CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “A volte poesia”

I confini del cuore

Per una volta tanto, vi ripropongo una cosa che ho scritto anni fa.

E’ un caso rarissimo, che io esprima attraverso il verso le mie emozioni. Non sono tagliato, ecco tutto.  La poesia ed io siamo realtà separate e distinte e quindi ciascuno per la propria strada, da buoni conoscenti e nulla più. Eppure, per una volta forse, per le ragioni insondabili del cuore e della mente, le nostre strade si sono incrociate e ciò che segue è il frutto. Non sapendo giudicare, anzi meglio, apprezzare a pieno quelle degli altri, mi affido a voi

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire e mi ha spinto, qui , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quest’aria nebbiosa di cui usmo gli umori, solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza.

Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato.

Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero serpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto qui, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

 

 Mi  è venuta così, in ricordo di mio padre e mi è tornata in mente l’altro giorno. Riguardando le mie colline, ripensando all’adolescenza dei pomeriggi passati tra filari e sgroppando su e giù da quelle colline. Riflettendo su come il tempo è trascorso e su come certe cose ritornano a mostrare l’urgenza di non essere mai dimenticate, perché patrimonio personale e delle poche cose possedute, da trasmettere a chi ci segue.

Ripenso a quanti attendono di riunirsi, filare per filare, ad un’eterna vendemmia. A ragionare di mosti, di prezzi, di selvatico preso o scappato; tra un bicchiere e l’altro, tra un piatto di bollito e una buona porzione di “cugnà”. A volte nel silenzio delle cucine, un po’ fumose, dalle stufe che ronfano piano, senza fretta.

Guardando questa giogaia di colline che pare non abbia una fine, un inizio. O forse lo ha, nel cuore di ciascuno di noi, per quanto é impossibile imbrigliare un confine disposto dal cuore e dal sentimento.

Buon autunno a tutti.

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La memoria e la strada

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire  e mi ha spinto, quì , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quast’aria nebbiosa di cui usmo gli umori,  solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza. Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato. Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero sarpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto quì, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

Il volo

Voleremo più in alto

voleremo più forte

questo groppo di vento, che stanca

che saluta tempesta immanente, imminente

sarà superato.

Voleremo più forte, finchè il rumor delle ali

sveglierà tutto il mondo

e quell’alito lieve, di brezza d’aprile

farà respirare.

Voleremo più in alto che quel groppo di vento

sarà superato finchè torni per noi

la stagione di venti leggeri

di odori consueti, di amore bambino.

Voleremo più in alto

Voleremo più forte

 

Ormoni passati

Il Vento del Nord è un vecchio dal cuore di morte

E’ un Vecchio dal membro di ghiaccio

E’ urlo di mille battaglie, è rumore di ferro e dolore

Il Vento del Nord ti schiaccia e non guarda il tuo amore ….. perchè non ha cuore

Il Vento del Nord è un vecchio dal cuore di morte

Il Vento dell’Est è puro pensiero

è odore d’incensi e di Buddah coperti di muschi

sa di deserto, di urla strozzate

di amori roventi, di sole assassino che arde le membra, il cuore, la pelle

Il Vento dell Est è puro pensiero

Il Vento del Sud è afrore di vecchia bagascia

dal ventre enfiato per troppo amore dato

 e mai ricambiato

Il Vento del Sud ti avvolge e t’inebria

come laido sudario in cui anneghi il tuo amore

ormai vecchio, ormai stanco, dai tanti sapori,

dei troppi odori, pestati, sentiti,  spalmati

Il Vento del Sud è afrore di vecchia bagascia

Il Vento dell’Ovest è un giovane bello e sfacciato

Nel ventre ha la gioia dell’estate

dell’amor consumato, rapito, abusato, mai sazio

Non ha la sapienza e pazienza del vecchio

ha supponenza di giovani idee

Il Vento Dell’Ovest è giovane bello sfacciato

Il vento racconta di uomini

senza memoria

di amanti morti senza amore

di uomini e donne con troppi dolori

di uomini e donne che sanno ascoltare

silenti nel Vento

che racconta le storie

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