CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE – Capitoli 42 e 43

42 Capitolo – ovvero “ Prima dell’ultima tempesta”

Se la stanchezza si faceva sempre più presente, ciò di cui non sentivamo assolutamente il bisogno, era quello di sorprese e per di più sgradite. Il cielo iniziava nuovamente a scurirsi. Oramai era pomeriggio inoltrato e la coltre di nubi che ancora gravava su di noi si stava scurendo.“Altra pioggia in arrivo”. Dissi a mezza voce e mi tirai più in alto il collo del mio giaccone mimetico. Cosa perfettamente inutile, poiché era fradicio, sporco di fango e pesante come non mai.I volti segnati dei miei compagni stavano a indicare che eravamo arrivati quasi al limite. Ancora un paio d’ore e i più stanchi, i più provati sarebbero crollati. Rallentai il passo e mi misi a fianco di Darla. Nel suo sguardo lessi la feroce determinazione a non mollare. A dimostrare, credo innanzitutto a se stessa e poi agli altri, che aveva ancora la forza di continuare e che non aveva nessunissima voglia di arrendersi. Eppure il suo passo a volte rallentava, la vedevo ondeggiare, sotto il peso dello zaino. Aveva ricevuto l’incarico di portare cibo e medicinali e non sopportava il peso anche di un’arma, che non fosse stata la pistola che le avevo dato giorni prima. Anche gli altri pian piano iniziarono ad arrancare. Soprattutto quando iniziammo a guadare una serie di ruscelli. Scendere all’acqua e poi saltare di masso in masso, giusto per evitare d’inzupparsi ancora di più. Diventavano quelli esercizi sempre più difficili e pericolosi. Infatti, mentre attraversavamo uno degli ultimi incontrati quel giorno, misi male il piede su una pietra piatta e scivolosa, con il risultato di fare una brutta caduta all’indietro. Mi bagnai di più di quello che ero già, ma di più fu bagnato il mio orgoglio. Mi sentivo il classico gattino sotto l’improvviso acquazzone. Gli altri ridacchiarono, quel tanto da allentare un poco la tensione, ma non fu abbastanza. Intanto la voce del grande fiume iniziò a entrarci nelle orecchie.Dopo un’ultima curva giungemmo al limitare del bosco. Davanti a noi il fiume scendeva gagliardo e attraversata un’ampia radura, coperta da foglie gigantesche ed erbe alte, avremmo ritrovato un guado, tale d permetterci di attraversare il braccio corto del fiume e ritrovarci, forse, al sicuro. Darla, Tauranga ed io rimanemmo ultimi della colonna. Gli altri avanzavano in ordine sparso, scalati di una posizione con il lato più numeroso alla mia destra. Il nostro triangolo doveva rimanere centrale nella formazione.Cautamente iniziammo ad avanzare, quando, eravamo circa a metà percorso, si scatenò un feroce fuoco di fucileria. Le pallottole fischiavano da ogni parte e subito non capimmo se eravamo finiti in mezzo ad un’imboscata, oppure i colpi arrivavano da una parte sola. Mi gettai a terra e infilai la faccia nell’erba e nel fango.

“Stai giù con la testa!”. Urlai a Darla, che era pochi metri avanti a me.Sentivo, ma non capivo gli ordini di Stubbing e le raccomandazioni che si lanciavano gli uni agli altri i miei compagni. Alzai il capo per un momento e mi accordi che alla mia sinistra Tauranga, stava armeggiando con il suo zaino tentando di sfilarselo. Mi parve strano. Mi vide e mi fece segno di raggiungere, strisciando Darla. Lui in qualche modo avrebbe coperto la mia iniziativa. Gli spari provenivano soprattutto dalla destra del nostro schieramento, quindi mi girai verso quella direzione e strisciando e scalciando, ma tenendo il mio Aska65 in posizione, riuscii a raggiungere la ragazza. Distesa, con gli occhi chiusi, sembrava non respirasse. La rassicurai subito, prima che compisse qualcosa di sbagliato.Mi girai di nuovo verso Tauranga, ma l’uomo era scomparso.La fucileria intanto, aveva perso l’intensità iniziale e sentivo che anche i nostri rispondevano al fuoco. In quel momento pensai solo a difendere Darla e me stesso e non avevo assolutamente idea di come uscire da quella situazione. Alzai la testa brevemente e vidi Stark, Holt e Neelya alti sul prato che stavano facendo fuoco di sbarramento. Duca, Soledo e Thor correre bassi verso di loro e poi cambiare direzione e fare lo stesso. Questi ultimi stavano coprendo la corsa di Stubbing, il sergente e di DuRaand. Rimanevamo solo noi. Come presero a sparare, quel punto scattai in piedi, fucile al fianco e con una zampata alzai di peso Darla e le gridai: “Corri più forte che puoi. Corri! Corri!”.

Intanto presi a tirare raffiche brevi, quattro cinque colpi alla volta in direzione di alberi e cespugli alla mia destra. Quella decina di metri la divorammo in pochissimi secondi, poi ci gettammo di nuovo terra, schiacciandoci sul terreno più che potevamo. Mi voltai, ma di Tauranga, nessuna traccia. Non potevo ritornare sui miei passi. Maledissi quei momenti. Si ripeté il ciclo. Un gruppo sparava e l’altro correva. Finalmente ci ricongiungemmo accanto al fiume. Vicino ad alcuni massi e mi accorsi che c’erano dei tronchi gettati tra le due sponde, come una passerella. L’acqua aveva formato una pozza poco profonda, ma la corrente era vigorosa, vista la pioggia caduta. Salire e correre sulla passerella erano un azzardo troppo grande. Saranno stati otto, dieci metri, ma così eravamo un bersaglio perfetto per i cecchini. Poi ancora con il peso dello zaino a rallentarci ed eravamo stanchi, anche se l’adrenalina circolava con forza in noi. Lo sforzo sarebbe stato grande e forse non pagante per tutti. Stubbing pose la classica domanda.“Ci sono tutti?”.

Risposi.“No! Manca il comandante Tauranga. Era accanto a noi, ma già al primo scatto non l’abbiamo più visto. Torno indietro e vado a cercarlo.”.Prima che Stubbing dicesse qualcosa e soprattutto prima che io mi muovessi, ecco la voce del comandante uscire da un cespuglio e lui e il suo zaino si catapultò in mezzo a noi.Coperto di fango e sangue, con la faccia sulla quale c’era un evidente schizzo di color roso intenso, due occhi spiritati, di chi ha ucciso e non solo una volta. In mano aveva un kirkuk, un coltello dalla lama leggermente ricurva, affilatissimo. L’impugnatura era bagnata di rosso e sembrava cosa recentissima.“ Non vai da nessuna parte. Come quei tre bastardi che c’erano alle spalle. L’ultimo aveva questa tra le mani e contava di usarla. Chi la vuole?”.Così dicendo si rigettò nel cespuglio e uscì con un’AMG40 e un caricatore completo.

A Thor brillarono gli occhi: “ Cazzo! Un “semina supposte”. Grandissimo. Amico mio. E’ il regalo che aspettavo da tanto.“. Con un balzo fu vicino al comandante e gli stampò due sonori baci sulle guancie. “Grazie! Grazie! La userò come si deve. Grazie! Avete visto che amicone che abbiamo? Una”semina supposta”! Sei un grande. Adesso che vengano i bastardi. Adesso venite pure, figli di grande cagna. Vi spazzeremo dalla faccia di questa e quell’altra terra!”. Ormai stava andando fuori controllo e ci volle tutta la forza di Holt e del sergente, per non permettergli si saltar fuori dal nostro nascondiglio e mostrare il suo nuovo giocattolo al nemico. “Pazzo bastardo maledetto. Vuoi farci scoprire?”. Gli urlò Stubbing, stravolto da quella manifestazione.

Poi rivolgendosi a tutti noi riprese:“ Bisogna assolutamente passare dall’altra parte. Sergente Luptberg, lei con Duca e DuRaand attraverserete questo guado. Prenda le corde che abbiamo. Le tenderete tra un capo e l’altro del guado. Una volta tesa, al primo giro lei rimarrà di copertura, mentre Duca e il comandante aiuteranno il primo a passare. Lo so ci bagneremo di più di quello che siamo, ma è l’unica soluzione. Rimarrò per ultimo e taglierò le corde. Soledo, mi raccomando la radio. Se qualcuno di voi crede in qualcosa, bhè inizi a pregarlo. Andiamo!”.Il sergente si gettò per primo, stretta la corda alla vita con vigorose bracciate, forse erano le ultime forze rimaste, attraversò la grande pozza. Dietro nuotava Duca, che dopo qualche sorsata di troppo, riuscì a raggiungere anch’egli la sponda opposta. Il comandante non ebbe difficoltà. Le corde andavano e venivano e tutti riuscimmo a passare. Tauranga si tuffò nell’acqua gelida e fece il percorso tutto in apnea. Quell’uomo era fonte di sorprese continue. Prima si era mostrato una sorta di deficiente, poi un attento analista, infine uno spietato assassino e per ultimo un grande nuotatore. Per essere dei Servizi Informativi del Congresso Continentale occorreva certamente possedere qualità superiori. Anche il comandante DuRaand era della medesima pasta. Forse con una predilezione per il dialogo, più che per lo scontro fisico. Certo si era dimostrato un attento e gelido attore, quando lo incrociammo per la prima volta.

I banditi non sparavano più se non radi colpi e concretamente a casaccio. Si erano concentrati più verso il centro della radura e la parte più lontana dalla passerella, che puntare verso la nostra parte. Gliene fummo grati. Confusi con le ombre degli alberi e della prima sera riuscimmo a raggiungere la casamatta. L’entrata era nascosta da grandi felci e dopo un breve corridoio, si apriva una grande stanza. Da un lato una sorta di focolare, per il resto, l’arredamento era formato da due vecchie reti rotte e arrugginite abbandonate in un angolo. Lungo il muro principale si aprivano alcune feritoie e dietro tre buchi nel muro permettevano coprirci le spalle. La fioca luce di una lampada, sopravvissuta agli strapazzi dei giorni a dietro, illuminava la scena su quella che poteva essere il luogo della nostra ultima resistenza. Fui preso da una profonda depressione. Rimanemmo in silenzio. Iniziava l’ultima notte?

Dal diario del Capitano Stubbing.

 Siamo alla fine. Intrappolati come topi sul fondo di una trappola. Non ci rimane che difenderci sino alla morte.

Capitolo 43 – ovvero “Difesa estrema”

Passato il momento di sconforto generale, ciascuno di noi si diede da fare per organizzare al meglio la difesa. Ci spartimmo i compiti. Soledo e Neelya iniziarono a trafficare con la radio, cercando di collocare nella maniera più conveniente l’antenna e di lì a poco iniziarono a mandare gli appelli d’emergenza. Thor ed io prendemmo tutte le munizioni e iniziammo a dividerle. Con l’ultima scatola di cartucce riempimmo i caricatori vuoti e poi li distribuimmo a tutti.Darla intanto aveva diviso le provviste e organizzato con i resti delle brande una sorte d’improbabile posto di soccorso medico. Aveva distribuito vicino ai giacigli, gli ultimi resti del kit medico La guardavano sottecchi e quelle due nocciole avevano perso completamente quei riflessi d’oro che tanto mi avevano incantato. Ora erano due bottoni di colore palude, di foglie morte che imputridiscono nel fango e nell’acqua stagnante. Si erano spenti quasi del tutto. Forse più di altri sentiva che quelli potevano rivelarsi gli ultimi momenti di una vita spesa per tutt’altro e invece un destino bastardo l’aveva condotta tanto lontana da rischiare di non essere più lei. L’aveva costretta a dover compiere, forse, un gesto da lei tanto detestato, a quel che mi parve di capire. Dover usare un’arma da fuoco, con il rischio reale di rapinare una vita per salvare la propria. Lei, che cercava le ragioni di questo presente in un passato avvolto dalla polvere e dalle risposte difficili a domande semplici, avrebbe dovuto dare la risposta più crudele a una domanda altrettanto crudele. Una vita per un’altra, senza soluzione, senza remore, solo per l’atavico desiderio di sopravvivenza contro un uguale bisogno. Sentivo chiaro, ora che preparavo strumenti di morte, che eravamo arrivati alla fine della corsa. L’ultimo stadio dell’involuzione umana. Uccidere per non essere ucciso. In fondo che ne sapevo di chi era fuori da quelle mura? Chi erano e cosa pensavano in quello stesso momento? Avevano anche loro dei rimorsi per quel che avrebbero fatto? Stavo rimpiangendo le scelte su cui non avevano operato, oppure quei pensieri erano tanto lontani; tanto da non appartenere più al loro modo di vivere?

Fui distolto da quei pensieri e dagli altri che necessariamente si sarebbero aggiunti e sovrapposti con il passare del tempo, dalla voce di Stubbing.

“Prima di attribuire gli incarichi per l’ultima, a quanto pare, difesa vorrei dire due parole. Vi ringrazio tutti quanti. Per la partecipazione a quest’impresa. Nessuno escluso. Siete e sarete per me compagni preziosi con cui ho vissuto momenti indimenticabili. Ho conosciuto il vostro valore, la vostra preparazione, la vostra lealtà. Mi spiace solo che debba finire così. Solo con la determinata volontà di compiere, fino in fondo, il nostro e vostro dovere. Non ci saranno marce di trionfo o medaglie di cui onorarsi. Ci saranno solo spari e odore di morte. Vorrei che mi scusiate per non aver adempiuto la promessa di portare a casa la pelle. Spero che tutto ciò non muti i sentimenti che provate per me. I miei non sono assolutamente mutati. Per me siete e rimarrete degli eroi.”

Detto questo … alle feritoie pensavo di mettere i comandanti DuRaand e Tuilagi con Corso e Thor. Soledo tu alla radio. Continua a inviare i segnali di soccorso. Neelya, Lutpberg e Duca a difesa della parte posteriore. Dottoressa Arvig a lei l’ingrato compito di soccorrere come e quando può i feriti. Stark per il momento dovrà preparare con l’ultimo esplosivo delle cariche trappole. Qui non deve entrare nessuno di loro. Holt. Tu ed io usciremo e vediamo di colpirli da fuori. E’ tutto ciò che mi è rimasto da dire. Comandante DuRaand? Comandante Tuilagi?”. DuRaand sospirò, poi con voce piana e calma, per il momento che stavamo vivendo, disse. “Non ho altro da aggiungere. Le parole del Capitano Stubbing, le avrei dette anch’io. Signori: buona fortuna.”.

Fece poi un gesto che mi colpì, a ognuno di noi strinse la mano, guardandoci fisso negli occhi, quasi a trasmettere con quello sguardo una forza, una determinazione che non sarebbe dovuta venire meno nei momenti dello scontro.

Ci sparpagliammo e prima di raggiungere la mia posizione, mi fermai vicino a Darla.: “Avrei tante cose da dirti, ma le parole ora sono preziose come le poche munizioni che abbiamo. Una cosa però ti devo dire e se non lo faccio ora, non so se avrò un’altra occasione. Ti amo e …”. Poi le parole mi si strozzarono in gola. La mente si azzerò, il cuore iniziò a battere sempre più piano, invece di accelerare, quasi volesse fermare il tempo su quell’ultima frase, su quelle due parole. Che racchiudevano un futuro, quasi impossibile, irrealizzabile. Un’altra promessa che rischiavo di non poter mantenere.

Mi fissò e per un attimo, importante e meraviglioso, quelle due foglie smunte si trasformarono in quei due laghi dorati che tante volte avevo immaginato e che per un paio di volte avevo visto. Mi strinse e le nostre bocche si unirono. Un bacio breve e sofferto, dal sapore agro dolce delle possibilità e non quello amaro del rimpianto o acre che sa di rimorso. Tuffò ancora una volta il suo volto nel mio petto e la sentii singhiozzare. Impercettibilmente, quasi fosse una vergogna non saper affrontare virilmente quei momenti. Avevo paura e avrei pianto anch’io, ma proprio le lacrime non mi salivano. Sentivo un’oppressione al petto, che non riusciva a trovare una via di sfogo. Ci staccammo con un’ultima carezza, leggera, pudica e raggiungemmo le posizioni assegnate. Nel passare accanto a Thor, lui mi diede una scatola aperta. Dentro la crema da mimetizzazione per il volto. Come se ce ne fosse ancora bisogno, tanto eravamo coperti di fango. Capelli, mani, unghie, divisa. Tanto che mi spalmavo quella crema sulla faccia, mi ricordai di quella volta che partecipai a un’esercitazione. Ogni tanto le facevamo. Esercitazione di difesa del suolo patrio. Così erano chiamate pomposamente. L’ultima volta decidemmo di difendere strenuamente il forno del barbecue. Dopo ogni esercitazione c’era il barbecue ed era quello che ci spingeva a partecipare ai quegli infantili giochi bellici. Così li consideravo e mai più avrei immaginato che il gioco si trasformasse in una realtà tanto tragica per no. Quel giorno, ricordo, che eravamo avvolti da una nebbia fitta e a un certo punto ci fu impartito l’ordine: “Fate fumo”. Lanciare dei fumogeni in mezzo a quella caligine, mi parve la cosa più scema da compiere. Thornbijorn ed io, di quel fatto ridemmo e di gusto, per le settimane successive. L’idiozia della guerra l’avevo ora sott’occhi, a portata di mano. Intanto gli otturatori schioccavano. Tutti noi avevano pulito le armi, il meglio possibile e con il tempo limitato. L’attacco era imminente e non volevamo rimanere senza difesa, anche se un’arma sporca avrebbe causato guai proporzionalmente peggiori.

Iniziò così l’attesa dell’ultima alba. La luce fioca della lampada, l’ultima rimasta, era ormai finita e vivevamo nella tenebra. Quasi un presagio maligno di quanto poteva toccarci in sorte. Dal mio pertugio inizia a scorgere un cielo bigio e osservando meglio, quel poco che potevo guardare fuori dalla feritoia, mi accordi che l’erba era alta e potevo scorgere gli zampilli dell’acqua che s’infrangeva contro le rocce, bagnate dalla corrente impetuosa. Mi feci persuaso che di lì non sarebbero mai arrivati. Intanto la luce aumentava e pallidi raggi di un sole che faticava a trapassare le nubi, si scorgevano di tanto in tanto. Un pallido lucore invase anche il nostro stanzone. La sensazione di abbandono era straziante.

Thor si scostò dalla sua feritoia e si diresse verso il lato sinistro della stanza. “ Venite a vedere. Qui ci sono altre feritoie. E’ più facile che ci attaccheranno da questa parte.”. Così dicendo, con le mani strappava erba e rami d’arbusti. Stubbing e il sergente si avvicinarono. Era vero. C’erano altre tre feritoie su quel lato, che l’erba e i cespugli avevano coperto. La poca luce che riusciva a filtrare aveva dato modo di scoprirle. Stubbing prese possesso di una mentre nell’altra Thor infilò la minacciosa canna del suo nuovo giocattolo. Holt si mise nelle tasche alcune provviste e prese gli ultimi caricatori del Gunna689, il suo fucile da cecchino.

“Buona fortuna a tutti. Ci vediamo dopo, quando tutto questo sarà finito.”.

Si avviò all’entrata del cunicolo, che portava fuori la costruzione. Si sarebbe nascosto tra le erbe a fare ciò per cui era stato addestrato. Uccidere senza essere scoperto. Sarebbe stato solo, senza nessun aiuto e per questo aveva bisogno di tutta la sua fortuna. In quel momento, credo che nessuno di noi avrebbe rinunciato a un po’ della propria per fargli un regalo. Lo sapeva e nell’uscire si voltò un’ultima volta. Ci guardò, strizzo l’occhio e scomparve. Il tempo pareva non scorrere mai. Più passava e più la tensione aumentava. Stark aveva finito di minare l’ambiente. Chi entrava sarebbe saltato in aria. Aveva ancora due detonatori. Uno a tempo e l’altro con il semplice sistema a filo. Un filo collegato a una carica. Strappi il filo, scatta il detonatore. Boom, fine della partita. L’avrebbe usato chi rimaneva vivo tra gli ultimi e comunque prima di abbandonare quel posto, nel caso di una sortita finale. Rimanemmo con le orecchie tese per sentire se avevano o meno intercettato Holt. Solo il richiamo lontano di qualche uccello e il sibilo del vento, accompagnavano la nostra ricerca. Poi il gracchiare alla radio. “Avvoltoio in posizione. Sono dietro alcuni massi alla sinistra dell’entrata. Circa duecento metri. Nessuno in vista. Lo spazio per l’atterraggio di un TraspAir c’è ed è abbondante. IL fiume, da quel che vedo copie ancora un centinaio di metri, poi sparisce e sento il rombo di una cascata o forse sono una serie di cascate e rapide. Speriamo che il lavoro di Vipera non vada in malora. Avverto come il solito”.

Tirammo tutti un sospiro di sollievo e la ragazza chiamata in causa si mise a ridere piano. Avere due occhi e soprattutto un buon fucile all’esterno aumentava di un poco, pochissimo le nostre speranze. Meglio che niente, mi dissi. Intanto darla passò da tutti. Aveva trovato l’ultimo pacco di combustibile e con l’aiuto di Soledo, di una gavetta e un po’ d’acqua aveva fatto un orrendo caffè, ma che sul momento ci sembrò nettare. Sgranocchiammo qualcosa, gli ultimi avanzi e riprendemmo ad aspettare. Mi ricordai improvvisamente di un libro che avevo letto. Parlava proprio della’attesa, di un deserto e di un nemico che non si era mai presentato e che forse, non si presentò mai. Ricordo confusamente che all’attesa erano legate le dinamiche di un gruppo di persone, che in una fortezza erano pronte a fronteggiare un nemico. All’attesa si sommavano anche le personalità e il modo con cui l’autore le aveva espresse. Rancore, paura, coraggio, piccole grandi rivalità, odio. L’animo umano messo a nudo da una possibilità. Non ricordo il titolo, so che c’entrava un deserto. Forse era un simbolo, il deserto. In un luogo inospitale, al limite della sopravvivenza l’uomo si misura con se stesso e con gli altri facendo emergere tutte le contraddizioni, tutte le attese vissute e ancora da venire. In contrapposizione e in rapporto a quelle dei vicini, dei compagni, degli antagonisti. Sorrisi a Darla, quando si presentò con quella brodaglia indegna. Anche lei si era pitturata il volto. Tratti marcati e separati, non quel mascherone che noi uomini c’eravamo procurati. Aveva levato via il fango alla faccia e si vedeva solo la crema verde e marrone ben applicata. Anche in quello era rimasta donna, non aveva voluto far cadere neppure un momento la sua femminilità. Mimetizzata sì, ma con stile e se vogliamo con un tocco di eleganza. Seguivo quei pensieri ed ero persino contento di averne la compagnia, così la tensione che vivevo, si stemperava e mi sembrava di essere più lucido, per il compito che mi attendeva.

Nella radio gracchiò la voce di Holt. “ Arrivano. Stanno superando il ponte. Ne conto una cinquantina. Ranger, in culo al mondo!”.

Finalmente. Era cominciata.

Dal diario del Capitano Stubbing.

 Ciò che attendevamo, finalmente è arrivato. Dimostrerò fino in fondo che la scelta compiuta, è stata buona. Spero di portare a casa la mia pelle e anche quella degli altri. Solo allora sentirò di aver adempiuto e bene al mio dovere.

2 pensieri su “INUTILI TRACCE – Capitoli 42 e 43

  1. Leggo questi due capitoli tutto d’un fiato, perché sei riuscito a rendere bene l’atmosfera di quei momenti tragici. Giusto rapporto tra tono e stile che convince il lettore a proseguire la lettura.
    Complimenti.

  2. Grazie di cuore.

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