CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “gennaio, 2014”

PAZZIFICIO – Ennesimo atto di una tragedia vissuta

Amici, sodali compagni delle mie scorribande attraverso il mare magnum cibernetico, vi siete forse scordati della mia tragica appartenenza alla confraternita del “Pazzificio” ? Forse alcuni di voi ne rimangono, ora stupiti, fors’anche basiti, da tale notizia. Altri annuiranno con quella sufficiente non chalance, tipica di coloro che sanno, hanno visto, hanno vissuto .. Di tutto, di più. A loro va il mio ironico sorriso e un’occhiata complice e saputa.

Agli altri, cui ancora tremano polsi e vene, va invece il mio sguardo misericordioso e la mia voce dice loro: Non patentate. Esistono nel mondo i “Pazzifici” e prima o poi, anche inconsciamente, ne siete stati parte. Attiva, fattiva o solamente spettatori attoniti, ma avete partecipato ai loro misteriosi riti, agli oscuri sacrifizi che si sono consumati negli atri muscosi, nei fori cadenti. O più semplicemente accanto alla fotocopiatrice, perché un “Pazzificio” che si rispetti ne possiede una, che diamine.

Orbene il mio di “Pazzificio” dopo aver soggiornato per lungo tempo, con i suoi abitanti dalle dubbie facoltà mentali e non potevano essere da meno, altrimenti non lo avrebbero abitato, per decisione inappellabile, incontroveritibile, frutto di una sapienza superiore alle sue stesse capacità e possibilità (Quelle della sapienza), é stato trasferito.

Ora, in questa notte persa, in maniera del tutto inappropriata, assolutamente senza scopo e fine ultimo (Se non quello di ravanare in modo surrettizzio luoghi fisici a me i più cari) , perso naturalmente e saldamente a NordOvest di me stesso, vi vengo a far partecipe di tale apodittica novità.

Vi scrivo, tra il baluginio degli schermi del PC, che mi fa da altana, dalla nuova postazione sita in : Culandia Citeriore. Luogo amenissimo, dove anche i lupi hanno attacchi di pavor, non solo nocturnus, sed diurnus et postprandiale. luogo ove neppure le aquile si danno appuntamento, anzi sono più inclini a soprassedere, a volare in altri e più alti spazi. Unici abitanti, oltre quelli del “Pazzificio” cui appartengo e quelli che invece ingrossano le fila di altri “Pazzifici”, con i quali condividiamo la ria sorte, sono pantegane di dimensioni ignoranti (Dicesi  fisico ignorante: uomo o bestia che presenta carattarestiche precipue che ne fanno una sorta di essere ammirevole e ammirato. Un bel troncio di pino insomma) Solo che applicato alla pantegana non ha più quella bella immagine. Non si presenta più quella vera ammirazione per fasci muscolari guizzanti, tonici che incutono rispetto, per la loro mirabile distribuzione in per tutto il corpo. Piuttosto schifo e inquietudine. Perplimono qualunque pensiero volto alla bellezza e alla proporzione aurea, mirabilmente effigiata, ad esempio, dal Leonardo vitruviano.

Una pantegana é una pantegana e basta. Ora quì in Culandia Citeriore, la si può ammirare oltre che in tutto il suo splendore, in varie forme e colori. Dal grigio topo, classico evergreen, al nero, mai giù di moda, al melange di marroni, vero must per l’anno in corso. E sono incazzatissime, in quanto con tutti i lavori in corso, perché praticamente abito un cantiere aperto e non si sa ancora per quanto, le loro abitudini sono state completamente rivoluzionate. Scoperchiati e distrutti i loro covili, seriamente danneggiato il loro tessuto sociale, ogni momento é buono per fare dimostrazioni e muovere cortei, che a me paiono forieri di rivolta. Non capisco bene la lingua utilizzata, ma intuisco che il fangù é moneta più che spesa e usata. E’ il pilastro della conversazione e più non oso insinuarmi tra le righe.

Ora, vi e mi domanderete, ma se il luogo tristo descritto sino ad ora, proprio per la tristezza insita, é tale, perché abitarlo, sotto una qualunque forma? Perché trasferircisi? Anche per solo motivo di guadagnare un tozzo di pane?

Non sarebbero più allettanti le spiagge caraibiche? Un assolato altipiano andino, oppure l’ombra lussureggiante della foresta pluviale? Concordo con voi, che simili posti son più che appetibili, ma per condurre la miserrima vita da ferroviere che da più di 6 lustri porto avanti, vi assicuro che la Culandia Citeriore é il punto più basso, dove mai mi sarei immaginato, spingermi.

Non siete felici con me che ho peggiorato la qualità della mia vita ora che sto per traguardare i sei decenni di vita?

Non vi sentiti pronti per innalzare peana di vittoria, canti di gloria e coreografare, così accompagnandoli,  i vostri sforzi canori?

Certo che lo siete ed io fremo già, al pensiero di pregustarne le calde tonalità, i sapienti pieni, i misurati acuti, i melanconici diminuendi. Non saprò mai come ringraziarvi .

Ma torniamo al focus del dibattito, anche se sono solo io che dibatto, ma poco importa. Il trasferimento, ci é stato detto é atto dovuto. O ti trasferisci e percepisci la mercede del tuo lavoro, oppure ti trasferisci. Punto. Sono in quella fase che mi trasferisco, seppur obtorto collo, pur di giungere un giorno, quale vedo sempre più allontanarsi, all’agognata pensione. Sono nella fase del lavoratore, praticamente inutile per età, ma anche per esperienza (Alcuni la giudicano fin troppa, quindi di difficile mercificazione se non  al ribasso)

Dunque dati i presupposti, mi sono adeguato, aumentando invero la fatica all’adeguamento. Come turnointerza, non é cambiato di un’ette. In compenso sono aumentati i disagi nello spostamento casa – lavoro – casa, ma nello specifico sono in buona compagnia. Infatti il mugugno più grande é proprio quello la difficoltà a raggiungere il luogo di lavoro, perché  oltre alla scomodità dei trasporti, va aggiunto anche che dal confine della Culandia al “Pazzificio” occorre affrontare luoghi ove nessuno avrebbe l’ardimentoso pensiero di condursi.

Insomma chi vive abitualmente ai confini del nuovo luogo di lavoro, ha espresso più di una perplessità e il mugugno,. non é solo un venticello, di rossiniana memoria, ma ha assunto il corpo di vera tempesta.

Scusate lo sfogo, ma mi stava per venire uno sciopone, ormai intrattenibile e conto sulla vostra comprensione e benevolenza, che mai mi sono venute a mancare in questi anni di vicinanza.

Dalla Culandia Citeriore é tutto … A voi Paese Civile.

ps. la fotografia sotto riportata é la gugolata del rio luogo. Pensare che siamo in quella che fu la Capitale Morale d’Italia . Appunto … Fu.

 Pazzificio

Riciclaggio

Bianco. Ho la sindrome del foglio bianco. Come se all’improvviso, il foglio volesse mantenere candido il proprio aspetto, Come se non desiderasse assolutamente, di essere scritto; imbrattato di parole, inciso da segni e simboli.Forse, sono io che non ho più voglia di scalpellare la triade usuale: soggetto, predicato, complemento. Forse sono io che ho perso smalto e idee; voglie e costanza.Scrivere è difficile, anche una semplice lettera, può essere un pozzo, un buco oscuro, di cui non vediamo il fondo, di cui non intuiamo neppure il tonfo del secchio quando raggiunge l’acqua. Ti vengono in mente le domande usuali cui non hai mai dato risposte, anche perché, non hai mai affrontato seriamente le domande stesse. Perché uno deve scrivere?  Qual è quest’urgenza, così incontenibile, così impellente, che ti spinge a impugnare una penna, un lapis e cercare un pezzo di carta?  Poi qual’è il senso di impegnarsi, di riflettere, di immergersi in se e trarre da se i propri pensieri?

E’ una violenza. Una delle prime ed è quella che ci accompagna più di tutte durante la nostra esistenza. Ritornando alla lettera. Vogliamo parlare di come in ogni momento della giornata, scrivere una lettera è penoso? Le lettere di lavoro, così algide, così impersonali, così farcite di termini, che abbiamo faticato non poco a ricordare, ma che diciamo di aver capito, negando l’evidente vuotezza di quel comprendere. “In rif. Alla N/S del giorno … con la presente chiariamo, … riaffermiamo, … auspichiamo, … porgiamo i più sentiti ossequi.

 Andiamo.  Ossequi di cosa? Cos’è che vogliamo chiarire, auspicare? Cosa c’è in riferimento alla nota nr? Un’altra vuotezza scritta, un coacervo di termini gergali, che nulla ha a che fare con noi stessi, con la nostra vita, con le nostre esperienze vissute.

Le nostre esperienze noi le denudiamo nella corrispondenza personale. Scrivere a un amico, al nostro amore, a un parente. Ritorna l’usuale spogliarello, nel quale dobbiamo mostrare tutte le nostre piccole e grandi miserie. E’ vero che scriviamo anche delle verità, le nostre, Che dobbiamo forzatamente o meno, addolcire, plasmare per renderle appetibili, suadenti. Oppure dobbiamo cercare le parole più crudeli, atte a offendere, ferire lacerare l’animo del lettore. Sono una sorta di deliri, positivi e negativi, per il nostro animo. Ci obbligano a spogliarci di una parte di noi.

Se poi dobbiamo scrivere per vivere e non solo per puro piacere, allora la violenza è doppia, tripla. Dobbiamo sforzarci di trovare l’argomento adatto, riempirci di nozioni, testimonianze, farcirci di notizie, bulimicamente e altrettanto dobbiamo vomitarle sulla carta. Non potrà mai essere un atto liberatorio. Dovrà avere un senso, essere giustificato punto, per punto; virgola, per virgola. Si deve costruire, plasmare con maggior fatica, perché la parola sbagliata, il termine inesatto, l’interpunzione mal posta a volte segna definitivamente il lavoro svolto.

Il senso di vuoto si amplifica, diventando un acido corrosivo per le idee, per la voglia; palesando, nel futuro prossimo venturo, tutto il suo dirompente effetto: l’esecrabile color bianco.

Ecco io mi trovo in questa fase. Rifuggo il bianco e tutte le sue implicazioni. Odio vedere un bicchiere di latte, io ho ribrezzo per le mutande che indosso. Mi viene il vomito al solo pensiero del riso bollito.

Io devo scrivere. Ho assunto un impegno, ho giocato una carta che non ritenevo così pesante. Ho sottovalutato l’importanza dello scrivere. Ho creduto che si trattasse di tracciare dei segni, non importa quali, senza dare importanza alla loro sostanza. Ho stupidamente pensato a un quadro di Pollock. In fondo l’artista faceva gocciolare del colore e spacciava, anzi no, gli altri han ritenuto, quei gocciolamenti opere d’arte. Eppure hanno un senso compiuto, occorre guardare l’anima del quadro per coglierne a pieno il sostanziale significato. Altro che infantile gocciolamento di tinte.

Ora io sono non nella fase del gocciolamento. Non ho neppure la tinta, anzi mi rifiuto di alzarmi e andare a comprarla. Mi sento vuoto, sfinito, assente. Vorrei vivere i sogni degli altri, vorrei parlare con le parole degli altri, vorrei scrivere con i lemmi degli altri.

Ho la sindrome del foglio bianco.

Come la vede dottore.

# – Mmhmmm, rivediamoci, riparliamone.

      Contanti o carta di credito?

Mancando il sale, chissà se qualcosa di bianco non possa essere d’aiuto.

Ho ripescato nel mio archivio questo post scritto nel lontano 2011.

Sono nella fase della sindrome del foglio bianco, mi mancano idee e voglia di scrivere, allora riciclo con alterna fortuna, nel senso che non sempre il riciclato é valido oppure sa proprio di riciclato. Con un vago, o non troppo, odore di muffa e stantio. Adesso é così, aspettando tempi migliori.

Bilancio = 2013

The WordPress.com stats helper monkeys hanno preparato un rapporto annuale 2013 per questo blog.

Un treno della metropolitana di New York City detiene 1.200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.900 volte nel 2013. Se fosse un treno della metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare che molte persone.

Per visualizzare il resto del bilancio clicca sul link sottoriportato e buona lettura

Click here to see the complete report.

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