo Thelma. Questa è la sua zona, perché l’ho vista con un cucciolo. Se ce né un altro, è proprio lei. A meno che non sia la sorella … Louise. Un accidenti, non ricordo mai quale delle due ha figliato un solo piccolo. Comunque … ha vinto l’orsa.”.

Gilles fece una smorfia. In quella storia c’erano troppi orsi per i suoi gusti. Scacciò una zanzara e si alzò.

         “Ritorno al cottage e avverto un po’ tutti. La giornata non è ancora finita e tu  -disse rivolto al Ranger – E’ bene che ti vada a rivestire. Non vorrei che qualcuno pensasse che avete dissotterrato l’ascia di guerra.”.

Larue si tose i pesanti scarponi e si gettò nelle fredde acque del Wakatomica; aveva bisogno di un bagno per togliersi di dosso fango e macchie d’erba e rinfrescarsi anche la mente.

La giornata continuò con un andirivieni di elicotteri che portarono rinforzi per i rilevamenti del caso e per portare via il cadavere e Luis, ammanettato e dolorante in barella.

Il caso forse poteva dirsi finalmente chiuso

Epilogo. 

Fu chiuso in realtà solo due giorni dopo. Con l’interrogatorio di Luis e la scoperta dell’identità di Ante furono tracciati nuovi confini sull’identità del nuovo cartello dei Narcos messicani. Luis per evitare una condanna pesante da trascorrere prima in un carcere di massima sicurezza in terra canadese e poi in qualche prigione federale negli Stati Uniti, si decise di parlare, rivelando la propria affiliazione a quella che era stata la banda di Gutierrez, ma soprattutto rivelando quale fosse l’identità e il lavoro di Ante. Si risalì quindi all’omicidio di Preston e varie polizie nel mondo diedero finalmente un volto all’esecutore di delitti insoluti. Molti tirarono un sospiro di sollievo, altri emisero un’altra condanna a morte, questa volta per Luis. Erano le regole del gioco ed erano state rispettate.

Maeve si rese conto che le rimanevano ancora qualche giorno di ferie da passare in terra canadese e se ne dispiacque. Più che altro perché con tutto quel che era successo, non era riuscita a vedere i caribù. In compenso però, aveva trascorso delle felici notti, tra le braccia di Gilles e dal comportamento dell’uomo, capiva che anch’egli era molto soddisfatto.

L’ultima mattina di permanenza, la donna si era svegliata alle prime luci dell’alba, avendo udito degli strani rumori provenire dal cortile dinnanzi la casa di Gilles. Pensò che fosse ritornato il cervo di qualche giorno indietro. Incurante della sua nudità e del fatto che il freddo della stanza le aveva fato venire la pelle d’oca, guardò fuori dalla finestra e vide un grosso orso, che stava rovistando in un bidone.

         “Gilles – disse con un filo d’apprensione in gola – svegliati. C’è un orso davanti a casa.”.

L’uomo, pur assonnato, scese di corsa dal letto e si avvicinò alla donna, poi si mise a ridacchiare, poi fece un sonoro sbadiglio e si stirò.

         “Quello è Potsy. Mi venisse un colpo .. sta diventando un incubo, quell’animale.”

Maeve lo fissò seria in volto.

         “Potsy? Adesso mi sente quel …”. Si gettò come una furia fuori dalla stanza.

         “Maeve … Ma dove vai? Sei nuda …”

Si udì solo la porta d’ingresso che sbatteva.

SENTIERI INCROCIATI – 55° capitolo

Nel passargli vicino, nessuno si sarebbe accorto che quell’aggrovigliato cespuglio era il camuffamento sotto cui Ante stava tendendo un agguato. A pochi passi, anche lui avvolto dalla tutta mimetica a forma di cespuglio Luis passava il tempo occhieggiando prima il piccolo computer di tiro e poi dentro il binocolo, che aveva posto su di un piccolo trespolo. Dalla casa non si vedeva nulla, che potesse confermare del movimento in essa. Si erano sistemati vicino a degli abeti e i rami bassi aumentavano il loro mimetismo. All’ombra, erano pure riparati dai caldi raggi del sole di settembre che stava continuando la sua corsa nel cielo. Oramai erano le dieci del mattino e loro erano già dall’alba che si erano posizionati.
Gilles dall’interno del cottage ogni tanto gettava una veloce e furtiva occhiata, senza che però riuscisse a vedere null’altro che l’acqua del fiume, che scorreva placida, in quell’ansa e il muro verde della quinta della foresta che si specchiava nel corso del fiume. Alla fine si decise di uscire per dare un’occhiata della zona, molto più ampia. Chiese a maeve di avvicinarsi alla finestra, senza naturalmente farsi scorgere, mentre lui sarebbe uscito dal retro e strisciando nell’angolo morto, avrebbe tentato di raggiungere gli alberi poco distanti e da li, dare uno sguardo più d’insieme. Così fece e al riparo degli alberi, sempre con il binocolo, fece scorrere lo sguardo dall’altra parte del fiume.  Soffermandosi sull’argine, sulle rocce che si tuffavano nel fiume. Su ogni albero e poi ancora più su verso l’evidente salita di fronte a lui. Se c’era qualcuno, era ben nascosto e quindi sapeva il fatto suo. Rimase fuori circa un’ora e non rilevò neppure un ramo che si fosse mosso in maniera sospetta, un barbaglio strano, neanche il volo improvviso di un uccello. Tranne i soliti rumori, non cera nulla che facesse supporre o sospettare un possibile ed imminente pericolo.
Maeve, all’interno della casa, oltre che a guardare fuori, di tanto in tanto tendeva l’orecchio anche alla radio, che continuava a mantenere un silenzio assordante. Sembrava che la foresta si fosse mangiato Larue. In più ora sentiva forte il desiderio di un buon caffè e la presenza rassicurante di Gilles. Si domandava perché la sera precedente, al di la di qualche timido complimento e di un titubante bacio della buona notte, Gilles non si fosse lanciato in qualcosa di un po’ più coinvolgente. Sarà stata la stanchezza, pensò lei; dopo tutto avevano pagaiato per ore, ma almeno un bacio, un abbraccio che non fosse della buona notte sarebbe andato benissimo. Invece dopo pochi minuti aveva sentito il suo leggero russare, provenire dall’altra stanza e fu anche l’ultima cosa che udì. Anche lei, vinta dalla stanchezza si era addormentata. Quella natura così selvaggia, che la avvolgeva le aveva stuzzicato un certo non so che e, si sentiva pronta ad affrontare le piacevolezze del sesso. Ripensò alle parole che avevano intessuto la prima mattina della sua permanenza, subito dopo la colazione. Ecco, oggi, quella mattina un po’ di sesso indecente le sarebbe proprio piaciuto. Invece era costretta a strisciare lungo il muro di una casa delle vacanze, in mezzo ad una foresta e lontana mille miglia dalle sue comodità. Senza sapere se quella voglia, prima di sera sarebbe stata in grado di soddisfare.
Finalmente la radio emise un sibilo e una serie di schiocchi.
         “Gilles, mi senti. Passo. Sono io Roland. Passo?”.
La ragazza si avvicinò alla radio e con circospezione prese il microfono per rispondere.
         “Roland? Sono Maeve. Gilles è uscito in perlustrazione e spero tanto che abbia visto qualcosa. Fino ad ora non si è mosso nulla e pare che non ci sia nessuno in zona.”.
         “Maeve. Se riesci a riportare quello zuccone in casa, sarei più tranquillo. Gli avevo detto espressamente di non muoversi. Maledizione”.
         “Adesso ci provo. Vedo di andare sul retro e di richiamare la sua attenzione. Fischietterò qualcosa.”.
         “Sai imitare il gallo cedrone?”. Le chiese Larue.
Maeve rimase interdetta.
         “Il  gallo … cosa?”.
Larue sorrise.
         “Lascia perdere. A volte non so quel che dico.  Fischiettagli l’inno nazionale, forse per te è più facile.”.
Maeve ci pensò un attimo.
         “Il mio o il vostro?”.
La voce nella radio riprese.
         “Quello che conosci meglio.”.
         “Giusto. Ci sentiamo tra poco. Chiudo.”.
Maeve strisciò sin nella sua camera da letto, che dava sulla parte posteriore della casa. Alzò con circospezione la finestra e si mise a fischiettare “The Star Spangled Banner”.
Una voce dal basso la interruppe quasi subito.
         “Bella  prova di patriottismo di prima mattina. Me ne compiaccio.”.
La ragazza si ammutolì immediatamente e Gilles ne approfittò per entrare agilmente per l’insperata apertura.
         “C’è Larue alla radio ed è stato lui a suggerirmi di fischiare l’inno … ah, lasciamo perdere. Senti piuttosto se ci sono novità.”.
         “Roland .. ? Mi senti? Passo.”.
Larue rispose immediatamente.
         “ Si ti sento. Cosa ti avevo detto? Di startene in casa. Non sappiamo se il cecchino o  quel che è, è da una parte o dall’altra del fiume e a che distanza è da voi.”.
Gilles non si mostrò preoccupato dalle parole dell’amico.
         “ Di che ti preoccupi. Chi ci dice che sia nelle vicinanze?.”
         “Il vostro cottage è l’unico con una canoa ancorata davanti a casa. Siete gli unici abitanti nel raggio di miglia e dal camino esce un filo di fumo, da quel che vedo.”.
Gilles corrugò la fronte.
         “Dove sei?”
         “In cima alla scarpata, nascosto da tre betulle con vicino dei cespugli di lamponi. Non metterti alla finestra. Fidati delle mie parole. Adesso mi sposterò verso sinistra e scenderò nascosto dai pini. Ci risentiamo. “.
         “Stai attento … mi raccomando. Chiudo.”.
Gilles lanciò un’occhiata un po’ preoccupata alla ragazza.
         “ Sta arrivando a quanto pare. Prepariamoci.”.

SENTIERI INCROCIATI – 54° capitolo

Roland Larue aveva lasciato Wetzel, facendosi promettere dall’uomo che non avrebbe lasciato quel posto, in attesa che un altro ranger lo raggiungesse per portare via lui e l’attrezzatura. Il pensiero di Lafayette, orso per così dire : caratteriale, per non dire pericoloso, gli aveva lasciato inquieto, ma più inquieto, però, era per il volo a bassa quota di quell’elicottero. Sentiva che l’apparecchio si era diretto in direzione del Wakatomika e dei cottage lungo le sue sponde, quindi verso i suoi due amici. Forse il pericolo era imminente e sicuramente reale. Il “Cartello” voleva vendicarsi e Gilles e Maeve ora erano bersagli perfetti. Fece andare la memoria su quanti potevano essere gli occupanti di quella zona. Oltre ai due amici, non ricordò nessuno. Erano soli e da qualche parte c’era uno o più uomini, intenzionati ad ucciderli. Doveva assolutamente far presto e doveva innanzitutto avvertirli del pericolo. Trafficò con la sintonia della radio che aveva sulla macchina, sperando che la radio nel cottage fosse accesa.
Intanto Maeve, terminata la colazione, andò nella sua stanza e si cambiò per affrontare una passeggiata tra i boschi e i prati della zona. Armata di macchina fotografica aveva intenzione di immortalare quante più immagini della natura che ancora mostrava il suo vigore e soprattutto voleva le fotografie dei caribù. Gilles le aveva detto che quello era il periodo in cui sarebbe passata una mandria di caribù dei boschi; la solita che stanziava per l’inverno nei confini del parco. Un animale raro e in via d’estinzione, endemico del nord del Québec e di Terranova. Peccato non essere presenti più in là nella stagione. Avrebbero assistito alla stagione degli amori, con i combattimenti tra maschi, tra il cozzare di corna e i bramiti d’amore lo spettacolo era assicurato e poi, con un po’ di fortuna avrebbero poturo trovare le corna delle femmine, che cadevano alla fine dell’estate; sarebbe stato un bel souvenir da portarsi a casa. Sul cercare e raccogliere le corna, Maeve non fu molto d’accordo, ma era entusiasta all’idea di poter immortalare un animale, che si faceva sempre più raro.
Anche Gilles si stava preparando e stava aprendo la porta del cottage, quando la radio, che si era dimentica accesa, gracchiò.
         “ Gilles? Gilles, mi senti? Sono Roland.”.
Gilles afferrò il microfono.
         “Sono Gilles e ti sento forte e chiaro.”. Intanto guardò Maeve, pronta sull’uscio di casa.
         “Gilles, credo che voi due siate in pericolo. Questa mattina all’alba, un elicottero ha fatto rotta sulla vostra zona e molto probabilmente ha sbarcato più persone, che non hanno bune intenzioni nei vostri confronti.  State in casa. Io arrivo tra … un’ora circa, sono in macchina. Quando arrivo vi spiego tutto. Per favore non andate via.”.
Gilles guardò il microfono con aria interrogativa e lo stesso sguardo alzò sulla donna. Maeve, d’istinto chiuse la porta e si spostò, rilanciando un’occhiata un po’ preoccupata, portandosi la mano al fianco; sembrava in cerca della pistola.
         “Ricevuto Roland. Non ci muoviamo di casa fino al tuo arrivo. Comunque non abbiamo sentito rumore di un elicottero, che abbia sorvolato la zona. In ogni caso saremo prudenti. Chiudo per ora, ma starò vicino alla radio.”.
La faccia di Gilles fu percorsa da righe profonde, come normalmente accadeva quando era preoccupato. Fece un gesto con una mano, come per dire “Stai bassa”. Poi con circospezione guardò fuori dalla finestra più vicina. Fuori non c’era nessuno, il fiume scorreva placido e nell’aria i richiami degli uccelli erano i soliti della mattinata. Maeve intanto gli si era avvicinata.
         “Credi che abbia raccontato una panzana, giusto per spaventarci?”.
Gilles scosse il capo.
         “No. Non credo proprio, non è capace di scherzare e poi … dalla voce ho intuito la sua preoccupazione. Secondo te a chi abbiamo pestato i piedi, tanto da meritare un agguato?”.
         “ Non saprei … Di nemici, credo di essermene fatta qualcuno, ma che possano arrivare a tanto Capirei le minacce, le solite che ti fanno durante un arresto … alla fine di un processo. Vediamo .. Una banda di rapinatori, ma erano teppisti da quattro soldi, forti del fatto che avevano delle armi. Quando li abbiamo presi si sono arresi quasi subito. Poi … ma non so … direi arresti normali, niente di speciale. Tu, invece?”.
Gilles rimase soprapensiero qualche momento.
         “Normale routine. Anche per me i soliti arresti … ladri, un omicida, ma la signora Zane aveva più che validi motivi per accoppare il marito. Un uomo rozzo e violento e il giudice, credo che accetterà la tesi dell’avvocato della donna. Legittima difesa. Poi … uno spacciatore all’inizio dell’estate … Basta, non c’è altro.”.
Meave si era seduta sui talloni, in mezzo alla porta che divideva una camera dal piccolo corridoio, che dava sull’ampia cucina, si premeva le tempie con le mani, come per sforzare la memoria, poi il volto si illuminò, come se tutto apparisse chiaro all’improvviso .
         “ Uno spacciatore? .. Certo. ora è chiaro.”. Disse rivolta a Gilles puntando anche l’indice verso di lui.
         “Droga … L’uccisione di Helverton … La cattura di Preston e la sua eliminazione e l’eliminazione di Gutierrez e di gran parte della sua banda … IL “Cartello” ci vuole morti. Per vendetta. Perché nessuno possa sfuggire alla loro scellerata giustizia.”.
La ruga in mezzo alla fronte di Gilles divenne ancora più profonda. I suoi occhi si strinsero a fessura e le mascelle si contassero. Non era preoccupazione o paura, ma consapevolezza che avrebbe venduto cara la pelle e si sarebbe difeso fino all’ultimo. Non  era certo un killer prezzolato dai narcotrafficanti, che lo spaventava. Anzi, una scarica di adrenalina, lo percorse tutto. Lo sfidavano nella sua terra, in compagnia di una donna meravigliosa e che era sicuro di amare e di essere contraccambiato. E’ vero, fino ad allora non se lo erano detto apertamente, ma non c’era nulla che facesse pensare al contrario. Quella era la sua donna, la sua terra, il suo mondo; le cose che lo circondavano e per le quali era diventato quel che era, venivano minacciate e lui non poteva accettare tutto quello.
         “Quanti caricatori hai?”.
Maeve lo fissò intensamente, poi sogghignò. Aveva capito tutto.
“Cinque. Bifilari e con la mia Glok, ho sempre avuto punteggi molto alti al poligono.”.
Gilles trasse un profondo respiro, poi, indicando lo stanzino dove aveva depositato due grosse sacche disse.
         “ Scivola fino alla porta e prendi la sacca blu e scegli quale ferro ti piace di più.”.
La ragazza fece quanto detto e dalla sacca estrasse un Ithaca a pompa, una scatola di cartucce e poi un Remington 700 con un’altra scatola di cartucce.
Con il fucile a pompa aveva già avuto occasione di sparare in esercitazione. Lo afferrò saldamente e con lui prese il pacco di cartucce.
         “ Mio.”. Poi prese l’altro fucile e lo passò a Gilles, quindi gli diede la scatole di proiettili. Si fissarono un momento, poi iniziarono a caricare le armi.
Gilles strisciò fino alla sua camera e da una tasca dello zaino estrasse la Beretta M9, controllò il caricatore, armò l’arma e mise la sicura. Poi prese  anche i caricatori e se li infilò nella tasche esterne dei pantaloni. Altrettanto fece Maeve con la sua Glok.
Si guardarono, come per confortarsi. Si sentivano pronti.

SENTIERI INCROCIATI – 53° capitolo

Lewis Wetzel, dopo tre giorni di appostamento e le carcasse di due conigli, stava per mettere a segno il colpo della sua vita. Un servizio fotografico sulla lince rossa canadese del Québec. Era appena spuntata l’alba e aveva visto il timido animale, aggirarsi al limitare del bosco. Indeciso se accettare l’istinto della sua specie e avvinarsi all’inaspettato boccone, oppure affidarsi, una volta di più, alla sua diffidenza. Lewis, coperto dalla rete mimetica, puntava il binocolo, facendolo spuntare appena dalle frasche che completavano il suo camuffamento, attendeva il momento propizio per azionare le macchine fotografiche e la telecamera che aveva messo con cura nei giorni precedenti. Le indicazioni che gli avevano fornito i Guardia Parco, nei giorni precedenti, non erano assolutamente sbagliate; quello era il punto, dove abitualmente il felino transitava nei suoi vagabondaggi, alla ricerca del cibo. Ora, dopo tre giorni di appostamento era ormai vicino al successo. La lince ancora indugiava e guardando bene, l’uomo si accorse che era una femmina e con lei il suo cucciolo. La gioia era forte e la tensione al massimo. Avrebbe avuto l’occasione di immortalare un banchetto di una madre con il figlio. La lince si mosse sollevando la testa e annusando l’aria ma Lewis era sicuro del fatto suo, messosi così sottovento, non era possibile fiutarlo. Ormai l’animale e il suo piccolo erano usciti dal bosco e si stavano avvicinando al campo di ripresa, tanto che Lewis iniziò a riprendere con la telecamera, quando improvviso il rombo di un elicottero squarciò l’irreale silenzio del momento e con il tipico frastuono l’apparecchio sorvolò l’ampia radura. La lince schizzò immediatamente nel bosco e con lei il cucciolo. Lewis imprecò con violenza e puntò la telecamera contro l’elicottero riuscendo solo a indovinarne la sagoma, ma riprendendo bene i numeri seriali del velivolo. Era furioso e al posto dell’obiettivo avrebbe voluto avere un missile terra – aria. Tremando dalla rabbia prese la radio che aveva con sé. L’apparecchio gli era stato fornito dai Rangers, per ogni evenienza e si mise a trafficare per trasmettere tutta la propria ira nei confronti dello sciagurato pilota.
Dall’altra parte Roland Larue, fu il primo che rispose alla furibonda chiamata del fotografo. Era in giro di perlustrazione proprio in quella zona da qualche giorno e per prima cosa tentò di trovare le parole esatte per tranquillizzare un uomo, ormai fuori controllo e gli promise che si sarebbe immediatamente portato al suo campo e con calma avrebbero parlato dell’accaduto. L’importante che Lewis rimanesse in quel luogo e iniziasse a tranquillizzarsi.
Roland era preoccupato, mentre con il fuori strada si dirigeva alla massima velocità possibile verso il campo di Wetzel. Nei paraggi era stato avvistato Lafayette, un grosso grizzly, dal carattere non proprio collaborativo e la rabbia di quell’uomo poteva innescare un nuovo dramma.
Giunto su posto Roland trovò Wetzel, che stava radunando le sue cose; oramai il gusto della caccia fotografica era svanito e si leggeva sul suo volto la frustrazione per il tempo gettato via. Con fatica la guardia forestale riuscì a fasi spiegare l’accaduto, ma si fece ripetere un paio di volte la direzione, che l’elicottero aveva preso dopo il sorvolo. Rifletteva, mentre aiutava Betel a smontare definitivamente il campo e si persuase che il velivolo si era diretto verso il Wacatomika e non era impossibile che fosse atterrato nella zona dove c’era il cottage di Gilles. Il suo sesto senso lo avvertì di un pericolo imminente.
Ante e il suo socio fecero in fretta sbarcare dall’elicottero e velocemente s’infilarono tra gli alberi. Durante il volo a bassa quota avevano preso accordi. Per la medesima ora, il giorno dopo l’elicottero sarebbe dovuto ritornare a prenderli, anche se Ante aveva già in mente la storia da raccontare riguardo all’eliminazione di Luis. Quell’elicottero l’avrebbe preso da solo.
Dopo qualche ora passata nella foresta, finalmente, dall’alto di una lieve collina, avvistarono il fiume. Il sole era alto, ma le ombre degli alberi avevano reso la marcia sopportabile. Ante era contento che il messicano fosse di poche parole, perché si stava gustando le bellezze naturali che lo circondavano. Posti che gli ricordavano i boschi della Slovenia, le sue vacanze in campeggio con i giovani pionieri e la prima volta con Janko. Già, Janko; peccato che puzzasse tanto di cipolla, ma per lui fu un vero maestro, almeno dal punto di vista del sesso. Con lui aveva provato tutto e quel ricordo gli mise addosso un certo non so che. Guardò Luis, i suoi tratti, e cercò nel suo volto, l’antica fierezza dei maya, scorgendo però una miscellanea di tratti sfociati in un naso camuso e una mascella con un accenno di prognatismo. Altro che bellezza slava o greca. Quello era figlio di mille incroci, una mescolanza di sangue europeo, indio e poi, a ben pensare non gli piaceva neanche un po’. Fece spallucce a quell’ultimo pensiero e si concentrò sulla natura circostante. Quando giunsero in vista del fiume, prese il binocolo e facendo il giro dell’orizzonte scoprì, dove era l’insediamento che stava cercando. Scorse quattro costruzioni, che ricordavano i wigwam dei nativi e di certo dotati di ogni comodità. Sul tetto un’antenna denunciava la presenza del televisore e forse anche di una radio, cosa non improbabile, data la distanza dalla civiltà. La sua attenzione fu attirata dalla presenza, vicino a una delle costruzioni di una canoa. Il wigwam distava una trentina di metri dal fiume e gli facevano corona due grossi pioppi neri e dei salici che sembravano piantati apposta da un paesaggista, tanto erano perfetti per quel luogo. Gli altri cottage s’intravedevano attraverso le quinte arboree e tra l’uno e l’altro c’era distanza sufficiente a garantire quella privacy, richiesta in quel luogo. Il fiume era largo, lui stimò, una cinquantina di metri e la casa posta sull’ansa offriva una perfetta visione di tiro. Marciarono ancora per un’ora circa e sia lui che il suo compare, ebbe l’accortezza di segnare con tracce non troppo evidenti, il percorso fatto; giusto per garantirsi la via del ritorno, in maniera più che agevole. Trovarono una piccola radura, non troppo esposta, giusto sembrava che mancassero quattro o cinque tronchi di quei pini che avevano fatto loro compagnia. Ante osservò attentamente i luoghi e si accorse che da un pino, caduto sicuramente per una tempesta, ormai ridotto a uno scheletro di rami, godeva di una vista superba sulla casa. In più gli ultimi alberi che davano sulla riva del fiume, garantivano una quinta dietro di cui nascondersi perfettamente alla vista di chicchessia. Sperò tanto che i bersagli si sdraiassero sul prato vicino a casa, possibilmente l’uno accanto all’altro. Desiderava tanto un lavoro pulito e tutta quella natura, così rigogliosa, anche alla fine dell’estate lo stava stufando. Aveva bisogno di una città, con il suo caos, le sue luci notturne, la sua frenesia e i locali adatti per soddisfare i suoi gusti. Gli venne in mente San Francisco, che non aveva mai visitato e pensò che quella fosse l’occasione migliore per farlo, dopo il lavoro s’intende.
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Quando Gilles si svegliò il sole aveva fatto capolino tra gli alberi e gli uccelli avevano già sciorinato tutto il loro repertorio mattutino. La stanchezza della lunga vogata del giorno precedente era quasi del tutto finita e guardando Maeve, che ancora dormiva, valutò se fosse il caso di svegliarla a tutte coccole, oppure con il classico e gradito caffè del mattino. Si ricordò, con leggero fastidio, che la sera precedente, consumata una rapida cena, avevano assistito al tramonto e che appena poggiato il capo sul cuscino si doveva essere addormentato di botto, tanto che a una domanda di Maeve, non ricordava se aveva risposto o no. Dalle coperte emergeva solo una massa di capelli ramati e si udiva appena il lieve respiro della ragazza. Gilles la osservò ancora un poco. Uscì sul retro e presa una brocca, la immerse in una tinozza piena d’acqua piovana e se la versò addosso. Come doccia non era un gran che, ma ebbe il pregio di essere la sveglia migliore di sempre. Fece una breve corsa per tentare di asciugarsi, ma l’aria frizzante del mattino, lo consigliò di ritirarsi. In casa terminò di asciugarsi e iniziò a trafficare con la caffettiera, poi accese i fornelli e iniziò a preparare la colazione. Molto meno sontuosa di quella che aveva preparato qualche giorno prima, ma sul tavolo la pila di pancake era calda e odorosa di burro. Sciroppo d’acero e marmellata di mirtilli rossi non potevano mancare e il bricco di caffè emanava un profumo forte e deciso. Fu quell’aroma a risvegliare Maeve, che vestita della sola maglia da rugby di cui si era affezionata, entrò nella stanza. Le uniche parole furono.
         “Ho un alito da drago …  caffè, per favore.”.
Poi fu solo un lavorio di mascelle.

SENTIERI INCROCIATI – 52° capitolo

Ante era soddisfatto dei giorni che stava trascorrendo in terra canadese. Aveva scoperto un locale veramente ottimo: il “Bar la Drague”, locale più in voga della comunità gay in città. Bella gente, ottimi beveraggi e soprattutto occasioni a non finire d’incontri e quello con Clarence, un ragazzo caraibico veramente notevole, era stato al di sopra delle sue attese. Aveva trascorso una notte piacevolissima e quel creolo, si era dimostrato un amante perfetto in tutti i sensi. Tanto che il giorno appresso, per dimostrargli la sua gratitudine, Ante lo aveva accompagnato in giro per negozi e gli aveva regalato un coordinato: camicia e pull di un notissimo marchio della moda italiana. Il ragazzo era così felice, che voleva ringraziarlo immediatamente, ma Ante faticò non poco a trattenere tanta esuberanza, però quel regalo valeva tutto il suo valore.
Aveva provato il fucile in un’area solitaria e ne apprezzò molto le indubbie qualità. L’aiuto dell’elettronica per il puntamento, le condizioni atmosferiche aggiornate in tempo reale, faceva di quell’arma un pezzo formidabile. Controllava ogni volta i suoi centri ed erano sempre perfetti. Si convinse che quella sarebbe stata la migliore uccisone da lui effettuata e sicuramente, le sue quotazioni sarebbero schizzate alle stelle. Sarebbe diventato il primo killer in assoluto. Venerato e osannato e ricercato da tutte le organizzazioni criminali della terra. Peccato che altrettanto avrebbero fatto tutte le Polizie del mondo, ma quello era il prezzo da pagare alla fama.
Ora doveva solo recarsi a Fort Ticonderoga e attendere il momento propizio. Fu avvertito dopo qualche giorno che tutte e due i suoi bersagli si trovavano insieme, quindi poteva procedere. La vendetta di Gutierrez stava imboccando la via verso la conclusione, che in tanti, soprattutto di là del Rio Grande, aspettavano.
Il viaggio da Québec a Fort Ticonderoga si svolse in una giornata di fine agosto. Nel bagagliaio di una berlina come tante, il fucile riposava sicuro e il suo autista procedeva prudente lungo l’autostrada che separava le due città. Chi li avesse incrociati, Ante e Luis, l’autista di origine messicana messo a disposizione dal Cartello, li avrebbero scambiati per due uomini d’affari in viaggio di lavoro, attraverso le strade canadesi. Luis oltre al compito di portare Ante sul luogo del futuro delitto, aveva anche il compito di esserne il testimone, per dare ampia assicurazione che tutto si era svolto nei migliori dei modi.  Ante era indeciso se dopo il delitto e dopo che Luis avesse comunicato il buon esito a Monterrey, doveva o no eliminare anche il messicano. Un incomodo testimone, uno dei pochi che lo avrebbe avuto la possibilità di riconoscerlo in futuro e Ante non era poi tanto favorevole a essere riconosciuto. Soprattutto da quelli che non appartenevano alla mafia slava. Già in patria pochi erano a conoscenza di chi fosse e cosa facesse in realtà e lui, teneva un comportamento tale che alimentava quell’aurea di mistero che lo circondava. Luis poteva rivelarsi un problema e decise che anche quella volta non ci dovevano essere problemi; la sorte del messicano era decisa.
Non ostante l’aria di festa e di riposo che Branson e O’Gara, stavano godendo in quei giorni a lui, venne in mente un’osservazione che era stata fatta da uno dei suoi istruttori, durante i corsi dell’Accademia di Polizia.  I particolari contano e aiutano a dipingere un quadro generale del caso. Fu un particolare che solleticò il suo senso.  Il tatuaggio su un piede. Ora tatuarsi i piedi di norma è una preferenza tipicamente femminile. Un fiore, un nome, delle iniziali è più facile che adornino un piede femminile che uno maschile, eppure per tre giorni di fila, in tre luoghi diversi, il disegno di uno squalo, aveva seguito i due.
Qualcuno era sulle loro tracce, o comunque li spiava, annotando gli spostamenti e Gilles non riuscì a capire se la preda fosse lui o la ragazza. Sapeva di aumentare la prudenza, ma non sapeva se parlare dei propri sospetti o tacere. Rovinare quegli attimi meravigliosi, parlandone, oppure affidarsi a una buona stella? Mentre passeggiavano nelle vie di Fort Ticonderoga o  seduti fuori dai locali o semplicemente fermi ad un angolo della strada, Gilles continuava a girare gli occhi nella ricerca di quello squalo e qualche volta fece anche una non bella figura. Sembrava che si estraniasse, mentre avrebbe dovuto essere concentrato su di loro. Pensò che avrebbero dovuto allontanarsi per qualche giorno e immergersi nella natura, che proprio in quei giorni stava iniziando la sua migliore trasformazione. Calcolò che nel Parco, verso nord, oramai i primi colori dell’autunno erano arrivati e con un po’ di fortuna avrebbero potuto assistere alle prime concentrazioni di caribù. Quello era il momento degli amori e i maschi avrebbero combattuto per formarsi un nuovo harem, oppure rafforzare quello che già possedevano. Sarebbe stato in ogni caso uno spettacolo interessante. Il posto migliore era un grande bosco sulle rive del Wakatomika, un immissario del Beaver’s Creek, fiume che attraversava per intero il Parco che si estendeva appena fuori Fort Ticonderoga. Grande bosco ceduo, ricco di aceri naturalmente e poi betulle e pioppi, ontani, varietà di querce, grandi macchie di pini e abeti e sulle rive del fiume, un’incredibile varietà di salici, si alternava a prati interi di mirtilli, lamponi. I funghi poi coprivano intere zone dei boschi. Un paradiso per gli amanti della natura. La varietà di fauna poi, avrebbe fatto felice qualunque cacciatore, non fosse altro che gli unici a poter portare armi da fuoco erano i Rangers del Parco. Per pernottare erano stati sistemati delle capanne, con un minimo di comodità e per alcune di queste, poste in luoghi strategici per gli avvistamenti faunistici, c’erano liste d’attesa lunghissime.
Quella sul Wakatomika, non era molto frequentata, forse perché per arrivarci, bisognava pagaiare contro corrente per un giorno intero, ma ne valeva la pena.
Ante, ricevette la notizia che i due agenti ci sarebbero andati nei giorni successivi. Si recò all’Ufficio Informazioni del Parco, chiese tutto il materiale disponibile e si mise a studiare la zona. S’informò delle future condizioni atmosferiche e discretamente fece provviste, con l’aiuto di Luis. Nell’albergo dove erano scesi, Ante si era spacciato per Sàndor Malay, un pittore naturalista ungherese, interessato alla flora e alla fauna del Québec. Ante era un buon disegnatore e si portava appresso grandi album e la scatola delle matite, tutto per rafforzare la propria copertura e Luis era il suo assistente. Per essere credibile aveva fatto vedere alcuni disegni di piante e di animali al portiere dell’albergo e poi anche al padrone dell’albergo stesso. Tutti e due ne erano rimasti entusiasti, tanto che Ante regalò il disegno di una ghiandaia azzurra, che era riuscito a ritrarre velocemente, in uno dei parchi pubblici della città. E’ vero che nella sua mente s’insinuò un dubbio, quello di aver lasciato una mollichina di troppo del suo passaggio e forse era uno sbaglio, ma scacciò il pensiero godendosi la vanità del momento. Il problema più grande era quello di raggiungere i dintorni del capanno senza lasciare la benché minima ombra di un sospetto, di una traccia che potesse far risalire a lui, dopo che avesse terminato il suo lavoro. L’idea, azzardata, ma sicuramente fattibile gli venne mentre dalla finestra della sua camera, guardava le evoluzioni di un elicottero. Alzò la cornetta e fece una telefonata. Sul Wakatomika sarebbe arrivato senza faticare molto e altrettanto in breve se ne sarebbe volato via, a lavoro finito.

SENTIERI INCROCIATI – 51° capitolo

Maeve si alzò dal letto e sul momento non si accorse di essere nuda. Si vide però riflessa nello specchio posto sulla porta dell’armadio che aveva lasciato aperta. Ebbe un brivido e si diresse in bagno, poi rientrata nella stanza cercò un paio di mutandine comode, tra le molte che si era portata appreso. Indossò un reggiseno sportivo, i pantaloni felpati di una sua vecchia e comoda tuta e prese una maglia rossa con il numero quindici stampato sua schiena. La indossò non senza averla odorata. Sapeva di legno di sandalo, aveva tutti i ferormoni di Gilles intessuti nella trama. Se la strofinò delicatamente sulla guancia e inspirò ancora una volta, profondamente. Si avvicinò alla finestra e scostò la pesante tenda, che faceva da scuro. In quel mattino di settembre, tra il vapore che saliva lento dalla terra umida della notte, le apparve un grosso cervo che brucava tranquillo sul prato antistante alla casa. Le parve inconcepibile, che un cervo con tanto di sontuoso palco, brucasse tranquillo a pochi metri da lei. Fu distratta, da quella visione, all’odore della colazione che proveniva dal piano inferiore. S’infilò un paio di scarpe e scese veloce la rampa di scala e seguendo i profumi di caffè e pancake entrò in cucina. Gilles stava finendo di scodellare gli ultimi due pancake, cotti doverosamente e coperti di un sottile strato di burro. Sulla tavola ne troneggiava una bella pila, dorati e caldi. Facevano bella  mostra alcune ciotole con marmellate di rabarbaro, ribes rossi e sambuco; accanto al bricco del caffè c’erano la bottiglia del latte e una brocca di spremuta di agrumi. La bottiglia dello sciroppo d’acero occhieggiava dietro un piatto di woffles, anch’essi dorati e invitanti e per finire una ciotola di cereali e una di muesli invitava a servirsi con generosità.

Maeve si accomodò al tavolo e guardando con gli occhi socchiusi Gilles, disse solo.

         “Buon giorno … Sei … Sei il mio angelo preferito del mattino.”.

Si versò una generosa tazza di caffè e poi attaccò decisa le cose buone che erano in tavola. Mentre mangiava con un inconsueto e robusto appetito, si rese conto che forse, stava esagerando, ma le marmellate soprattutto, la facevano impazzire. Non aveva mai assaggiato quella di sambuco e quel leggero sapore asprigno, le stuzzicava piacevolmente il gusto.

Gilles non disse nulla, se non un confuso borbottio. Il fatto che lei non avesse nessuna intenzione di intraprendere una conversazione, mentre si faceva colazione, la rendeva una donna unica. Lui odiava parlare nei primi momenti della giornata, soprattutto prima o durante la colazione. Lei si era rivelata, per l’occasione, l’ospite perfetta.  La guardò e si rese conto che aveva indossato una delle sue maglie preferite. Quella era stato un regalo avuto da uno degli uomini della nazionale di rugby canadese. Qualche anno prima avevano trascorso un periodo di allenamento a Fort Ticonderoga, in vista di una serie d’incontri con le più forti rappresentative europee. Lui aveva curato il discreto servizio d’ordine, attorno all’intero gruppo, per altro assolutamente inutile. Tutto si era svolto nella totale tranquillità, anzi se non fosse stato per il clamoroso tuffo nella fontana davanti al municipio della città, fatto fare ai nuovi entrati in squadra, da parte dei veterani, nessuno si sarebbe accorto della presenza degli atleti. In verità c’era stato un picco nella vendita di birra in quei giorni, ma la cosa fu considerata regolare.

Ingerito l’ultimo boccone e finito il caffè, Maueve guardò Gilles con un volto più luminoso di prima. I piatti l’avevano proprio soddisfatta.

         “ Senti … Il fatto che ci sia un cervo che bruca nel giardino davanti a casa … E’ un fatto normale, oppure … “.

Gilles aspirò profondamente dalla tazza di caffè che aveva sotto il naso.

         “ Cervo? Mhmm .. non credo. Sarà un waapiti. Forse è Cornelius … Speriamo che non abbia assaggiato di nuovo le rose di mia madre. Quella donna lo spellerà se si azzarda a mettere il muso nei suoi roseti.”.

Maeve guardò Gilles, stupita. Innanzitutto perché mai si sarebbe sognata di chiamare un cervo o cosa diavolo fosse quella bestia cornuta, con un nome e per di più in latino. Poi vederlo tranquillo a finire il suo caffè, mentre quella bestia scorrazzava nel giardino, per lei era inconcepibile.

         “Scusa, ma secondo me dovresti fare qualcosa. Scacciarlo prima che rovini le rose di tua madre.”.

         “Forse hai ragione … Amick – disse rivolto al grosso cane disteso sul pavimento – vai a vedere che combina quell’impiastro e convincilo a rientrare nel bosco. Con garbo, mi raccomando.”.

Il cane si alzò di malavoglia, si vedeva. Uscì dalla cucina attraverso lo sportello posto nel basso della porta. Dopo pochi attimi si udì un abbaiare, non troppo convinto e subito il rumore di zoccoli al trotto entrò nella stanza. Gilles si alzò dalla seggiola e guardando fuori dalla finestra, trasse un sospiro.

         “ Se ne andato. Bene … oggi cosa facciamo? Un giro nei dintorni? Shopping compulsivo? Visita al museo della città? Sesso sfrenato e indecente?”.

Maeve scoppiò in una risata convulsa. L’idea di fare del sesso indecente al museo, per un attimo la attrasse e glielo disse.

         “Ottimo – rispose Gilles non riuscendo anch’egli a trattenere il riso – Potremmo farlo nel wigwam della sezione etnografica, tra le pelli impolverate e le statue dei nativi Naskapi che ci osservano. Sarebbe interessante.”.

Dopo qualche minuto e passata la convulsione delle risate, si accordarono per una più semplice passeggiata lungo il lago, lettura dei giornali e aperitivo. Banale ma rassicurante.

C’ho il Pianceo … o quasi … insomma, eccolo

Come ogni anno, apodittico, imprescindibile, inappellabile e intramontabile arriva lui: Il Pianaceo, dalla bellezza inarrivabile, dall’evidente lucore sfolgorante. L’unico. Il magnifico e , per grazia ricevuta e volontà sua, dell’illustre ospite,  e mia, l’ospitante, ve ne mostrerò ben due versioni e non dite che sono di braccio corto, questo Natale.
Dimenticavo, da un’idea di Artemisia, la mia.

Pinaceo_2013

In visione anche notturna

Pinaceo_Notturno_2013

Una delle ultime fatiche di Artemisia, la mia per augurarvi fin d’ora BUON NATALE

Babbo Natale2013

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