CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “A NordOvest”

UFFICIO FACCE – Giugno 2020

In questi tempi di pandemia , anche i pensieri stupidi, erano di scarsa qualità.

Adesso che è ritornata una inuasuale normalità, per favore, continuiamo così.

Grazie.

NEW_UFFACEUfficio Facce

Malgrado tutto …

Malgrado tutto ….

BUONA PASQUA

Tredici lustri

Da domani inizia il mio tredicesimo lustro. Più un anno, visto che che 66 : 5 é uguale a 13 e 1. Un anno appunto. Fatevi i calcoli se volete,  é una sorta di arzigogolo che mi sono anche ingegnato a pensarlo, visto che oramai il tempo me lo faccio passare come meglio credo. Già: il tempo, con cui fino a pochi mesi fa vivevo e lo pensavo con quella sottile angoscia e qual rovello, sorta di mantra del Cappellaio Matto: “Presto che é tardi!!”

Era sempre tardi o presto per fare qualcosa, per dire qualcosa, come se il tempo fosse una variabile fuori contesto, fuori controllo … Fuori di e da tutto e del tutto. Eppure questa distopia governava, indirizzava la mia vita, e solo ora con angoscia me ne rendo conto, era finalizzata ad un unico scopo: vivevo per lavorare e non il contrario. La differenza è notevole, basilare, fondamentale. Ora che tutto ciò é finito, sento di essere entrato in una dimensione aliena, ma  comincio a coglierne il significato, a provare le migliori sensazioni. Mi sento vivo per me e per gli altri. Prima nutrivo una sorta di cancro, non so spiegare, ma gli anni passati sono andati e ciò che ho perso, è perso per sempre.

Mi viene in mente il discorso del replicante in Blade Runner … “ho visto cose che voi umani neppure riuscite ad immaginare” e termina con un angosciante ” E’ tutto finito. Ora non resta il tempo che di morire”. Le frasi non saranno esatte, ma rendono il senso di una fine. La fine di un epoca, di un periodo, ma la fine di una cosa non necessariamente preclude l’inizio di un’altra. Anzi si dice che chiusa una porta si apre un portone o una finestra, in ogni caso si crea un’opportunità, un cambiamento.

Come questo post. Doveva essere un bilancio, quasi analitico, ma in fondo quel che dovevo dire di quest’anno l’ho già sparso abbondantemente nei post precedenti.

Sono andato in pensione e l’INPS paga bene. Asservire quel tempo é servito.

La Leonessa prenderà un seconda laurea. Dopo essere stata licenziata con una e-mail, confusa, nei modi, ma non nella sostanza : “Sei fuori !!” La gioventù e la grinta, la salvano. I suoi impegni nel sociale l’aiutano e non le manca il nostro affetto e il nostro sostegno.

Aremisia, la mia, si é aperta una nuova strada nel mondo artistico con l’iconografia e i risultati si vedono e come si vedono. Una sua icona fa parte degli arredi sacri della nostra chiesa parrocchiale. Un suo sogno si é realizzato.

Piccole grandi felicità; piccoli grandi problemi, che fanno dire come il buon Dylan “I tempi cambiano” e noi con loro, più che altro a giustifica della nostra esistenza, soprattutto a noi stessi. Siamo individui, ma consapevoli anche di far parte di un consesso umano, benché questo consesso di umano dimostra poco o nulla.

Ora ho un tempo diverso per dimostrarlo, se non al mondo almeno a me stesso e nei prossimi trecentossessantasei giorni futuri, questo tempo me lo voglio proprio prendere.

                                                                         Buon Anno a Tutti

 

Ripensando

Ripensando ai trecentocionquanta, più o meno, giorni passati mi accorgo che questo 2019 è stato l’anno del grande cambiamento. O almeno io lo ricorderò tale, finche ne avrò memoria o finché avrò la capacità di ricordarlo. Grande cambiamento perché da uno stato di perenne agitazione, di stress overdrive, con continui picchi adrenalinici; improvvisamente o quasi, sono passato ad uno stato di quiete, di leggera e inebriante atarassia. Nulla di grave o patologico, ma è stato come scendere dalla mitica Ferrari Effetrenovenove, di zelighiana memoria, e iniziare a spingere un monopattino. Dal jet al parapendio, dalla maratona di New York alla passegiata nel giardino di casa.

Si chiama effetto pensione ! Perché adesso appartengo ufficialmente alla categoria delle “persone ritirate dal lavoro”. Così vengo definito dall’ISTAT. Lo so, è più facile pensionato; per certuni é un momento qualificarmi come “umarell”; con quella, più o meno sottile, malagrazia con cui si etichetta qualcosa o qualcuno.

Sinceramente non me ne calo, anzi ho scoperto la novità e tale mi stupisce ancora. Quasi sia una quotidiana sorpresa, una stanza dell’anima sempre viva e foriera di novità, dispensatrice surrettizia d’ogni cosa che mi capita. E’ bella questa ignoranza. Non essere più angosciato dagli spasmi della previsione, dalla maniacale preparazione a chissà quali eventi negativi, incombenti, immanenti, ineluttabili ed ineludibili. Costringendosi ad una routine distopica, afffinchè nulla potesse incrinare quell’immobile realtà che vivevo, che esigevo replicarsi ogni giorno senza soluzione di continuità.

Vivevo, mi costringevo e, per certi versi, costringevo a vivere questa realtà e ora che mi ritrovo ad essere padrone del mio tempo, mi rendo conto di aver commesso un madornale e assoluto errore. Non ho vissuto o lo fatto male, una bella fetta della mia vita. Quasi quarant’anni come un criceto nella ruota, fulgido esempio di idiozia umana applicata alla propria esistenza. Chissà cosa pensavo, cosa ho pensato di fare in tutti queglia anni. Le cose che mi sono negato, che ho negato agli altri; in nome di cosa?

Non so proprio o se lo so, mi vergogno a dirmelo, perché mi rendo conto di aver commesso un qualcosa così difficle da esprimere che diventa altrettanto difficile perdonare e perdonarsi. Una colpa che si emenda piano piano e ho iniziato a farlo dal primo settembre. In verità è dal quattordici di novembre che mi posso fregiare del titolo, con tanto di ruolo e posizione INPS. Intanto ho iniziato già dalla fine estate il lungo percorso di disintossicazione. Di modi ne ho trovati: sono iscritto all’Uni3 e seguo il corso di inglese, accorgendomi che le scale della conoscenza sono irte e, non sono più il giaguaro di una volta, ma non dispero di sapere perché : the cat is on the table. Il primo mistero del Surrey. (A Fatima li hanno finiti tutti a Lourdes non hanno tempo, se non per confezionare “gilet”).

Mancano ancora pochi giorni e anche quast’anno andrà in pensione pure lui e vista la crisi dell’edilizia e delle grandi infrastrutture non mi troverete dietro le assi del cantiere a sbirciare e commentare lo stato avanzamento lavori, in più non ho l’abitudine di frequentare il bar.

Comunque … Ci si vede in giro, tempo, moglie, gatto , inglese permettendo, perché se il tempo non é proprio dalla mia parte, almeno è tempo di godermelo.

BANZAI – 3^ parte

RSA -ITA

49-3

E’ andata così. Senza se e senza ma. O forse un qualche se e una manciata di ma, ci potrebbero anche stare . Forse.

Forse perché una bella Italia così non la vedevo da tempo. Forse perché se non avessimo avuto la sfortuna di perdere nel giro di 15, dicasi quindici minuti i due piloni sinistri per infortunio e dopo una ventina di minuti anche il tallonatore, forse la partita sarebbe stata diversa.

Avremmo perso, diciamolo pure, ma non in quella maniera. Non con un risultato che ci penalizza più del dovuto. E’ vero che se per l’out dei due piloni c’è stato l’imponderabile dell’infortunio e, malaugurata sorte, che si infortunasse prima il pilone titolare e poi il suo sostituto, questa è sfiga epocale. Diciamolo. Quando mai si è verificata una cosa del genere? Le probabilità sono di una su millemila.

Per quanto riguarda il tallonatore, le cose sono diverse e ben più gravi. Azione difensiva e il nostro tallonatore, spinto dal furore del momento, insieme ad una altro sciagurato solleva in aria un avversario e lo rovescia a terra. Tutto regolare penserete. Invece: primo non puoi alzare l’avversario e farlo cadere a terra. Secondo: devi accompagnarne la caduta e mai, dico mai, farlo cadere di testa. Invece, per l’appunto, il nostro due l’ha subito fatto. Con il risultato che l’avversario è rimasto stordito per qualche tempo, approfittandone e dando enfasi (Ma ci sta) e il nostro sicofante ha preso la strada della panchina: espulso con tanto di cartellino rosso e per lui i mondiali sono già finiti. Vista la conseguente squalifica che subirà. Intanto per una sessantina di minuti i nostri hanno dovuto giocare in quattordici. I compagni lo hanno ringraziato con occhiate così torve da gelare il sangue. Con giusta ragione.

Così facendo sono saltati tutti gli schemi. Non solo i nostri, ma anche quelli degli avversari. Venendo a mancare uomini di prima linea e avendo terminato anzitempo i cambi di prima linea, per le leggi del rugby, le mischie ad esempio sono da giocarsi “no contest”. Cioè gli uomini si legano per la mischia, ma è vietata ogni tipo di spinta e quindi non si può intervenire assolutamente contro l’avversario in fase d’apertura del gioco

Insomma una delle fasi più spettacolari del gioco, vien a macare e di conseguenza c’è stato il bisogno di rimodulare i giochi di attacco e difesa. Pensare che se non fosse stato per questi malaugurati accidenti l’Italia ha retto il gioco e ha impensierito gli Afrikaans. Forse non così tanto, ma un po’ d’ansia l’hanno patita. Perché diciamocela tutta. Noi siamo noi, ma loro di Coppe del Mondo, ne hanno messe in cascina due e Firenze è un lontano, seppur meraviglioso ricordo.

Abbiamo fatto la nostra parte e per certi tratti anche qualcosa in più, ma il divario rimane enorme. Loro avevano impostato la partita sulla forza fisica, un po’ come la partita d’esordio contro gli AB. Con i Tutti Neri non è andata proprio come avrebbero voluto e anche con noi, il gioco non è che gli sia riuscito poi tanto bene. Perà la stoffa è diversa e ci siamo piegati ancora una volta al volere della palla ovale. Qualle con la o maiuscola. Il resto è storia.

Una storia che ancora una volta ci premia, però.

Nel 2023, ai prossimi mondiali ci saremo, visto che siamo terzi nel giorne. Perchè il 12 ottobre contro gli All Blacks ci sarà un’altra partita a senso unico. Lo sappiamo già. Sono sicuro che faremo la nostra figura. Forse con la effe maiuscola e sarebbe già una gran cosa. Da Shizuoka è tutto.

Dal vostro Bislungo

Buon Rugby a Tutti

Come Quando Fuori Piove

Come quando fuori piove ad alcuni potrà sembrare uno scioglilingua, ad altri una cantilena per bimbi, ma per i più scafati o per coloro che hanno una sostanziale “puzza” sotto il naso è un richiamo, cui non ci si sottrae con facilità.

Il richiamo del tavolo verde.

Come lo so? Chiaro che lo so: sono il due di fiori. I fiori sono quel seme delle carte, nero, che ricorda molto il giglio di Francia. E’ vero. Con il tempo sono cambiato, asciugato, stilizzato, ma il ricordo del “Lys de France” rimane ancora nel mio DNA.

Come due di fiori, sono diverso dal due di cuori.

Evidentemente, direte voi.

Evidentemente.

Il due di cuori è il simbolo dell’amore.

Due cuori, significa due persone, sottendente ad un progetto amoroso, tra due esseri. Almeno lo stare insieme è già progettuale rispetto al solitario asso.

Il tre mi risulta ambiguo. Lui, lei, l’altro lo so è di fin più facile lettura, però cambiando prospettiva è il raggiungimento della pienezza del progetto, di cui sopra. Quattro poi è un classico. Qualcuno dice il top.

Dal cinque in avanti è già folla. Per qualcuno un’orgia almeno fino al dieci, poi …

Poi si arriva al Fante e qui iniziano le dolenti note. Sì perché  se per il Re sappiamo tutto o quasi , o  immaginiamo di saperlo, per il Fante, non è proprio così

Il Re è la punta della piramide, praticamente di ogni seme.

Lui in fatto di amore, di affari di cuore, di sentimenti, sa già tutto, ha fatto tutto,  ha vissuto tutto.

Può solo insegnare e quando ne ha voglia, lo fa.

Sempre, però con quel distacco, che ha volte sa di supponenza, di protervia, di saccenza.

“Già fatto, visto, provato”

Questo è il Re.

Invece la Regina in quanto donna, è femmina, almeno quella di cuori.

Le altre tre hanno altre differenze, più o meno ragguardevoli

Nella sua femminilità, la Regina di Cuori, sa diventare amante ingorda, madre premurosa, angelo del focolare e demone distruttore. Secondo i casi, le opportunità, le situazioni. Il mondo femminile sappiamo tutti che è composto, composito e a volte assolutamente insondabile.

Per quanto riguarda il Fante, il programma cambia.

Innanzitutto corre il rischio di passare per il giovin a tutto campo.

Giovin signore o amoroso, garzone di bottega, apprendia. E’ sempre un vorrei, ma non posso e se potessi, non so se ce la faccio a farcela.

Insomma: l’eterno incompiuto. Poi ancora in certi luoghi e certe situazioni non è Fante. Passa direttamente a Cavallo e non di cuori, ma di coppe, bastoni o spade. Rimangono i denari. Perché per assonanza visiva i quadri possono essere denari. Ma questa è un’altra storia e la racconteremo un’altra volta.

Anzi … Un accenno Che le coppe diventino cuori, ci sta. Possiamo leggerlo come il luogo fisico dove si raccolgono i migliori sentimenti e anche a cercar bene la migliore delle bevande.

Fiori che diventano bastoni. Ci sta anche quello. Il fiore può avere un padre legnoso. Un fiore di pesco, ciliegio ha bisogno di un tale padre. Quindi il bastone, non è poi così estraneo.

Le picche, bèh, sono quasi conseguenza a diventare spade. Già dalla forma, che ricorda un cuore acuminato e con tanto di manico. Allungate e ristrette ecco trasformarsi in lame di spade. Ci sta tutto.

E via, occorre anche da parte vostra un po’ di fantasia e immaginazione.

Pensate soltanto a chi vi sta parlando.

Per i denari o quadri,  valgono altre regole. I quadri rappresentano la concretezza delle cose, dei fatti, sono prove e non ipotesi. Nei quadri due più due risulta sempre quattro. Negli altri semi occorre attendere a chi partecipa alla somma. Non sempre i cuori viaggiano a coppia. Nominalmente esistono, ma sentimentalmente possono difettare. Anche i fiori rigoglioso gli uni e smorti gli altri e le picche. Quante volte le troviamo spuntate.

Insomma i denari o quadri sono dotati di una loro intrinseca solidità. Poi in certi giochi primeggiano e fanno sfoggio di un mal celato splendore. Alcune carte poi, sono quasi imbarazzanti, per quanto riempiano di se, la scena.

Eppure.

Per noi fiori invece è tutta un’altra storia. Siamo sognanti e facciamo sognare. Diamo un tocco di gentilezza, amiamo offrire il bello. Anche quello intrinseco in noi. Lo so molte volte siamo fin troppo sfrontati, soprattutto nell’utilizzo dei colori e di certi colori.

La violenza di un rosso, di un giallo. Quasi squadernanti con una sguaiata allegria. Poi in certi momenti dell’anno, non capiamo più nulla e mescoliamo colori a colori, quasi che la tavolozza non riesce neppure a raccapezzarsi. Tante e tali e sfumature. E’ vero che dura un momento, ma è un ubriacatura tale, che ci vuole una stagione intera per riprenderci e nel riprenderci siamo più attenti, più delicati. Quasi timorosi di farci vedere.

Poi naturalmente, ci riprende la mano e allora sappiamo come va a finire.

Ora però occorre andare a parare in note, ahimè dolenti.

Picche e il suo drammatico due. Sappiamo che picche e spade sono sinonimie non per questo dobbiamo dolercene. Tagliano, recidono, allontanano. Qualcuno deve fare lo sporco lavoro. Non son tutto cuori e fiori e qualche spicciolo.

Piuttosto a menzionare il due di questo seme, sì, che son dolori.

Se il due di cuori è amore e principio di progettualità, il due di picche, agli antipodi, è il soggetto della pena e del disfacimento.

In fondo come si dice “Ti ha dato, gli o le ho dato il due di picche!”.

E’ il ben servito, la maniera per scacciare qualcuno, più che qualcosa, dalla propria vita. Può essere regalato con le parole, un’occhiata di trasverso; per lettera o più al passo coi tempi con un messaggino, un tweet o un altro mezzo veloce e spietato in uso con i cosiddetti “social”.

Non ha appelli. Nessun grado di ulteriore giudizio è ammesso. Chi lo emette è allo stesso tempo giudice, giuria e carnefice. Brillante come la lama della mannaia, è odorosa di canapa e sapone, il due di picche ha lo sghignazzo della Trista Signora.

Anche il resto del mazzo di picche non è che se la passi bene.

Prendi la Regina. Poverella, è destinata a far la figura della menagramo. Quasi fosse l’archetipo della strega, malefica e candidata naturale al rogo. Sì è vero, è un po’ severa, ma dalla severità passare ad essere una sorta di vaso di Pandora, mi sembra eccessivo.

Intanto però la vita continua, tra alti e bassi, tra gioia e pena, interessi e tenere bellezze.

Come Quando Fuori Piove.

BANZAI – 2^ parte

ITA – CAN

48 – 7

Come è buono lo sciroppo d’acero? Abbastanza, ma non crediate che sia andato veramente tutto liscio. Anzi in certi momenti abbiamo faticato e non poco.

A onor del vero il risultato si era consolidato già nei primi minuti del 1 tempo con uno splendido 17 a zero in una manciata di minuti. Poi qualche fiammata canadese, ma un Italia così solida, determinata e cattiva, non la ricordavo. Anzi credevo di aver videre un’altra squadra. L’Uruguay ad esempio che alle Fiji ne ha rifilati 30 prendendone però 27. Però? Ma sinceramente chi li ha mai sentiti gli uruguagi bislunghi? Argentini si, ma oltre il Rio della Plata … Il deserto.

Invece ecco qua 15 gaucios che sono da prendere con le molle. Mai domi e decisamente determinati. Sorpresona di quasti mondiali.

Veniamo ora al secondo tempo. Ah dimenticavo: i canadesi, simpatici patatoni quasi alla fine del 1 tempo filano in meta come missili (la nostra difesa stava rimirando i ciliegi, sperando di coglierli in fiore). Peccato che il pallone lo facciano viaggiare avanti piuttosto che indietro. Meta annullata. Ma sinceramente la meritavano. Almeno per l’impegno. Tale dei nostri a rimirare i ciliegi di cui sopra.

Bene. Dicevamo del secondo tempo. I nostri subito arrembanti e via così prima una poi una seconda meta nel giro di qualche minuto e siamo di nuovo in pista. Orami le 4 mete le avevamo in cascina con il relativo punto di bonus. Ed ecco che come al solito ci sediamo, attendiamo alla cerimonia del the, speriamo di vedere un incontro di sumo.

Risultato. Il Canada ci rifila una meta più trasformazione, dopo aver fallito, per un ulteriore avanti, una meta in precedenza. Interessante è stato l’uso attento che ha fatto l’arbitro del TMO. Infatti rivedendo le immagini si è scoperta la magagna. In fondo però, i figli della foglia d’acero se la sono più che guadagnata e meritata, la seconda meta. Impegno, dedizione, coraggio. Ma anche tanti falli (hanno subito una meta tecnica più un cartellino giallo da 10 minuti) forse troppi. Su tre mete solo una è stata qualla buona. Alcune cose son da rivedere. Disciplina innanzi tutto.

Nella palla ovale gli sbagli comunque siano, li paghi tutti e li sconti immediatamente.

Comunque anche i nostri, bevuto il the e visto il sumo, si sono nuovamente scatenati. Risultato 48-7.

Un Italia migliore di quella dell’esordio. Più tenace e caparbia. A volte frizzante come un buon lambrusco, giusto per una fetta di buon culatello o una scheggia di parmigiano. Ci sono nuovi elementi che se ben curati ci daranno soddisfazione. I senatori, primo tra tutti capitan Parisse (Capitano, mio Capitano) possono dormire sonni tranquilli. I cambi ci sono e di qualità.

Un’ultima annotazione: l’arbitro … Mitico Niegel Owen. Un monumento vero e proprio della palla ovale. Forse il migliore in circolazioone. Come dire Collina con i pali ad acca. Vederlo arbitrare, commentare le azioni e parlare con i giocatori è il massimo. Ci sono alcuni filmati su “YOU TUBE” esplicativi. Meritano.

Da Yokohama è tutto. Saluti dal Bislungo e naturalmente

Buon RUGBY a tutti

BANZAI

ITA vs NAM

47 – 22

Allora è cominciato. Il Mondiale per la nostra Italia è iniziato bene … Almeno per la vittoria. Per il gioco in se … mhmmmm… Parliamone.

Eh sì, perché già dall’inizio ho tremato. dopo neanche 5 minuti sotto di una meta e una trasformazione. Gioco alla vivailparroco, troppa fretta, troppa voglia … Troppa in tutti i sensi. Ma dico io e non solo io, ma anche i commentatori, perchè non fare le cose che siamo abituati a fare e le poche cose fatte bene? Invece … Tutto e subito. No!!! Maledizione. Quando hanno capito che le cose fatte all’italiana sono le migliori allora abbiamo dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno (Ce ne stato, ve lo assicuiro) ed abbiamo fatto mete in niente. Affondando nella difesa africana, come il coltello nel burro morbido.

Però prima e anche dopo, ci siamo complicati la vita, non sapete quanto, se non avete visto la partita e se lo avete fato, converrete con me. Prima della fine del primo tempo abbiamo sprecato ben 4 occasioni di una facilità imbarazzante. Tant’è che avevo persin voglia di spegnere a adare ancora un po’, sotto le coperte. Ormai, mi ero alzato alle 6.30 (Maledetto fuso orario) fatto colazione e lavato come il gatto, che ha pensato bene di sdraiarsi su di me e abbiamo visto la partita insieme, praticamente e son rimasto fino alla fine.

Comunque ho sofferto, come sempre e in fondo sono contento . Abbiamo vinto, preso il punto di bonus (Fatte più di 4 mete all’avversario) quindi siamo in testa alla classifica del giorne con 5 punti anzichè 4 e siamo davanti agli AB. Però non gasiamoci , anzi …

Non possiamo neppur dire occhio alle penne. Oltre ai ragazzi di Windhoek abbiamo con noi i ragazzi del grande nord fatti a foglia d’acero (Canada) e fin qui ce la possiamo giocare. Poi gli Springboks e sarà dura, ma molto dura e infine quelli con i quali tutti vorrebbero giocare, ma non giocarci contro. Sì bravi, indovinato. Proprio loro: i figli della lunga isola conosciuti come All Black.

Sinceramente andare ai quarti, che per noi sarebbe un risultato storicamente epico e chissà se nella mia vita potrò mai vederlo, a questo opunto diventa veramente l’ IMPRESA (Con le lettere tutte in maiuscolo).

Orbene la partirta NZL vs RSA l’ho vista. I Sudafricani hanno gettato l’anima, loro e di qualcun altro, ma con i Tutti Neri. Bèh, non c’é storia. Anzi loro, gli AB sono la storia con la Esse mauiscola. Nel momento in cui i nipoti di Mandela stavano spingedo al massimo, agli AB sono bastati cinque dicasi cinque minuti-. Il tempo per fare 17 punti così … All’impronta e in bella vista. Partita uccisa. Metti poi una difesa da paura e un paio di giocate alla kiwi. Risultato 23 Kiwi 13 Springbock. Giusto per la cronaca, nenanche un mese fa igli africani avevano battuto gli AB. I quali per scrollare cotal onta, agli occhi del popol loro, hanno pensato bene di asfaltare gli australiani 38 a zero. Giusto per scrollarsi di dosso quella sottile angoscia

Giappone vs Russia bèh. Per i figli del sol levante una quasi passeggiata di salute 30 a 15.

Bon, miei cari e simpatici sodali. Dal campo dell’onore e dell’agone è tutto.

Il Bislungo, la Compagnia della Buona Morte (Mai morta) le Allegre Comari della Bella Bignola (Più belle e più comari di pria) vi salutano e vi danno appuntamento per il 26 settembre alle 9.30 per ITA vs CAN.

Come sempre scarpini puliti, maglia azzurra indossata e per chi può e se la sente birra e rutto libero.

BUON RUGBY A TUTTI

Per saperne di più https://www.rugbyworldcup.com

E’ arrivata, finalmente …

E’ arrivata finalmente Lei …

Erano quatro anni che aspettavo. Quattro anni di silenziosa e fliliale dedizione. Adesso non posso più rimanere sospeso.

Pulizio gli scarpini, m’incerotto i legamenti e al grido di:

” Stappate le birre e rutto libero per tutti”

Inizio finalmente a godere il mese più bello degli ultimi quattro anni

La Coppa Webb Ellis é quiìììì.

Se mi vorrete cercatemi qui. Sono sparso da qualche parte, non so se intero o solo parzialmente presente, ma ci sono.

Ve lo assicuro


E come sempre BUON RUGBY A TUTTI

E’ finita

Oggi è finita la mia vita lavorativa.

Adesso ne inizia un’altra.

Per la serie: stare tranquillo no!?! Pare brutto, eh?

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