CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Brevi Viaggi”

Assenze

Cari ragazze e ragazzi mi assento un attimo. Diciamo un po’ di più. Qualche giorno. Vado e poi torno.

Fate i bravi in mia assenza, perché io vado via, ma l’Ufficio Facce rimane e lui sa dove abitate.

Non mettete in disordine e coccolate il gatto se passate.

Ah, l’ultimo chiuda la porta e spenga la luce.

Ci vediamo la prossima settimana.

Ciao

Ragazzi !!!

Ragazzi, mi assenterò per qualche giorno. Vado in Trentino.

Fate i bravi se potete, non mettete in disordine e sappiate che la Leonessa rimane a casa.

Lei e Maicio I° detto il Ligabue, gatto rock e interista, ma soprattutto inevitabilmente ovale

Quindi … Ocio !!!

Che poi …. Mi verrà fatta ampia relazione, con dovizia di particolari. Quindi … ‘Tenti voi !!!

Ci vediamo. Ciao.

Andata e ritorno

Alla fine gliel’abbiamo fatta. Siamo tornati sani e salvi, nonostante tutto e tutti. Si sa, quest’anno, come la vulgata dispensa, l’anno è bisesto e quindi funesto. Impicci e impacci li leggiamo come avversità maligne che si accaniscono contro di noi e le nostre quotidianità. Impicci e impacci non ci sono mancati e qualcuno veramente molesto, come il fatto che l’incontro con il Titolare è saltato perché questi soffre di una fastidiosa bronchite e i medici l’hanno sconsigliato di affaticarsi, in prospettiva anche dei prossimi impegni internazionali. Confesso che una certa delusione è serpeggiata, ma di fronte all’Archiatra Pontificio poco si può combattere ed eccepire. Sarà per la prossima volta. In compenso la buona e bella compagnia ha supplito ai vari intoppi e ci sono state regalate anche perle preziosissime.

Venerdì, esterno giorno, appena usciti dalla funzione tenutasi nella Cattedrale di Roma.

Una lei al telefono, garrula ed estasiata, in comunicazione con un non ben identificato interlocutore.

“ … e pensa sono qui, sotto la facciata di San Giovanni … in … Luterano e sapessi …”

Mi ritrovo sorpreso e un po’ basito e volgendomi a chi mi sta accanto.

“ In Luterano ????”

Serafico l’interlocutore mi guarda e sorridendo, con l’occhio malizioso sussurra.

“ Meglio in  … Luterano, che non in … Deretano ! N’est pas!”

Sorrido per la beffarda cialtroneria, così evidentemente sulfurea e penso all’incoscienza, con cui si utilizzano le vocali e come uno scambio, all’apparenza innocuo, possa generare un mare di problemi. A volte parliamo, inconsapevoli del fatto che il contatto cervello – lingua non sia attivo o comunque abbia problemi di sincronizzazione e sintonia. Intanto sento di avere un piede concavo e l’altro convesso, la sera quando finalmente li estraggo dalle scarpe, ma il tanto peregrinare, ha fatto sì che abbia visto e incontrato luoghi e persone che mi hanno segnato in questi giorni. I luoghi. La maestà delle chiese. Il Laterano e San Pietro. Ove leggiamo tutta la potenza di una Chiesa votata più agli affanni degli uomini che non alla vera gloria di Dio. Ma i tempi pretendevano e pretendono segni evidenti, tangibili e l’arte dell’apparire non è sola di questi giorni. Facciamocene una ragione e proseguiamo.

Con le persone il discorso cambia totalmente. Non ci sono più le imponenze strutturali di un colonnato o la magnificenza di una statua, ma la tranquilla serenità della conversazione, l’intimità della confidenza, il silenzio parlante della sola e preziosa presenza.

Basta una frase ed ecco che la macchina del pensiero si mette in  moto. Non è detto che lo faccia nei tempi e nei modi giusti. Può procedere a balzi e strappi, oppure con regolare linearità. Però si muove e ti coinvolge e ti spinge ad accostare, intrecciare questo corso con altre parole, altri discorsi che ti sono ronzati in testa. Per un momento trovi il giusto collante per collegarli e unirli. Sono percorsi solo tuoi, ma tali che ti permettono di fare un po’ di luce nella confusione che ti ritrovi. A volte sono parole così distanti tra loro, che mai più immagineresti, collegate, eppure nel cammino che stai percorrendo, le trovi unite da un filo misterioso. La prima frase è la chiusa di un lungo discorso, seguito in verità con un poco di disattenzione. Però sono bastate queste parole. “ Segui il cammino che compie Dio, ogni giorno.” Ecco che la macchina del pensiero si mette in moto. Le strade di Dio, lui le suggerisce, lasciandoci in ogni caso liberi di percorrerle o no. Sono quelle dell’essere, più che dell’avere. Un confronto con ciò che siamo, con la nostra piccola verità, commisurata a noi stessi. Non la verità, con la lettera maiuscola, che quella gli appartiene. Più attenti all’ironia, anche caustica se occorre, ma non abbandonarsi alla pagliacciata gratuita ed esagerata. Vivere compassionevolmente con ciò che ci circonda, uomini o cose che siano e non credere di essere unico e universale. Siamo unici, ma non siamo se non con l’aiuto dell’altro e l’altro diventa unico con il nostro apporto. Questa interdipendenza mi ha suggerito una domanda: perché a me? Dovete sapere che tra di noi ha vissuto questo, come altri pellegrinaggi, una piccola e veramente umile suora, che hanno ottenuto la grazia del miracolo. Non conosco la storia nei minimi particolari né ora voglio farne un panegirico, anche perché ciascuno dei lettori si renda libero della propria personale lettura del fatto. Ho riflettuto però, come l’uomo senta il desiderio, direi la necessità di toccare con mano che il Dio in cui crede, debba quasi necessariamente, manifestarsi attraverso segni potenti e incontrovertibili, per dimostrare l’immanenza della sua presenza. Se il miracolo è segno tangibile d’amore che ha Dio nei confronti di un suo fedele, altresì è segno e insegnamento a tutti gli altri. Sta a indicare come possa, in ogni momento entrare prepotente e dolce, nella vita di ciascuno. Sovvertendo quello che pare lo scorrere naturale di essa. I segni e i miracoli hanno accompagnato la vita del Cristo, come leggiamo nei Vangeli. Necessari e indispensabili per affermare e rilevare la sua azione profetica. Quasi che avesse capito l’importanza del segno per l’uomo. Che non riesce ancora a vedere le cose con altri occhi, se non quelli che la natura gli ha dato. Gli occhi dell’anima rimangono se non ciechi, molto miopi e la sua mente è più sollecitata da fatti empirici, che sovrannaturali. Rimane che non è tanto al singolo che è fatto il miracolo, quanto piuttosto che questo gesto sia insegnamento per tutti. Credo che sia difficile, improbo per chi ha ricevuto tale dono farsene una ragione e spiegarla, supposto che trovi una spiegazione appena plausibile o accettabile dai possibili interlocutori. Conoscendoci appena un po’ sappiamo essere persino capziosi, nell’indagare non tanto gli effetti in questo caso, come piuttosto le cause. Molte volte aleggiano negli sguardi le ombre della diffidenza o dell’invidia, non la luce di una gioia, che a mio parere va condivisa. Gioia non solo per l’esistenza di Dio, o per lo meno di “qualcosa” che chiamiamo Dio, piuttosto  dell’amore grandissimo che questo Dio ha per noi. Amore che si fa gioco anche di quelle che sembrano le regole ferree della natura. Da Caana alla piscina di Siloe gli esempi li abbiamo sotto gli occhi, basta leggere e leggere dell’amore trasmesso e infuso, piuttosto che l’apparente irrazionalità dei fatti.

Questa quindi è stata l’andata e il ritorno di un povero pellegrino, con un piede concavo e l’altro convesso, partito senza domande, ma ritornato con una risposta.

AVVISO IMPORTANTE

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CAPEHORNHOUSE

From: Capehorn

To:  WP’s  Friends

Object:  Avviso Movimenti Capehorn et Artemisia.

Si da avviso che nominato Capehorn et Artemisia,la sua, partirà giorno 15 p.v. destinazione Roma.

Scopo Pellegrinaggio 80° dell’Associazione.

I due saranno visibili at Basilica Laterano giorno 16.

Per giorno 17 prevista loro partecipazione at incontro in aula Paolo VI, con Titolare attuale.

Per giorno 18 apparizione in tandem all’Abbazia di Farfa.

Stesso giorno rientro a casina bella.

Autorità  allertate. Prevedesi discreto quanto furtivo servizio d’ordine cura C.C. ;  P.S, G.D.F. , C.F.S. ,VV.FF. e  P.C. assicurano presenza.

Brg “Granatieri Sardegna”  et “Lanceri di Montebello” Squadroni tutti in “Defcon 2”.

Assicurasi relazione su viaggio et incontri, se sopravvissuti entrambi.

STOP
END

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PS: Io lascio aperto. Non mettete in disordine, date da mangiare al Liga.

Fate i bravi se potete.

Breve viaggio

Ho portato, questa sera la Leonessa alla stazione. Domani ricomincia anche per lei il solito tran-tran. Università, collegio,campo dell’agone e qualche volta dell’agonia. Nell’andata la sola luna piena e paciosa si stagliava nell’azzurro del cielo. Sembrava uno di quei lampioni accesi, non si sa perché, in pieno giorno.

Tornando e saranno passati venti, venticinque minuti è cambiato tutto.

All’azzurro pallido di prima si sono sostituiti nell’ordine:

  • Una striscia di un arancio carico e caldo sul limitare dell’orizzonte. Tanto che la quinta del cielo si è infiammata di una luce melanconica che invitava più allo spleen, piuttosto che agitarsi in uno swing ritmato e aggressivo.
  • Alla mia destra il Monte Rosa, già sicuro nel primo buio della notte, ne ha approfittato tirandosi fin sulla testa la solita coltre di nubi a far da piumone. Rimarrà così fino a che l’aurora con dita delicate lo solleticherà per il risveglio.
  • L’Oltre Po si prepara, intanto all’ennesima notte illuminata da una luna grande come la classica moneta. Non so se è quella festaiola di dicembre o quella un po’ più freddolosa di gennaio. Non seguo molto le lunazioni e non voglio farmi attrarre dalle solite diatribe: siamo pari con le lune, oppure no, assolutamente siamo in ritardo di una. Non debbo piantar fagioli o spillare vino. Mi contento di rimirare l’amichevole volto bianco e tentare la via di un romanticismo, sempre più difficile.
  • Sopra di me due nuvole, già nere dalla notte incombente, si aggirano spaesate e quasi in punta di piedi. Vorrebbero essere invisibili, non disturbare l’atmosfera di questo transito.
  • Sullo sfondo, toccato dagli ultimi raggio di un sole affaticato e insonnolito, il Monviso. La cui vetta spunta e si staglia in quella luce soffusa. Sembra la fotografia di classe e in fondo c’è sempre il più alto, la cui testa svetta ed è l’unica cosa che si vede, ma che rimane impressa nella memoria. Un particolare per ricordare il tutto. Già immagino le giogaie di colline che da Monferrato alle Langhe si snodano quasi a prostrarsi ai piedi del Re di pietra. La sua ombra maestosa le ha già immerse nella notte e per riuscire a vedersi e chiamarsi, si affideranno alla luce della luna, che ora ha preso a risplendere sempre più nel cielo.

Com’è strano che bastano pochi minuti e cambiano le cose, le prospettive, anche il nostro sentirle.

Questo passaggio dalla luce al buio, non è poi così repentino. I colori mostrano ancora una volta la forza del loro cambiamento. Non si arrendono, sanno del loro soccombere, ma ci regalano una sorta di speranza, di buon ricordo per affrontare le ore buie. Nelle quali uomini e cose perdono i loro confini e si confondono in un’unica macchia scura. Quell’ultima luce sta lì a tranquillizzarci, a prometterci che ritornerà ancora un’altra volta e un’altra ancora. Ci rassicura che la notte non è così spaventosa, che non dobbiamo temere il futuro e ci lascia per rincuorarci, il lucore della luna. Non avranno i suoi raggi, il calore e la potenza del sole, ma potranno proiettarci in un ambiente più intimo e raccolto. Favorire i pensieri sul nostro passato e sul futuro che ci potrà attendere.

Bastano venti, venticinque minuti.

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