CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per il giorno “febbraio 8, 2015”

La finestra del tempo.53

La lercia bombetta di Rakònkay era sistemata, quasi apposta, al centro del letto. Il suo proprietario, invece, stava alla finestra e fumava un lungo sigaretto e la cenere penzolava, quasi attendesse il momento propizio per cadere sul pavimento di piastrelle dozzinali, ma almeno pulito.
L’uomo osservava senza alcun interesse ciò che accadeva al di la del vetro. Sotto, lungo la strada che portava al Porto uomini e mezzi si muovevano con la regolare frenesia di una giornata lavorativa. L’albergo, di proprietà della Gilda del Porto, serviva giusto a chi, dal porto stesso traesse un qualunque beneficio. C’erano gli equipaggi delle navi alla fonda, uomini d’affari che si incontravano con omologhi della Città e trovavano comodo quel posto per concludere le loro transazioni e che disponevano giusto del tempo necessario tra arrivo e partenza della loro nave. C’erano anche pochi in verità, turisti o semplici viaggiatori, che aspettavano d’imbarcarsi e che non erano attratti dalla città stessa e dalle sue occasioni.
C’erano anche tipi come Rakònkay e per loro un posto valeva un altro.
La cenere alla fine cadde, ma l’uomo non se ne accorse. Ogni tanto lanciava un breve sguardo al telefono appoggiato sul davanzale della finestra e alla fine del sigaretto si decise a squillare.
La conversazione fu breve e l’uomo non emise che un paio di brontolii i risposta a ciò che il suo interlocutore diceva; chiusa la comunicazione abbandonò la finestra e si calcò in testa il copricapo, si sfilò dalla fondina la pistola e la controllò per l’ennesima volta. Prese la sua sacca da viaggio e uscì dalla stanza; come fu nell’atrio si avvicinò al portiere e gli affidò il sacco stesso.
         < Lo verrò a prendere più tardi. Lo custodisca con cura >. Disse con voce metallica, senza emozioni di sorta. Il suo sguardo era tale che il portiere ebbe una brutta sensazione, come di pericolo.
         < Stia tranquillo. La considererò, la sua sacca, come se fosse mia e ne avrò la massima cura >.
Rakònkay mosse la testa leggermente e cavò da una tasca qualche moneta che mise sul bancone.
         < Un promemoria >.
Lo fissò ancora una volta e poi uscì. Il portiere guardò il denaro e la figura nera dell’uomo che stava uscendo dalla porta principale e riebbe un brivido. Vide che l’uomo era fermo sul marciapiede, ma quasi subito arrivò un’auto e quello vi entrò. La macchina partì con gagliardia e sparì nel traffico. Il portiere prese la sacca e la mise sul tavolo dell’ufficio dietro la portineria, poi mise la mano in tasca dove aveva messo le monete e ne sentì il freddo del metallo. In quel momento si aprì la porta dell’ufficio stesso e entrò l’altro impiegato.
         < Quella sacca non si tocca e rimane lì, dove l’ho messa. Inteso >. Dicendolo, aveva alzato il tono di voce, a rafforzare la sua ragione. L’altro lo guardò sconcertato, poi fissò la sacca e annuì stancamente; si sedette ad una latro tavolo della stanza e si immerse nel registro che aveva aperto, mettendosi a borbottare lamentandosi del carattere scontroso del collega.
Rakònkay aveva raggiunto ormai il portone dell’albergo dove soggiornava Kayla  e ignorando del tutto il guardiano che gli aveva anche sorriso, come augurio di benvenuto, andò subito al banco della recéption.
         < Ho un messaggio per la signora Kira Lisdrow  >. Disse alla ragazza dietro il bancone e le porse una busta chiusa.
La ragazza sorrise meccanicamente e le venne subito di pensare che i fattorini, in quanto a presenza, peggioravano continuamente. Quello sembrava un tagliagole, più che un messaggero. Si voltò verso il quadro delle chiavi.
         < La signora è assente. La busta le prendo io e gliela consegnerò appena rientra >.
Rakònkay non si mosse e poi con il medesimo tono usato con l’altro portiere.
         < Chi mi assicura che glielo darà? >.
La ragazza lo guardò con sufficienza, poi riprese la busta che aveva appoggiato accanto alla tastiera del PC e fece un passo verso la rastrelliera delle chiavi e la mise dentro ad un comparto numerato.
         < Ecco fatto. Contento? C’è altro? Guarda che non diamo mance, puoi andare adesso >.
Facendo il gesto di allontanarlo.
Rakònkay emise un sordo brontolio e guardò attentamente il numero del comparto. Corrispondeva a quello della stanza. Lanciò uno sguardo di commiserazione alla ragazza e si allontanò dal bancone. Non uscì , però dall’albergo, ma si diresse senza fretta verso il bar. Entrò e si diresse verso il banco mescita. Il barman stava asciugando dei bicchieri e quando lo vide, non fece null’altro che muovere gli occhi in una direzione precisa. L’uomo e la sua bombetta si mossero in quella direzione, ma si trovarono di fronte due porte, allora si voltò leggermente verso il barman. Questo con un’alzata di mento lo indirizzò verso quella con la scritta “Privato”. Rakònkay entrò attraverso quella e si trovò in una sorta di sgabuzzino, pieno di casse di bevande, scope e stracci per pulire. Sul fondo si apriva un’altra porta, che attraversò e si ritrovò sul pianerottolo. Erano le scale di servizio. Si guardò intorno per scoprire se ci fosse un ascensore. Solo gradini che salivano e lui con passo calmo li prese e salì fino al piano desiderato. Qui si fermò per riprendere la respirazione regolare, poi aprì con circospezione la porta e fece capolino nel corridoio. Nessuno. Guardò con attenzione se trovava un cartello che indicasse la posizione delle stanze. Non fu neppure necessario. La sua, o meglio quella di Kayla era proprio davanti a lui. Si guardò ancora una volta attorno. Poi, estratti due ferretti dalle tasche cominciò ad armeggiare vicino alla serratura che pochi secondi dopo scattò e lui entro, richiudendo con attenzione per non far rumore. Nella stanza non c’era nessuno e quindi si sedette sulla poltroncina, posta accanto al tavolino che fungeva da scrittoio, procurando però di voltarsi verso la porta e cominciò ad attendere.
Attesa che non fu poi tanto lunga. Orami le prime ombre della sera erano scese e Kayla fece il suo ritorno in albergo. Prese la chiave e la busta che le furono consegnate dal portiere, che non era la ragazza incontrata da Rakònkay. Kayla decise di leggere il contenuto con calma una volta in stanza. Prese l’ascensore e una volta davanti alla porta ebbe come il desiderio di scappare. Fece spallucce per scacciare quella sensazione e si accorse che stava facendo fatica a far scattare la serratura.  La sensazione di prima ritorno come una folata di vento freddo, poi la serratura scattò e lei entrò. Accese la luce dopo che si era sfilata la giacca e lasciata cadere a terra la borsa. Con la busta in mano si voltò verso il centro della stanza e questa volta non poté che fare un sobbalzo.
Rakònkay era lì, seduto e in mano aveva una pistola, con la bocca rivolta verso di lei.

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