CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2014”

Ragazzi !!!

Ragazzi, mi assenterò per qualche giorno. Vado in Trentino.

Fate i bravi se potete, non mettete in disordine e sappiate che la Leonessa rimane a casa.

Lei e Maicio I° detto il Ligabue, gatto rock e interista, ma soprattutto inevitabilmente ovale

Quindi … Ocio !!!

Che poi …. Mi verrà fatta ampia relazione, con dovizia di particolari. Quindi … ‘Tenti voi !!!

Ci vediamo. Ciao.

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La finestra del tempo.11

Passarono alcuni giorni e finalmente il porto di Dorp comparve, improvviso, dietro l’ennesima curva del fiume. Vociante e rumoroso, come sempre, accolse la “Vanità Dorata” come si accoglie un amante, rendendo l’aria inebriante di odori e di suoni. Logan, ormai liberatosi dei troppi pensieri che lo avevano legato nelle ore precedenti, sbarcò e si diresse direttamente verso la zona di partenza per l’interno. In un grande spiazzo appena fuori il porto e le sue strutture, c’era il luogo da cui partivano giornalmente le carovane di uomini e mezzi che si spingevano verso la frontiera con la tribù dei Mistrali. Trovò un posto in un MountainTruk diretto verso Criseul. Da lì il resto del viaggio si sarebbe svolto a piedi. Stava ripercorrendo lo stesso itinerario compiuto da Corso qualche decenni prima. Mentre il mezzo percorreva la lunga pista, arrampicandosi sui pendii delle montagne, che circondavano Dorp, si mise a studiare la carta che si era portato. Decise di dirigersi al Covo del Pissai, poi verso le terre alte, evitando però il Prabloem e le balze di dell’Irtitltaslag e la Valls deis Reis. Scelse di andare sulla pista che portava direttamente a quel gruppo di bunker dove si era fermata la spedizione di Corso. Da lì, spostarsi poi direttamente nella zona di Bunker Hill. Da lì, sarebbe iniziata la ricerca vera e propria. In mezzo alle carte che aveva ricevuto da Van Der Meewe, aveva trovato una serie di appunti circa probabili contatti da cercare al Covo e questa volta sperava veramente di essere fortunato a trovare qualcuno con cui condividere la sua indagine. Un agente del Congresso o comunque quello che gli poteva dare assistenza. Uomo o donna non era di molta importanza, qualcuno che gli coprisse le spalle quando finalmente si sarebbe trovato di fronte al Giudice a dopo. “Due contro uno, è più facile averla vinta” Pensò. Poi, chiuse le carte si abbandonò a guardarsi il paesaggio e riconobbe che i racconti riportati da suo padre, non facevano giustizia di cosa vedeva. Le foreste si succedevano ad ampi campi coltivati e sui prati, macchie colorate stavano ad indicare animali al pascolo. La montagna era ritornata a vivere e le fattorie erano numerose e grandi.  Il viaggio portò via ancora un paio di giorni e finalmente arrivò al posto di frontiera. Il disbrigo delle formalità fu veloce, e le guardie di frontiera spiegarono che il territorio del Covo era una sorta di terra di nessuno e come fosse facile essere preda di qualche banda di briganti. Quindi doveva essere prudente e piuttosto attendere qualche spedizione cui aggregarsi. Viaggiare da soli non era proprio il caso, anche perché non avrebbe ricevuto aiuto, almeno da loro e assolutamente nulla dai Mistrali. Logan si sentì libero e nel contempo prigioniero e provò una seria rabbia frustrante. Non sapeva per quanto tempo avrebbe dovuto attendere, visto che le Guardie, non gli avevano saputi indicare nulla a proposito. Fu però fortunato. In serata arrivò una spedizione di alpinisti, piuttosto numerosa, che si accingeva a raggiungere Irtitltaslag e farne campo base per le ascese al Mana Seja. La montagna che si vedeva anche dalla pianura a distanza di moltissimi chilometri, mostrava ora tutta la sua imponenza e i ghiacciai che la coprivano scintillavano sotto il sole estivo.

Logan cercò subito il capo spedizione per prendere accordi.

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Nei giorni successivi, Logan fece parte della spedizione fino a che non raggiunsero la pista che portava al Covo del Pissai. Si fermò per la notte in un bivacco e la mattina seguente, di buon ora partì verso la sua destinazione. La foresta inghiottì lui e la pista ben presto iniziò ad inerpicarsi in ampie volute sul fianco della montagna. Trascorse buona parte della mattinata ad osservare ciò che aveva attorno. L’imponenza degli alberi e i continui richiami degli uccelli. Incrociò anche un piccolo branco di cervi, che non lo degnarono di considerazione, indaffarati a cibarsi del sottobosco. Udì anche il sordo brontolio di un pardo di montagna che lo rese inquieto, ma oltre al brontolio non successe nulla più. Solo nel primo pomeriggio ebbe la sensazione di essere seguito. Ogni tanto si girava alle spalle e guardava nel folto del bosco. Si fermava improvvisamente e poi riprendeva la marcia con passo svelto oppure trascinando quasi i piedi. Si metteva in ascolto se i suoni della foresta cambiassero di tono. Se cessavano oppure continuavano come se nulla fosse. Abbandonò persino la pista, lanciandosi nel folto degli alberi e si acquattò respirando appena dietro il grosso tronco di una sequoia. I suoni però erano rimasti tali. Niente faceva presupporre che qualcuno lo stesse seguendo. Riprese il cammino, ma quella sensazione non lo abbandonava.

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Kayla continuò a mantenersi a distanza di sicurezza per tutta la mattinata, ma all’improvviso perse di vista il grande zaino e chi lo portava. Si nascose dietro a dei cespugli, al margine della pista e rimase in attesa. Aguzzava anch’ella le orecchie per captare i più piccoli rumori. Nulla di strano però, nessun cessare dei consueti suoni della foresta. I soliti schianti sordi di rami spezzati, i trilli degli uccelli erano il solito concerto di ogni foresta, che quieta continua a svolgere la propria esistenza quotidiana. Si spostò appena dal suo nascondiglio e cominciò a fissare la pista, poi, ecco che lo zaino ricominciava di nuovo il cammino. Decise di non avventurarsi più tra il folto, piuttosto di rimanere piuttosto indietro ed avanzare sulla pista. Fortunatamente la strada aveva una serie di curve che nascondevano chi inseguiva e lei decise di calibrare il proprio passo su quello dell’altro. Nei giorni precedenti aveva persino rischiato di perderlo in quella moltitudine della spedizione e la notte passata all’addiaccio non era stata assolutamente la migliore da qualche tempo. Un pardo di montagna doveva averla fiutata e più di una volta le si era avvicinato fin troppo. Una volta arrivati al Covo del Pissai tutto sarebbe stato più facile. Per ora era meglio seguirlo a distanza tentando di dare meno nell’occhio. Si concentrò maggiormente, perché doveva stare molto attenta, nel caso l’altro si fosse fermato subito dietro una curva. Era decisamente l’inseguimento più complicato che aveva dovuto affrontare.

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 Il Giudice, dall’alto del suo nascondiglio osservava i due che giocavano a rimpiattino e sorrise di gusto. Aveva scelto bene e in quel momento decise dove a quando sarebbe entrato in scena. Per il momento si accontentava di seguire e provare le astuzie dell’una e dell’altra. Tra qualche tempo le cose sarebbero state ben più impegnative e quel pensiero non smorzò la fiducia che aveva riposto nei due.

La finestra del tempo.10

Logan rimase per ore sul ponte della nave, immerso nei suoi pensieri.  Rincorrendo l’esile filo delle domande che non trovavano risposte adeguate. Il fatto che stesse inseguendo il fantasma di una comunicazione che forse si era perduta e che questo fantasma, aleggiasse su di lui e sugli altri come una minacciosa catastrofe, non gli rendeva facile porsi le domande giuste e trovare risposte adeguate.
Tentò di essere logico, partendo dal rispondere alla domanda sul perché avesse accettato, quella che ora si stava trasformando in una follia. Voleva forse misurare la propria capacità d’indagatore? Dimostrare che i meriti acquisiti, lo erano non per caso o fortuna, ma per effettive capacità? In parte si. Tra gli Inquisitori aveva  dimostrato capacità, caparbietà e anche un certo coraggio e tutto ciò era stato apprezzato. Tanto che gli era stata chiesta direttamente quella missione. Se invece avesse voluto dimostrare a se e anche agli altri, che era degno erede di un uomo che malgrado tutto, si era dimostrato all’altezza del compito che gli era stato affidato? Che poi in fondo, ci si era trovato invischiato suo malgrado? Anzi, in tutta quella storia ci si era abbandonato, come quando ci si abbandona alla corrente, badando di non farsi trascinare a fondo. Si era fatto coinvolgere da avvenimenti di cui non aveva mai avuto il controllo, nei quali le sorprese si erano rivelate troppe e troppo forti e alla fine si era dovuto arrendere da una parte e aveva dovuto combattere dall’altra per poterne uscire. Ne uscì, vivo perché il destino così aveva voluto e deciso, ma con la vita completamente cambiata. Ecco, forse è quello che lo aveva spinto ad accettare. Voleva il cambiamento; dare una sterzata alla propria esistenza, che non era stata piatta e grigia. Fare l’Inquisitore, aveva provato sulla pelle, non consisteva nel rotolare le ore in maniera monotona. I rischi li aveva provati e qualche cicatrice,  anche non virtuale, stavano li a ricordarglielo. Le ore trascorrevano, ora pigre ora veloci, ma Logan alla fine della giornata, non era assolutamente soddisfatto di avere trovato le risposte che era andato cercando. Anche quel tizio, il Giudice, apparso quasi che, i discorsi sentiti non solo da Van Der Meewe, ma anche da Hooker, ora era diventato un vero e proprio enigma. Uno spettro, quasi, evocato in una sorta di seduta spiritica, quasi fatta apposta per lui. Una prova tangibile di tutto quanto gli era stato detto? O era un alleato su cui fare conto, oppure il primo vero nemico da combattere? Scartata l’ipotesi del fantasma, data l’imponenza oggettiva della fisicità di quell’uomo, rimanevano solo due opzioni. Amico o nemico. Se fosse stato un nemico, forse adesso, non sarebbe stato sul ponte della “Vanità Dorata” a farsi tutte quelle domande. Allora poteva trattarsi di un amico. Che prima ancora di dimostrarsi tale, già gli chiedeva qualcosa d’impossibile, o comunque di difficile. Rispondersi, nel migliore dei modi. Rispondere circa la propria esistenza e l’impalpabile rapporto che stava intessendo su questa faccenda. Decise di non cercare le risposte, bensì le domande e la prima che doveva fare a quell’uomo era proprio “Tu chi sei? Qual è il tuo ruolo? Come fai a sapere chi sono io? Perché, soprattutto io, dovrò essere il fulcro di tutta questa faccenda?”. Ecco cosa doveva fare. Affrontarlo e mettere immediatamente le cose in chiaro. Se veramente era chi diceva  o mostrava di essere, allora era lui che gli doveva delle spiegazioni e non il contrario. Era lui che avrebbe dovuto fugare dubbi o incertezze. E se invece le avesse aumentate con le sue risposte? Se avesse ingrigito ancor più, il quadro? A Logan ritornò quella sensazione d’inquietudine, che da quanto tutto ciò era iniziato, non lo aveva più abbandonato. Aumentando l’incertezza, così facendo avrebbe ingarbugliato di più le cose, si sarebbe dimostrato un nemico, che non ti elimina fisicamente, ma costruisce intorno a te una tela di contraddizioni, dalla quale diventerebbe difficile se non impossibile districarsi. Eppure solo l’incontro, lo scontro diretto tra lui e il Giudice, poteva essere il primo punto fermo da cui iniziare.
Il sole scendeva dietro la foresta che serrava, dalle sponde, il grande fiume. L’odore aspro dell’acqua si fece sentire, portando un fetore, come di decomposizione. L’acqua di un verde scuro, a tratti marrone e in altri grigiastra, cominciava a liberare una sottile bruma, soprattutto nelle anse meno esposte al sole. L’aria si stava rinfrescando. La natura stava facendo il suo corso e Logan credette bene di lasciare che anche le cose facessero il loro. Ormai aveva deciso. Prima di rispondere a qualunque domanda, era lui che ne doveva fare. Cancellò tutti i pensieri precedenti e si mise a pensare alle domande giuste da porre.
L’uomo con gli artigli d’aquila tatuati sulle braccia si allontanò dal corpo disteso sul tavolo. Succhiò rumorosamente, nel dente bucato che aveva nella mascella. Scosse la testa emettendo un grugnito di piacere. Era soddisfatto del lavoro compiuto. La vecchia che gli era accanto, mostrando in un sorriso allegro, i monconi della propria dentatura, si mise d’impegno a spalmare di olio saturo di essenze profumate e rinfrescanti, la pelle della schiena che aveva davanti a se. Con gesti lenti e delicati iniziò a massaggiare le parti arrossate e attraverso uno sguardo  brillante, mostrava all’uomo tutta l’ammirazione per il lavoro svolto. Più stendeva quell’olio e più i segni delle rune erano visibili e i colori, nero e grigio, erano più brillanti e la pelle perdeva l’arrossamento.
Kayla, finalmente sputò il pezzo di cuoio che l’uomo con gli artigli d’aquila tatuati sulle braccia, le aveva messo in bocca. Si alzò dal letto sul quale era rimasta per la ultime sei ore e tentò di stirarsi, ma avvertì il dolore che si irradiò per tutta la schiena. Le rune, tatuate di fresco, facevano sentire la loro bruciante presenza e l’olio con cui erano state coperte e massaggiate, non aveva fatto ancora il benefico effetto.
Con passo un po’ incerto si recò davanti al grande specchio della camera e si mise in posa, per vedere il lavoro fattole sulla schiena. Gli occhi le si illuminarono e anche lei sorrise di gioia.
         < Sì. Un lavoro grandioso. E’ bellissimo … Stupendo .. Non ho parole per dire quanto mi piaccia e quanto sono felice >.
< E’ stato uno dei miei lavori più riusciti >. Rispose l’uomo con gli artigli d’aquila tatuati sulle braccia. La vecchia mostrò ancora una volta, felice, i monconi della sua dentatura.

La finestra del tempo.09

Fu una notte senza luna, di un cielo coperto da una sfilata infinita di nuvole, che pigre continuavano il loro lento migrare. Una carovana di vapore, indeciso se sciogliersi lì, oppure attendere luoghi e tempi più propizi. Poi si decise e scese una leggera acqua a bagnare e lavare parole e fatti, a far pulizia per preparare qualcosa di nuovo per tutti.
L’alba si alzò con un aria frizzante di pioggia per vestito. Una nebbia leggera si era alzata, come se la natura stesse pian piano togliendosi l’abito della notte trascorsa.
Logan chiuse accuratamente la porta e guardando le chiavi di casa, sperò di incrociare chi aveva deciso di affidarle. Scese le scale e s’infilò nella stanza comune, dove c’era la macchina del caffè e trovò Hooker, il vecchio guardiano già in piedi, o forse pronto per andare a riposare.
         < Allora ti sei deciso>. Lo apostrofò, con quel suo solito modo un po’ ruvido.
Logan gli mise in mano le chiavi di casa.
         < Sì. Vado via, ma non dispiacerti troppo .. Ritornerò>.
Il vecchio sorrise, tentando di essere maligno, mentre lo faceva.
         < Allora sì che mi dispiacerà> . Mentre parlava ebbe un convulso di tosse catarrosa.
         < Hooker … quando imparerai a non fumare più quelle schifezze. Anzi, quando ti deciderai seriamente a smettere di fumare >.
Il vecchio scrollò il capo e alzò le spalle, poi strascicando i piedi si avvicinò a Logan.
         < Avessi … Molti anni di meno, ti verrei dietro … Ai miei tempi … Ho visto tanti di quei posti, incontrato tante di quelle genti, che non puoi immaginare. Ne ho girato di mondo, io … E sono sempre tornato >. Disse quelle parole e iniziò ad avere gli occhi lucidi. I ricordi  a volte hanno un senso malinconico e si venano di rimpianto, se non di rammarico, quasi a diventare una resa di fronte all’inevitabilità della vita presente. Hooker era stato un Cercatore e tutte le volte che, vedeva partire qualcuno, avrebbe voluto riprendere il viaggio interrotto tanto tempo prima.
Logan lo abbracciò, perché non voleva aumentare il suo imbarazzo nei confronti di quel vecchio. Quante volte lo aveva ascoltato, quando si lasciava andare sul filo dei ricordi e quante volte di quelli aveva scartato la maggior parte, credendoli solo abbellimenti di una realtà ben misera.
Hooker si sciolse dall’abbraccio e lo fissò con ancora una volta un fuoco negli occhi.
         < Se incontri il “Giudice” ti prego, ricordagli di me. Io l’ho conosciuto … E’ un grande uomo … Il migliore che abbia mai incrociato. Ricordati … Il “Giudice” >.
Logan gli strinse le spalle.
         < Va bene … me ne ricorderò. Se lo incontro , me ne ricorderò >.
Si lasciarono senza aggiungere altro. Logan si voltò ancora una volta e scorse la figura di Hooker sulla porta, con una mano alzata nell’ultimo saluto.
Le nubi intanto, nel cielo, si stavano sfilacciando sempre più e l’aria fresca ed umida della notte, penetrava nei polmoni di Logan, mentre scendeva lungo la strada che lo portava verso il fiume ed il suo porto.
Giunto ad un bivio, cambiò strada e prese ad inerpicarsi sulla salita che portava in cima alla collina dell’albero. La strada era rivolta all’oscurità e dai rami degli alberi che facevano da corona alla strada scendevano grosse gocce, che lo colpirono mentre passava, ma fu questione di pochi minuti. Sulla cima della collina la luce dell’alba era finalmente arrivata e l’albero, oramai divenuto pietra, stava assumendo i colori del nuovo giorno. Con lui anche le pietre che lo circondavano, presero mano a mano colore e Logan si sorprese a pensare sul perché fosse lì, in quel momento. Cosa credeva? Di ottenere protezione, conforto, illuminazione? O più semplicemente era un omaggio a chi aveva affrontato, come lui una prova, senza sapere di affrontarla? Decise di far spazio nella mente, perché quelle pietre, in un modo o nell’altro entrassero in lui, si impossessassero di lui, prendessero vita in lui.
Invece solo il suono di una voce rimbombò nelle orecchie di Logan.
         < Finalmente , sei arrivato >.
Logan si voltò di scatto e gli parve che tutto l’orizzonte davanti a lui, fosse coperto dalla gigantesca figura di un uomo, avvolto in una sorta di grigio mantello e un cappuccio gli oscurava il volto. Da quel cappuccio si intravedeva una mascella forte, un naso aquilino e due occhi penetranti e duri. Nella mano destra un lungo e nodoso bastone, mentre la sinistra era nascosta sotto i mantello. Ai suoi piedi una sacca di tessuto verde.
Il tempo parve fermarsi e con lui tutto il resto. Persino l’aria aveva cessato il suo leggero spirare.
         < Il Giudice? >. Pensò.
L’altro spezzò, con la sua voce profonda, quel momento.
         < E’ venuto il momento di iniziare a cercare le risposte alle tua domande. Andiamo>.
Con una sorprendente agilità, prese la sacca da terra e se la mise a tracolla, poi con passo agile e veloce prese a scendere dalla collina. Logan rimase esterrefatto. Quell’uomo era più alto di lui di una buona spanna, eppure aveva delle movenze feline, agili, tanto che più che camminare pareva correre. Anzi scivolare sul terreno, come se pattinasse su di un cuscino d’aria. In men che non si dica, si trovarono al porto e nella confusione del primo mattino. Battelli che attraccavano, altri che attendevano di poter salpare e gente e merci che andavano e venivano dai magazzini, in un caos organizzato.
Logan si trovò ai piedi della passerella de “ La Vanità Dorata”, il battello che lo avrebbe portato a Dorp e da li avrebbe iniziato il suo lungo cammino.
L’uomo intabarrato lo fissò ancora un momento e lo apostrofò.
         < Inizia a darti delle risposte. Ci incontreremo ancora e me ne parlerai allora. Ti dirò se sono quelle giuste >.
Poi con le solite ampie falcate sparì nella confusione della banchina. Logan rimase impietrito, incapace di aggiungere alcunché. L’improvvisa apparizione, quelle oscure parole che apparivano così senza senso, la marcia forsennata cui si era sottoposto, per tenere il passo, lo avevano stranito, confuso. Incapace di profferire parola, guardò la grigia figura allontanarsi tra la folla, poi una voce lo scosse.
< Allora … Sali a bordo … Oppure? Non possiamo attendere i tuoi comodi. O sali o te ne vai a fondo in questa merda di fiume. Deciditi >. La voce e lo sguardo torvo del marinaio, che era in cima alla passerella, scossero Logan, che scuotendo il capo s’imbarcò di malavoglia.

Cosa rimane

Cosa rimane oggi, di quell’umanità che sbandieriamo, per la quale agitiamo le nostre forze, i nostri sensi? Per cui bruciamo simboli a noi odiosi, ci spertichiamo in lodi, consumiamo parole?
Siamo realmente consapevoli del significato della parola, oppure lo consideriamo un semplice lemma, cui attribuire personali contrastanti e anche contrastati significati ?
Questo perché oggi, ma poteva essere benissimo ieri e per qualche verso e motivo misterioso, lo sarà domani, la parola umanità appare in tutto il suo tragico epilogo finale.
Gli strilli dei giornali, di tutti i giornali, oggi paiono semplici epitaffi dell’umanità.
La notizia del ritrovamento e conseguente fermo dell’assassino di una ragazzina e il feroce oltre ogni limite, omicidio di una madre e dei due figli, compiuto da un padre e marito, hanno squarciato il velo di una bigia giornata di fine primavera, dal tempo incerto, indeciso se riprendere il suo naturale corso, oppure fermarsi.
Fermarsi per riavvolgere il tempo, non solo quello meteorologico, bensì il “tempo”. Quello sul cui e nel cui nastro gli eventi hanno la loro esistenza. Quasi a voler cancellare e riscrivere la nostra storia e non per vedere di eliminare solo certi effetti.
Per riscrivere tutto da capo.
Ricominciare per dare un’altra occasione a uomini e donne, di affrontare altre situazioni, di compiere le scelte concorrenti, così diverse forse, da quelle occorse ad arrivare ad oggi. Un oggi che mi trova assolutamente spiazzato, incapace di leggere con mente fredda e distaccata i fatti. Così sorpreso da essi che fatico persino a scrivere qualcosa di compiuto intorno ad essi. E’ facile rispondere di “pancia”, è la via più semplice, immediata e per certi versi efficace. Una catarsi che il nostro spirito, il nostro essere cerca, allo scopo di lenire, ottundere la sofferenza. Che in fondo non ci tocca personalmente, non siamo né i soggetti, né gli oggetti di tale sofferenza; eppure quegli orrori ci appartengono, perché noi apparteniamo a quel corpo nel quale si sono generati. E’ nel corpo sociale che sono nati e nel corpo sociale sfogati. Quel corpo è anche il nostro. Perché proviamo compassione e compatimento per le vittime e chi ad esse, è legato a vario titolo. Siano madri, padri, fratelli, amici. Proviamo orrore e disgusto, rabbia e forse odio per quelli che sono stati i carnefici.
Ne siamo toccati, consapevoli almeno della realtà dei fatti e a ciò non possiamo sottrarci. Solo per il fatto che ne parliamo, ne facciamo oggetto di commenti, di discussione. Ci appartengono. E come ci appartengono, così a nostra difesa, noi che non siamo i reali personaggi, ci difendiamo allontanando i fatti stessi, le persone coinvolte. Tendiamo al diniego, alla cancellazione, ambiamo dimenticare, per non essere costretti ripeterci come un mantra battente che siamo sì uomini, ma lupi ai nostri stessi simili.
Se non lo siamo, basta un nonnulla per diventarlo.
Ciò ci spaventa, forse più dei fatti orribili di cui siamo, seppur indiretti, testimoni. Agitati dal pensiero che potrebbe accadere anche a noi, stupiti dal fatto che una simile tabe potrebbe albergare in persone a noi vicine, confusi dalla confusione etico morale dei tempi.
Che uomo ci appare in colui che stermina la famiglia, sopprime una ragazzina per soddisfare un amore non corrisposto e che forse mai lo sarebbe stato? Un uomo che desidera solo appagare le proprie voglie, incurante dell’altrui bisogno, immerso nella soddisfazione cieca delle proprie pulsioni senza più regole morali, senza più freni inibitori. Una orrenda caratteristica di questi tempi che prende sempre più piede. La ricerca inesausta di se, la certezza di essere il centro universale di ogni cosa.
 Non è il centro epicureo, ma una sua diabolica trasformazione. La vita come la morte è assurta a valore spettacolare; ragione e sentimenti sono parti casuali di un mondo che vive solo perché è messo alla ribalta. Esisti se di te se ne parla, nel bene o nel male, non importa.
Non è lo spettacolo della vita, così entusiasmante, che trascina lo spettatore ad amare ogni suo aspetto, anche il più misterioso. Che genera stupore, meraviglia e ci rende partecipe di quanto siamo piccole molecole nell’immensità. Al contrario lo spettacolo rimane fine a se stesso, quasi che certi aspetti, prima, un tempo, sacri e misteriosi, cui si doveva rispetto, venerazione anche; oggi sono semplici appendici di esistenze che si consumano in una visione antropocentrica distorta, aberrante.
Nella confusione di ruoli, nell’incapacità di scindere il mezzo dal fine, nella cieca volontà di deificare la propria persona. L’assoluto di se.
A questo punto un teologo un po’ troppo appassionato griderebbe che il diavolo ha ottenuto la sua vittoria, invocherebbe il sacro fuoco divino, ambirebbe all’apocalisse quale unico mezzo d’uscita, ma è lecito, auspicabile aggiungere un ulteriore delirio?
Forse ho corso fin troppo, ma la mia educazione cristiana, mi ha posto la domanda ineludibile e che poi tanto cristiana o solo cristiana, non é.
Se esiste un male esiste un perdono per lo stesso male e dunque, come affrontare il perdono? Come perdonare che si è macchiato di un’atrocità tale, tanto che desideriamo solo dimenticarla al più presto e per il motivo sopra menzionato. Che poi non c’è solo quel motivo.
Il perdono è una forza misteriosa che sale da dentro, che non può essere descritta a parole , ma solo nei fatti e questi il più delle volte sfuggono ad ogni sguardo indagatore, anche al più scaltro. E’ l’atteggiamento che ci porta a commiserare prima, a compatire dopo ed infine a dissipare tutti i dubbi ed incertezze sugli uomini e sui fatti che li hanno visti protagonisti. Si radica in noi con tanta forza, anzi con più forza, di quanto possa farlo un altro sentimento.
Solo l’amore supera indenne e vincente l’atto di forza, tra amore e perdono.
Ridona il senso della disponibilità piena e totale verso l’altro, sia esso uomo o cosa. Come se tutto si azzerasse e ricominciasse tutto nuovamente.
Forse perché il perdono è figlio naturale dell’amore. Se ami veramente perdonare è inevitabile conseguenza.
Ora mi pongo la domanda se sono disponibile ora a compiere un simile gesto. Se il dettato di porgere l’altra guancia abbia un significato, anzi abbia quel significato.
Se sono disponibile all’amore, insomma.
Il tempo, cui con facilità e comodità, ma che rimane attualmente l’unica vera via d’uscita da questa tremenda domanda, potrà dare una risposta.
Non solo a me, che in fondo potrei con leggerezza e superficialità proclamare il perdono nei confronti di tali figuri, ma anche per chi, da quelli stessi, è stato toccato.
Non possiamo permetterci di essere avventati, ma non possiamo neppure trascorrere il resto della nostra esistenza ignorando il problema; se perdonare oppure no. Se farci una ragione di quanto è successo e liberare il peso dalle nostre spalle e riaccettare, almeno nel nostro piccolo consorzio, chi ha compiuto una nefandezza. Oppure provare un peso tale che ne i nostri sforzi, ma neppure quelli degli altri congiunti a noi, possono dissipare la cappa, il muro che separa vittima e carnefice.
E’ sempre tempo di revisioni e di disamine, ma è altrettanto sempre tempo per ritornare a credere e a vivere compiutamente la fiducia nel prossimo e in noi.
Se non è possibile accettare quanto è successo è altrettanto possibile porre in essere tutto ciò che è in nostro potere, affinché non si ricada nel baratro.
Ciascuno ha la propria ricetta e non è mai troppo presto per metterla in pratica.

 

ps: Dimenticavo una cosa, tra tanti orrori una notizia positiva. Quella di Giulia e la sua pervicace battaglia contro il cancro. Vinta dall’amore che le hanno dimostrato quelli che non l’hanno abbandonata in un momento così difficile. Vinta dalla volontà di chi crede che la vita vada vissuta, sempre e non importa se ti sputa contro il suo veleno.
L’importante é volerlo fare. Vivere. Per ché é una parola che vale.

La finestra del tempo. 08

La luce dell’alba iniziò ad entrare livida ad illuminare la stanza. Le cose ripresero i loro contorni naturali e Logan strizzò, per l’ennesima volta gli occhi. Si stirò con cautela perché sentiva il dolore di ogni movimento. Non ricordava neppure quanti giorni fossero passati dall’incontro definitivo con Van der Meewe e Marcus. I fogli che gli aveva dato quell’uomo erano sparsi per tutta la stanza e sulle pareti. Veniva un momento per Logan, quando indagava su di un crimine, che tutte le prove, rapporti, anche le più minute osservazioni, finivano in una sorta di caotico collage, sul pavimento e sulle pareti di casa sua. Le faceva passare e ripassare per ore, fino a quando riusciva a vedere la soluzione del caso o comunque, la via per trovarla. Poi, con infinita pazienza rimetteva tutto a posto, prestando attenzione alla successione logica. Nello specifico, la soluzione stava nell’andare nei luoghi ed iniziare da lì, una paziente ricerca. Prese il bloc-notes che aveva utilizzato per prendere appunti. Rilesse ciò che aveva scritto , poi strappò i fogli e ricopiò ciò che più gli interessava, poi  il malloppo finì nel cesto dei rifiuti. Quindi stilò l’elenco delle cose da prendere per i giorni a venire. I luoghi che avrebbe dovuto toccare e le persone che avrebbe dovuto incontrare. Passò un ora a scrivere e cancellare, poi stiratosi per l’ennesima volta, riunì nuovamente il materiale, che gli aveva consegnato Van Der Meewe e spense il PC. La luce del giorno ora inondava la stanza. Logan andò alla finestra e guardò fuori. La piccola città si era svegliata completamente e vedeva passare la gente indaffarata, ignara di quanto lui avesse vissuto nei giorni precedenti. Ignara di un pericolo possibile che da anni sovrastava la testa di ciascuno di quelli che si affannavano quotidianamente. Anche sulla sua testa c’era quell’ombra ed era venuto il momento di iniziare a rimuoverla. Si scostò e si abbandonò sul letto. Chiuse gli occhi e dopo più di venti quattro ore di veglia si addormentò di botto.
Nel tardo pomeriggio una voce lo svegliò con delicatezza, era Duchessa che lo guardava amorevolmente.
         < Buon giorno o devo dire buon pomeriggio >.
Logan, con gli occhi cisposi la guardò come in tralice e rispose con un grugnito. Si rese conto dopo qualche istante che doveva essere impresentabile e goffamente si alzò. Con la bocca impastata le disse un buon giorno poco convinto e ondeggiando si ritirò in bagno. Dopo poco si udì l’acqua scrosciare nella doccia.
Duchessa intanto aveva aperto tutte le finestre per far entrare aria fresca e mandar via la puzza di chiuso, poi prese a trafficare in cucina , per preparare qualcosa da mangiare. Più tardi sarebbe arrivato anche Sven. Sapeva che quelle erano le ultime ore che i tre avrebbero passato insieme e un sottile senso d’angoscia l’attraversava. La paura di non vedere ritornare Logan, di perderlo per una cosa che neppure lei sapeva confinare in un ambito ben preciso. Era una cosa folle, un azzardo, ma anche l’occasione per un’avventura; per mettere la parola fine, definitivamente su di una vicenda che per i disegni del destino la riguardava. Se non altro perché erede e discendente di chi se ne era già trovata coinvolta. Si disse che Logan aveva già capito che né lei e né Sven sarebbero stati della partita. Non ne sarebbero stati capaci e avrebbero causato solo problemi in più di quanti già doveva sopportare l’amico  e quella consapevolezza, però, non la rendeva contenta. Le sembrava di averlo abbandonato nel momento più difficile delle loro vite. Le sembrò di tradire l’amico e l’uomo e in quel momento preciso tutto le sembrò insopportabile. Voleva andarsene, avvolta in un sudario di paura, cercare un posto oscuro, lontano da tutti e mettersi a piangere, giusto per dare uno sfogo fisico a quel senso di colpa che ora sentiva opprimente.
Logan le fu accanto e lei non se ne accorse, tanto era presa da quei pensieri.
         < Lo so>  Le parlò Logan con voce piana. < Lo so, che né tu, né Sven verrete. Non ve lo chiesto e neppure era mia intenzione chiedervelo. Quindi se pensi di fartene una colpa, smetti immediatamente. E’ una faccenda personale, sono io che devo guardare attraverso quella finestra sul tempo. Lo faccio per me, per dare un senso alla curiosità dell’investigatore, ma con la paura di scoprire la realtà dell’uomo che mi vive dentro. Non so come e se ritornerò, ma ti prometto che lo farò>.
Duchessa affondò il volto nel petto di Logan, con gli occhi rigati di lacrime, poi lo strinse a se. Logan le accarezzò i capelli con delicatezza, quasi non sapesse come fare a frenare quel pianto.
Udì un rumore e voltasi vide Sven che li osservava. I due uomini si guardarono e l’altro capì, che ciò che doveva essere detto lo era stato e non c’era più nulla d’aggiungere. I due amici intanto si sciolsero da quell’abbraccio dolente. Duchessa si asciugò maldestramente le lacrime.
         < Preparate il tavolo. Tra poco si mangia>.
Fu una cena strana, carica di silenzi significativi, ma gli sguardi che si scambiarono e gli improvvisi sorrisi tra di loro fecero di più che mille parole. Alla fine il congedo fu solo un abbraccio generale e solo Sven ruppe l’incanto di quel silenzio.
         < Stai attento … là fuori>. Ebbe il solito grugnito, in risposta.

La finestra del tempo.07

La giornata e quella successiva passò con i tre giovani a discutere i fatti precedenti e a valutare se Logan avesse dovuto o meno accettare la proposta di Van der Meewe. In fondo però qual’era la proposta ? L’unica risposta plausibile era quella di guardare nella finestra del tempo e stabilire se fosse vero che il tanto temuto programma esistesse ancora e se qualcuno ne era venuto in possesso e se lo tenesse ben stretto. Fosse cosciente o meno della sua importanza. Il tempo per una risposta, intanto stava per  terminare.
Entrando nella grande sala Logan si accorse che Van Der Meewe non era solo. Accanto a lui c’era Marcus, il Governatore e questo fatto lo rese immediatamente maldisposto all’incontro. Avrebbe preferito avere un colloquio, l’ultimo, a quattr’occhi con il membro del Consiglio. La presenza del Governatore gettava una luce diversa da quella che si era immaginato. Se avesse dato una risposta positiva, quella poteva essere utilizzata, anzi strumentalizzata, politicamente. Anche in caso di una sua risposta negativa l’utilizzo poteva risultare uguale. Si sentiva già usato, anche se non aveva fatto nulla. Già lo era abbastanza, dato il suo lavoro come Inquisitore. Ogni sua vittoria veniva sbandierata come una vittoria del sistema del Governatore. Le sconfitte venivano minimizzate di fronte all’opinione pubblica, naturalmente. In separata sede, non volavano stracci, ma le rampogne erano sempre delle ferite e le sue erano poche, ma profonde.
Logan, sedendosi, non diede modo di evidenziare troppo, il fastidio per la presenza di Marcus. Fissò Van Der Meewe e disse soltanto.
         < Quando parto ? >.
L’ometto lo guardò fisso negli occhi e fece un cenno d’assenso; poi trasse dalla borse, che aveva poggiato sul tavolo una busta con il marchio del Congresso Continentale. Di seguito un piccolo astuccio in pelle e una chiavetta USB. Infine una cartellina, sempre in pelle. Chiuse la borsa, che appoggiò per terra, accanto alle sua gambe. Poi spinse la busta e il resto davanti a Logan.
         < Quando vuole, però … Prima è … Meglio è! Nella busta ci sono alcune istruzioni. Naturalmente sono solo una guida, nulla di vincolante, ma le conviene leggerle attentamente. Nell’astuccio c’è il distintivo dei Servizi Informazione e nella chiavetta tutto quanto riguarda il caso. Dopo che avrà apposto qualche firma, diventerà a tutti gli effetti un Agente del Congresso. Questo implica che risponderà solo al Congresso e tutto ciò che troverà riguardante il caso che le ho prospettato sarà solo e unicamente del Congresso >.
Le ultime parole furono accompagnate da un’eloquente occhiata rivolta al Governatore., poi proseguì.
         < I documenti che andrà a firmare regolarizzano la sua posizione nei nostri confronti e nei confronti del Clan, naturalmente. Per il tempo che lei reputerà necessario per portare a termine la missione sarà pagato dal Congresso e per la Gilda degli Inquisitori lei sarà .. in aspettativa >. Poi rivolgendosi al Governatore < Lei, ha qualcosa da aggiungere ? >.
Il governatore fece un diniego con il capo, mentre diceva a Logan.
         < Fatti onore, figliuolo. Contiamo molto su di te >.
Logan capì o almeno così gli parve di capire di essere al centro di una vicenda politica. Al Governatore poco o nulla importava l’indagine. Che trovasse o meno quello che doveva. L’importate che ci fosse un ritorno politico per lui. Se la missione fosse stata un successo ne avrebbe indossato tutti gli aspetti più sfolgoranti. Al contrario, mostrare la faccia di circostanza non sarebbe stato più difficile di quel che era allo stato attuale. Lui ne sarebbe uscito in ogni caso pulito. La posizione di Van Der Meewe, quella sì che era difficile. L’insuccesso l’avrebbe affondato, sempre che Logan non fosse sopravvissuto. In fondo la morte di Logan, nel caso di insuccesso, sarebbe stata provvidenziale per Van Der Meewe. Anche se qualcuno avrebbe potuto opinare sulla scelta del cavallo sbagliato.
Con questi pensieri nella testa Logan firmò tutti documenti che l’uomo della Commissione gli metteva davanti. I motivi di Logan erano dettati più dall’emozione che dal sentimento. Succedeva come nelle indagine che portava avanti. Voleva scoprire fino in fondo quale fosse la verità. Anche ora  gli interessava sapere se quel maledetto programma esistesse veramente e dove e chi fosse colui che lo detenesse. Se non esisteva più, in fondo l’onore di chi aveva rischiato la vita a quel tempo era integro. Se la trasmissione era andata nelle mani sbagliate, motivo in più per riprendersela definitivamente. Rimaneva solo un dubbio. Che fare di chi aveva, per così tanto tempo, tenuto in mano l’oggetto di tanto desiderio? Eliminarlo in ogni caso, sia che conoscesse o meno il valore di quella cosa? Sarebbe stato giusto farlo anche per non lasciare scomodi testimoni? A quest’aspetto non aveva pensato, prima di presentarsi per accettare l’incarico ed ora, mentre controfirmava quel fogli, si rese conto che era troppo tardi per porsi altre domande. Avrebbe deciso sul momento, in base alle circostanze, ricordandosi che lui non era un assassino di professione e che se aveva ucciso e lo aveva fatto, era stato solo per salvarsi la vita. Un ricordo che si portava addosso come un marchio, ma che aveva accettato. Era successo, perché nel suo mestiere doveva metterlo in conto ed era rimasto un fastidioso ricordo che ogni tanto spuntava, per ricordargli che la vita è anche un dolore che non si cancella bene.
Logan, alla fine di tutto, strinse la mano a Van Der Meewe e al Governatore. Non ci furono altre parole, non ce n’era bisogno, perché le responsabilità erano state assunte e non ci sarebbe stato ritorno. Ora lo attendeva solo leggere quelle che l’ometto aveva definito istruzioni da seguire e rileggere tutti i documenti racchiusi in quella chiavetta. Aveva ancora molte ora davanti, prima di chiudere definitivamente casa.

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