CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Cosa rimane

Cosa rimane oggi, di quell’umanità che sbandieriamo, per la quale agitiamo le nostre forze, i nostri sensi? Per cui bruciamo simboli a noi odiosi, ci spertichiamo in lodi, consumiamo parole?
Siamo realmente consapevoli del significato della parola, oppure lo consideriamo un semplice lemma, cui attribuire personali contrastanti e anche contrastati significati ?
Questo perché oggi, ma poteva essere benissimo ieri e per qualche verso e motivo misterioso, lo sarà domani, la parola umanità appare in tutto il suo tragico epilogo finale.
Gli strilli dei giornali, di tutti i giornali, oggi paiono semplici epitaffi dell’umanità.
La notizia del ritrovamento e conseguente fermo dell’assassino di una ragazzina e il feroce oltre ogni limite, omicidio di una madre e dei due figli, compiuto da un padre e marito, hanno squarciato il velo di una bigia giornata di fine primavera, dal tempo incerto, indeciso se riprendere il suo naturale corso, oppure fermarsi.
Fermarsi per riavvolgere il tempo, non solo quello meteorologico, bensì il “tempo”. Quello sul cui e nel cui nastro gli eventi hanno la loro esistenza. Quasi a voler cancellare e riscrivere la nostra storia e non per vedere di eliminare solo certi effetti.
Per riscrivere tutto da capo.
Ricominciare per dare un’altra occasione a uomini e donne, di affrontare altre situazioni, di compiere le scelte concorrenti, così diverse forse, da quelle occorse ad arrivare ad oggi. Un oggi che mi trova assolutamente spiazzato, incapace di leggere con mente fredda e distaccata i fatti. Così sorpreso da essi che fatico persino a scrivere qualcosa di compiuto intorno ad essi. E’ facile rispondere di “pancia”, è la via più semplice, immediata e per certi versi efficace. Una catarsi che il nostro spirito, il nostro essere cerca, allo scopo di lenire, ottundere la sofferenza. Che in fondo non ci tocca personalmente, non siamo né i soggetti, né gli oggetti di tale sofferenza; eppure quegli orrori ci appartengono, perché noi apparteniamo a quel corpo nel quale si sono generati. E’ nel corpo sociale che sono nati e nel corpo sociale sfogati. Quel corpo è anche il nostro. Perché proviamo compassione e compatimento per le vittime e chi ad esse, è legato a vario titolo. Siano madri, padri, fratelli, amici. Proviamo orrore e disgusto, rabbia e forse odio per quelli che sono stati i carnefici.
Ne siamo toccati, consapevoli almeno della realtà dei fatti e a ciò non possiamo sottrarci. Solo per il fatto che ne parliamo, ne facciamo oggetto di commenti, di discussione. Ci appartengono. E come ci appartengono, così a nostra difesa, noi che non siamo i reali personaggi, ci difendiamo allontanando i fatti stessi, le persone coinvolte. Tendiamo al diniego, alla cancellazione, ambiamo dimenticare, per non essere costretti ripeterci come un mantra battente che siamo sì uomini, ma lupi ai nostri stessi simili.
Se non lo siamo, basta un nonnulla per diventarlo.
Ciò ci spaventa, forse più dei fatti orribili di cui siamo, seppur indiretti, testimoni. Agitati dal pensiero che potrebbe accadere anche a noi, stupiti dal fatto che una simile tabe potrebbe albergare in persone a noi vicine, confusi dalla confusione etico morale dei tempi.
Che uomo ci appare in colui che stermina la famiglia, sopprime una ragazzina per soddisfare un amore non corrisposto e che forse mai lo sarebbe stato? Un uomo che desidera solo appagare le proprie voglie, incurante dell’altrui bisogno, immerso nella soddisfazione cieca delle proprie pulsioni senza più regole morali, senza più freni inibitori. Una orrenda caratteristica di questi tempi che prende sempre più piede. La ricerca inesausta di se, la certezza di essere il centro universale di ogni cosa.
 Non è il centro epicureo, ma una sua diabolica trasformazione. La vita come la morte è assurta a valore spettacolare; ragione e sentimenti sono parti casuali di un mondo che vive solo perché è messo alla ribalta. Esisti se di te se ne parla, nel bene o nel male, non importa.
Non è lo spettacolo della vita, così entusiasmante, che trascina lo spettatore ad amare ogni suo aspetto, anche il più misterioso. Che genera stupore, meraviglia e ci rende partecipe di quanto siamo piccole molecole nell’immensità. Al contrario lo spettacolo rimane fine a se stesso, quasi che certi aspetti, prima, un tempo, sacri e misteriosi, cui si doveva rispetto, venerazione anche; oggi sono semplici appendici di esistenze che si consumano in una visione antropocentrica distorta, aberrante.
Nella confusione di ruoli, nell’incapacità di scindere il mezzo dal fine, nella cieca volontà di deificare la propria persona. L’assoluto di se.
A questo punto un teologo un po’ troppo appassionato griderebbe che il diavolo ha ottenuto la sua vittoria, invocherebbe il sacro fuoco divino, ambirebbe all’apocalisse quale unico mezzo d’uscita, ma è lecito, auspicabile aggiungere un ulteriore delirio?
Forse ho corso fin troppo, ma la mia educazione cristiana, mi ha posto la domanda ineludibile e che poi tanto cristiana o solo cristiana, non é.
Se esiste un male esiste un perdono per lo stesso male e dunque, come affrontare il perdono? Come perdonare che si è macchiato di un’atrocità tale, tanto che desideriamo solo dimenticarla al più presto e per il motivo sopra menzionato. Che poi non c’è solo quel motivo.
Il perdono è una forza misteriosa che sale da dentro, che non può essere descritta a parole , ma solo nei fatti e questi il più delle volte sfuggono ad ogni sguardo indagatore, anche al più scaltro. E’ l’atteggiamento che ci porta a commiserare prima, a compatire dopo ed infine a dissipare tutti i dubbi ed incertezze sugli uomini e sui fatti che li hanno visti protagonisti. Si radica in noi con tanta forza, anzi con più forza, di quanto possa farlo un altro sentimento.
Solo l’amore supera indenne e vincente l’atto di forza, tra amore e perdono.
Ridona il senso della disponibilità piena e totale verso l’altro, sia esso uomo o cosa. Come se tutto si azzerasse e ricominciasse tutto nuovamente.
Forse perché il perdono è figlio naturale dell’amore. Se ami veramente perdonare è inevitabile conseguenza.
Ora mi pongo la domanda se sono disponibile ora a compiere un simile gesto. Se il dettato di porgere l’altra guancia abbia un significato, anzi abbia quel significato.
Se sono disponibile all’amore, insomma.
Il tempo, cui con facilità e comodità, ma che rimane attualmente l’unica vera via d’uscita da questa tremenda domanda, potrà dare una risposta.
Non solo a me, che in fondo potrei con leggerezza e superficialità proclamare il perdono nei confronti di tali figuri, ma anche per chi, da quelli stessi, è stato toccato.
Non possiamo permetterci di essere avventati, ma non possiamo neppure trascorrere il resto della nostra esistenza ignorando il problema; se perdonare oppure no. Se farci una ragione di quanto è successo e liberare il peso dalle nostre spalle e riaccettare, almeno nel nostro piccolo consorzio, chi ha compiuto una nefandezza. Oppure provare un peso tale che ne i nostri sforzi, ma neppure quelli degli altri congiunti a noi, possono dissipare la cappa, il muro che separa vittima e carnefice.
E’ sempre tempo di revisioni e di disamine, ma è altrettanto sempre tempo per ritornare a credere e a vivere compiutamente la fiducia nel prossimo e in noi.
Se non è possibile accettare quanto è successo è altrettanto possibile porre in essere tutto ciò che è in nostro potere, affinché non si ricada nel baratro.
Ciascuno ha la propria ricetta e non è mai troppo presto per metterla in pratica.

 

ps: Dimenticavo una cosa, tra tanti orrori una notizia positiva. Quella di Giulia e la sua pervicace battaglia contro il cancro. Vinta dall’amore che le hanno dimostrato quelli che non l’hanno abbandonata in un momento così difficile. Vinta dalla volontà di chi crede che la vita vada vissuta, sempre e non importa se ti sputa contro il suo veleno.
L’importante é volerlo fare. Vivere. Per ché é una parola che vale.
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37 pensieri su “Cosa rimane

  1. Non so. Io resto sorpreso per lo più quando chi conosceva il carnefice, intervistato, risponde: “Non l’avrei mai detto, sembrava una persona normale”. Si, perchè io fondamentalmente sono convinto che una persona veramente normale non possa fare una cosa del genere, nemmeno “perdendo la testa”. E’ fuori dalla mia comprensione. Forse è per questo che non credo che quelle siano “persone normali”. Che il prossimo potrei essere io. Non ci posso e non ci voglio credere.

    • @ Brum = E’ questo che terrorizza. L’apparente normalità di chi ci circonda, chi frequenta il nostro ambiente.
      Rivela la fragilità di ciò che siamo. Fragili nei nostri confronti, fragili nei confronti degli altri, di cui non conosciamo nulla, se non la superficie di ciò che ci appare.
      Il desiderio neppure tanto inconscio di rifiutare l’idea che tutto quello potrebbe capitarci.

  2. Che si possa credere “normale” una persona che non lo è… ci sta. Che il nostro vicino apparentemente educato e riverente possa essere in realtà un mostro… lo concepisco. Quello che reputo impossibile è che noi stessi ci si possa trasformare in mostri. Non lo credo. O forse anche loro stessi si ritenevano “normali”? Non so.

    • @ Brum = Credo che se accettiamo l’idea che il nostro vicino di casa possa essere il “mostro”, così dobbiamo accettare l’idea che nello stesso modo possiamo essere percepiti dagli altri.
      Il fatto che noi non ci vediamo come un mister Hyde dipenda dal fatto che siamo noi stessi a non volerlo credere, a reputarlo impossibile.
      La mente umana nasconde così tanto e così bene, che si fatica a credere e capire quale sia la realtà e quale la semplice fantasia.

  3. Lo so, è un po come chiedere a qualcuno: sei colpevole? Anche se lo è, ti dirà di no. Ma se dice di no non significa che sia colpevole. Voglio dire… se fossimo mostri non lo diremmo. Ok. Se lo fossimo inconsciamente, idem. Ma non voglio e non posso credere che qualsiasi persona, anche un reale non-violento, possa diventare violento. D’altra parte, se così fosse, siamo tutti potenziali assassini. Ed io non ci credo.

    • @ Brum = Anch’io credo nella bontà del genere umano.Si diventa “mostri” solo se si abbandonano certi principi o quelli stessi li si piega ad una volontà distorta che cresce e si alimenta con una visione di se e del mondo totalmente sbagliata. Chi compie questo passaggio non si accorge dell’errore, anzi ritiene ciò che fa la cosa giusta e nell’errore sono gli altri.
      La mente umana riserva delle sorprese che sfuggono a volte alla comprensione comune.
      I casi di questi giorni ne sono la prova.

  4. Spesso si usano aggettivi come “normale”, “perbene” oppure andava a messa tutte le dominche con la famiglia, ecc.
    Ma mi domando hanno senso queste parole oppure è un modo strana di osservare gli altri? Più che strano, direi superficiale.
    Eppure credo, anzi ne sono convinto, quel padre, ma lo possiamo chiamare ancora padre dopo che ha ucciso i figli?, di segnali di devianza dal normale sicuramente ne ha dati. Ma sono stati raccolti e interpretati correttamente? Credo proprio di no. Mi domando dopo aver sterminato la famiglia cosa pensava? Di farla franca? Non sa che il primo indagato sarebbe stato lui? Domende retoriche. Ma nel mentre mi chiedo se non sia il frutto di una società malata, dove nell’immaginario mondo virtuale nel quale siamo immersi vediamo con lenti deformanti la nostra immagine sullo specchio.
    Mi chiedo ancora, come il presunto assassino di una ragazzina abbia potuto vivere quattro anni senza avere un minimo rimorso, ammesso che sia stato lui?

    • @ NWB = A queste domande non é facile dare una risposta. Quando inizi a vivere e continui a farlo, un’esistenza che ha come principi esattamente contrari a quelli del mondo che ti circonda, allora diventa facile credere che ciò che commetti sia la cosa giusta.
      Il non capire o accettare che ci debba essere una presa di distanza tra il mondo reale, con le sue regole abbastanza rigide e fatte perché non si trasformi il tutto in una totale anarchia, e quelli che parallelamente corrono intorno a noi, fa si che anche i segni “premonitori” sfuggano all’occhio di chi guarda. Eliminare moglie e figli per rivivere un’altra esperienza (tra l’altro negata a priori dall’altra persona) credendo di fare la cosa più normale e giusta é uno degli indici di come la linea sottile tra “realtà” e “finzione” di questa nostra epoca si stia assottigliando sempre di più.
      Se si pensa di distruggere, il rimorso é l’ultimo dei propri pensieri.

      • Non sono completamente d’accordo sul fatto che i segni premonitori non siano riconosciuti. In effetti si vedono ma non li vogliamo vedere, perché come hai scritto il confine tra realtà e finzione è talmente labile che non si riescono più a distinguere i due mondi.

        • @ NWB = Anche questo é vero. Molte, troppe volte non siamo neppure preparati a leggerli negli altri e la superficialità, anche questa ostentata, nei rapporti umani, ci depista e crediamo ciò che vogliamo credere, senza prenderci la briga di approfondire, di domandarci; in un certo verso di prepararci.

          • A questo si aggiunge anche l’ostinazione per oscuri motivi oppure no di mantenere in vita rapporti che sono rotti o non più esistenti. Una maniera testarda per infilarsi nei vicoli ciechi dai quali poi non riusciamo più a uscire.

          • @ NWB = Siamo governati dalla paura, dove non esiste più il senso di “sfida” per il domani. Preferiamo l’oggi, anzi il subito. Del passato ci disinteressiamo e soprattutto ne ignoriamo gli insegnamenti.
            Crediamo di poterci rigenerare, reinventare in ogni momento,sottovalutando le forze da mettere in campo che quasi sempre sono insufficienti.
            C’é la sottile convinzione che l’affermazione: “no future” sia vera e quindi perché imbarcarsi in cose di cui non si vede la fine.
            Ci siamo immersi in una spirale che ci sta involvendo e non il contrario.

          • Questo lo chiamano progresso o medernità ma per per è regresso

          • @ NWB = Stiamo scivolando in una oscurità senza rendercene conto.

          • Siamo per caso gli ultimi mohicani?

          • @ NWB = Non gli ultimi … Ma mohicani sì

          • Sono più sollevato..

          • @ NWB = Anch’io.

          • Passo a leggere la nona puntata. L’ho vista ma solo adesso sono tranquillo alla mia postazione

          • @ NWB = Ottima posizione.

          • Vista ottima. I campi di grano appena tagliato e il verde degli alberi a fare da sfondo.

          • @ NWB = Tra poco anche da noi inizierà la mietitura.
            In compenso i campi di mais sono di un bel verde squillante

          • Preferisco i campi di grano. Quest’anno solo un piccolo appezzamento è a mais.

          • @NWB = Da noi il grano é poco. Molto mais, molte patate e erba medica. Insomma … Il trionfo del verde

          • Il trionfo del verde quando piove, altrimenti diventa tutto giallo e secco. L’erba medica c’era all’inizio e c’erano miriadi di farfalle. Adesso c’è grano e le farfalle sono calte drasticamente.
            Per fortuna pochi diserbanti e pesticidi

          • @ NWB = Anche qui pochi diserbanti e l’erba medica e il mais sono verdi per le abbondanti innaffiature

          • Ottima notizia!

          • @ NWB = Certo . Niente schifezze in giro

          • Concordo con NWB. I segnali nella stragrande maggioranza dei casi ci sono, ma vengono sottovalutati. Si pensa (ma è più una speranza, un’illusione) che quei segnali siano l’apice, e che oltre non si andrà. Prendiamo le aggressioni alle donne. Prima di ucciderle, il tizio ha quasi sempre subìto delle denunce, ha malmenato la poveraccia… ecc. Ora, lungi da me dare la colpa alle donne che non mollano lo pseudo-amante (chi ama davvero non le fa, quelle cose) al primo schiaffo che ricevono… è però indubbio che prima di arrivare ai femminicidi dei segnali ci sono. E puntualmente mi chiedo il perchè queste persone non vengano messe in condizione di non nuocere più. Alla prima denuncia, questa gente dovrebbe essere costretta almeno a cambiare città ed andare ogni dodici ore a presentarsi dalla polizia. A vita.

          • @ Brum = Hai ben ragione e mi chiedo anche se sia vero e in che misura lo sia il detto: l’amore é cieco. Tanto da non vedere i male che il tuo amore ti procura? Non solo fisico, ma più grave, quello mentale, psicologico. Possibile che il sentimento più grande si possa trasformare in una trappola mortale e non solo in senso figurato?
            A questa domanda non riesco a dare una risposta compiuta.

          • O, meglio… con la tecnologia odierna gli si dovrebbe mettere il bracciale elettronico con gps. A vita. Appena si allontana dalla città di residenza (diversa da quella della donna che ha aggredito), via… in carcere.

          • @ Brum = Come deterrente non é male. L’importante che le due vite siano veramente distanti l’una dall’altra e che non ci siano ragioni , come dire, logistiche che possano intersecarsi.
            Cioè lui lavori, ad esempio nella città della nuova residenza di lei. Cosa possibile.

          • Credo si debba sempre proteggere il più debole. E’ l’aggressore che deve cambiare città. Se perde il lavoro per questo… pazienza.

  5. Ciao
    per quanto la mente umana possa essere complicata arrivare a certi punti significa non essere uomini,neppure animali visto che questi proteggono con tutti i mezzi i loro piccoli… Vedere nei figli un ostacolo alla propria vita significa non averli mai amati,averli subiti ….è contro natura un tale comportamento
    Significa mettere se stessi al centro dell’universo e che tutti gli altri si arrangino,significa non avere alcun valore ,essere già potenzialmente portati a rimuovere ogni ostacolo tra se è l’oggetto in quel momento voluto
    Si trasforma in mostro solo chi non ha dentro di se niente.

    • @ Mariella = Questo pè il punto. La desertificazione dell’anima, ,anche se a ben vedere anche nel deserto c’é vita.
      Eppure chi ha compiuto tali efferatezze ha previsto di non avere più sentimenti per gli altri, ma solo quello di soddisfare un egoismo abnorme e fuori da ogni logica.
      Queste parrebbero le indicazioni della nostra cultura odierna.
      Io, io, io e ancora io … Gli altri? Appendici, casualità che possono o meno interferire con l’IO e se interferiscono, occorre eliminarle.
      In menti malate non esiste il concetto di rimorso, perdono, compassione.
      Esiste Io e i relativi bisogni da soddisfare non ostante tutto.
      Il resto non conta.

  6. Post da dieci e lode.
    Però, caro Cape, dov’è la bontà del genere umano? A Hiroshima? Ad Auschwitz? In Etiopia? In via Rasella? Nei gulag? In Cile? Mi fermo qui.
    Un caro saluto!

    • @ Ab = Credo che la bontà si ritrovi nelle mani, negli sguardi, nella volontà dei tanti che non fanno prima pagina, non vanno in televisione, non sono per chi sa quali motivi sempre alla ribalta.
      Loro fanno e conquistano la fiducia di chi si é dimenticato il valore di quella parola.
      Credo più in questi che nei titoloni.
      Un abbraccio

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