CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE – Capitoli 44 e 45

44 Capitolo – ovvero “La battaglia”

 I primi colpi furono sparati, quasi per pro forma. Tiri a casaccio, contro gli alberi, nei cespugli. Avevano munizioni da sprecare o si sentivano così forti da dimostrarlo, anche quando non ce n’era effettivo bisogno.Holt, dalla sua posizione, a voce bassa ci indicava, dove si erano nascosti e dove erano più numerosi. Dava indicazioni di tiro, giusto per preservare più a lungo possibile le nostre scarse risposte. Avemmo potuto sostenere un fuoco deciso per non più di dieci minuti. Se avessimo razionalizzato i tiri, ne avremmo avuto per un’ora o poco più. Troppo poco in ogni caso, nella remota eventualità che qualcuno nelle ore precedenti avesse ricevuto il nostro messaggio d’emergenza e fosse partito immediatamente. Aspettavamo di sparare solo a colpo sicuro. Così ci avevano invitato a fare Stubbing e DuRaand. Noi naturalmente seguimmo il consiglio. Per lo più si tenevano abbastanza lontano e coperti e quasi tutti lontano dal nostro rifugio. Sembrava che attendessero un qualcosa. Quello arrivò dopo poco. Le mura iniziarono inaspettatamente a tremare e udimmo, amplificati dal vuoto della sala forti boati.Ci stavano sparando con un mortaio e ogni colpo a bersaglio vedevamo pezzi d’intonaco cadere dalle pareti e dal soffitto.

         “Holt, maledizione, da dove vengono i colpi?”. Imprecò Stubbing nella radio, tentando di sovrastare il frastuono.

La voce della nostra vedetta non si fece attendere.

“Sparano dall’altra parte del fiume. Purtroppo non riesco a vedere bene … Ecco adesso c’è del movimento … Si stanno spostando … Adesso li ho inquadrati.”.

Sentimmo attraverso la radio, lo scatto dell’otturatore “Cla … clang” poi “Buang” il colpo che partiva.

Tauranga messosi a una delle feritoie guardava fuori con l’unico binocolo in nostro possesso.

         “Ecco … li ho visti. Si stanno piazzando per riprende … No, uno è andato. Ottimo Holt. Veramente un grande colpo. Però ce ne sono ancora altri tre vicino al mortaio, maledizione.”.

“Cla … clang”.  “Buang.” Così per tre volte. Tutte le volte la voce di Tauranga diventava sempre più acuta.

         “Benissimo. Adesso avvicinarsi a quella canna, per loro sarà un problema e anche grosso.”.

Il problema, veramente grosso lo ebbe subito Holt. Quei diavoli scatenati fecero fuoco con tutto l’armamentario che avevano a disposizione. Ci accucciammo il più possibile dietro gli spessi muri, sperando che lo spessore reggesse a quell’ondata di ferro.Qualche pallottola entro sibilando attraverso le feritoie, ma credo fosse solo fortuna o caso.Quando tutto cessò, cautamente alcuni di noi sbirciarono fuori. I cespugli che riparavano e nascondevano la costruzione erano scomparsi e anche la terra nelle vicinanze pareva sconvolta. Come se un gigante si fosse dato pena di scagliare manciate di terra e scavare delle buche per gioco. Thor si accorse di un movimento e subito scarico una raffica con la mitraglia. La risposta al suo indirizzo fu immediata. Questa volta ci distendemmo a terra quasi a volerla penetrare con tutto il nostro corpo, per sfuggire a quella gragnola di colpi. Colpi che entravano con più frequenza nelle feritoie, oramai.

Stubbing, in un attimo di calma ci chiamo a se.

         “ Soledo, vedi di mettere in automatico l’invio del messaggio. Radunate tutto ciò che possiamo portare e che serve. Dobbiamo uscire da qua dentro. Se usciamo, avremo più possibilità di essere avvistati dai nostri e di uscirne vivi.”.

         “Oppure” Obbiettai” Di fare una morte più rapida. Senza questo riparo, le probabilità aumentano.”.

Stubbin scosse il capo.

         “ Se rimaniamo qui, non ne usciremo da questa situazione. Non vi chiedo una sortita, ma solo che all’esterno la difesa sarà migliore secondo me. Poi Holt la fuori, quanto potrà resistere ancora prima di essere individuato?”.

DuRaand intervenne.

         “ Il capitano ha ragione. Qui sanno che ci siamo tutti e tutti radunati. Sarà facile, soprattutto questa notte, attaccarci e farci a pezzi. E’ ero abbiamo minato il complesso, ma faremo la fine del topo in trappola. Se arriverà qualcuno, troverà solo i nostri corpi, forse.

Holt, senza il nostro appoggio tra poco sarà spacciato. E’ meglio uscire.”.

Luptberg rincarò la dose.

         “ Se usciamo i bersagli saranno più d’uno e sparpagliati. Dovranno concentrare il fuoco in maniera diversa. Non in un unico punto, ma in più punti. Dobbiamo fare in  modo che non sappiano con esattezza dove siamo e quanti siamo. Là fuori c’è più possibilità di manovre. Concordo con il capitano.”. Gli altri annuirono, forse on troppo convinti.

         “In più. “Continuò Luptberg “ Appena fuori dalla porta c’è un fossato, possiamo infilarci lì dentro e scappare verso le rocce dove è nascosto Holt e poi creando qualche diversivo per riuscire a sparpagliarci giusto per difendere l’area di discesa di un nostro velivolo.”.

Così facemmo e ritornammo a vedere la luce. I primi momenti furono terribili. Abituati alla semioscurità di quegli spazi, la luce ci abbacinò, ma furono attimi, di tensione ma prestissimo ci abituammo alla luce. Il cielo si era coperto e le nubi migravano piano nel cielo. Dalle valli laterali scendeva con calma una nebbia che giudicai pesante e umida. L’ideale per nasconderci, ma altrettanto per tendere imboscate e attacchi incontrollabili.Si metteva male, troppo male. Darla continuava a essere la mia ombra e tra una scarica e l’altra di fucileria, alla quale rispondevamo con brevissime raffiche, raggiungemmo con il fiato rotto e il cuore in gola le rocce, rifugio di Holt. Lutpberg, dal suo nascondiglio dietro il ceppo di un grosso pino, aveva una buona visione del ponte e con calma si mise in posizione con il lanciagranate. Avevamo solo un caricatore a raggiera. Sei colpi e poi la nostra artiglieria avrebbe esaurito il suo compito. Lo osservai, mentre con cura prendeva la mira. Sul ponte intanto vedevo che andavano e venivano quei banditi. Quelli che arrivavano portavano cassette, immaginavo di munizioni. Correvano incuranti della fragilità di quel manufatto. Lutptberg tirò il grilletto due volte e seguendo il fumo delle granate espulse le vedemmo colpire il ponte mentre passavano alcuni nemici. Esplose in una cascata di schegge e i corpi di quei poveretti, furono scagliati per aria e precipitarono nelle acque sottostanti. Non provai alcun sentimento. Naturalmente si scatenò un fuoco tremendo, contro il sergente. La sua fortuna fu quella che quel ceppo apparteneva a un albero di certo centenario e resse bene ai colpi. Schiacciato per terra, fu colpito da una miriade di schegge, ma il giubbotto lo riparò, almeno dalle più grandi. Al riparo di due rocce Thor prese a bersagliere la loro linea di fuoco e sentimmo imprecazioni e urla. Qualcun altro era caduto. La battaglia era solo all’inizio. La rabbia degli assalitori si fece più grande e il volume di fuoco aumentò. Mentre sparavano immagini, che avanzassero, protetti dal piombo che ci scagliavano contro. Sentivamo le loro urla disarticolate e stimai la loro vicinanza in pochissime decine di metri. Orami c’erano addosso. Quando improvvisamente sentii un sibilo fortissimo e fui preso come da una mano gigantesca che prima mi sollevò e poi mi rigettò per terra schiacciandomi. Quell’azione fece uscire tutta l’aria dai polmoni e mi sentii soffocare. Mi sembrò di rivivere quella sensazione di annegamento che provai una volta, da ragazzo quando Thor ed io andammo a fare il bagno al fiume. In una lanca, frequentata da noi ragazzi, si era formata una grande piscina e ci divertivamo, nei pomeriggi d’estate a tuffarci e rinfrescarci. Non so come accadde, ma dopo un tutto non riuscii più a risalire bene. Forse era stata l’entrata in acqua a scagliarmi fuori l’aria, ma provai forte la sensazione di annegare. Solo le mani forti dei compagni riuscirono ad armi emergere. Avevo fame d’aria così forte che faticai a ingurgitare la prima boccata. Fu una sensazione bruttissima e quel ricordo me lo porto dentro, tanto che io e l’acqua, ferma o vivace che sia, non abbiamo che un rapporto di solo grande rispetto. Riprovai quella sensazione e ancora stordito mi girai interno per vedere cosa fosse successo agli altri. Feci appena in tempo a scorgere Darla e Neelya, che un’altra manata mi risollevò. Questa volta riuscii a tenere un po’ d’aria nei polmoni e non riprovai lo stesso disagio. A quella ne seguì una terza e poi ancora una. Cinque in tutto. La salva di un’intera batteria. Schiacciato e coperto di terra, erba, rami caduti dagli alberi, ero frastornato, ma non tanto da non pensare all’artiglieria dei Mistrali. Quei formidabili e provvidi artiglieri si erano finalmente svegliati e avevano cominciato a bersagliarci. Bersagliarci, appunto. “Maledizione non noi, ma loro.” Pensai in un momento.

Dall’alto delle loro postazioni, che avevamo stimato in cinque sei chilometri in linea d’aria, i grandi obici dei Mistrali, facevano sentire la loro voce, ma soprattutto i loro devastanti effetti. Quei pezzi avevano una gittata di almeno il doppio della distanza e colpivano con precisione chirurgica o quasi. Strisciando riuscii a raggiungere Darla, che mi guardava stralunata. La afferrai per il bavero e la costrinsi a strisciare come me. Neelya nello stesso modo con fatica si stava allontanando. I colpi a quanto pare erano stati tutti riversati verso le posizioni dei banditi, perché sentivano urla strazianti e il fuoco nemico era cessato. Forse il drone, che era transitato il giorno prima, era il loro e aveva compiuto altri passaggi. Forse i suoi sistemi avevano inviato immagini della disposizione delle forze in campo o comunque qualcosa che li aveva indotti a far fuoco. Mai come allora fui contento che la fama dell’artiglieria da montagna fosse così clamorosa. Vidi i miei compagni radunati in una buca scavata da uno dei proiettili. Tranne Holt e Stark, gli altri c’erano tutti. Pochi metri e anch’io saremmo arrivato con Darla, al sicuro. Scattai, portandomi dietro la ragazza, approfittando del momento, ma non mi avvidi di un avvallamento del terreno e vi precipitai rovinosamente. Dovevo aver messo male un piede perché avvertii un dolore insopportabile e chiusi gli occhi. Quando li aprii, mi trovai di fronte, in piedi un essere coperto di terra, sangue raggrumato con occhi feroci e stava brandendo un lungo pugnale. Mi guardò inferocito e urlando mi si scagliò contro. Il mio mitra era lontano e il dolore al piede mi aveva paralizzato. Furono frazioni di secondi, che mi parvero interminabili e ricordo perfettamente, il film della mia vita iniziò a scorrermi davanti agli occhi.

Rividi persone, care o no, luoghi, situazioni, ricordai brandelli di discorsi. Si dice che quando si è arrivati al traguardo succede proprio quello. Rivedere la vita. Forse era giunto il mio momento, quando sentii chiari tre colpi secchi e quell’energumeno prima si fermò, poi indietreggiò con gli occhi non più spiritati ma stupiti di quanto stava accadendo, infine colsi il velo che scendeva sui suoi occhi. Fine corsa, per lui. Cadde prima sulle ginocchia e poi a bocconi, senz’altro fiato in corpo. Ero salvo. Pur dolorante, mi girai all’intorno. Darla con la pistola ancora fumante, guardava la scena, anzi per meglio dire, il vuoto davanti a se. Era in ginocchio e lasciò cadere la pistola ed emise un urlo terribile e scoppiò in un pianto a dirotto. Si agitava, fremeva, scossa dai singhiozzi e il suo lamento era straziante. Mi feci forze e l’afferrai per un braccio, incurante del dolore mio e di quello suo. Perché immaginavo che in quel preciso momento stesse quasi impazzendo per quello che aveva fato. Sentivo nel profondo l’angoscia che provava per quell’azione. I miei presentimenti si erano avverati. Neelya, alle grida, invece di tuffarsi dentro la buca tornò indietro e con il suo aiuto riuscimmo, tutti e tre a ritrovarci con gli altri. Thor fu sbrigativo. Appioppò due sonori schiaffoni sul volto di Darla, che immediatamente tacque per poi riprendere a piangere, con più tranquillità.

         “Cura post traumatica d’emergenza.”. Sentenziò il mio socio.

 Dal diario del Capitano Stubbing.

 Saranno forse le mie ultime righe. So di aver adempiuto con onore al mio dovere. Ringrazio tutti.

45   Capitolo – ovvero “ La fine di tutto”

 Non era ancora finita. Dall’altra parte del fiume iniziò un lancio serrato di colpi di mortaio al nostro indirizzo. Le buche scavate dagli obici erano fortunatamente profonde e riuscivano a proteggerci. Non potevamo rimanere lì più a lungo. A turno balzavamo improvvisamente dai nostri ripari e tiravamo brevi raffiche, permettendo ai compagni di saltare nella buca vicina. Il fumo intanto non si era del tutto diradato e i nostri come i loro colpi erano imprecisi. Per noi fu una fortuna insperata e così facendo riuscimmo a raggiungere delle rocce, tra le quali scorgemmo un muretto. Fummo gli ultimi darla ed io a raggiungerlo, ma al momento del balzo finale, da un cespuglio saltarono fuori due uomini. Uno di loro si lanciò, brandendo un coltellaccio verso Darla e in quel momento mi sfuggì la pistola che avevo estratto. Fu il vuoto nella mia mente. Era veramente finito tutto. Vidi quell’uomo lanciarsi sulla donna, gli occhi stralunati, un ghigno feroce e un lampo di gioia per la preda inaspettata. Poi improvvisamente come in “low motion” vidi la sua testa ondeggiare di lato e all’indietro e una parte del suo cranio andarsene da quella parte. Con una veloce quanto innaturale piroetta cadde a bocconi e sentii, distintamente il coltello cadere sui sassi. L’altro, spiazzato, si fermò un attimo, qual tanto che mi permise di afferrare la mia arma e scaricare qualche colpo al suo indirizzo. Cadde anch’egli, con lo stupore dipinto sul volto. La facilità dell’agguato si era trasformata nella sua personale tragica fine. Ripresi Darla per un braccio e la costrinsi a correre verso il riparo. Solo allora mi ripromisi di ringraziare Holt, se fossimo riusciti a venirne fuori da tutto quello. Solo lui aveva il mezzo e l’opportunità di fare un simile centro. Dietro quelle rocce, ultimo baluardo e rifugio, c’erano tutti. Maschere di sangue e fango, ma leggevo nei loro volti la volontà di resistere ancora una volta, anche se fosse stata l’ultima. Ci fu un momento di assoluto e irreale silenzio. Poi un grido formidabile. Era il segnale del loro ultimo e definitivo attacco.

Controllai per l’ultima volta quanti colpi mi rimanevano, perché ero intenzionato a rimanere fedele alla mia idea. Un colpo per lei e uno per me. Ecco che udimmo distintamente un rombo e da quella caligine sbucò il muso minaccioso di uno Shark25. Un elicottero corazzato d’attacco. Si mise a eruttare fuoco e fiamme. Sentimmo distintamente il terribile miagolio dei razzi Hellfinder e il latrare delle due mitragliatrici rotanti. Gettai uno sguardo oltre il muretto. Corpi che saltavano per aria, insieme a terra, fango, pietre e ciò che rimaneva di alberi e radici. Thor balzò in piedi urlando

         “ Arriva la cavalleria! Prendete l’ultima dose di supposte, maledetti!”.

Scaricò gli ultimi colpi della sua mitragliatrice nel mucchio e poi lo vidi improvvisamente barcollare e cadere di schiena.

Cacciai in grido terribile.

         “Nooooo! Thornbjiorn, nooooo!”.

Poi i ricordi di quei momenti si fanno confusi. Ricordo che mi trovai di fronte ad un uomo dalla faccia scura come la pece.

         “ Sono il maresciallo Seshai Kinshareza “Quinto” Guardie. Capitano Stubbing, sono venuto a portare lei e i suoi uomini a casa. Con il suo permesso.”.

Ciò che avvenne dopo fu molto formale e altrettanto irreale.

         “ Permesso accordato maresciallo. Prima i feriti, però”. La voce di Stubbing mi giunse chiara e forte alle orecchie, come altrettanta chiara fu la risposta.

         “ Compagnia medica in prima linea. Immediatamente. Copertura! Copertura.”.

Ricordo che ero su di una barella ed ero sballottato e ho l’improvvisa immagine di Darla, accanto a me che subiva il medesimo trattamento. Il suo volto era coperto di fango e terra e un rivolo di sangue scendeva lungo il suo volto. Aveva gli occhi chiusi e pare non soffrire. Tentai di chiamarla, ma le parole mi rimasero soffocate nella gola. Ricordo ancora il fruscio dell’aria lungo le pareti del TransAir che ci portava via da quel luogo e la faccia di Darla, pallida e smunta. Il bendaggio che le incorniciava il viso e quel ciuffo di capelli che le usciva dalle bende. Voltai lo sguardo, per la paura che quell’immagine fosse l’ultima che avrei avuto di lei. Nel girare lo sguardo fissai i tubi che entravano e uscivano dal corpo di Duca. In quanti si eravamo salvati da quel macello? Poi i sedativi fecero il loro effetto e scomparii nel pozzo nero dell’oblio.

Non so quanto tempo rimasi in quella situazione, so solo che al mio risveglio vidi dei muri verde acqua e il volto di Darla, l’evidente cerotto sulla fronte che aveva occupato il  posto di quelle bende, sporche di sangue. I suoi occhi, che avevano riacquistato di nuovo quei bagliori dorati, che tanto mi avevano fatto innamorare. Sentivo che i dolori non erano diminuiti, ma ebbi la sicurezza che non erano neppure aumentati. Voltai lo sguardo e vidi il volto di mia madre e di mio padre. Mia madre mi diede una carezza e con un sussurro mi disse.

“Buon giorno. Ben ritornato.”.

Sorrisi stancamente. Mio padre aveva gli occhi rossi, aspirava rumorosamente e le sue mani stringevano con nervosismo un fazzoletto, ma ebbe la forza di sorridermi. Mi resi conto che non ero morto, quando un dottorino entrò nella stanza e prese a visitarmi, con mosse rapide ma gentili.

         “ Bene.”. Disse. “Bene. Ci siamo risvegliati. Le funzioni e i parametri sono regolari. Ancora qualche giorno e la rimanderemo a casa. Siamo tutti fieri di lei.”. Mi sorrise ancora e battendomi leggera, la mano sulla mia soggiunse.

         “ Ci vediamo più tardi.”.

Avevo la bocca arida e alla vista del bicchiere sul comodino, allungai una mano. Mia madre mi anticipò. Quella frescura in bocca, mi aiutò a scacciare per un attimo tutte le angosce precedenti e finalmente mi riaddormentai, come da qualche tempo non succedeva. I giorni all’ospedale si dipanarono tra le visite dei miei, la continua presenza di Darla e le visite degli altri del gruppo. Tutti avevano subito ferite più o meno gravi. Duca, che avevo visto circondato da quella selva di tubi, era salvo. Una brutta ferita al ventre, ma era in via di guarigione. Thor aveva pagato la sua bravata con una pallottola nella spalla, un braccio rotto e alcuni mesi di riabilitazione. Per Darla una ferita di striscio alla testa e una commozione cerebrale. Mi disse che sarebbe voluta andare da uno psicologo, perché quei tre colpi di pistola continuavano a rimbalzarle nella memoria. Per lei era stata una prova durissima e doveva superarla al più presto.

Venne Holt, che ringraziai per quel colpo.

         “ Era l’ultima pallottola. Non potevo sbagliare.”. Mi disse con voce piana.

Gli risposi.

“Se la sbagliavi, ti avrei cercato e ti avrei ucciso.”.

Mi fissò serio.

         “ Non avresti potuto farlo. Mi sarei ucciso io prima.”.

Ci fissammo negli occhi e tra le lacrime che iniziavano a sgorgare, scorsi che altrettante lacrime solcavano il suo volto. Ci abbracciammo. Niente da aggiungere.

Arrivarono anche Jeronimus e il suo codazzo.  Il volto terreo, gli occhi spenti, sembrava il fantasma del capo che avevo lasciato giorni prima. Ci disse poche parole, più che altro di circostanza. Si vedeva il suo disagio e anche quello degli altri. A tutti fu data una decorazione del Congresso Continentale e a Thor e al sottoscritto il cordone di Primo Cercatore, più altri benefit di cui è inutile parlare. Ringraziammo, ma con tono asciutto e molto formale. Venni a sapere che per i Ranger c’erano state promozioni per tutti e in pratica insieme abbandonammo l’ospedale. L’ultimo fu Duca, che per le sue condizioni, la degenza fu più lunga. Negli ultimi giorni  le visite dei miei genitori si diradarono. L’ultima volta fu quando ricevemmo la visita di Jeronimus. Mio padre lo guardava con occhi di fuoco e credo che i rapporti già difficili, si deteriorarono ancor di più.  Mia madre fu molto più concreta. La sera, al momento del commiato disse a mio padre.

         “ Andiamo a casa. Adesso Corso non ha più bisogno di noi. E’ in buone mani.”.

Fissò Darla e guardò soddisfatta la sua mano che stringeva la mia, le sorrise e le strizzò l’occhio.

Mio padre rimase interdetto, poi spalancando gli occhi.

         “ Ah … Sì … Certo … E’ in buone mani. Certo … Bhè, noi andiamo.”.

Scossi la testa e mi accorsi che Darla sorrideva, smagliante, e guardava mia madre con tenerezza. Quando finalmente riuscii ad andarmene da quella stanza e raggiungere casa nostra, mia e di Darla, sulla porta c’era un cartello con una scritta.

         “ Benvenuti ragazzi. Benvenuti a casa”.

 Dal diario del Capitano Stubbing.

 Questa volta è finita. Bene. Non credo che ritornerò a cercare delle tracce. Utili o inutili che siano.

Epilogo

L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.

In cima al saliente di questa collina, che percorro più volte durante la settimana. Lo incrocio durante le mie settimanali scorribande su queste giogaie

 

Ora che tutto è finito e sono ritornato guardo l’albero e quell’orizzonte, indicato dal ramo. Ripercorro con la mente, di nuovo, la strada compiuta. Sento il richiamo del merlo e lo stridio delle rondini e degli altri uccelli, che abitano questi posti. Dopo tanto dolore la natura richiama i suoi ritmi, fa udire le voci che da sempre accompagnano il suo lento e inesorabile fluire, attraverso il tempo. Il tempo guarisce le ferite e su quelle più profonde, che continuano a stillare, riesce a versare una medicina in quantità tale, che il dolore si assopisce e riesci a vivere, meglio: a sopravvivere. Anche a te stesso, che non vorrebbe, che non è più la forza.

Il tempo è un alchimista misterioso, che non ha mai ceduto a nessuno le proprie formule e a ciascuno ha dato quelle che erano le più opportune, le più indicate. Il tempo cura in maniera personale, secondo bisogno. Non dispensa pillole a vanvera, ma la medicina amara o dolce che sia, è quella adatta a ciascuno di noi. La mia è stata dolce amara. Come è giusto che fosse.

Guardo il mio mondo. Piccolo e circoscritto a poche persone, sulle cui tracce sento che non ho speso del tempo inutile. Non sono certo quelle inutili che ho percorso in precedenza. Inseguendo un dovere, cercando di prendere ciò che era giusto, sentendo la voce della mia coscienza, le parole di un etica cui sono stato allevato, che ho coltivato. Insensibile a certe lusinghe, alla facilità di comportamenti che mi avrebbero dato forse quella fama e quella gloria, che hanno la stessa consistenza della neve. Fredda e che si scioglie al primo sole.

Darla, con il suo pancione, gira per casa. E’ la cosa più importante che ho. Lei, lo scrigno di una ricchezza immensa e che dovrò amministrare perché posso fare solo quello in futuro. Amministrare e bene in modo che i frutti siano copiosi per tutti. Mio padre la guarda e piange. L’ha portata nella Casa della Sapienza con lui. Con mia madre si parlano e si confrontano, ignorando i maschi di casa, forse è giusto che sia così.

Degli altri che hanno vissuto con noi quell’avventura, qualcuno viene ancora a bussare alla mia porta, o io busso alla sua.

Thornbijorn s’è stufato di fare il giramondo. Adesso fabbrica giocattoli di legno.

Forse c’è una donna nella sua vita. Ne siamo contenti, almeno eviterà la scusa di prendere le misure della stanza del bimbo per vedere quanto dovrà essere grande il suo regalo. Le prende tutti i giorni, all’ora di cena e intanto usma l’aria ed è sicuro del conseguente invito.

Neelya e Soledo, vivono insieme. Vorrebbero un figlio. Ci stanno provando.

Stubbing è rimasto tra di noi. Scrive e gira per i boschi. Ha aperto una scuola di sopravvivenza con un discreto successo. Di quello che è accaduto non parla volentieri.

Stark lavora per la Gilda delle Miniere. Di esplosivi se ne intende.

Lutpberg è ritornato al Corpo. Fa l’istruttore ora. “E’ l’unica cosa che so fare e so di saperla fare bene.”. Mi disse il giorno che è partito. Non ho potuto dargli torto, né abbiamo fatto molto per dissuaderlo. Stubbing lo ha abbracciato e si sono messi a piangere.

Ci manca.

Duca Ramiro si è ripreso ed è in perfetta forma. Continua a fare quello che sa fare. Impicciarsi degli affari degli altri. L’unico parere buono che ha dato al Gran Consiglio è stato quello di evitare la Gilda dei Mercanti.

Di Ossij DuRaand e di Tauranga Tualangi non sappiamo più nulla. Solo un giorno ci siamo accorti ancora una volta della loro presenza. Da un lungo viaggio è arrivato Chorro, uno dei cercatori. E’ venuto e mi disse:

”Ho trovato un tipo strano, che mi ha raccontato di un’isola lontana, di dei e di uno squalo. Ti manda questo.”. Mi diede un grosso pacco.

Dentro c’era un dente di pesce, di squalo immaginai. Una medaglia  di madreperla con un simbolo e un corno di legno. Erano accompagnati da poche righe. Il corno, un tempo per la sua gente, serviva per chiamare tutti a raccolta. Il dente era per me, il medaglione per Darla. Due portafortuna. Lasciava poi gli auguri a tutti noi. Forse inseguono ancora altre tracce. Non credo che siano inutili.

 Holt è morto. Uno stupido incidente di caccia. Lui sempre attento, non si è accorto di un pardo di montagna. Lo abbiamo trovato dopo giorni. In fondo ad una forra.

E’ sepolto sotto l’albero, che se ne sta lì. In cima al saliente di questa collina, che ho ripreso a percorrere. Non abbiamo mai saputo in cosa credesse. Lo riconoscerete, quel luogo se vi capita di passare, perché c’è una grossa pietra e intorno altre pietre a fare da sgabelli. Su quella pietra abbiamo messo il corno di Tauranga. Quando spira il vento si ode un suono profondo, un richiamo. Vado spesso da lui. Mi siedo su una di quelle pietre. Piango. Non chiedetemi perché, lo faccio e basta.

Mi siedo e guardo un punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.

Eppure il ramo di quell’albero indica un nuovo mondo. Lo indica con l’indefinita età delle fibre di quell’albero.

Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine. Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.

L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.

 Aspetto che quel corno suoni un’altra volta.  Che chiami a raccolta tutti noi per un ultimo viaggio.

6 pensieri su “INUTILI TRACCE – Capitoli 44 e 45

  1. Grande finale!
    Dapprima l’invito di Aragorn rivolto al re di Rohan, poi la grande battaglia, descritta splendidamente, in modo tale da poterla vedere.
    Le ultime righe diventano poesia.
    Bravissimo, davvero.
    P.S. non riesco a leggere nemmeno il mio, di pdf…

  2. @ ALE =Grazie.
    E’ stato uno sei più difficli da scrivere. Un po’ perché dovevo tenere alta la tensione e un po’ perché si avvicinava la fine di una bella avventura e sentivo il magone del distacco.
    Per quanto riguarda il PDF, prova a scaricare Acrobat Reader. In rete c’é l’ultima versione. E’ free, serve solo per leggere, ma non occupa tanto spazio nel disco.
    Nel caso non riuscissi, dimmelo che ti invio il file WORD. 🙂

    ps: so che sai passata da Artemisia, la mia. Ti risponderà appena potrà visto che in questi giorni convulsi prima delle feste é indafarratissima.
    Comunque le ha fatto piacere una tua visita. SALLO!! 🙂

  3. Complimenti! Non ho parole per questo finale intenso e misurato, che mi ha avvinto riga dopo riga fino a
    Aspetto che quel corno suoni un’altra volta. Che chiami a raccolta tutti noi per un ultimo viaggio.
    Degna chiusura di un racconto che ho vissuto solo negli ultimi capitoli.
    Grande scrittore!

  4. Grazie. Sono senza parole.
    Grande scrittore?
    Bhè onesto zappatore di grammatica, in lotta con l’ortografia, i congiuntivi la consecutio.
    Comunque le tue parole le conservo come un grande rispetto e affezione.
    Nel caso volessi leggere anche il resto, se vuoi ti mando il PDF.
    Fammi sapere.

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