CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Riciclaggio

Bianco. Ho la sindrome del foglio bianco. Come se all’improvviso, il foglio volesse mantenere candido il proprio aspetto, Come se non desiderasse assolutamente, di essere scritto; imbrattato di parole, inciso da segni e simboli.Forse, sono io che non ho più voglia di scalpellare la triade usuale: soggetto, predicato, complemento. Forse sono io che ho perso smalto e idee; voglie e costanza.Scrivere è difficile, anche una semplice lettera, può essere un pozzo, un buco oscuro, di cui non vediamo il fondo, di cui non intuiamo neppure il tonfo del secchio quando raggiunge l’acqua. Ti vengono in mente le domande usuali cui non hai mai dato risposte, anche perché, non hai mai affrontato seriamente le domande stesse. Perché uno deve scrivere?  Qual è quest’urgenza, così incontenibile, così impellente, che ti spinge a impugnare una penna, un lapis e cercare un pezzo di carta?  Poi qual’è il senso di impegnarsi, di riflettere, di immergersi in se e trarre da se i propri pensieri?

E’ una violenza. Una delle prime ed è quella che ci accompagna più di tutte durante la nostra esistenza. Ritornando alla lettera. Vogliamo parlare di come in ogni momento della giornata, scrivere una lettera è penoso? Le lettere di lavoro, così algide, così impersonali, così farcite di termini, che abbiamo faticato non poco a ricordare, ma che diciamo di aver capito, negando l’evidente vuotezza di quel comprendere. “In rif. Alla N/S del giorno … con la presente chiariamo, … riaffermiamo, … auspichiamo, … porgiamo i più sentiti ossequi.

 Andiamo.  Ossequi di cosa? Cos’è che vogliamo chiarire, auspicare? Cosa c’è in riferimento alla nota nr? Un’altra vuotezza scritta, un coacervo di termini gergali, che nulla ha a che fare con noi stessi, con la nostra vita, con le nostre esperienze vissute.

Le nostre esperienze noi le denudiamo nella corrispondenza personale. Scrivere a un amico, al nostro amore, a un parente. Ritorna l’usuale spogliarello, nel quale dobbiamo mostrare tutte le nostre piccole e grandi miserie. E’ vero che scriviamo anche delle verità, le nostre, Che dobbiamo forzatamente o meno, addolcire, plasmare per renderle appetibili, suadenti. Oppure dobbiamo cercare le parole più crudeli, atte a offendere, ferire lacerare l’animo del lettore. Sono una sorta di deliri, positivi e negativi, per il nostro animo. Ci obbligano a spogliarci di una parte di noi.

Se poi dobbiamo scrivere per vivere e non solo per puro piacere, allora la violenza è doppia, tripla. Dobbiamo sforzarci di trovare l’argomento adatto, riempirci di nozioni, testimonianze, farcirci di notizie, bulimicamente e altrettanto dobbiamo vomitarle sulla carta. Non potrà mai essere un atto liberatorio. Dovrà avere un senso, essere giustificato punto, per punto; virgola, per virgola. Si deve costruire, plasmare con maggior fatica, perché la parola sbagliata, il termine inesatto, l’interpunzione mal posta a volte segna definitivamente il lavoro svolto.

Il senso di vuoto si amplifica, diventando un acido corrosivo per le idee, per la voglia; palesando, nel futuro prossimo venturo, tutto il suo dirompente effetto: l’esecrabile color bianco.

Ecco io mi trovo in questa fase. Rifuggo il bianco e tutte le sue implicazioni. Odio vedere un bicchiere di latte, io ho ribrezzo per le mutande che indosso. Mi viene il vomito al solo pensiero del riso bollito.

Io devo scrivere. Ho assunto un impegno, ho giocato una carta che non ritenevo così pesante. Ho sottovalutato l’importanza dello scrivere. Ho creduto che si trattasse di tracciare dei segni, non importa quali, senza dare importanza alla loro sostanza. Ho stupidamente pensato a un quadro di Pollock. In fondo l’artista faceva gocciolare del colore e spacciava, anzi no, gli altri han ritenuto, quei gocciolamenti opere d’arte. Eppure hanno un senso compiuto, occorre guardare l’anima del quadro per coglierne a pieno il sostanziale significato. Altro che infantile gocciolamento di tinte.

Ora io sono non nella fase del gocciolamento. Non ho neppure la tinta, anzi mi rifiuto di alzarmi e andare a comprarla. Mi sento vuoto, sfinito, assente. Vorrei vivere i sogni degli altri, vorrei parlare con le parole degli altri, vorrei scrivere con i lemmi degli altri.

Ho la sindrome del foglio bianco.

Come la vede dottore.

# – Mmhmmm, rivediamoci, riparliamone.

      Contanti o carta di credito?

Mancando il sale, chissà se qualcosa di bianco non possa essere d’aiuto.

Ho ripescato nel mio archivio questo post scritto nel lontano 2011.

Sono nella fase della sindrome del foglio bianco, mi mancano idee e voglia di scrivere, allora riciclo con alterna fortuna, nel senso che non sempre il riciclato é valido oppure sa proprio di riciclato. Con un vago, o non troppo, odore di muffa e stantio. Adesso é così, aspettando tempi migliori.

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39 pensieri su “Riciclaggio

  1. Contro la sindrome da foglio bianco si possono scrivere parole in un linguaggio immaginario, che qualcuno interpreterà come opera d’avanguardia, come nel dialogo dei massimi sistemi di Landolfi. Per le mutande… beh, si possono sempre rubare al Cota. Per il riso basta metterci un bel po’ di curry, o di zafferano. Insomma, per tutto c’è soluzione.

    • @ GM = Rubare mutande verdeortofrutta ad una figurina, che oramai appare sbiadita?
      Si sbiadrà anche la mutanda spessa.
      Meglio un bel piatto di riso, che se é vero che abbonda sulla e nella bocca degli sciocchi, é altrettanto vero che se accompagnato da zafferano é una cibaria da Re.
      Viva il riso.

  2. 🙂 gli Inglesi ti direbbero: “take your time, darling, there’s no need to hurry”. E mò te lo dico pure io. 🙂
    Un caro saluto

  3. Scrivere non può essere un dovere. Specie per noi che non ne facciamo la nostra fonte di reddito.
    Le consiglierei anche io di prendersi il tempo che le serve, come sopra detto.

  4. E’ una sindrome ricorrente, a quanto parte, quella del foglio bianco.
    A dire il vero l’hai superata in scioltezza. Hai scritto un post lunghissimo comprensivo della diagnosi del dottore.
    Preferisci il nero al bianco? Allora hai odiato anche la balena bianca di infausta memoria?

  5. E quello che hai scritto che cos’è? A me sembra un lavoro riuscitissimo. Che poi non è detto che si debba scrivere per forza sempre racconti, si può benissimo lasciarsi andare e buttare giù quello che ci passa per la testa. Si può lasciare libero il cavallo perché possa correre liberamente senza seguire percorsi obbligati…. ed il risultato potrebbe anche essere sorprendentemente piacevole, come questo post dimostra.

  6. Io, ad esempio, non so scrivere una lettera…

  7. Ed io non so scrivere tout Court. Ma spesso bastano poche parole buttate lì per caso per far nascere qualcosa di unico…come i fiori nati dai semi portati da una folata di vento. Qualcosa di unico e sorprendente ….

  8. Perché devi sempre strafare? Ti avevo detto di gongolare e non di gonogolare.
    Che roba! Basta fargli due complimenti che subito si montano la testa…

    • Io gonongolo va bene !!
      Se non ti piace che lo faccia … Mi dispiace.
      Lo faccio lo stesso … Ecco !!
      Adesso mi faccio venire una bella crisi d’ansia e ti faccio scrivere dal mio analista … Poi vediamo, ecco !”!
      😛

      • Maestro la prego, la scongiuro! Sia clemente, non infierisca su di me….mi perdoni! In realtà le cose non stanno così. L’invidia ha parlato per me… ebbene sì, Maestro, anch’io voglio, desidero, bramo gonogolare! È stato il mio sogno fin da quando ho cominciato ad andare in bicicletta. Non so se ci sia un nesso tra la bicicletta e il gongolare. Ma è la prima cosa che mi è venuta in mente. 😆😆😆

        • Ti ho perdonato, se mai ve ne fosse bisogno (Quindi di cosa parliamo?) già fin da subito.
          E’ bene coltivare il proprio sogno, come é cosa utile andare in bicicletta e se le due cose coincidono: gongolare mentre si pedala ne giova lo spirto come il corpo
          Gongola mentre pedali o pedala gongolando: questa é una delle ricette della felicità

  9. Cazzo, che bravo.

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