CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

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La pancia

Ora sappiamo tutti cos’è la pancia e dove è la pancia e  avvertiamo un certo disagio, solo a parlarne, di certe rotondità, vere o presunte che siano. C’è però una pancia che assume in se tutto il lato “oscuro” di un paese, un popolo, di una nazione, presa nella sua interezza, nella sua essenza. La pancia del paese, che mai come adesso viene titillata, solleticata, dagli opposti politici, sociali, economici, ciascuno secondo convenienza, priorità o semplicemente opportunità. Ah, la pancia del paese. Di un paese che quasi non sa più quale che sia la propria, di pancia. C’è sempre qualcuno o qualcosa, che se ne appropria, la rivendica, la vuol solo per se. C’è chi soffia sul fuoco degli integralismi, affinché la pancia ne sia ben ustionata, così che  possa assurgersi a pompiere salvifico. C’è al contrario che soffia un vento opposto, perché possa a sua volta spendersi come unica vera fiaccola dell’integralismo, e non importa se parziale o totale (meglio quest’ultima opzione). L’importante è integrare.Integrare anche quella pancia che ogni giorno è più vuota. Di ideali, di pensieri, che non riesce a reggere l’etica e la morale sociale. Principi fondanti del nostro mantenere assieme i pezzi della società.  La pancia è anche vuota, per molti e non in senso letterale, ahimè. Sacche di povertà si annidano e si sviluppano in tutte le latitudini sociali ed economiche, altre che fisico geografiche. Colpiscono un po’ tutti e naturalmente chi ne paga il prezzo maggiore sono le fasce più deboli. Guarda caso gli opposti del nastro della vita. I piccoli e gli anziani. La pancia ora come ora, non risponde più ai troppi stimoli che sta ricevendo. O meglio non risponde più come dovrebbe o forse, come si vorrebbe. Si, la pancia è stanca. Stanca dei continui sussulti, degli inesauribili borborigmi di cui è afflitta o di cui viene afflitta. Ogni momento è buono per sollecitare la parte “oscura” di essa. Vediamo la canea politica, scatenata ogni piè sospinto dalle varie forze attualmente in campo. Siamo oramai, a mai come adesso, al tutti contro tutti a prescindere ed indipendentemente da ciò che sta capitando. Naturalmente scagliando, o cercando di farlo, la colpa addosso “agli altri”. Avversari politici, sociali, economici. Non importa se si individuano specificatamente. L’importante che il “cetriolo”, manufatto pericoloso e nell’immaginario collettivo, tendente a raggiungere e occupare saldamente una parte ben precisa e nota del corpo umano, sia appannaggio “degli altri  o di altri” e mai di “noi”. La ricerca del capro espiatorio, per qualunque malefatta si voglia, già soltanto pensare, è ricerca prioritaria. Non solo, ma oramai ci si spinge altre. Osserviamo quale peso abbiano i valori, i principi nell’immaginario collettivo. Oramai l’immaginazione non solo non è più al potere, ma giace nei meandri della mente, in qualche non luogo, sepolta da una montagna dei detriti di etica e di morale. Ogni giorno si consumano decine di violenze su donne, bambini, anziani. Quasi che la fantasia si sia trasformata in una consueta vomitevole realtà . Anzi, si è voluto spostare il confine e esempio lampante, dopo una “festicciola tra amici” si è arrivato all’efferatezza dell’omicidio, giusto per provarne l’ebbrezza, e se questa contempli o meno l’appagamento dei sensi.Ora che anche questo é compiuto, l’uomo è migliore di prima? Dopo aver dilapidato, in un assurdo e quanto meno incredibile grottesco “gioco”, l’esistenza di un suo simile, è realizzato pienamente? I motivi di tanta barbarie non sono solo da ricercare nelle cose “fuori” dall’uomo, ma soprattutto in quelle che sono o dovrebbero essere “dentro” di lui. Non giocate, per favore, la carta dello sbandamento mentale, dell’impotenza data da droghe, influenti sulla fattiva predisposizione, alla distorsione dei fatti e delle cose. No !!! Quelle acuiscono e amplificano uno stato d’animo predisposto al superamento del limite, che ciascuno di noi si deve imporre, per poter sedere al consorzio sociale. La ricerca del male assoluto, porta a richiedere tale e quale moneta, per ripagarlo. Hai ucciso? Bene, dovrai essere ucciso a tua volta! La legge del taglione, di biblica memoria, applicata come se non fossero passati e non avessero lasciato traccia Aristotele e la sua millenaria scuola, la Scolastica e i propri eredi, l’Illuminismo e i suoi frutti. Tutto cancellato in una nuvola di bianco sballo, affogato in pozzo a perdere di liquidi brucia sinapsi.

A questo punto sorge la domanda spontanea e ineludibile: che fare? Come ricompattare questa deriva spirituale. Come rimettere assieme i pezzi. A chi dobbiamo rivolgerci per curare, anche la “pancia”, di questo corpo sociale così provato e lacerato.

Facendo un passo indietro, ma non certo ogni piè sospinto. Altrimenti riavvolgeremmo la nostra storia ed é una cosa impossibile. La scienza lo ha dichiarato e provato.

Immobilizzandoci, aggrappandoci all’adesso, quasi che il contingente, l’immanente diventino categorie fondamentali, pilastri inalienabili delle nostre esistenze. Non esiste un domani, ma anche il passato va inevitabilmente cancellato.

Oppure guardando al domani, con la fatica usuale di chi ha fiducia non ostante tutto e tutti. Chi ha la fede nel piccolo cambiamento giornaliero e non nella rivoluzione totale, continua instancabile, che non permette  però, il getto di salde fondamenta.

Strada difficile, ma non impossibile, perché implica un lavoro di limatura delle esistenze. L’uso forsennato del cervello, della coscienza individuale e generale. Rimparare il giusto senso del si e del no, avere nozione di principi fondamentali dell’esistenza. Riconoscere che esistono pari diritti e doveri. Arrendersi all’evidenza che non siamo solo noi a vivere, ma altrettanto lo fanno gli altri e tutti abbiamo pari dignità e consapevolezza nell’agire in tal modo. Facciamo tesoro della diversità nell’uguaglianza. facciamone ragion d’essere e passo dopo passo torniamo diventare esseri umani.

Cosa rimane

Cosa rimane oggi, di quell’umanità che sbandieriamo, per la quale agitiamo le nostre forze, i nostri sensi? Per cui bruciamo simboli a noi odiosi, ci spertichiamo in lodi, consumiamo parole?
Siamo realmente consapevoli del significato della parola, oppure lo consideriamo un semplice lemma, cui attribuire personali contrastanti e anche contrastati significati ?
Questo perché oggi, ma poteva essere benissimo ieri e per qualche verso e motivo misterioso, lo sarà domani, la parola umanità appare in tutto il suo tragico epilogo finale.
Gli strilli dei giornali, di tutti i giornali, oggi paiono semplici epitaffi dell’umanità.
La notizia del ritrovamento e conseguente fermo dell’assassino di una ragazzina e il feroce oltre ogni limite, omicidio di una madre e dei due figli, compiuto da un padre e marito, hanno squarciato il velo di una bigia giornata di fine primavera, dal tempo incerto, indeciso se riprendere il suo naturale corso, oppure fermarsi.
Fermarsi per riavvolgere il tempo, non solo quello meteorologico, bensì il “tempo”. Quello sul cui e nel cui nastro gli eventi hanno la loro esistenza. Quasi a voler cancellare e riscrivere la nostra storia e non per vedere di eliminare solo certi effetti.
Per riscrivere tutto da capo.
Ricominciare per dare un’altra occasione a uomini e donne, di affrontare altre situazioni, di compiere le scelte concorrenti, così diverse forse, da quelle occorse ad arrivare ad oggi. Un oggi che mi trova assolutamente spiazzato, incapace di leggere con mente fredda e distaccata i fatti. Così sorpreso da essi che fatico persino a scrivere qualcosa di compiuto intorno ad essi. E’ facile rispondere di “pancia”, è la via più semplice, immediata e per certi versi efficace. Una catarsi che il nostro spirito, il nostro essere cerca, allo scopo di lenire, ottundere la sofferenza. Che in fondo non ci tocca personalmente, non siamo né i soggetti, né gli oggetti di tale sofferenza; eppure quegli orrori ci appartengono, perché noi apparteniamo a quel corpo nel quale si sono generati. E’ nel corpo sociale che sono nati e nel corpo sociale sfogati. Quel corpo è anche il nostro. Perché proviamo compassione e compatimento per le vittime e chi ad esse, è legato a vario titolo. Siano madri, padri, fratelli, amici. Proviamo orrore e disgusto, rabbia e forse odio per quelli che sono stati i carnefici.
Ne siamo toccati, consapevoli almeno della realtà dei fatti e a ciò non possiamo sottrarci. Solo per il fatto che ne parliamo, ne facciamo oggetto di commenti, di discussione. Ci appartengono. E come ci appartengono, così a nostra difesa, noi che non siamo i reali personaggi, ci difendiamo allontanando i fatti stessi, le persone coinvolte. Tendiamo al diniego, alla cancellazione, ambiamo dimenticare, per non essere costretti ripeterci come un mantra battente che siamo sì uomini, ma lupi ai nostri stessi simili.
Se non lo siamo, basta un nonnulla per diventarlo.
Ciò ci spaventa, forse più dei fatti orribili di cui siamo, seppur indiretti, testimoni. Agitati dal pensiero che potrebbe accadere anche a noi, stupiti dal fatto che una simile tabe potrebbe albergare in persone a noi vicine, confusi dalla confusione etico morale dei tempi.
Che uomo ci appare in colui che stermina la famiglia, sopprime una ragazzina per soddisfare un amore non corrisposto e che forse mai lo sarebbe stato? Un uomo che desidera solo appagare le proprie voglie, incurante dell’altrui bisogno, immerso nella soddisfazione cieca delle proprie pulsioni senza più regole morali, senza più freni inibitori. Una orrenda caratteristica di questi tempi che prende sempre più piede. La ricerca inesausta di se, la certezza di essere il centro universale di ogni cosa.
 Non è il centro epicureo, ma una sua diabolica trasformazione. La vita come la morte è assurta a valore spettacolare; ragione e sentimenti sono parti casuali di un mondo che vive solo perché è messo alla ribalta. Esisti se di te se ne parla, nel bene o nel male, non importa.
Non è lo spettacolo della vita, così entusiasmante, che trascina lo spettatore ad amare ogni suo aspetto, anche il più misterioso. Che genera stupore, meraviglia e ci rende partecipe di quanto siamo piccole molecole nell’immensità. Al contrario lo spettacolo rimane fine a se stesso, quasi che certi aspetti, prima, un tempo, sacri e misteriosi, cui si doveva rispetto, venerazione anche; oggi sono semplici appendici di esistenze che si consumano in una visione antropocentrica distorta, aberrante.
Nella confusione di ruoli, nell’incapacità di scindere il mezzo dal fine, nella cieca volontà di deificare la propria persona. L’assoluto di se.
A questo punto un teologo un po’ troppo appassionato griderebbe che il diavolo ha ottenuto la sua vittoria, invocherebbe il sacro fuoco divino, ambirebbe all’apocalisse quale unico mezzo d’uscita, ma è lecito, auspicabile aggiungere un ulteriore delirio?
Forse ho corso fin troppo, ma la mia educazione cristiana, mi ha posto la domanda ineludibile e che poi tanto cristiana o solo cristiana, non é.
Se esiste un male esiste un perdono per lo stesso male e dunque, come affrontare il perdono? Come perdonare che si è macchiato di un’atrocità tale, tanto che desideriamo solo dimenticarla al più presto e per il motivo sopra menzionato. Che poi non c’è solo quel motivo.
Il perdono è una forza misteriosa che sale da dentro, che non può essere descritta a parole , ma solo nei fatti e questi il più delle volte sfuggono ad ogni sguardo indagatore, anche al più scaltro. E’ l’atteggiamento che ci porta a commiserare prima, a compatire dopo ed infine a dissipare tutti i dubbi ed incertezze sugli uomini e sui fatti che li hanno visti protagonisti. Si radica in noi con tanta forza, anzi con più forza, di quanto possa farlo un altro sentimento.
Solo l’amore supera indenne e vincente l’atto di forza, tra amore e perdono.
Ridona il senso della disponibilità piena e totale verso l’altro, sia esso uomo o cosa. Come se tutto si azzerasse e ricominciasse tutto nuovamente.
Forse perché il perdono è figlio naturale dell’amore. Se ami veramente perdonare è inevitabile conseguenza.
Ora mi pongo la domanda se sono disponibile ora a compiere un simile gesto. Se il dettato di porgere l’altra guancia abbia un significato, anzi abbia quel significato.
Se sono disponibile all’amore, insomma.
Il tempo, cui con facilità e comodità, ma che rimane attualmente l’unica vera via d’uscita da questa tremenda domanda, potrà dare una risposta.
Non solo a me, che in fondo potrei con leggerezza e superficialità proclamare il perdono nei confronti di tali figuri, ma anche per chi, da quelli stessi, è stato toccato.
Non possiamo permetterci di essere avventati, ma non possiamo neppure trascorrere il resto della nostra esistenza ignorando il problema; se perdonare oppure no. Se farci una ragione di quanto è successo e liberare il peso dalle nostre spalle e riaccettare, almeno nel nostro piccolo consorzio, chi ha compiuto una nefandezza. Oppure provare un peso tale che ne i nostri sforzi, ma neppure quelli degli altri congiunti a noi, possono dissipare la cappa, il muro che separa vittima e carnefice.
E’ sempre tempo di revisioni e di disamine, ma è altrettanto sempre tempo per ritornare a credere e a vivere compiutamente la fiducia nel prossimo e in noi.
Se non è possibile accettare quanto è successo è altrettanto possibile porre in essere tutto ciò che è in nostro potere, affinché non si ricada nel baratro.
Ciascuno ha la propria ricetta e non è mai troppo presto per metterla in pratica.

 

ps: Dimenticavo una cosa, tra tanti orrori una notizia positiva. Quella di Giulia e la sua pervicace battaglia contro il cancro. Vinta dall’amore che le hanno dimostrato quelli che non l’hanno abbandonata in un momento così difficile. Vinta dalla volontà di chi crede che la vita vada vissuta, sempre e non importa se ti sputa contro il suo veleno.
L’importante é volerlo fare. Vivere. Per ché é una parola che vale.

L’altra faccia della medaglia

Passata la soglia dei sessanta, mi accorgo che esiste l’altra faccia della medaglia. Al di là di quelle che sono stati gli auguri per il traguardo superato c’è però, un lato che fa sorgere un pensiero. Lo materializza e non è solo un impressione, ma comincia ad avere i suoi bravi confini. Da impalpabile a reale, tangibile, oggettivo.

Il tempo.

Seneca ha scritto che il tempo certo è il passato. Con esso si ha la certezza inequivocabile di ciò che è stato, ciò che abbiamo vissuto. E’ una parte concreta della nostra realtà di essere umani. Entra a far parte di noi e niente e nessuno può togliercelo. Lo possiamo ripercorrere, anche passo dopo passo. Non varia, non muta, è oggettivamente una realtà. Possiamo in verità lavorarci sopra con il vecchio gioco dei se e dei ma. Una speculazione, a volte sfiancante o inutile, ma quella realtà non può mutare. Ciò che è fatto, è fatto. Punto.

Per il futuro il discorso è più semplice. Nella sua imperscrutabile complessità, rimane solo l’oggetto di un desiderio, un’attrazione che ci muove ad essere curiosi, ansiosi anche, per ciò che succederà domani o tra poche ore. E’ quello che per certi versi ci spinge a mettere i piedi giù dal letto al mattino. Scoprire quali saranno  le cose che faremo, le persone che incontreremo, le situazioni cui saremo partecipi che solletica la voglia di sapere. Occorre mettere in campo la propria intelligenza, le proprie capacità per affrontare il futuro. Così misterioso e bizzarro è la spinta che quotidianamente, sposta i nostri personali paletti in po’ più in là.

Il mistero ci affascina, lo ha sempre fatto e il non conoscere in fondo ci eccita. Aumentare le nostre conoscenze ci ha permesso di essere ciò che siamo e arrivare dove siamo ora. Se non fossimo stati mossi dalla curiosità del futuro, forse non sarei qui a tediarvi con queste speculazioni spicciole e mi starei, ci staremmo, arrabattando per mettere insieme la cena, cogitando nel fondo di qualche caverna.

Eppure il passato, con le sue certezze ci da il punto di partenza per affrontare il futuro. L’esperienza accumulata, le cose che sappiamo le potremo mettere a frutto domani, affrontando la novità. Anche nella routine c’è sempre un piccolo lieve, anche inavvertito, spostamento e il passato viene in soccorso. E il presente, chiederete voi?

Il presente è l’attualizzazione del passato. Le nostre conoscenze, la nostra vita, che si rimette in gioco, che, per dirla in maniera pomposa e abusata, scende in campo e non stiamo a scomodare calici più o meno amari. Nel quotidiano personale, non siamo tutti San Giorgio e i draghi e le principesse, non si trovano dietro l’angolo. Li dietro c’è ben altro, come sappiamo tutti.

Il presente è fatto del nostro passato e quelle certezze, quelle realtà, quelle conoscenze diventano i nostri strumenti. Quante volte ci siamo chiesti e abbiamo sostenuto che occorrerebbe essere giovani con il passato degli anziani. Se così fosse ad ogni generazione, l’umanità farebbe un balzo in avanti tale, che personalmente non riesco neppure ad immaginare. Anzi qualcosa riesco a concepire. La litigiosità ad esempio sarebbe quasi azzerata. Le guerre sarebbero sicuramente a zero. Avremmo più rispetto per noi e per gli altri e si rincorrerebbero meno i troppi idoli che ci inquinano l’esistenza. Forse saremo un po’ più cinici di quel che siamo ora, ma avrebbe, quel cinismo, l’impronta filosofica giusta, ma con qualche valore aggiunto. Il distacco dalle cose terrene, certo. L’importanza della semplicità, anche e con la giusta sintesi dell’una nell’altra, quella varrebbe la felicità. Un sentimento che ciascuno cerca spasmodicamente. Chi non vuol essere felice ed essere circondato da persone felici? Vivere in un ambiente che rispecchi quel sentimento? Tutti. Risposta così banale, ma univoca. E’ un’utopia. Certo che lo è, ma fa parte di quel futuro che ci sollecita a percorrerlo.

E’ un’utopia!

Ancora?!

 Fino ad ora l’essere umano non si è comportato in maniera tale da raggiungere la felicità. Quella continua ed appagante di cui parlavo prima. Disparità ne esistono e a quanto pare ne esisteranno ancora, ma tendiamo a farle sparire, ad appianarle, con alterne fortune in  verità, ma i tentativi continuano.

Perché davanti abbiamo un futuro da imparare e un passato come insegnante e nel presente, il luogo che ci permette di prepararci.

Tante cose è il tempo e pensare che per qualcuno è solo un galantuomo. Meglio quello che una fetida carogna da cui vengono solo cattivi insegnamenti e peggior esempi. Ci sono anche quelli e sono fin troppo usati, ma credo che  quelli del galantuomo siano migliori. Saranno un po’ più difficili da seguire, imparare e vivere, ma sai la soddisfazione di superare una prova un po’ più difficile. Ti senti più pronto ad affrontare il futuro, qualunque esso sia e in fondo fa meno paura di quel che è in realtà.

Voi che siete di bella scrittura

O voi che siete di bella scrittura,  amici, sodali di questo mondo virtuale ed etereo (Se spengo lo PC che rimane di voi e me? Quindi eterei é acconcio, ma non  per virtuale perché spenta la macchina ciascheduno di noi continua con la corporalità assegnata a suo tempo).

Dicevo o voi che siete di bella scrittura: voi che attendete dietro l’eleganza del “Edoardian Script”, indugiate sulle volute del “Vivaldi”, ovvero vi cimentate nelle severe linea del “Old English” abbandonate per un momento il calamo, le preziose carte a mano su cui vergate con ferma mano, il succo dei vostri pensieri. Fermatevi e cambiate strumento.

Pala e secchio e potete partecipare così all’evento dell’anno : “Svuota la cantina allagata”. Nella fattispecie la mia. Per alcuni una cantina magistrale ( Ahahh : tiepida celia per stemperare il dramma del momento)

Con ciò non ardisco certo a impetrare, in modo subdolo, con fare mellifluo, ammiccando vergognosamente un piccolo aiuto dagli amici. Sia mai ! Piuttosto vi offro la possibilità di dar sfogo a tutta la fisicità che vi urge, dopo troppi giorni di uggia e malo tempo. Di dar prova dei vostri muscoli, del vostro agile e temprato apparato scheletrico, di come i vostri corpi scolpiti palpitino davanti a tanto agone e non vi turba, né potrebbe e come lo farebbe, il pensiero dello sforzo cui andrete a sottoporvi. Qui al Paesello, dopo quest’inverno che ha visto la sfilata delle miglior canoe dell’Oltre Po. La gara degli “otto con” dei Tre Comuni. La miglior crescita e coltivazioni di funghi sulla schiena e alghe sotto le ascelle. Il premio al miglior piede palmato (Presenti tutte le età e condizioni sociali, credi religiosi compresi). Purtroppo non é stato possibile assegnare la “Branchia d’Oro”, in quanto evento intempestivo (Su ciò é stata aperta una inchiesta e se ne attendono i risultati . Situazione spiacevole e imbarazzante, ne converrete).

Quindi perché indugiate, perché tentennare.  Cos’é quell’aria procrastinatrice che vi leggo sul volto? Temete di non avere il fisico che avete fin’ora decantato e a ogni piè sospinto, per giunta?

Non la raccontate giusta. Come? Dite di essere di bella scrittura e quanto dovete solo cambiare l’attrezzo, con il quale modificherete la storia e gli eventi futuri, mi traccheggiate? Siete elusivi, come il tarabuso alla caccia? Svicolate e vi sottraete mimetizzandovi dietro improbabili riunioni di qualunque specie a qualunque ora, anche della notte? In luoghi che neppure conoscete, dato lo stato dello studio della geografia nel nostro paese, né personalmente, né tanto meno per sentito dire. Eppure é proprio li la riunione improcrastinabile, imprescindibile, irrinunciabile? E dire che per un momento ho avuto un sogno: ho visto uomini e donne stivalati, armati di pala e secchio da 7 lt. (qualcuno ne aveva da 10 lt.  I soliti … sboroni. Ma van bene anche quelli) Avanzavano ululanti come cosacchi, maledicendo le alluvioni, negando gli allagamenti di qualunque sito umanamente abitabile. Inveendo contro le infiltrazioni subdole, sbeffeggiando gli stillicidi di qualunque genere e caso. Insieme affrontavamo il desolante spettacolo e pugnando come Leonida, alle Termopoli. Come Robert Bruce a Bannockburn. Napoleone ad Austerlitz o Garibaldi a Calatafimi ecco che le acque si ritirano, recedono e evaporano. Spariscono fagocitate dalle ingorde bocche dei secchi e la cantina é restituita agli antichi splendori.

Invece ho guardato con occhio corrusco, ma l’orizzonte é rimasto desolatamente vuoto di tutti voi. Così mi sono armato di pala e secchi e ho combattuto …  E HO VINTO. 

Non indugio sulla mia schiena a pezzi, sulle contratture alle mani, alle ginocchia e al fastidioso ronzio che fa della mia cervice il luogo ideale per l’assemblea annuale di vespe, calabroni e api melarie della zona. C’é anche posto per una manifestazione di tafani e mosche, contrarie a prescindere.

Ora qualcuno potrebbe opinare che  aprendo un giusto pozzetto e fare abitare il medesimo da potente pompa ad immersione, mi avrebbe tolto ogni fastidio. Vero. Soluzione impeccabile. Anche se presta al fianco ad una giusta osservazione.

L’occasione di importunarvi con questo mio  accrocchio di parole, dalla punteggiatura anarchica, senza fine e scopo se non quello di tediarvi … non ne vogliamo parlare? No ! Va bene. Sarà per la prossima volta.

Bene, come sempre me la sono suonata e cantata tutto da solo … Però non é così che funziona o … Forse funziona così li da voi … Che siete di bella scrittura.

E se …

E se scrivessi : anilina … Voi ?

13 febbraio 2013

Ieri  era il 13 febbraio 2013 e fino a qui, nulla d’eccezionale. Eppure rimarrà una data che ben difficilmente si cancellerà dalla mia memoria e dalla memoria della nostra famiglia. Infatti siamo felici Artemisia, la mia ed io di annunciarVi che da ieri nostra figlia é dottore in Filosofia.

Ne siamo felici, noi genitori e dalle espressioni di gioia del volto incorniciato dal serto d’alloro come si conviene, di mia figlia, lei molto di più.  Tre anni e passa di lavoro, fatto d’impegno, sacrifici e studio, alla fine sono stati ripagati. Che dire d’altro se non Auguri Dottoressa.

Mi sorge però un dubbio; a questo punto potrò ancora chiamarla Leonessa? Oppure dovrò rivolgermi a Lei come  Dottoressa? Ovvero  come Dottora?

Come sempre sono  i particolari che possono incrinare il quadro generale. Un aiutino? Grazie.

UFFICIO FACCE 2013 – Gennaio

Il fatto che il peggio sia avanzato in ogni dove e abbia smerdazzato in conseguenza, impone una domanda semplice , ma inequivocabile.

Chi pulisce?

Ufficio Facce.

 

Ufficio Facce – Maggio 2012 – 2

Ci si domanda: ma … il tempo perso, dove va a finire?

 Ufficio Facce.

Ufficio Facce – Febbraio 2012

UFFICIO FACCE – Febbraio 2012

 

Essere modesti significa proprio non aver nulla di che vantarsi?

Ufficio Facce.

Chi c’é dietro l’angolo?

Una volta ci si chiedeva cosa mai ci fosse dietro l’angolo. Pensando o immaginando che dietro il cantone fosse presente una o la nuova Gerusalemme. La più musicale terra di Ramazzotti o per rifarci alla storia e ai suoi miti: l’Eldorado rilucente d’ori e tesori.

Ora invece ci si chiede chi ci sia dietro quell’angolo. Qualcuno c’é. Quelli che sono considerati i Minatori della Rete. Dimenticate la confortante immagine fanciullesca dei sette nani, che scavano pietre preziose. Allontanate il pensiero dalle più prosaiche talpe, formiche o altri animali scavatori. Esiste una nuova progenie di tipi siffatti. Quelli che scavano nella nuova, grande e prolifica miniera del millennio: la Rete.

Perdonate l’ignoranza o comunque il mio personale ritardo a certe informazioni, ma esistono i Minatori di Dati. Individui all’apparenza normali, se non fosse per lo sguardo n po’ vacuo di quelli che fissano per ore una sola fonte luminosa. Se non fosse per un abbigliamento che va dalla classica giacca e cravatta a jeans e improbabili magliette dalle scritte più impossibili. Quelli, sono coloro che possiamo trovare dietro il nostro angolo. Sono i cercatori di metadati Quelli che dai motori di ricerca utilizzati, distillano preferenze, gusti e quant’altro degli utilizzatori di tali motori. Queste informazioni, così ottenute le analizzano ulteriormente, estrapolano valori, comprimono assonanze, graficano discordanze e … vendono il risultato finale. Miei cari, se cercate di scoprire la differenza tra le carte piacentine e quelle napoletane, non stupitevi se le società di gioco on-line, dopo qualche tempo dalla vostra ricerca, vi subisseranno d’inviti molto suadenti e allentanti a ricevere euro gratis e partecipare a poker e roulette o alla più semplice scopa d’assi. Siete diventati un bersaglio privilegiato.

Non lo sapevate? Occhio! Cosa vecchia? Motivo per ripensarci!

Ora fino a qui potrebbe anche andar bene. Dico e rilevo il mio dire. Alla teoria vuole che in rete, luogo elevato alla più concreta, e se vogliamo, sfrenata libertà, non dovrebbe esserci nessuno che vada sindacando le scelte o i gusti di chicchessia. A quanto pare proprio per la libertà di movimento, questo sia venuto all’occhio di quelli che in fondo governano il panorama mondiale. Se il semplice cucchiaio desta un interesse morboso, che oltrepassa frontiere e continenti, vuol dire che la domanda sale in proporzione. Perché non approfittarne ed espandere il commercio? L’esempio vale per qualunque cosa, di tangibile, di fruibile da parte dell’uomo. Non è detto che sia un oggetto, anche un’idea va benissimo. Sia scritta, che cantata, che filmata. Basta che venda e dia profitti. A questo punto però, il discorso mostra il suo fianco. Se il mio interesse verso il cucchiaio fosse oggetto di un’analisi più profonda della mia vita. Se s’iniziasse a indagare sulle scelte in fatto di cibo, dei miei spostamenti sia per lavoro sia per svago, da me compiuti. Se s’iniziasse a scavare più approfonditamente sui miei gusti personali e quindi su come gestisco i miei rapporti con l’esterno; a questo punto mi chiedo se questi Minatori sono semplici ricercatori scientifici (?) oppure li debba rubricare alla voce: spioni! Perché ora ho la netta sensazione che vi sia qualcuno che sta ravanando nelle mie di mutande e quello è uno spazio, a me tra i più cari. Si apre quindi lo scenario, che tutti noi combattiamo ogni giorno, per mantenerlo nei giusti confini: la privacy. Assodato che la stagione de “il privato è pubblico e politico” vada archiviata e che non ci sia più nessuno intenzionato a resuscitarla, neppure per un esempio d’antan. Giacché ognuno ambisce a coltivare la propria riservatezza di pensiero e d’azione nel campo delle libertà individuali e che nella rete, si è colta una nuova occasione di sfoggiare doti da coltivatore, a questa notizia c’è da fare altro che un balzo e soffocare un borborigmo di spavento. Io personalmente mi adombro come un bufalo cafro, un vecchio caimano affetto da gengivite cronica e ascessi pluridentali.

Non ci sto!  Comincio a essere indisponente verso quelli che, pur non giudicando loro stessi, il giudizio, lo danno in pasto ad altri e per di più fornendo modo e misura per porlo in essere. Perché è facile passare dall’orientamento verso questo o quel cucchiaio, all’orientamento politico, sessuale, culturale.

Non mi si venga a dire che certe cose non le hanno mai fatte e non le porranno mai in essere.

Noi non lo sappiamo, ma se a pensar male si farà peccato, certo sbagliamo poche volte.

Qualcuno obbietterà, che tutto ciò non ha solo il valore d’indagine per il “mercato”.

Non è solo indirizzato alla produzione e al commercio di un bene qualsiasi.

E’ con questo sistema che il mondo si protegge, o almeno tenta, dalle nefandezze che l’uomo stesso, ama tanto produrre.

Qualche esempio? Terrorismo, reati informatici di varia natura (Non è detto che questo non lo sia, sia chiaro).

Di tutto ciò, per sovrapprezzo c’è anche la cancellazione al “diritto d’oblio”. Ciò che è nostro passaggio in rete rimane e rimarrà, presumibilmente, in eterno.

Per colmo d’ironia, anzi come farsa finale, dopo la tragedia di essere oggetto d’indagine questo scritto corre il rischio di essere letto in un futuro a me sconosciuto, da un signor o signora X che potrà chiedersi e ne avrà facoltà e diritto: Capehorne? Chi era costui? Con questo non ambisco all’immortalità, non voglio perseguitare le generazioni future con una mia apodittica, quanto imbarazzante presenza, ma al contempo passare per un Carneade di turno, sinceramente mi deprime. Più che altro che oltre alla spiegazione sul capitolo dei Promessi Sposi, ove il buon curato pronuncia, la frase, il professore non si esimeva dal raccontare la storia del filosofo Carneade e del suo oscuro pensiero (Oscuro perché alla totalità degli alunni non gliene importava una bella mazzafionda di nulla e tuttora gioisco della mia beata ignoranza su quel pensiero e dell’uomo che l’ha partorito).

La mia vita ora è a un bivio. Da una parte geloso della privatezza della mia vita, ne scrivo ponendo anche a nudo la mia anima, i miei sentimenti, i miei personali gusti su come vivo e ragiono. Questo per condividerla con chi vuole farlo. E ciò rimarrà beffardamente, per sempre. Non solo per far ciò mi aggiogo a delle imposizioni, che già tali s’intrufoleranno in questa mai vita, per coglierne aspetti, per me del tutto inattesi.

Dall’altra proprio in virtù di queste imposizioni la mia libertà l’ho venduta per un pugno di byte, ma per poterla sbandierare a quattro venti.

La beffa è che qualcuno ci guadagna o guadagnerà qualcosa, dopo aver scoperto tutto ciò.

   Per chi ne vuole sapere di più

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