CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “febbraio, 2015”

La finestra del tempo.56

Le prime luci della sera stavano già avvolgendo la Città e i lampioni iniziavano ad accendersi, soprattutto nelle zone più in ombra.
Logan e il suo socio camminavano svelti, incuranti di urtare gli altri passanti e incuranti delle loro rimostranze.
Logan poi girò in un vicolo e si mise a urlare.
         < Cazzo … Cazzo >. Prendendo a calci qualunque cosa gli venisse sotto tiro.
Duncan si appoggiò ad un muro e lasciò che il suo socio si sfogasse, poi vedendo chino ed ansimante lo avvicinò e gli mise una mano sulle spalle.
         < Cazzo sì. Maledetto figlio di puttana. Ti rendi conto che stavi per mandare a merda tutto quanto. Tutto quello che avevamo passato insieme e anche il tuo di futuro. Come cazzo vivi? Con l’embolo permanente in circolo? Cosa credevi di fare, di ottenere, mettendo una palla in mezzo agli occhi di Togo? Che poi qualcuno o meglio qualcuna ti dicesse: Bravo. Viva il difensore dei deboli e degli oppressi da quel porco di Togo? Ti dico io come sarebbe andata a finire. Non avresti aperto vivo la porta del Centro Comunicazioni e saresti uscito con tanto piombo in corpo che era meglio affondarti nel fiume. Stai tranquillo, non saresti più emerso. Sulla qualità del cibo per pesci, béh … Ho qualche dubbio, ma non ne ho sulla tua dipartita. Da perfetto e inutile stronzo. Sì stronzo perché solo uno grande e inenarrabile stronzo avrebbe potuto perdere il lume della ragione come hai fatto prima. Ah .. Lasciamo perdere . Non so perché debba ancora sprecare tempo con te. >.
Logan rispose sottovoce.
         < Scusami. O non scusarmi. E’ lo stesso, ma non ce la facevo più a sentire quello schifoso vomitare addosso a tutto e tutti. Ci ha insultati, denigrati e con noi l’intero genere umano. Hai sentito come ha trattato quella ragazza. Una cosa. Come se esistesse solo lui e il suo … Cervello? Il suo cazzo da soddisfare? Non so .. Lo dicevo … Era tutto troppo strano, tutto troppo complicato in questa storia. Tutto ciò che abbiamo fatto non è servito a niente. Non sono serviti a niente neppure i morti di Bunker Hill. Anzi per quello, credo che in tanti abbiano tirato un sospiro di sollievo. Forse ce ne erano altri che avrebbero respirato meglio se anche Corso e gli altri fossero morti – Poi si levò dritto e guardò Duncan negli occhi – Forse c’era già qualcuno che a queste cose ci aveva pensato. Che già sapeva che tutto questo rincorrere, cercare di avere, non era assolutamente … Necessario? Non sarebbe e non è assolutamente necessario. Non esiste più niente legato a quel programma. Non esistono più basi dove ci possano essere ancora dei missili con cariche atomiche. Tutto distrutto, forse sono tutti lanciati o demoliti. Noi abbiamo corso per niente. Anche quelli prima di noi, perché sicuramente ci saranno stati altri … Idioti, poveri idioti che si sono sbattuti per trovare quel programma. Anni di paura e perché cosa? Per un emerito cazzo di niente? Niente, ti rendi conto? Ci hanno raccontato una palla colossale. Ci hanno alimentato con la paura nella speranza che la cagassimo e che la lasciassimo dietro di noi ed è già tanto che nessuno ci ha obbligata a rimangiarla, rimasticarla. Ti rendi conto >.
Duncan lo guardò, poi con una punta di marcato cinismo rispose.
         < In fondo però non è andata male. Almeno questa portata di paura non ce la farà più mangiare nessuno e non la cagheremo più. Portiamo l’ultimo piatto al Van Der Meewe, che s’ingozzi e poi mangiamo altro.  Anzi, ti dirò mi è venuto un certo appetito. Questa sera mi andrebbe proprio un bel fritto di fiume. Gamberi, alborelle e pesce gatto … Patate e cipolle al forno con una salsa un po’ piccante e un vino … Come si deve. Infine un dolce di nocciole e cioccolato e un altro con crema al caffè, biscotti e cioccolato. Poi un buon bicchiere di vino chinato. Ecco cosa mio mangerei e so dove andare a mangiarlo. Forza andiamo che ti offro la cena. Prima mangiamo poi andremo da Joop .>
Logan alzò le mani con i palmi all’insù, guardandolo.
         < Ah .. Tu dici a me che sono un cazzone. Allora tu cosa saresti? Ti parlo, mi scuso di quel che è successo, ti dico tutta la mia delusione, ti apro il mio animo sui miei dubbi e sulle mie preoccupazioni e tu cosa fai? Mi inviti a cena. Sei un coglione. Di quelli grossi >.
Duncan si mise a ridere.
         < Sarà per quello che mi sono preso un fratello. Vieni fratellino, che andiamo >.
Logan scosse la testa e s’incamminò uscendo finalmente dal vicolo. Camminarono questa volta con passo tranquillo. Il traffico della sera era nel suo momento più convulso.  Gli ultimi uffici stavano chiudendo e i primi nottambuli erano già in giro. La notte che si stava avvicinando iniziava a svegliarsi.
Sbucarono nella grande piazza e furono attratti dalla confusione che videro davanti al Grande Albergo.
Logan vide delle auto dell’Inquisizione e le fece notare a Duncan, poi preso dalla curiosità attraversò perpendicolarmente la piazza e si avvicinò alle macchine. Mentre arrivava vide partire rabbiosamente l’ambulanza e il suo sesto senso lo mise in guardia. Un riflesso spontaneo, per uno che fino a qualche tempo prima portava la divisa da Inquisitore. Si avvicinarono a dei colleghi di Logan e si informarono di quanto fosse successo.
         < Logan, accidenti, ma dov’eri finito. Sono parecchi giorni che non ti si vede in giro. Ferie? Raccontami un poco, eh … Belle donne, grandi scopate , grosse mangiate eh .. Te la sei vissuta alla grande. Vecchio porco >. Così dicendo un grosso Inquisitore gli diede di gomito.
Logan scosse la testa.
         < Mi dispiace, ma sei troppo lontano dalla verità. Un giorno tu racconterò tutto, se mi sarà possibile. Piuttosto, cosa è successo. Tutti voi, un ambulanza … Cosa grossa? >
Il collega di Logan si grattò furiosamente la testa.
         < Brutta faccenda. Una cameriera ha trovato una cliente riversa in una pozza di sangue. Accoltellamento, già. Furto, anche. Alla donna hanno vuotato la valigia. Pare avesse una bella somma e forse le hanno fatto anche la festa. Sai che voglio dire > . E mimò con la mano.
Logan abbozzò.
          < Chi comanda la baracca? >.
L’altro rispose
         < Il tenente Estrella. La migliore per queste cose. Soprattutto se c’è di mezzo una donna e speriamo che se la cavi. Le ferite, ho sentito dire, erano veramente brutte. Un lavoro da professionista. Più che un ladro è sembrato un killer. Ah … Un’altra cosa. Si sono visti anche due tizi della “Duca Ramiro”. Sicurezza Interna. Strano vero? >.
Logan corrugò la fronte e guardò interrogativamente Duncan.
         < Andiamo Logan. Raggiungiamo Joop e più in fretta possibile. Se ci sono di mezzo anche quelli della “Duca” allora la faccenda può essere più complicata di quel che sembra. >.
Logan assentì, salutò il collega se si allontanò mostrando la propria preoccupazione al suo socio.
Se c’erano implicati anche quelli della sezione “Duca Ramiro” non era solo un tentato omicidio. C’era qualcos’altro in ballo e niente poteva escludere che interessasse anche la loro missione. Le carte che avevano in mano e le informazioni ottenute, non potevano restare solo nelle loro mani ed era venuto il momento di fare un rapporto completo a Van Der Meewe. Eventualmente poi, partecipare all’indagine.
Duncan sospiro rumorosamente e pensò che il suo fritto di fiume era andato a farsi friggere.
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La finestra del tempo.55

Kayla aprì la porta della sua stanza con la busta ricevuta in portineria, ancora chiusa e dopo aver lasciato cadere a terra la borsa, si tolse le scarpe tirando un grosso sospiro di sollievo. I tacchi non erano poi tanto alti, ma era da troppo tempo che non indossava quel tipo di scarpe. Si era abituata troppo alla comodità degli stivaletti . Si sfilò anche il vestito, lasciandolo cadere sul pavimento e, messasi la busta tra i denti si sfilò anche il reggiseno, rimanendo solo con le mutandine indosso. Cercò l’interruttore della luce e quando la stanza fu illuminata rimase esterrefatta dalla presenza di Rakònkay. Comodamente seduto in poltrona, avvolto nell’accappatoio, gentile omaggio dell’albergo, poteva essere una presenza anche piacevole se non fosse la grossa pistola che stringeva in pugno e altra nota stonata, la sua lercia bombetta piantata sulla testa.
L’uomo non rimase per molto tempo in silenzio, anzi con voce dura parlò alla giovane, così stupita da quell’incontro che non si curò neppure di coprirsi il seno. Lo fissava come il topo che fissa il serpente.
         < Kayla … Kayla … Mi hai fatto fare un lungo viaggio e non sempre comodo. Non sono assolutamente contento, anzi devo proprio dirti che anche chi mi manda non è contento di te. Hai deluso molti. Sì, sono delusi, come dire … Dalla tua inefficienza. Sono giorni che giri a vuoto e non hai ancora concluso niente. Hai consumato parecchie sostanze. In molti si sono impegnati, si sono esposti .. Sicuri di un tuo risultato, ma … Niente. Ti hanno accolto tra di loro e ti hanno dato fiducia. Solo che adesso bisogna tirare le somme. Fare un bilancio e il tuo è in perdita. Tu sai chi sono e sai cosa faccio. Sono venuto a riscuotere. E’ il mio compito >.
Si alzò, sempre tenendo sotto tiro la ragazza. Kayla si scosse.
         < Aspetta un momento. Ascolta quel che ti devo dire. Sono alla stretta finale. Questa sera incontro una persona e domani sono sicura che avrò quanto loro desiderano. Domani sarà nelle mia mani. Devi solo aspettare qualche ora. Poi potrai ritornare da loro con tutto quanto. Solo poche ore … Poche >.
         < Kayla … Lo sai, non sono queste le parole giuste. Sarebbero più giuste : ecco quanto desiderato ed io avrei già nella mia mano destra quanto tu hai promesso di recuperare, ma vedo che la mia mano destra è vuota e quindi arguisco che non hai quanto promesso. Non avrai neppure i tempi supplementari. In questo tipo di partite non sono previsti. Ti sei attirata addosso gli agenti del Congresso e forse anche i Pacificatori e questo .. Questo per qualcuno è insopportabile. Vogliono dire grane a non finire e quel tipo di grane sono già costate troppo >.
         < Ascolta … Non so quanto sia costata. Quanto ti abbiano pagato, ma sappi che io ti posso offrire il doppio se mi lasci fare fino a domani e domani, saprò ricompensarti con un’altra metà se farai fuori chi mi ha venduto. Se mi lasci prendere la valigia .. C’è una borsa dentro e lì c’è un buon incentivo per te. Cosa ne dici?  E’ un buon affare, in fondo e ci guadagniamo tutti >.
Fece il movimento di andare verso la sua valigia , sistemata su di un ripiano e ben visibile.
Rakònkay sempre fissandola alzò il cane della pistola.
         < Non è così che funziona. Tu stai lì e io prendo la borsa dalla valigia  >.
Così dicendo prese la valigia e la aprì spargendo il contenuto sul pavimento.
         < Adesso prendi la borsa dell’incentivo e mettila sul letto. Da brava >.
Kayla ubbidì e prese un involto di pelle, lo aprì e sparse il contenuto sul copriletto.
Rakònkay fece un sorriso da lupo e i suoi occhi brillarono per un momento. Era un buon incentivo, che si mise in tasca allungando la mano libera dalla pistola, non senza indicare alla ragazza di allontanarsi e tenendola sempre sotto tiro.
< Va bene … Sino a domani … Diciamo alle quattro del pomeriggio .. Nel bar dell’albergo. Sii puntuale e soprattutto vieni con quanto hai promesso >.
Rimise la pistola nella fondina e si avvicinò alla ragazza.
         < Un ultima cosa prima di andarmene. Tu sai che onoro sempre i contratti che stipulo. Non esiste un prima o un dopo. Esiste il contratto >.
Le era ormai vicinissimo e si udì distintamente un fruscio metallico, poi con rapidità colpì la ragazza due volte al fianco. Kayla sbarrò gli occhi, incredula. Lei aveva pagato per non essere uccisa e poi ebbe l’illuminazione, tentando di aggrapparsi a lui, mentre cadeva a terra.
         < Nulla di personale. Sono solo affari e credo che anche tu rimarrai soddisfatta del mio lavoro. Peccato che non potrai mai saperlo, ma fidati. Ho sempre onorato i contratti e nessuno se n’è mai lamentato. Vittime o mandanti che fossero >.
Mentre diceva queste parole, la allontanò da se e la ragazza ricadde riversa sul pavimento. Una pozza di sangue si stava intanto allargando sul tappeto dov’era caduta. Le ferite al fianco erano profonde e lei tentò di tamponarle come poteva e sapeva.
L’uomo guardò quel mucchio di carne che si torceva a terra e si sfilò l’accappatoio. Una larga chiazza si apriva come la corolla di un papavero. Guardò in basso, verso i suoi preziosi stivali di pelle di rettile. Non erano sporchi di sangue, come pure  il resto dell’abbigliamento. Indossare quell’accappatoio era stata una mossa astuta. Anche portare lo stiletto fissato al suo braccio era stata una buona cosa. Il meccanismo che lo rendeva retrattile aveva funzionato a dovere. Anche mettere i guanti in lattice era stata un’astuzia e si ripromise di utilizzarla nei suoi prossimi lavori. Nessuna traccia del suo passaggio, ma con un inconveniente. Bisognava trovare il posto giusto per lasciare un guanto sporco di sangue. Lo appallottolò per bene e lo mise nell’altro, facendo attenzione a non sporcarsi poi chiuse il guanto con un nodo e mise tutto in tasca. Diede un ultimo sguardo alla ragazza che rantolava sul pavimento. Aprì la porta, accertandosi che non ci fosse nessuno e uscì.
Il contratto era stato rispettato.
Passarono alcuni minuti e la porta si aprì lasciando entrare la cameriera del piano che portava gli asciugamani profumati. Sapeva che l’occupante era una giovane ragazza e che sicuramente sarebbe uscita per vivere la notte, quindi avrebbe fatto un bagno o la doccia e dunque cosa c’erano di meglio che asciugamani ancora tiepidi e profumati. La vista però di un corpo a terra in una lago di sangue interruppe bruscamente i pensieri della cameriera e dalla gola le uscì solo un urlo strozzato. Lasciò cadere quanto aveva in mano e si lancio letteralmente fuori dalla stanza.  Con la bocca ancora spalancata e il terrore negli occhi raggiunse un telefono di servizio e lanciò l’allarme. Nel giro di breve tempo arrivò il direttore dell’albergo e il medico che chiese immediatamente un’ambulanza e che fosse avvertita l’Inquisizione, poi si mise all’opera per tamponare le ferite della ragazza.
Kayla ormai semicosciente, sentiva solo gente intorno che urlava e che qualcuno la stava toccando, forse medicando, poi vide come in un sogno il volto di una giovane donna che era sopra di lei e che stava trafficando con un suo braccio. Poi altre persone, ma non riuscì a capire bene cosa stessero facendo, infine si sentì portare in alto e prima di svenire sentì lo scatto metallico di portiere e un urlo straziante, come di una sirena. Poi tutto si oscurò.

La finestra del tempo.54

Quella specie d’orso li stava fissando con due occhi indagatori, due tizzoni piantati in mezzo a quel groviglio di peli e sogghignava. Una chiostra di denti ingialliti dalla mancanza di una seria cura del cavo orale, con l’aggiunta di una buona patina di nicotina, gettavano una luce ancora peggiore all’insieme.

I due i soci lo fissarono sbigottiti. Erano stati chiamati in vari modi, ma con quell’epiteto mai.

Duncan si riprese quasi subito.

         < Jonhas Togo …  – Disse rivolgendosi a Logan e indicando l’interlocutore – Jonhas Togo … Il più grande crittografo in circolazione. Pensa che quest’uomo è stato sulla lista dei ricercati da tutte le Gilde per … Quanti anni Jonhas ? Dieci ? Quindici? Certe Gilde lo avrebbero coperto d’oro se si fosse deciso a lavorare per loro. Le grandi università avrebbero spianato i loro campus pur di averlo nel consiglio del rettorato … Invece … Ci ha pensato la Federazione, a trovargli una sistemazione definitiva,  giusto? >.

Jonahs esplose in una fragorosa risata, poi iniziò a tossire fino a diventare paonazzo, infine dopo aver scaracchiato per bene, non trovò altro che scaricare gli effetti direttamente nel cestino della carta, stracolmo, che si trovava vicino alla scrivania. Logan ebbe un moto di disgusto.

Jonhas non diede alcun segno alla reazione di Logan, ma cominciò a frugare tra le carte che ingombravano la scrivania, poi emise un sospiro di sollievo e prese da un pacchetto tutto stazzonato una sigaretta nelle medesime condizioni del contenitore. La stirò per farle assumere una forma e se la accese, aspirando con piacere la prima boccata. Mentre lasciava che il fumo uscisse, prese a sputacchiare i rimasugli del tabacco della sigaretta, rigorosamente senza filtro, che gli erano finiti in bocca.

         < Senti … Sapientone, non so chi tu sia, ma so che sei solo un finocchietto e so che qualche cazzo da me lo vuoi. Non farmi perdere altro tempo, tu e quest’altro figuro ..  Questo menamerda. Fuori e il rospo e poi fuori dai coglioni >.

Logan quando sentì il nome dell’uomo che avevano di fronte, si ricordò delle storie che giravano su di lui. Grandissimo matematico, un genio per molti, aveva inventato una serie di codici crittografici, che ancora venivano usati da molte Gilde, ma soprattutto era sua l’invenzione del “Codice Camaleonte”. Impostato su duecentocinquantotto bit era impossibile da decifrare se non si possedevano le chiavi di decrittazione. Lui e il suo team lo avevano creato e ora la Fondazione ne teneva oltre che le chiavi, anche il mastro chiavario. Uomo dal carattere impossibile, dagli appetiti e dagli istinti esagerati in tutti i sensi, ora si era ridotto a vivere nella “Fossa” del Centro Trasmissioni della Città del Clan. Logan era sbalordito. In fondo credeva, come la maggior parte degli esseri comuni, che il misterioso Togo, fosse in realtà il parto di qualche mente raffinata della Gilda delle Comunicazioni o dei Servizi. Una bufala gigantesca di disinformazione, una leggenda a cui attribuire qualunque nefandezza. Invece Jonhas  Togo era vivo e vegeto e con un caratteraccio che avrebbe spezzato il carattere di chiunque. Anche di quei santi, che Logan aveva visto sui libri di storia dell’arte. Anziani o giovani in pose ieratiche, avvolti in luci vivide, oppure un tenebre grigie e opprimenti. Tra fiori, in compagnia di personaggi altrettanto santi oppure circondati da creature misteriose, con ali piumate. Oppure tra le fiamme o in situazioni angosciose, in un turbinio di esseri mostruosi con ali membranose ed espressioni terrificanti sul grugno. Si sentì in quel preciso momento, molto vicino a quella situazione.

Tese allora la busta che aveva in mano e Jonhas quasi gliela strappò dalle dita.

         < Questo cos’è. Una dichiarazione d’amore? Una poesia? Strambotto? Carme? Sonetto? … Non lo sai neppure tu, stronzetto. Si perché se tu fossi un finocchietto come lui  – Indicò Duncan -Apriresti la bocca. Uscirebbe solo merda, lo ammetto, ma almeno … Dunque … Vediamo .. E che cazzo – Esplose – Quando aspettavi a darmi queste carte? Quando ? Quando le oche iniziano a pisciare? Cazzo … Le carte originali di Darla Arvig … Cazzo … Per queste, sarei anche disposto a farmi fare una pompa da te … E credo che mi possa anche piacere … A te che piaccia o meno, non me ne frega un cazzo. Me la fai, senza lamentarti né agitarti troppo … Dunque … Vediamo un po’… Si … Si … Sopraffino, però … Chi ha scritto i sorgenti non era malaccio … Gli avrei  permesso persino di pulire i nostri cessi .. Béh le note di Darla … Ineccepibili … Quella si che era una donna, una gran donna, non come voi due … Lasciamo perdere >. Si chiuse poi in un inatteso silenzio e si accese ancora una sigaretta. Gli occhi febbrilmente seguivano le righe del codice stampato su quei fogli e qualche volta tornava indietro, come se non riuscisse a capire. Prese poi una lente da un cassetto, non prima di metterlo ulteriormente in disordine. Accese la lampada poggiata sulla scrivania e Logan e socio, capirono che si era completamente estraniato da tutto e tutti.

Passò abbondantemente una mezz’ora nella quale gli unici rumori erano quelli degli altri occupanti il salone . Johnas era concentratissimo e ad un certo punto prese un foglio e iniziò a scrivere delle formule matematiche, poi come colpito dall’illuminazione, allungò un braccio e si avvicinò un tavolo a rotelle su cui era sistemata una postazione informatica.

Schiacciò qualche tasto e iniziarono a comparire delle maschere di un programma. A questo punto prese picchiettare velocemente sui tasti e a grugnire ogni tanto. Apportò qualche piccola correzione e infine si sentì appagato, quando finalmente lanciò il programma di stampa.

         < C’è qualche finocchietto che mi porta il mio stampato? >. Si mise a berciare e poco dopo comparve una ragazza ciabattando, vestita con una lunga gonna e una maglietta che faceva vedere una generosa porzione della sua ossuta cassa toracica.

         < Quella piccola troietta si ostina a girare senza reggiseno e a mostrare quelle due talpe morte che dice essere le sue tette. Lo sappiamo tutti quanti che sono palloncini sgonfi che si è attaccata con la colla. Però a letto è una selvaggia. Sapete cosa faccio quando finalmente ve ne andrete fuori dai coglioni. Me la sbatto ben bene. Ce l’ho in fiamme  e devo spegnere assolutamente l’incendio>.

Logna questa volte non resistette.

         < Sentimi bene … grosso ammasso di sterco. Mi sono stufato di sentire i tuoi rivoltanti discorsi. Qui ci sono donne e uomini che lavorano e anche duramente e tu noi hai nessun diritto di trattarli come se fossero tuoi pari … Ammassi di sterco, appunto. Dicci quel che hai da dirci e poi vai a farti fottere. Puoi essere il grande Jonhas Togo, ma sarai sempre e solo un grosso ammasso di sterco e per di più con una bella palla da nove in mezzo alla fronte >. Così dicendo estrasse la pistola dalla fondina e piantò la bocca dell’arma proprio in mezzo al testone di Jonhas.

Quello impallidì subito e lo guardò prima sbigottito, poi decisamente impaurito dall’espressione che si leggeva in volto a Logan. Non era una semplice minaccia la sua, ora aveva tutte le caratteristiche della certezza. Avrebbe tirato il grilletto. Deglutì a fatica e gocce di sudore iniziarono ad imperlargli la fronte e a scendere dalle tempie.

Duncan si irrigidì, perché mai più avrebbe pensato che il suo socio potesse avere una reazione simile, ma riuscì a mantenersi freddo.

         < Lascia perdere e non fare cazzate … Adesso l’ammasso ci spiega cosa ha fatto, per filo e per segno e poi noi due lo lasciamo qui a crogiolarsi della sua puzza . Noi ce ne andremo calmi e tranquilli, come siamo arrivati. Se fai quello che hai detto tempo mezz’ora ti ritrovi bucato come un colabrodo. Questo … Stronzo purtroppo è troppo prezioso. Uno stronzo d’oro, ecco cos’é. Lascia perdere. Intanto tu – Rivolgendosi a Jonhas – Svelto sputa il rospo. >.

Jonhas sempre fissando la canna della pistola appoggiata in mezzo alla sua fronte, prese a parlare.

         < Allora … Il codice di Darla è un codice che qualunque computer quantico di nuova generazione può benissimo riscrivere. Serve solo a far partire dei missili e a governare il loro volo. Interessanti sono gli altri fogli. Coordinate di bersagli. Sono per tutte città di questo continente e le principali degli altri. Non so cosa possano servire visto che oramai la maggior parte sono un ammasso di rovine. Però … Però, se incrociamo bene  i dati e con il programma giusto possiamo fare l’inverso. Dai target arrivare al luogo di lancio dei missili. Quindi non è il programma che interessa, ma dove porta il programma. Quello sì, che è utile ed è questo che fa gola.

Almeno farebbe gola, però … Perché c’è un però. Quel programma serve solo per quella base missilistica. Il programma di governo dei missili, credo si a uguale per tutte la basi sparse per il mondo. Cambieranno solo i bersagli finali, comunque il programma possiamo considerarlo spazzatura, perché non credo che esista ancora qualche sito pieno di missili. >

Calò un pesante silenzio e lentamente Logan staccò la canna della pistola dalla fronte di Johnas, che deglutì rumorosamente.

         < Allora tutto questo non ha un senso. Allora tutta la segretezza, tutti gli affanni, le insidie, i morti che ci siamo lasciati dietro, a cosa sono serviti? >.

Duncan rispose al giovani.

         < Veramente di morti c’è ne uno solo. Il vecchio al rifugio, ma non è questo che importa. Bèh, forse … Cioè, importa. Un morto è sempre un morto, soprattutto quando non c’entrava nulla in tutta questa faccenda. Ah, lasciamo perdere i morti. Dunque Johnas, tu credi che di basi missilistiche ancora in funzione non ce ne siano neppure una? >.

Johnas assentì con la testa.

         < Neppure una. Soprattutto dopo il tremendo inverno nucleare che successe dopo le prime esplosioni. Se ben ricordo i morti furono milioni, la popolazione in vita nell’intero mondo non superò alla fine di tutto i due miliardi. Intere nazioni sparirono, interi popoli. Siamo ritornati a un paio di millenni fa, Forse siamo ancora più indietro e stiamo annaspando per non affogare. Eppure c’è ancora gente che si balocca con queste stronzate. Dite a chi vi manda che ci sono ancora missili atomici, ma sono in fondo agli oceani. I missili dei sottomarini strategici. Sicuramente andati a fondo o distrutti, ma qualche missile e le loro testate sono ancora lì, che aspettano, anche dopo tutti questi anni. A proposito … I dischetti. – Indicò i due cofanetti – In bella copia c’è quanto vi ho riassunto. Servono a far polvere adesso. > Il labbro superiore si alzò leggermente, come un mesto sorriso.

Logan raccolse i fogli di Darla e lo stampato di Jonhas e i dischetti, poi rivolgendosi a Duncan.

         < Qui abbiamo finito, possiamo andarcene … Arrivederci … Dimentica tutto questo, per il tuo bene. Hai capito  … Finocchietto >. Indirizzò uno sguardo gelido al crittografo.

Duncan guardò l’uomo che stava crollando.

         < Cazzi amari. Era meglio se stavi nel letto a dormire. Da ora hai un’altra preoccupazione in più. Lui – Indicando il giovane che stava rifacendo il percorso precedente – Ha un difetto. Mantiene sempre le promesse e quella di prima non è una promessa … E’ una certezza .. Adios e se ti tira ancora … Dacci dentro con … Come si chiama, la ragazza? >.

Johnas con un filo di voce.

         < Andrò a dormire da solo, questa sera >.

La finestra del tempo.53

La lercia bombetta di Rakònkay era sistemata, quasi apposta, al centro del letto. Il suo proprietario, invece, stava alla finestra e fumava un lungo sigaretto e la cenere penzolava, quasi attendesse il momento propizio per cadere sul pavimento di piastrelle dozzinali, ma almeno pulito.
L’uomo osservava senza alcun interesse ciò che accadeva al di la del vetro. Sotto, lungo la strada che portava al Porto uomini e mezzi si muovevano con la regolare frenesia di una giornata lavorativa. L’albergo, di proprietà della Gilda del Porto, serviva giusto a chi, dal porto stesso traesse un qualunque beneficio. C’erano gli equipaggi delle navi alla fonda, uomini d’affari che si incontravano con omologhi della Città e trovavano comodo quel posto per concludere le loro transazioni e che disponevano giusto del tempo necessario tra arrivo e partenza della loro nave. C’erano anche pochi in verità, turisti o semplici viaggiatori, che aspettavano d’imbarcarsi e che non erano attratti dalla città stessa e dalle sue occasioni.
C’erano anche tipi come Rakònkay e per loro un posto valeva un altro.
La cenere alla fine cadde, ma l’uomo non se ne accorse. Ogni tanto lanciava un breve sguardo al telefono appoggiato sul davanzale della finestra e alla fine del sigaretto si decise a squillare.
La conversazione fu breve e l’uomo non emise che un paio di brontolii i risposta a ciò che il suo interlocutore diceva; chiusa la comunicazione abbandonò la finestra e si calcò in testa il copricapo, si sfilò dalla fondina la pistola e la controllò per l’ennesima volta. Prese la sua sacca da viaggio e uscì dalla stanza; come fu nell’atrio si avvicinò al portiere e gli affidò il sacco stesso.
         < Lo verrò a prendere più tardi. Lo custodisca con cura >. Disse con voce metallica, senza emozioni di sorta. Il suo sguardo era tale che il portiere ebbe una brutta sensazione, come di pericolo.
         < Stia tranquillo. La considererò, la sua sacca, come se fosse mia e ne avrò la massima cura >.
Rakònkay mosse la testa leggermente e cavò da una tasca qualche moneta che mise sul bancone.
         < Un promemoria >.
Lo fissò ancora una volta e poi uscì. Il portiere guardò il denaro e la figura nera dell’uomo che stava uscendo dalla porta principale e riebbe un brivido. Vide che l’uomo era fermo sul marciapiede, ma quasi subito arrivò un’auto e quello vi entrò. La macchina partì con gagliardia e sparì nel traffico. Il portiere prese la sacca e la mise sul tavolo dell’ufficio dietro la portineria, poi mise la mano in tasca dove aveva messo le monete e ne sentì il freddo del metallo. In quel momento si aprì la porta dell’ufficio stesso e entrò l’altro impiegato.
         < Quella sacca non si tocca e rimane lì, dove l’ho messa. Inteso >. Dicendolo, aveva alzato il tono di voce, a rafforzare la sua ragione. L’altro lo guardò sconcertato, poi fissò la sacca e annuì stancamente; si sedette ad una latro tavolo della stanza e si immerse nel registro che aveva aperto, mettendosi a borbottare lamentandosi del carattere scontroso del collega.
Rakònkay aveva raggiunto ormai il portone dell’albergo dove soggiornava Kayla  e ignorando del tutto il guardiano che gli aveva anche sorriso, come augurio di benvenuto, andò subito al banco della recéption.
         < Ho un messaggio per la signora Kira Lisdrow  >. Disse alla ragazza dietro il bancone e le porse una busta chiusa.
La ragazza sorrise meccanicamente e le venne subito di pensare che i fattorini, in quanto a presenza, peggioravano continuamente. Quello sembrava un tagliagole, più che un messaggero. Si voltò verso il quadro delle chiavi.
         < La signora è assente. La busta le prendo io e gliela consegnerò appena rientra >.
Rakònkay non si mosse e poi con il medesimo tono usato con l’altro portiere.
         < Chi mi assicura che glielo darà? >.
La ragazza lo guardò con sufficienza, poi riprese la busta che aveva appoggiato accanto alla tastiera del PC e fece un passo verso la rastrelliera delle chiavi e la mise dentro ad un comparto numerato.
         < Ecco fatto. Contento? C’è altro? Guarda che non diamo mance, puoi andare adesso >.
Facendo il gesto di allontanarlo.
Rakònkay emise un sordo brontolio e guardò attentamente il numero del comparto. Corrispondeva a quello della stanza. Lanciò uno sguardo di commiserazione alla ragazza e si allontanò dal bancone. Non uscì , però dall’albergo, ma si diresse senza fretta verso il bar. Entrò e si diresse verso il banco mescita. Il barman stava asciugando dei bicchieri e quando lo vide, non fece null’altro che muovere gli occhi in una direzione precisa. L’uomo e la sua bombetta si mossero in quella direzione, ma si trovarono di fronte due porte, allora si voltò leggermente verso il barman. Questo con un’alzata di mento lo indirizzò verso quella con la scritta “Privato”. Rakònkay entrò attraverso quella e si trovò in una sorta di sgabuzzino, pieno di casse di bevande, scope e stracci per pulire. Sul fondo si apriva un’altra porta, che attraversò e si ritrovò sul pianerottolo. Erano le scale di servizio. Si guardò intorno per scoprire se ci fosse un ascensore. Solo gradini che salivano e lui con passo calmo li prese e salì fino al piano desiderato. Qui si fermò per riprendere la respirazione regolare, poi aprì con circospezione la porta e fece capolino nel corridoio. Nessuno. Guardò con attenzione se trovava un cartello che indicasse la posizione delle stanze. Non fu neppure necessario. La sua, o meglio quella di Kayla era proprio davanti a lui. Si guardò ancora una volta attorno. Poi, estratti due ferretti dalle tasche cominciò ad armeggiare vicino alla serratura che pochi secondi dopo scattò e lui entro, richiudendo con attenzione per non far rumore. Nella stanza non c’era nessuno e quindi si sedette sulla poltroncina, posta accanto al tavolino che fungeva da scrittoio, procurando però di voltarsi verso la porta e cominciò ad attendere.
Attesa che non fu poi tanto lunga. Orami le prime ombre della sera erano scese e Kayla fece il suo ritorno in albergo. Prese la chiave e la busta che le furono consegnate dal portiere, che non era la ragazza incontrata da Rakònkay. Kayla decise di leggere il contenuto con calma una volta in stanza. Prese l’ascensore e una volta davanti alla porta ebbe come il desiderio di scappare. Fece spallucce per scacciare quella sensazione e si accorse che stava facendo fatica a far scattare la serratura.  La sensazione di prima ritorno come una folata di vento freddo, poi la serratura scattò e lei entrò. Accese la luce dopo che si era sfilata la giacca e lasciata cadere a terra la borsa. Con la busta in mano si voltò verso il centro della stanza e questa volta non poté che fare un sobbalzo.
Rakònkay era lì, seduto e in mano aveva una pistola, con la bocca rivolta verso di lei.

Allora, voi che siete di bella scrittura …

Allora, voi che siete di bella scrittura. Voi che vi stupite che da un po’ di tempo a questa parte il bancone, del vostro bar preferito, é costantemente occupato da tre energumeni, che hanno una schiena con una superficie pari a quella della vostra regione se non oltre. Che non si spostano da li e per bere hanno un collegamento diretto con le spine della birra e tutte le volte che ruttano, ribaltano bancone e barman. Ma lui non dice nulla e rimette tutto a posto. Voi che non capite perché vi tocca sempre pagare da bere ogni volta che entrate nel vostro locale preferito, ma regolarmente siete sempre l’ultimo ad essere servito, ma il primo ad essere schernito da quei due tizi alti come pertiche, grossi come delle rotoballe dallo sguardo gentile come quello di un pitbull alterato d’umore. Parlo proprio con voi, che mentre tentate un approccio ancorché galante, siete immediatamente defenestrati da due ceffi che del genio e della sregolatezza se ne fanno usbergo, ne usano e abusano e uno dei due é sicuramente il padrone del bar, l’altro raccoglierà i frutti dei vostri sforzi amorosi. Voi che, piccati, riprovate altri approcci , anche con il personale femminile e mettete tutta la vostra fantasia e vedrete miseramente naufragare e vanificati ogni vostro sforzo, perché all’orizzonte sono comparse due figure sgiuzzanti e saettanti, coperte di muscoli in luoghi che neppure voi, anatomisti non più di primo pelo, avreste mai pensato della loro esistenza. Rimanendo così due volte a bocca asciutta. La prima perché le giovinette di cui sopra non vi filano neppure di pezza, secondo perché neppure le cameriere di cui in precedenza vi portano da bere. In ogni caso berreste per ultimi, come vi ho già ricordato. Voi che siete sballottati da una calca di braccia e gambe, avvinte in gruppi laocoontici e se aspirati in essi ne sarete sicuramente omogenizzati e opportunamente spalmati qua e la dal pavimento al soffitto. Non senza l’imprimatur di un 46 abbondante , che lascia dodici buchi, profondi dodici millimetri.

Dunque voi che vi trovate in queste condizioni, non avete mica sentito nell’aere quell’afrore pungente di oli medicamentosi, dal sentore canforoso, atti a scaldare le fasce delle masse; utili a lenire edemi ed ematomi. Come no? Impossibile! Usmate l’aria, empitevene i polmoni, vi si stureranno sicuramente anche le orecchie. Ne trarrete di molto giovamento. Piano, ma con inesorabile passo, tutti i sensi si risveglieranno e sarete attratti da fuochi lontani, che mano a mano che li avvicinerete, vi accorgerete che sono bracieri dedicati al cibo e dunque sacri. Su di essi sfrigolano parti ottime ed opime di animali sacrificali e sacrificati alla bisogna. Pani che al contatto col fuoco, acquistano immediata sacralità e che vanno consumati, con attenta devozione. Non sentite gorgogliare liquidi ambrati, dai pungenti profumi? Se si, allora tutto vi si é aperto. Anche la mente e il cuore e siete così pronti al grande rito di mezz’inverno, che come ogni anno mostra la sua apodittica epifania. Non fuggitelo, ma accostatevi ad esso con pudore e timore reverenziale. Esso spanderà su di voi grazie vivifiche, che vi accompagneranno per tutto l’anno. Indossate abiti acconci, intonando canti tali da impetrare vittoria sui campi dell’agone e dell’onore. E’ giunto il momento di dimenticare i personalismi, di abbandonare le sprezzanti solitudini, di lasciare la nefanda abitudine dell’individualismo. Non più “Un solo uomo al comando”, bensì “Quindici uomini e un sogno grande come una coppa”.

Sì, miei sodali compagni di queste scorribande virtuali il tempo é ritornato. Questo tempo é il tempo del

SEI NAZIONI

Non vi rimane altro da fare che puliziare gli scarpini, stringerne i bulloni sulla suola. Ungervi di oli conforosi e linimentosi, dimenticare per 80 minuti il vostro posto in società e far corpo unico con altri vostri simili al fine di raggiungere una giusta vittoria per di poi brindare ad essa con gioia e letizia e lietamente burlare l’avversario o se, il fato é stato avverso, essere gioiosamente burlato da lui.

L’unica cosa da non dimenticare é il rispetto, per se e per gli altri.

Il resto é solo sudore, fango e birra a fiumi.

Per noi Azzurri si comincia Roma contro l’Irlanda, l’ultima vincitrice del torneo il giorno 7 febbraio.

Il 14 febbraio si va in scena a Londra, contro l’Inghilterra, nel tempio massimo di Twickenham .

Il 28 febbraio ad Edimburgo contro la Scozia sul campo di Murrayfield

Il 15 marzo ritorniamo all’Olimpico contro i nostri cugini: la Francia e in palio il “Trofeo Garibaldi”

Il 21 marzo concludiamo di nuovo all’Olimpico, con la disfida con il Galles.

Il grido é solo quello: FORZA AZZURRI !!!

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