CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “BorderLine”

Il confine

I tempi della maturità sono ormai lontani. Metà anni settanta. Ne conservo ancora un buon ricordo, forse perché quel sentore di fifa ormai è quel che è: un ricordo. Eppure, nel leggere le tracce dei temi di quest’anno, tra tutti, mi ha colpito proprio questo: il confine.

Il confine cos’è? Un luogo mentale? Fisico? Spirituale? Oppure è il frutto di lunga, elaborata ancorché contraddittoria unione di tutte e tre. Il confine è mentale. Circoscrive la mente di ciascuno di noi in un luogo ove i nostri pensieri prendono vita, si trasformano, mutano, muoiono in base ad eventi interne ed esterni a noi. Nella nostra mente e confinati lì rimangono. O meglio rimangono fino a che non ci vediamo disposti a farne partecipe gli altri. Potrebbe essere una coercizione, un piacere personale, un obbligo sociale, però ricordiamo sempre che è nei confini mentali che tutto avviene. Questo perché siamo disponibili a far attraversare quel confine ai pensieri altrui. Che provengano dal nostro vicino: genitore, amico, docente, o che provengano più in generale dalla società, noi permettiamo ai pensieri degli altri di attraversare quel confine. Quindi è un confine permeabile. Almeno in parte. Visto che è volitivo far accedere o meno alla nostra mente. Tale parrebbe anche il lato spirituale. Coltivare o meno lo spirito è si un atto cosciente e voluto. Accettare o meno che lo spirito faccia parte della nostra vita pone già il primo confine, attraversato il quale le varie forme spirituali, una volta individuate, saranno base anche del tuo pensiero. Tanto che i confini tra i due mondi tendono a sparire e per certi versi diventare uno solo. Ciò che invece è unico ed evidente è il confine fisico. Il “soma” di ciascuno di noi ci posiziona nello spazio che ci circonda. E’ il passaporto per relazionarci con gli altri. E’ ciò che vedono gli altri, prima ancora di attraversare, se loro concesso, gli altri due confini. Quello mentale e quello spirituale. Il confine fisico, può essere piacevole oppure no. Gradito o sgradito secondo i luoghi, le culture. E’ disdicevole mostrare il piede nudo, nella cultura orientale. O il tatuaggio o il mostrarsi a capo scoperto. Così è il contrario nell’occidente, il fatto di intabarrarsi da capo a piedi. Di soffiarsi il naso senza l’ausilio di un fazzoletto o di mangiarsi uno stufato di cane con cavoli e patate. lasciamo perdere i confini alimentari che ci sarebbe da scriverne più e più libri. Non è questo il punto. Piuttosto il corpo rimane il confine principale che abbiamo nei confronti degli altri e altrettanto lo sono i corpi degli altri. Confini definiti, imperfetti a volte, ma che configurano la persona cui appartengono.Ne danno una prima classificazione, già solo dai tratti somatici, colore della pelle, occhi, caratteristiche somatiche precise. TI proiettano in un mondo, in una società, in una cultura e solo in modo superficiale, è vero. Vedi un occhio a mandorla pensi al cinese, mentre stai osservando un cambogiano, un vietnamita o laotiano. Pelle scura, pensi all’Africa, ma chi ti dice che non sia nato a Baton Rouges o a L’Habana? Il confine è ingannevole e non solo quello fisico anche gli altri due lo possono essere. Pensi di rapportarti con un affabile signore, mentre in realtà è un sociopatico, che in ogni momento potrebbe farti a pezzi. Credi di confrontarti con un ateo due e puro, invece è intriso di una spiritualità tale, che la tua a confronto è quella del bambino al primo anno di catechismo. Solo che la maschera così bene che sei convinto della giustezza del tuo assunto. Il confine è quindi difficile da ipotizzare, definire. Ha un significato troppo sfaccettato, per poterne venire ad una.

Prendiamo un classico. Il confine geografico. Sembrerebbe più semplice da spiegare. E’ una linea immaginaria, che traccia la cesura in un territorio tale da rendere le parti ottenute, alle nazioni che si affacciano al quel confine. Stabilisce il limite dell’una sull’altra. L’area di appartenenza e di pertinenza della terra abitata da quel popolo, da quella nazione. Ora l’appartenenza è importante. Qualifica e stabilizza le persone, le cose a loro afferenti. E’ una pietra angolare del tessuto sociale, culturale dell’uomo e questo da sempre. La trasformazione dalla banda, alla tribù e da questa alla nazione come popolo e alla nazione come entità fisica propria non è stata  una passeggiata di salute, ma neppure si è mai interrotta o ne è stata mutilata la sua nascita. Anche fosse stato un mero tentativo. Anche li, l’idea del confine c’era. In nuce, ma c’era.Certi confini geografici, poi hanno pesato, più di altri. Prendiamo la “Cortina di Ferro”. Era il taglio netto tra due mondi, due culture, due società. O meglio tra due sviluppi di società. Da una parte quella nata e cresciuta in un clima di democrazia, mai perfetta, ma comunque, sempre ed in ogni caso, perfettibile. Con uno sviluppo culturale adeguato al clima politico, sociale ed economico. Dall’altra un mondo ad una dimensione con un’unica visione e uno sviluppo raccordato a quella visione. Quale sia o sia stato il migliore, non sta a me dirlo. Una risposta la Storia l’ha già data, e tanto mi basta. Però quel confine è stato per anni un simbolo di chiusura di una parte verso l’altra. Anzi la chiusura è stata reciproca. La si è imbevuta di paura, di mistero e di mistificazione per dirla tutta. Un tale confine non può essere dettato che dalla paura,innata direi, dell’uomo nei confronti del suo prossimo. Questo da sempre. Ogni banda, tribù, nazione ha un proprio territorio dove vive, si riproduce e trova di che vivere. Se arriva lo straniero, il diverso da quell’entità, arriva il nemico, colui che vuole sottrarre un qualcosa. Come nemico va combattuto, possibilmente vinto e scacciato. Allontanato dai confini. In fondo i migrati di questi tempi, se non bui, certamente di un brutto grigio scuro certamente, non sono forse quell’emblema. Arrivano a frotte e da una parte vengono considerati un’opportunità, dall’altra un danno se non peggio. Ecco che anche in questo caso il confine è dal significato incerto, labile, gonfio di ogni contrario. Il confine è l’immagine delle nostre paure, dei nostri cattivi pensieri delle personali e collettive avidità. Certi valori sono sminuiti o diminuiti, nella gerarchia sociale odierna, mentre ne acquistano in vigore altri, che pensavamo ormai nel dimenticatoio.

Forse questo è il tempo in cui viviamo, quasi costretti, su di un confine. Non sappiamo bene quale sia, ma sentiamo che esiste, pulsa vivendo dentro e fuori di noi.

Dobbiamo attraversarlo oppure …

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Ufficio Facce – Aprile 2012

Dati i tempi girano pensieri scarsa qualità . Anche quelli stupidi.

Ufficio Facce

Pi a ci

Vorrei scrivere un post, visto che ho dieci minuti da spendere in maniera costruttiva.

Vorrei scriverlo riguardo un tema dell’anima, un moto dello spirito. Forse é meglio che scriva di politica e ne scriva analizzando non tanto il presente, piuttosto le possibili proiezioni future sulla vita di questa nostra società.

In fondo anche l’economia, macro e micro, é un terreno affascinante. Ove poter sondare, con sagacia e professionalità ogni ben che minimo movimento. Ogni sussulto, anche il più ininfluente potrebbe dar la stura ad una conversazione piena e profonda. dato per certo che gli interlocutori che interverrano , sono all’altezza di un simile impegno. Interrogarci su come l’evidente lievitazione del prezzo del deuterio, possa in lungo periodo, inficiare gli sforzi posti fin’ora in essere per trovare innovative vie alla richiesta, sempre più pressante di fonti sicure per l’energia e di conseguenza per lo sviluppo economico, che tnto ci sta a cuore. In verità potrebbe anche affrontare , prendendo spunto proprio da questo incipit, l’eterno problema della diversità e della sproporzione di sviluppo, ancora esistente tra il Nord e il Sud del mondo e offrire soluzioni compatibili allo status di nazioni in via di sviluppo e che queste soluzioni diano nuovo vigore e aiutino lo sviluppo stesso. Proporre soluzioni, che plasmandosi con le locali situazioni, individuino la via verso un’originale, perchè no, svolta economica di quegli stati che solo ora si affacciano alla ribalta mondiale e che sono caratterizzate da un’esplosiva forza, vivace e forte. sarebbe l’occasione per una discussione, che mette a confronto come vengono sentite queste nuove istanze. Come sono interpretate le nuove esigenze e quali soluzioni possibili possono essere poste in essere.

Ora però se questi dieci minuti li avessi, ma preferissi spenderli nell’acconciare idee con prosa barocca e affettata, oppure in maniera sciatta e un po’ volgare, non tanto nei temini, quanto nella sostanza sia di idee, sia d’esposizione grammaticale e sintattica, potrebbe essere risolutivo a quest’impellente bisogno di lasciare una traccia, comunque sia.

Facendomi trucidi beffe dell’intelligenza del lettore, ma soprattutto dello scrittore (Ma nel qual caso, si opinerebbe che sparo sulla Croce Rossa), ammonticchiando una serie di unitili frasi, esponendo farraginosi concetti dei quali nessuno sente il bisogno di leggere o interpretarne il vero o il falso. Con arte sottile potrei anche soffiare il venticello dell’allusione sull’uno o l’altro e non ha nessuna importanza a cosa vado alludendo. L’importante é montare il caso, soffiare la sordida tabe di presunte rivalità. Inficiare  i buoni rapporti costruiti pazientemente, ma che creano disagio e peggio ancora invidia, con falsità inequivocabili, univoche e ribalde. Si potrebbe pure sostenere tesi ridicole, con ragionamenti grotteschi, tali da generare furori tali da far esplodere inimicizie e odi epici e definitivi. Scrivere di scemenze tali da risultare assolutamente incommentabili, anzi da far dubitare della sanità mentale di chi scrive e generando così preoccupazioni.

Tutte queste cose lo potrei scrivere se avessi dieci minuti da spendere e avessi l’idea giusta; purtroppo però, non possiedo ne gli uni ne tantomeno l’altra.

Se v’é qualcuno che possa venirmi in aiuto, ne sarei felice. Prima però vorrei che vi soffermaste sul titolo di queste quattro righe e rifletteste sul suo significato

Apriamo il dibattito, perché se ci sono : “pi a ci” , é pur vera l’esistenza di “ci di a ci”  e di  “ci fi a ci”. Ne converrete.

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