CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “INUTILI TRACCE”

INUTILI TRACCE Capitoli 41 e 42

41° Capitolo – ovvero “Si apre un tenue spiraglio”.
 
Gli unici che dormirono profondamente furono Tauranga, neppure a parlarne e Thorn, che mostrava sempre un sonno piombino e Darla, non abituata a tutti quegli strapazzi. Gli altri, come me, dormicchiarono. Osservavo Darla e immaginai, seguendo il filo dei pensieri in libertà, di essere circondato e senz’altra speranza, da quella banda di predoni. Di certo non mi avrebbero risparmiato e neppure Darla avrebbe fatto una bella fine. Di sicuro sarebbe stato il loro trastullo, poi se fosse riuscita a sopravvivere a tanto scempio, l’avrebbero barattata o forse sarebbe stata una delle tante schiave, in loro possesso. Strinsi con nervosismo, il calcio della mia pistola e mi ripromisi, che alla mal parata, avrei conservato due colpi. Uno per lei e uno per me. Mi augurai di rimanere vivo quel tanto da portare a termine il mio progetto. 
Al buio del giorno si passò a quello della notte. La tempesta si acquietò e la pioggia prese a scendere piano e regolare, fino al punto di diventare una petulante acquerugiola. Quella che entra in ogni fessura, in ogni piega dei vestiti e ti rende madido e zuppo fin nelle ossa.
Ci interrogammo se fosse opportuno andarcene e proseguire il viaggio, in cammino sulla pista, abbandonando così il folto del bosco. Da una parte, pur nella difficoltà, il cammino era più agevole, ma eravamo più esposti al pericolo di essere intercettati. Dall’altra, camminare nel bosco, con il rischio di non vedere in sostanza nulla e di incontrare ostacoli che avrebbero pregiudicato la personale incolumità, tutto ciò ci fece propendere per una levata all’alba. Ci riavvolgemmo così nei nostri giacconi. Le braci del piccolo fuoco oramai emanavano solo un pallido bagliore e il calore era ridotto a ben poco.
Una livida luce ci mostrò, che un nuovo giorno era iniziato. Ci avvicinammo a quel che rimaneva del fuoco e utilizzando pochi rami secchi, trovati da Soledo, riattizzammo un fuoco, giusto per far scaldare una bevanda nerastra, che qualche commissario militare si era arrogato il diritto di chiamarlo pomposamente: caffè. Una broda schifosa, che aveva il solo vantaggio, di essere calda. Mangiammo qualcosa e trangugiato l’ultimo sorso, coprimmo come potevamo le tracce del nostro bivacco notturno. Il fuoco si spense in fretta e per sicurezza lo coprimmo con manciate di aghi dei pini. Prendendo quelli più esposti all’acqua e ricoprendoli con gli altri, più chiari presi alla base dei tronchi. Abbastanza soddisfatti, ci rimettemmo in marcia sulla pista, abbandonando così il folto del bosco. Disposti su due file, guardinghi, con le orecchie sempre ben tese ad ascoltare ogni più piccolo rumore.
Davanti al sergente e Duca, che oramai facevano coppia fissa, si fermarono e alzarono un braccio. Ci acquattammo dietro gli alberi. Duca rientrò verso di noi.
         “ A sinistra c’è un sentiero. Abbastanza ben segnato. Io direi di prenderlo e di allontanarci da questa pista. Stiamo diventando un bersaglio troppo facile.”.
Con cautela, intanto c’eravamo avvicinati tutti al comandante DuRaand e al capitano, che stavano consultando la carta, per capire quali fossero gli ordini. Stubbing dopo aver osservato la carta per parecchio disse.
         “ Questo sentiero sembra portare verso il fiume. Potessimo trovare un’ampia radura, riusciremmo a lanciare ancora il segnale di emergenza e se ci assiste la fortuna, riuscirei anche a prendere contatto con il comando.”.
Poi esplose.
         “ Maledizione. Sono giorni che non ci sentono. Possibile che non venga in mente a qualcuno, che forse siamo in pericolo. Che forse avremmo bisogno d’aiuto. Che forse siamo riusciti nel nostro intento e che quindi sia ora di rilevarci!”.
Aveva il volto stravolto. Profonde rughe solcavano il volto del capitano. Portava ancora i segni dell’esplosione. Chiazze di sporco sul volto e sulle mani. L’acqua caduta e gli schizzi di terra ed erba sulla divisa facevano di noi tutte maschere grottesche. Ero contento di essermi rasato o quasi la capigliatura.
Ogni tanto mi prendeva un prurito, tanto che temevo di avere contratto qualche strana malattia. Eravamo sporchi, stanchi con l’ombra della morte che danzava la sua macabra coreografia intorno a noi. Alzavamo gli occhi e avevamo solo un muro verde che ci circondava. In alto spicchi di un cielo grigio ci guardavano beffardi e quasi contenti della nostra misera situazione. Così pensavo in quei momenti, però mi parve giusto rincarare la dose.
         “Capitano, non mi stupisco più di tanto. Non ricorda le parole che abbiamo avuto nel vallone di Prabloem. Come ci siamo confrontati e come siamo venuti a chiederci se eravamo stati scaricati, noi e voi. Che cosa diceva l’ultimo messaggio del vostro comando: Assicurare e Procedere? Giusto. Bene per procedere lo abbiamo fatto. Ora lanci il messaggio così li assicuriamo. Sempre che il teorema della carne da cannone, non sia ancora valido. Certo è che per loro due: DuRaand e Tauranga, il discorso non dovrebbe essere valido.”.
DuRaand guardò tutti noi.
         “ Andiamo al fiume e rilanciamo le richieste di soccorso. Se non ricordo male, questo sentiero conduce a una radura, che è di fronte ad un isolotto in mezzo al fiume. Lì c’è una casamatta. L’isola è abbastanza grande. Il lato a monte ci sono alcuni grossi alberi e dei massi. Nel lato a valle, c’é un grande spiazzo su cui un TraspAir può atterrare agevolmente. Ho fatto due calcoli, mentre camminavamo. Non crediamo di esserci allontanati poi tanto dal bunker AB12. Forse abbiamo fatto un paio di chilometri. Quel bosco ci ha asciugato le risorse e in alcuni punto, mi sono accorto ci siamo passati almeno un paio di volte, adesso che ci ripenso. Quindi quell’isolotto è ancora a tiro degli obici dei Mistali. Quelli piazzati sui contrafforti della Valls des Reias. I Mistrali sono formidabili artiglieri quindi potremmo avere un inaspettato aiuto.”.
Stubbing lo guardò interrogativo.
         “Perché dovrebbero sprecare preziosi colpi d’artiglieria? Per noi poi. Stranieri e certamente lontani da ciò che abbiamo detto loro. Anche se, a suo tempo, temo ci avessero scoperto.”.
Tauranga si mise a ridere e DuRaand continuò.
         “ Certo che vi avevano scoperto. Il maestro Touissant è un membro del Consiglio da molto tempo e quindi … L a vostra copertura, per così dire, è saltata appena lo avete nominato. Infatti, immagino sia, sto interpellato e lui avrà ordinato che la vostra, anzi ora è anche nostra, spedizione fosse seguita con attenzione e vi fosse stato dato tutto l’appoggio possibile. Credo che l’occasione di spezzare qualche osso alla banda di Friso il Norreno, i Mistrali non se la vogliano certo far scappare. Quei ladroni sono una spina nel loro fianco. Poi dare un avvertimento alla Gilda è sempre buona cosa. Commerciate pure, ma attenti. Vi teniamo d’occhio.”.
Tauranga a quelle parole faceva ampi assensi con la testa.
         “Condivido e sottoscrivo le tue parole Ossij. I Mistrali sono gelosi di tutto ciò che appartiene a loro. Lingua, cultura … tutto. Sono capaci di essere buoni alleati, ma altrettanto feroci assassini, se toccati nei loro sentimenti profondi e poi a menar le mani son sempre pronti, soprattutto con banditi e razziatori in genere. Come Frido il Norreno.”.
Thornbijorn si distanziò di un passo.
         “Basta. Ho sentito abbastanza. Io adesso vado a quell’isola. Monto un’amaca e aspetto i soccorsi. Sono zuppo d’acqua, ho una fame che mangerei  non so cosa e ho anche sonno.”. E s’indirizzò verso il sentiero indicato.
Darla lo seguì e sentimmo la sua voce.
         “ Aspetta, orso mal mostoso, vengo anch’io, ma scorsati che ti agiti il ventaglio sotto il naso. Ah, vedi se puoi di fare un bagno, una doccia … di lavarti insomma. Puzzi come una fogna otturata.”. Lo disse rivolgendosi a noi con un ampio sorriso.
Il mio socio si fermò di botto.
         “ Senti, mammoletta, credi di profumare come un cespo di rose. Anche tu puzzi e forse più di me.”. E ci strizzò l’occhio.
Il sergente guardò i due e poi noi, fermi e interdetti dal duetto.
         “ Ecco. Abbiamo chiuso lo zoo, abbiamo aperto l’asilo.”.
Stubbing scosse la testa.
         “Andiamo avanti.”.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Abbiamo ancora qualche possibilità e vogliamo giocarla fino in fondo. Credo che quell’isola sarà l’ultimo passo da fare per portare a casa la pelle.

42 ° Capitolo – ovvero “ Prima dell’ultima tempesta”
 
Se la stanchezza si faceva sempre più presente, ciò di cui non sentivamo assolutamente il bisogno, era quello di sorprese e per di più sgradite. Il cielo iniziava nuovamente a scurirsi. Oramai era pomeriggio inoltrato e la coltre di nubi che ancora gravava su di noi si stava scurendo.
         “Altra pioggia in arrivo”. Dissi a mezza voce e mi tirai più in alto il collo del mio giaccone mimetico. Cosa perfettamente inutile, poiché era fradicio, sporco di fango e pesante come non mai.
I volti segnati dei miei compagni stavano a indicare che eravamo arrivati quasi al limite. Ancora un paio d’ore e i più stanchi, i più provati sarebbero crollati. Rallentai il passo e mi misi a fianco di Darla. Nel suo sguardo lessi la feroce determinazione a non mollare. A dimostrare, credo innanzitutto a se stessa e poi agli altri, che aveva ancora la forza di continuare e che non aveva nessunissima voglia di arrendersi. Eppure il suo passo a volte rallentava, la vedevo ondeggiare, sotto il peso dello zaino. Aveva ricevuto l’incarico di portare cibo e medicinali e non sopportava il peso anche di un’arma, che non fosse stata la pistola che le avevo dato giorni prima. Anche gli altri pian piano iniziarono ad arrancare. Soprattutto quando iniziammo a guadare una serie di ruscelli. Scendere all’acqua e poi saltare di masso in masso, giusto per evitare d’inzupparsi ancora di più. Diventavano quelli esercizi sempre più difficili e pericolosi. Infatti, mentre attraversavamo uno degli ultimi incontrati quel giorno, misi male il piede su una pietra piatta e scivolosa, con il risultato di fare una brutta caduta all’indietro. Mi bagnai di più di quello che ero già, ma di più fu bagnato il mio orgoglio. Mi sentivo il classico gattino sotto l’improvviso acquazzone. Gli altri ridacchiarono, quel tanto da allentare un poco la tensione, ma non fu abbastanza. Intanto la voce del grande fiume iniziò a entrarci nelle orecchie.
Dopo un’ultima curva giungemmo al limitare del bosco. Davanti a noi il fiume scendeva gagliardo e attraversata un’ampia radura, coperta da foglie gigantesche ed erbe alte, avremmo ritrovato un guado, tale d permetterci di attraversare il braccio corto del fiume e ritrovarci, forse, al sicuro. Darla, Tauranga ed io rimanemmo ultimi della colonna. Gli altri avanzavano in ordine sparso, scalati di una posizione con il lato più numeroso alla mia destra. Il nostro triangolo doveva rimanere centrale nella formazione.
Cautamente iniziammo ad avanzare, quando, eravamo circa a metà percorso, si scatenò un feroce fuoco di fucileria. Le pallottole fischiavano da ogni parte e subito non capimmo se eravamo finiti in mezzo ad un’imboscata, oppure i colpi arrivavano da una parte sola. Mi gettai a terra e infilai la faccia nell’erba e nel fango.
         “Stai giù con la testa!”. Urlai a Darla, che era pochi metri avanti a me.
Sentivo, ma non capivo gli ordini di Stubbing e le raccomandazioni che si lanciavano gli uni agli altri i miei compagni. Alzai il capo per un momento e mi accordi che alla mia sinistra Tauranga, stava armeggiando con il suo zaino tentando di sfilarselo. Mi parve strano. Mi vide e mi fece segno di raggiungere, strisciando Darla. Lui in qualche modo avrebbe coperto la mia iniziativa. Gli spari provenivano soprattutto dalla destra del nostro schieramento, quindi mi girai verso quella direzione e strisciando e scalciando, ma tenendo il mio Aska65 in posizione, riuscii a raggiungere la ragazza. Distesa, con gli occhi chiusi, sembrava non respirasse. La rassicurai subito, prima che compisse qualcosa di sbagliato.
Mi girai di nuovo verso Tauranga, ma l’uomo era scomparso.
La fucileria intanto, aveva perso l’intensità iniziale e sentivo che anche i nostri rispondevano al fuoco. In quel momento pensai solo a difendere Darla e me stesso e non avevo assolutamente idea di come uscire da quella situazione. Alzai la testa brevemente e vidi Stark, Holt e Neelya alti sul prato che stavano facendo fuoco di sbarramento. Duca, Soledo e Thor correre bassi verso di loro e poi cambiare direzione e fare lo stesso. Questi ultimi stavano coprendo la corsa di Stubbing, il sergente e di DuRaand. Rimanevamo solo noi. Come presero a sparare, quel punto scattai in piedi, fucile al fianco e con una zampata alzai di peso Darla e le gridai
         “Corri più forte che puoi. Corri! Corri!”.
Intanto presi a tirare raffiche brevi, quattro cinque colpi alla volta in direzione di alberi e cespugli alla mia destra. Quella decina di metri la divorammo in pochissimi secondi, poi ci gettammo di nuovo terra, schiacciandoci sul terreno più che potevamo. Mi voltai, ma di Tauranga, nessuna traccia. Non potevo ritornare sui miei passi. Maledissi quei momenti. Si ripeté il ciclo. Un gruppo sparava e l’altro correva. Finalmente ci ricongiungemmo accanto al fiume. Vicino ad alcuni massi e mi accorsi che c’erano dei tronchi gettati tra le due sponde, come una passerella. L’acqua aveva formato una pozza poco profonda, ma la corrente era vigorosa, vista la pioggia caduta. Salire e correre sulla passerella erano un azzardo troppo grande. Saranno stati otto, dieci metri, ma così eravamo un bersaglio perfetto per i cecchini. Poi ancora con il peso dello zaino a rallentarci ed eravamo stanchi, anche se l’adrenalina circolava con forza in noi. Lo sforzo sarebbe stato grande e forse non pagante per tutti. Stubbing pose la classica domanda.
         “Ci sono tutti?”.
Risposi.
         “No! Manca il comandante Tauranga. Era accanto a noi, ma già al primo scatto non l’abbiamo più visto. Torno indietro e vado a cercarlo.”.
Prima che Stubbing dicesse qualcosa e soprattutto prima che io mi muovessi, ecco la voce del comandante uscire da un cespuglio e lui e il suo zaino si catapultò in mezzo a noi.
Coperto di fango e sangue, con la faccia sulla quale c’era un evidente schizzo di color roso intenso, due occhi spiritati, di chi ha ucciso e non solo una volta. In mano aveva un kirkuk, un coltello dalla lama leggermente ricurva, affilatissimo. L’impugnatura era bagnata di rosso e sembrava cosa recentissima.
         “ Non vai da nessuna parte. Come quei tre bastardi che c’erano alle spalle. L’ultimo aveva questa tra le mani e contava di usarla. Chi la vuole?”.
Così dicendo si rigettò nel cespuglio e uscì con un’AMG40 e un caricatore completo.
A Thor brillarono gli occhi.
         “ Cazzo! Un “semina supposte”. Grandissimo. Amico mio. E’ il regalo che aspettavo da tanto.“. Con un balzo fu vicino al comandante e gli stampò due sonori baci sulle guancie.
         “Grazie! Grazie! La userò come si deve. Grazie! Avete visto che amicone che abbiamo? Una”semina supposta”! Sei un grande. Adesso che vengano i bastardi. Adesso venite pure, figli di grande cagna. Vi spazzeremo dalla faccia di questa e quell’altra terra!”.
Ormai stava andando fuori controllo e ci volle tutta la forza di Holt e del sergente, per non permettergli si saltar fuori dal nostro nascondiglio e mostrare il suo nuovo giocattolo al nemico.
         “Pazzo bastardo maledetto. Vuoi farci scoprire?”. Gli urlò Stubbing, stravolto da quella manifestazione.
Poi rivolgendosi a tutti noi riprese.
         “ Bisogna assolutamente passare dall’altra parte. Sergente Luptberg, lei con Duca e DuRaand attraverserete questo guado. Prenda le corde che abbiamo. Le tenderete tra un capo e l’altro del guado. Una volta tesa, al primo giro lei rimarrà di copertura, mentre Duca e il comandante aiuteranno il primo a passare. Lo so ci bagneremo di più di quello che siamo, ma è l’unica soluzione. Rimarrò per ultimo e taglierò le corde. Soledo, mi raccomando la radio. Se qualcuno di voi crede in qualcosa, bhè inizi a pregarlo. Andiamo!”.
 Il sergente si gettò per primo, stretta la corda alla vita con vigorose bracciate, forse erano le ultime forze rimaste, attraversò la grande pozza. Dietro nuotava Duca, che dopo qualche sorsata di troppo, riuscì a raggiungere anch’egli la sponda opposta. Il comandante
Non ebbe difficoltà. Le corde andavano e venivano e tutti riuscimmo a passare. Tauranga si tuffò nell’acqua gelida e fece il percorso tutto in apnea. Quell’uomo era fonte di sorprese continue. Prima si era mostrato una sorta di deficiente, poi un attento analista, infine uno spietato assassino e per ultimo un grande nuotatore. Per essere dei Servizi Informativi del Congresso Continentale occorreva certamente possedere qualità superiori. Anche il comandante DuRaand era della medesima pasta. Forse con una predilezione per il dialogo, più che per lo scontro fisico. Certo si era dimostrato un attento e gelido attore, quando lo incrociammo per la prima volta.
I banditi non sparavano più se non radi colpi e concretamente a casaccio. Si erano concentrati più verso il centro della radura e la parte più lontana dalla passerella, che puntare verso la nostra parte. Gliene fummo grati. Confusi con le ombre degli alberi e della prima sera riuscimmo a raggiungere la casamatta. L’entrata era nascosta da grandi felci e dopo un breve corridoio, si apriva una grande stanza. Da un lato una sorta di focolare, per il resto, l’arredamento era formato da due vecchie reti rotte e arrugginite abbandonate in un angolo. Lungo il muro principale si aprivano alcune feritoie e dietro tre buchi nel muro permettevano coprirci le spalle. La fioca luce di una lampada, sopravvissuta agli strapazzi dei giorni a dietro, illuminava la scena su quella che poteva essere il luogo della nostra ultima resistenza. Fui preso da una profonda depressione. Rimanemmo in silenzio. Iniziava l’ultima notte?
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Siamo alla fine. Intrappolati come topi sul fondo di una trappola. Non ci rimane che difenderci sino alla morte.

 

INUTILI TRACCE Capitoli 39 e 40

39° Capitolo – ovvero “In fuga per la vita”
 
Soledo, con un’appariscente fasciatura a un braccio prese il microfono.
         “ Qui aquila, avanti.”.
Riprese.
         “Qui avvoltoio. Siete tutti vivi?”.
Stubbing prese il microfono dalle mani della ragazza.
         “Avvoltoio dove sei? Riesci a vederci? Noi siamo apposto. Ammaccati, feriti, ma vivi! Dov’è la tua posizione?”.
         “Non vi vedo, ma fuori dal bosco verso sud ci sono due grandi massi erratici. Sono appostato su quello in secondo piano. Avanzate verso sud, lungo il limitare del bosco poi, quando questo comincia a curvare uscite allo scoperto. Prima però mettetevi in contatto. Chiudo.”.
Avevamo occhi buoni fuori da quella muraglia verde. Finite le medicazioni, molto improvvisate ci dirigemmo verso sud e il limitare del bosco. La nuvola nera e grigia che si era levata con l’esplosione, stava ricadendo a terra. Sentivamo ancora gli ultimi schianti. Sicuramente l’esplosione era stata vista dalle postazioni avanzate dei Mistrali e ora ci attendevamo una possibile reazione provenire dalle montagne.  Prendemmo un sentiero ben segnato che si perdeva nell’intrico degli alberi, attenti però a non abbandonare la direzione suggerita da Holt. A un certo punto gli alberi si fecero più radi e vedevamo che un’altra muraglia di verde ci veniva incontro. Eravamo al punto di girare e attraversare la spianata dove c’erano i ricoveri dei missili.
Stubbing riprese la radio.
         “ Avvoltoio, siamo al limitare del bosco, dove ci hai indicato. Ci vedi ora?”
La risposta fu immediata.
         “ Vi vedo e ci siete tutti. Molto bene.  Avanzate all’interno egli alberi che vanno verso sud. Vedrete i massi. Io vi copro dalla mia postazione e controllo anche, che nessuno vi segua. Per ora il campo è libero. Un’altra cosa, come state riguardo alle munizioni e ai viveri?”.
Stubbing riprese fiato.
         “Male. La slitta è stata distrutta con l’esplosione e abbiamo pochi caricatori per ciascuno. Stimo una decina di minuti di fuoco … Poi coltelli e mani e poi … Dimenticavo abbiamo anche tre pacchi di viveri. Razioni d’emergenza e ancora un paio di pacchi di medicazioni, completi però e naturalmente le radio.”.
S’interrupe, ma capimmo immediatamente come avrebbero potuto mettersi le cose.
Holt, da parte sua non fu incoraggiante, aveva in tutto una cinquantina di colpi e poi anche per lui coltello e mani e pochi viveri, giusti per far passare la giornata.
La situazione era difficile, ma fui colto da un’improvvisa, irrazionale speranza. Innanzitutto pensavo che i nostri assalitori fossero scomparsi tutti nell’esplosione e che i due compari, avessero in qualche modo comunicato non sapevo però a chi, la nostra posizione. In ogni caso i Mistrali avrebbero potuto scendere dalle loro posizioni e venire a vedere che cosa fosse successo e forse anche a ricercare eventuali superstiti. Ne parlai brevemente a tutti.
Il comandante DuRaand disse solo.
         “Speriamo che ci abbiano sentito.”.
Questo un po’ ci rincuorò. Aveva lanciato un segnale e quindi c’era almeno una probabilità che qualcosa si muovesse.
Avanzammo dunque, verso quei massi, indicatici da Holt. Facendo pochi metri per poi fermarsi e attendere. Poi di nuovo. Aprivo il gruppo e con me Thor. Al centro Stubbing, le ragazze con Duca e Tauranga, DuRaand con Stark e il sergente in retroguardia. Dopo un paio d’ore e altrettante comunicazioni radio finalmente raggiungemmo il nascondiglio di Holt. Un grande masso di forma triangolare era spaccato in due e aveva formato una nicchia che poteva accogliere due, al massimo tre persone. Su quello accanto, il tempo e le intemperie avevano scavato una grossa cengia e alte tre quattro persone potevano sistemarsi. Ai piedi dei due massi c’era spazio per il resto della truppa. Ci sistemammo e organizzammo dei turni di guardia. Non furono rispettati naturalmente, perché la stanchezza e le forti emozioni della giornata, non ancora terminata del tutto, ci fecero piombare in un sonno senza sogni. Nel cuore della notte la voce di Holt si fece sentire.
         “Abbiamo visite.”.
Immediatamente, ma ancora con la testa pesante dal sonno e con l’animo n tumulto, ci predisponemmo a difenderci.
         “Dove sono?”. Chiese Stubbing.
Holt indicando con il braccio destro.
         “Di fronte a noi. Disposti in tre colonne, di circa una decina di uomini ciascuna. Non riesco a vedere se indossano divise o meno. A versi così non mi pare una formazione militare vera e propria. Credo che siano uomini della banda che vi ha attaccati. Hanno rimpinguato i ranghi e ora vengono per vendicarsi. Non vogliono lasciare nessun testimone.”.
Stubbing respirò a fondo e poi prese il visore notturno di Holt. Passarono alcuni secondi e poi parlò.
         “Holt e Stark da questa posizione terranno sotto tiro la colonna centrale. Comandante DuRaand, lei e il suo socio con … Duca e il sergente prenderanno d’infilata la colonna proveniente da destra. Dovrete dare le spalle al bosco. Le ragazze con la radio in posizione di difesa in questa posizione. Thorbijorn , Corso ed io andremo a sinistra e prenderemo l’ultima colonna. Signori credo e spero che farete del vostro meglio. E’ stato un piacere e un onore aver compiuto questo viaggio con voi. Grazie di tutto.”.
Thor naturalmente non si tenne dal commentare e giratosi verso di me disse sorridendo mestamente.
         “Andiamo menamerda. Si va  incominciare.”.
Lo guardai e scossi la testa. Almeno avesse detto una frase che fosse passata alla storia, uno di quegli aforismi che rimangono scolpiti nella mente e nel cuore di tutti. No, mi chiamò menamerda, on mi rimase che rispondergli per le rime.
“ Fanculo. Portassi un po’ di sfiga, eh.”.
Sentii delle risatine provenire dall’oscurità. Nervosismo pensai e paura, quella sì, tanta per giunta. Non sapevo quanti ne sarebbero usciti vivi da quello scontro. Soprattutto non sapevo se io riuscivo a venirne fuori intero.
La voce di Holt interrupe i nostri cauti movimenti di discesa da quel masso.
         “Capitano si sono fermate, le colonne. Sono a circa cinque, seicento metri.”.
Stubbing non diede d’intendere e continuò a scendere.
         “Meglio. Se aspettano l’alba per attaccare, ci danno il tempo di disporci. Allontaniamoci di una cinquantina di metri da questo massi. Non di più. Alla mala parata, queste pietre saranno  l’ultima difesa per noi. Andiamo.”.
Lo seguimmo. In silenzio credo che ciascuno pensasse alla medesima cosa. Un misto di preoccupazione, paura, terrore forse, ma anche sentivo fluire in me l’eccitazione per lo scontro imminente. L’adrenalina lentamente aumentava e con lei il desiderio che tutto finisse in fretta e bene per noi. Avemmo ucciso ferito altri esseri umani, ma altrettanto era nei loro desideri. In fondo ci difendevamo ed è giusto difendere la propria vita, il proprio futuro e se per questo sarei stato costretto a strappare la vita a uno sconosciuto, quello era il momento di giustificare un’azione molto riprovevole, ma che sentivo altrettanto giusta. Andavo con la mente a cercare una frase che mi era rimasta impresa quando l’avevo letta, ma non riuscivo a concentrarmi e quello era un buon sistema per non pensare a quel groviglio di sentimenti che mi percuotevano la mente. Ci trovammo al fine in posizione. Il tempo scorreva lento e una luna fosca baluginava nel cielo. Si vedevano poche stelle ed io come anche credo i miei compagni, aguzzavo le orecchie per carpire voci e parole del nemico. Prima di abbandonare il rifugio sicuro di quei massi ci eravamo accordati di trasmettere la posizione ogni ora. Dall’alto Holt e compagnia tenevano d’occhio le colonne e ogni loro eventuale spostamento. Se si fosse verificata una qualunque variazione, ci sarebbe stata comunicata. Con un’aurora rosacea, il giorno si annunciò che sarebbe stata una giornata limpida. Nessuna nube in cielo, solo quel solito venticello freddo che scendeva dalle gole circostanti. Mossi gambe e braccia, per favorire la circolazione e masticai piani piano una disgustosa barra energetica. Nella borraccia che avevo con me, era rimasta un poco d’acqua e ne bevvi un sorso. Il mio stomaco però sembrava on volerne sapere di ricevere qualcosa.
Improvvisamente intesi sempre più chiaro un ronzio. Levai gli occhi al cielo. Un drone passò a un centinaio di metri dalle nostre teste. Non mi sembrava armato e sperai che le macchine fotografiche di bordo ci riprendessero. Sparì in breve tempo ed io rimasi solo con la mia speranza, poi quello stesso arnese volante fece un altro passaggio. La luce si stava rapidamente spandendo e pensai che la probabilità che fossimo stati riconosciuti, fosse aumentata. Non avevo riconosciuto insegne, quindi rimasi dubbioso, perché dopo l’iniziale eccitazione, quel drone poteva appartenere ai buoni o come ai cattivi. Forse era dei Mistrali, forse di qualche banda più organizzata e a mezzi, che scorrazzavano in quelle lande. Ritornarono alla mente tutte le sensazioni, i dubbi, le paure e l’eccitazione che mi avevano tenuto compagnia durante la notte e che erano momentaneamente scomparse con l’arrivo del ricognitore. Ci pensò una scarica di mitraglia al suo indirizzo, lanciata da una delle colonne che si nascondeva nell’erba alta della piana, a fugare se non tutti, almeno molti dei miei dubbi in proposito. Non era dei cattivi. Rimanevano i buoni e i neutrali. Sperai vivamente nei primi.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Dunque, è la fine di questa impresa. Possibilità che gli altri ed io, se ne esca vivi francamente sono minime. In un luogo inospitale e assediato da forze molto superiori alle nostre. Portare a casa la pelle è una promessa avventata e ora mi sento doppiamente responsabile. Spero che i nostri corpi siano recuperati e non lasciati nelle mani o tra i denti di chi che sia. Sono pronto, l’eventualità a tutti noi considerata remota e tale, ora è di fronte a noi come inevitabile realtà.

40° capitolo “Continua la fuga”
 
La voce di Holt si udì chiara uscire da una delle radio che avevamo con noi.
         “Uomini. Se ne vanno.”.
Gli rispose Stubbing.
         “Come se ne vanno e chi se ne sta andando?”.
Riprese.
         “ Le colonne. Si stanno ritirando. Ha iniziato quella al centro e adesso …. Quella di sinistra. Tra poco immagino che si disimpegnerà quella alla mia destra. Infatti, e si ritirano di gran carriera. Mi piace pensare che abbiamo vinto una battaglia senza sparare un solo colpo.”. Disse ghignando.
         “ Appunto. Se abbiamo vinto, è solo una battaglia. La fine della guerra, ho l’impressione, che sia ancora molto lontana.”. Rispose il capitano stancamente.
Con molta cautela e facendo scorrere il tempo, ci riunimmo tutti ai piedi dei massi. Dall’alto Holt continuava a rimanere di vedetta. Ci scambiammo le opinioni su quello, che ci appariva come un fatto inspiegabile. Saranno stati i passaggi del drone, oppure quei banditi hanno creduto che appresso al ricognitore, fosse vicino un gruppo aereo d’intervento. Fatto sta che per ora riuscivamo a respirare.
Il Comandante DuRaand formulò l’ipotesi che gli sgraditi visitatori fossero della banda di Friso Dunkson, un norreno a capo di una forte e agguerrita banda. Formata per lo più da ex galeotti, mercenari, disertori, insomma la crema della feccia umana, che purtroppo neppure guerre e catastrofi precedenti erano riuscite a spazzare via. Anzi molti, troppi avevano scelto una vita ai margini, piuttosto che l’impegno per riuscire finalmente a dare una svolta alla vita del genere umano in generale. Certi vizi sono veramente duri a morire.
Anche Tauranga espresse il suo pensiero.
         “Friso era un Venerabile della Gilda dei Mercanti. Poi la sete di potere e la violenza con cui proponeva le sue misure di sicurezza, da una parte l’hanno fatto allontanare dalla Gilda stessa, dall’altra i suoi servigi sono sempre più ricercati da quelle frange della Gilda che stanno pian piano assumendo più potere al suo interno. Certo che mettere le mani su quello che abbiamo scoperto e fortunatamente distrutto lo avrebbe reso un pericolo non solo per il Congresso e i suoi alleati. Anche gli equilibri all’interno della Gilda sarebbero saltati alla fine. Comunque abbiamo di fronte un cattivo cliente. Prima ce ne andiamo e ci sganciamo definitivamente, prima l’opportunità di salvare la pelle, si trasformerà in una certezza.”.
Sentivo aumentare quella cappa d’ansia, che da tante ore era diventata, quasi un abito per i nostri pensieri. La preoccupazione era evidente sulla faccia di ciascuno di noi.
Stubbing chiese da che parte si fossero ritirati e Holt, che dall’alto non aveva perso neppure una loro mossa, disse che avevano preso la pista che avevamo seguito io con Stark e Tauranga i giorni precedenti.
Stubbing si mise a riflettere e dopo poco ci disse.
         “ Bene. Seguiremo la stessa strada. Mai più immaginano che gli stiamo dietro, che percorriamo il loro stesso cammino. Ci immaginano, credo, sulla pista disagevole che o affrontato io e chi mi ha accompagnato. Invece con calma e ponderatezza seguiremo le loro orme.”.
Il piano era audace, soprattutto perché a un certo punto li avremo dovuti o sorpassare oppure deviare ancora una volta in un luogo che fosse agevole da raggiungere per un’eventuale missione di soccorso. Sempre che ne fosse stata organizzata una. DuRaand aveva sì lanciato il segnale d’emergenza, ma non era detto che fosse stato accolto. Il passaggio del drone, senza nessuna insegna era stato come un fulmine a ciel sereno. Il cielo intanto si stava scurendo. Il vento rinforzava e soffiava da nord. Nubi cariche si stavano avvicinando e promettevano tempesta. Richiamammo Holt, che a malincuore abbandonò il suo nido d’osservazione. Ci disponemmo in due file e mi assicurai che Darla fosse la mia fedele ombra e ci incamminammo con cautela ripercorrendo la stessa strada fatta dai banditi. Avanzavamo a scatti, fermandoci e attendendo istruzioni da Duca e Stark che si erano posti in avanscoperta. Dopo un’ora e più di quell’estenuante avanzata raggiungemmo i resti di quello che era stato AB12. Solo macerie e spirali di fumo, che ancora si levavano dalla voragine apertasi con l’esplosione.
Mi domandavo che razza di esplosivo si fossero portati dietro i ranger, per provocare un simile scempio. Stark, il nostro artificiere guardava compiaciuto l’opera.
         “ Però … mai più avrei immaginato che i serbatoi, che avevo minato al terzo livello, contenessero tanto gas.”.
         “ Cavolo Stark.”. Esclamò, stupito da tanto, Thornbijorn. “ Devi aver fatto saltare serbatoi con idrogeno, ossigeno e azoto liquidi. Forse erano i serbatoi di carburante dei missili. Grazioso omaggio del passato.”.
         “Già.” Rispose con aria soddisfatta.
Duca ci chiamò.
         “Venite un po’ a vedere, cosa abbiamo qui. Non ci crederete, ma la slitta e buona parte del suo contenuto, si sono salvati.”.
Ci avvicinammo e costatammo che la slitta si era si salvata, ma era inutilizzabile. Il sistema di gravitazione era gravemente danneggiato e avremmo dovuto abbandonarla.
Riuscimmo, però, a recuperare delle provviste, caricatori per le armi e un pacco di batterie per le radio. Ci dividemmo il carico e prima di abbandonare definitivamente l’area, mangiammo sparpagliati, seduti sui calcinacci del forte distrutto. Le nubi intanto si avvicinavano sempre di più e l’aria fredda portava ai nostri nasi l’odore della tempesta imminente. Mangiammo velocemente e altrettanto velocemente ci dirigemmo verso il primo limitare della foresta. Addentrandoci ci mostravamo più guardinghi e attenti. Tendevamo l’orecchio ai rumori consueti. Il trillo degli uccelli, il rumore di rami spezzati da qualche selvatico disturbato al nostro passaggio. La voce del vento sempre più impetuosa, faceva stormire le fronde e gli alberi più giovani iniziarono a piegarsi. I vecchi esemplari invece, gemevano e scricchiolavano, opponendo la forza della loro struttura alle folate più forti. Ben presto iniziarono gli scrosci d’acqua. Tra lampi e tuoni la tempesta si riversò sopra di noi. Favoriti dall’intrico dei rami in fondo ci bagnavamo, ma on ci inzuppavamo. La nostra preoccupazione era di non offrire un buon bersaglio ai fulmini. Dovevamo scegliere, o farci bagnare fino al midollo, marciando sulla pista, oppure avanzare e con una certa fatica nel sottobosco, sempre più bagnato. Oramai il bosco era in balia degli elementi e tutti i suoi abitanti se ne stavano rintanati. Scegliemmo di accamparci nel folto del bosco. Trovammo riparo sotto alcuni abeti rossi, dai rami bassi che formavano una sorta di tenda. Al piede gli aghi che erano caduti negli anni, non avevano permesso all’erba di crescere rigogliosa, né a latri arbusti. Un tappeto rossiccio faceva corona a quei tronchi. Di buono c’era che l’acqua, lì sotto, era meno fastidiosa e si potevano trovare anche zone asciutte. Trovammo della legna abbastanza secca e accendemmo un fuoco. Era un azzardo, ma l’intrico dei rami e la posizione, ci facevano ben sperare di non essere scorti e poi finché il vento avesse spirato così forte il fumo, si sarebbe confuso nella pioggia che cadeva sempre più copiosa. Quel bivacco sarebbe durato tutto il giorno e buona parte della notte, tanto durò la tempesta. Durante la giornata, con i turni di guardia, riuscimmo anche a dormire. Un sonno agitato, spezzato continuamente dallo schianto dei rami, che si rompevano sotto la furia del vento e con l’agitazione di rimanere vigili, per fronteggiare ogni eventuale pericolo.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Non è ancora finita. Ci ritiriamo velocemente o almeno tentiamo. Non vedo segni di cedimento negli uomini. Qualcosa mi dice che ce la faremo.

 

INUTILI TRACCE Capitoli 37 e 38

# 37° Capitolo – ovvero “Si comincia a capire”
 

Saltellando, Gios, dal buio ci raggiunse e infilò la testa dentro quella stanza. Guardo a destra e sinistra poi con il suo solito sguardo un po’ folle, prima ci guardò e poi entrò nella stanza. Lo seguimmo e mentre entravamo, mi scappò di sussurrare a Darla e Stubbing, che mi erano accanto.
         “ Strano. Uno trova la porta dei nostri sogni e l’altro riesce ad aprirla. Non ditemi che è un caso.”.
Stubbing mi lanciò un’occhiata piena d’interrogativi. Darla altrettanto. Due passi ed eravamo dentro.
La stanza, molto più ampia delle precedenti mostrava una fila di banchi. Sopra ogni banco era posta una serie di schermi, tastiere e di telefoni. Carte geografiche alle pareti e poi armadi, in gran parte aperti. La polvere che si era posata, mi accorsi che non era poi tanto spessa. Mi sorse il sospetto che in quella stanza qualcuno ci era passato prima di noi, da non troppo tempo. Ci guardavamo attorno più incuriositi del solito. Darla prese a schiacciare i tasti di varie tastiere e a poco a poco gli schermi s’illuminarono. Anche la parte in fondo s’illuminò rivelando un’immensa carta geografica. Era il mondo, il nostro martoriato mondo. Comparivano i confini dei continenti in una lunga striscia luminosa gialla. Terre e mari erano invece su sfondo nero. Piccoli pallini di vario colore tappezzavano quello che doveva essere la terra. Atri pallini spuntavano in quel tratto di schermo che doveva essere il mare. La maggior parte dei pallini era di color rosso.
Cominciò una discussione circa il posto in cui ci trovavamo e il significato di quelle carte e di quello schermo. Darla intanto armeggiava con il suo PC e guardava con attenzione la consolle di fronte a lei. Con un cavetto in mano, che partiva dal suo strumento, cercava l’apertura adatta per iniziare la connessione. Io intanto mi misi a frugare dentro gli armadi.
Ne trassi una serie di volumi che mi sembravano testi procedurali, ordini di servizio, disposizioni. Insomma nulla d’interessante e poi la carta si stava deteriorando visibilmente. Molte pagine erano sparse da tutte le parti e alcuni volumi si sbriciolavano fra le dita. La mia attenzione, però, si concentrò su due volumi dalle copertine differenti che erano poste in bella vista e anche questi chiusi con due lucchetti. Impugnai il coltello e con un certo sforzo riuscii a far saltare le chiusure. Li sfogliai e mi accorsi che i fogli erano stati tutti ricoperti di una pellicola, piuttosto spessa. Ciò che mi apparve svegliò completamente la mia curiosità. Innumerevoli colonne di numeri e lettere si susseguivano, un foglio dopo l'altro. Leggevo con fatica e interpretavo quelle scritte. Era “anglico antico” e qual cosina l'avevo imparato sfogliando i libri alla Casa della Cultura. All’inizio in me s’insinuò il sospetto, però procedendo nella lettura, quella si trasformò in certezza. Era un libro di codici di lancio, per cosa non riuscivo proprio a capire, ma ero sicuro che fossero quello. Presi a sfogliare velocemente anche l’altro. Quello custodiva la procedura da osservare per un lancio. Di cosa, però? Imprecavo tra me, tentando di interpretare quelle sigle, quelle cifre, quei riferimenti. Poi di colpo alzando gli occhi su di una carta appesa alla parete di fronte a me, tutto s’illuminò.
         “Cazzo!”. Esclamai, tra il felice e lo stupito. “ Sono codici di lancio per missili. Guardate qua. Ho trovato procedura e codici per lanciare dei missili e questa stanza è di comando e lancio. Guardate quella cartina.”.
Indicai la cartina che aveva attratto la mia attenzione.
         “ Guardate bene quest’area. Immaginatela su di un piano. Queste collinette, dietro cui ieri siete spariti voi.”. Dissi indicando Stubbing e Soledo.” Sono le cupole di una rampa sotterranea che contiene o conteneva un missile. E guardate quell’altra. La rampa è come spaccata in due. Questo è il missile, questi degli attacchi, non so per cosa e su questa sono indicati i meccanismi per aprire e chiudere dei portelli. Quelle collinette sono i coperchi delle rampe. Si aprono, parte il missile, si richiudono. Sono mimetizzati, così dall’alto vedi solo una grande radura. Forse anche gli alberelli che ci sono su quei dossi sono finti. Cavolo. Bunker Hill è una gigantesca base missilistica.”.
Stubbing esplose.
         “Una base missilistica in mezzo alle montagne? Ma andiamo, che razza di fantasia è la tua. Poi ancora, con i Mistrali a due passi e con quello spiegamento di artiglieria, che abbiamo visto nei giorni precedenti. Poi anche se fosse, chi ci dice che questa base non sia la loro?”.
Con tono sarcastico risposi.
         “ Innanzitutto, se la base fosse dei Mistrali, noi qui non ci saremmo neppure arrivati. Poi a giudicare dall’attuale situazione questa base è della stessa età delle prime guerre e quindi ha moltissimi anni e non è detto che all’epoca i Mistrali non fossero alleati. Se fossero stati dei nemici, credo che avrebbero tentato di distruggerla, tra le altre cose.”.
Darla intervenne in mio aiuto.
         “Corso ha ragione. Questa è stata una base missilistica. Sto facendo girare un programma e a quanto vedo è il programma che cercavamo. Lancio e guida di missili. A questo punto la storia non mente. Missili intercontinentali a testata nucleare. Armi di distruzione di massa. Quelli che hanno reso la terra così. Come la viviamo ora.”
Trasse un sospiro.
         “ Se osservate su quegli schermi, vi accorgerete che a destra ci sono delle coordinate geografiche. Il bersaglio da colpire, a sinistra si sta definendo la procedura di lancio, controllo e navigazione del missile. Credo che inserendo al momento opportuno i codici che hai trovato si possa lanciare un missile e farlo arrivare a destino. Con le conseguenze del caso.”
Udimmo la voce distorta di Duca, provenire dalla radio accesa.
         “ Darla, sei un genio e hai perfettamente ragione. Ho le immagini delle rampe dei missili. Non so se sia un bene o un male, ma di missili neppure l’ombra. Le rampe sono vuote e quindi i lanci sono stati fatti a suo tempo.”.
Rimanemmo in silenzio per qualche tempo. La scoperta ci aveva colpito e personalmente, anche un po’ sconvolto. La domanda che mi ponevo è perché farci arrivare fin lì, scoprire tutto quel mistero e prendere in consegna qualcosa che non poteva più essere sfruttato. Se non c’erano più missili sulle rampe e molto probabilmente anche nella base stessa, perché quell’interesse?
Intanto Darla aveva terminato il suo lavoro.
         “ Ecco fatto, il programma l’ho copiato interamente nel mio PC. Adesso possiamo anche andarcene. Non prima di aver preso anche quei due libri che hai trovato tu, Corso. Credo che siano correlati.”.
Stubbing però intervenne e questa volta con ragione.
         “ Va bene. Ammesso che tutto ciò che hai detto, dottoressa, sia vero. Mi spieghi cosa servono allora queste due serrature. Ho visto che lo stesso programma si svolgeva su questi due schermi. Sembra quasi che per far funzionare tutto occorrano due operatori. Dotati ciascuno di una chiave di sicurezza.”.
Darla rifletté un momento.
         “ Penso che lai abbia detto una cosa sensata. Non credo che un solo operatore potesse portare a termine una procedura così complessa. O forse occorrevano due operatori per una forma di sicurezza. Mettiamo il caso che uno non riuscisse a sopportare la pressione e la responsabilità di un posto del genere. Oppure fosse colto, che so, da pazzia improvvisa. Il fatto che si dovesse operare in due e contemporaneamente, metteva al sicuro o quasi l’intera procedura. E' più che plausibile.”.
         “ Bellissima lezione di storia militare, dottoressa Arvig. Finalmente abbiamo quello che da anni andavamo cercando e soprattutto abbiamo trovato chi è riuscito a … prenderlo senza colpo ferire. Ringrazio lei, come tutti voi a nome mio e del Congresso Continentale.”.
La voce di Pituddu si udì chiara e forte e ci sorprese quasi tutti.
Dico quasi, perché Thor sembrò non scomporsi più di tanto.
         “Congresso Continentale? Bene! Adesso lo zoo è completo.”.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
A questo punto la realtà ha superato notevolmente la fantasia, tanto da non sapere più in chi e in cosa credere e se sia ancora utile credere.

# 38 Capitolo – ovvero “Finite le sorprese inizia la realtà”
 
Rimanemmo attoniti e sorpresi di tanto annuncio. Il Congresso Continentale? Questo poi mai lo avrei immaginato. Sapevo della sua esistenza. A grandi linee conoscevo anche il perché si era formato e quali erano i suoi scopi. Un’entità che trascendeva le tribù e i clan, anzi era stata creata proprio da questi. Per controllare soprattutto che rivalità, incomprensioni tra clan e tribù non degenerassero in guerre come nei secoli passati. Vigilava che nessuno si arricchisse oltre misura, in ogni senso. Aveva dato linee guida, leggi universali. I massimi esponenti erano sì uomini politici ma affiancati da grandi pensatori, scienziati che si adoperavano per risollevare le sorti di questo nostro mondo e per dare una svolta finalmente di pace e progresso veri.
Pituddu continuò.
         “ E’ bene che mi presenti. Sono il comandate Ossji DuRaand, del servizio Informazioni del Congresso e questi è il comandante Tauranga Tualangi, mio compagno d’avventure e grande amico.”.
Si voltò verso quello che fino allora avevamo creduto Gios l’insaziabile.
Tauranga s’inchinò leggermente e rivolto a Neelya le disse.
         “ Vorrei ringraziare personalmente la signorina Neelya per avermi usato la squisitezza di puntarmi un’arma con ancora la sicura inserita. E’ stato davvero un gran gesto e l’ho apprezzato moltissimo.”.
Parole che uscirono più dal cuore che dalla bocca di quell’uomo.
A questo punto Thor esplose.
         “ Ma come? Neelya, gli hai puntato la pistola con ancora la sicura? Ma … ma sei imbarazzante. Io credevo … ma come si fa, dico io. No! Lo sapevo e te lo avevo detto, Corso. Io non ero assolutamente d’accordi di farla parte di questa … cosa.”.
Neelya ebbe un’identica reazione.
         “Brutto bestione! Imbarazzante e inopportuno sarai tu. Secondo te io dovrei puntare una pistola senza sicura verso una persona che è disarmata e per quel che l’abbiamo conosciuto, certo di scarsa presenza. Almeno di testa, perché in quanto al resto …”.
Li guardammo esterrefatti. La sequenza di contumelie e insulti reciproci, aumentava esponenzialmente.
La voce tonante di Stubbing interruppe quella veramente imbarazzante canea.
         “ Signori. All’ordine.” Tuonò. Poi fece il saluto militare. ” Comandante.”.
DuRaand ricambiò il saluto e con lui Tualangi. Poi Stubbing riprese.
         “ La prego di perdonare l’intemperanza di questi due individui. Così lei appartiene al Servizio Informazioni del Congresso Continentale? Ma allora la nostra presenza qui …?”.
Duraand sorrise.
         “La vostra presenza qui era ed è fondamentale. Per anni abbiamo cercato questo posto e per anni abbiamo cercato soprattutto di tenerlo nascosto ai più e poi, cosa assai più importante abbiamo ricercato donne o uomini che riuscissero a scoprire e interpretare quello che questo luogo racchiude. Finalmente dal Consiglio dei Clan c’è giunta la voce che la dottoressa Arvig era la persona adatta. Proprio per la sua conoscenza di programmi informatici antichi. Poi avevamo bisogno di un gruppo di supporto preparato, formato da uomini coraggiosi e se vogliamo pronti a tutto. Lei e il suo gruppo eravate i migliori sulla piazza. Voi Corso, per finire siete l’uomo adatto perché conoscete luoghi, persone e potete fare affidamento su compagni leali, della vostra stessa pasta. A Jeronimus ne saremo grati per sempre. Non solo il caso, ma anche la vostra personale preparazione a fatto sì che quest’operazione potesse andare in porto. Senza di voi non saremmo giunti qua e non potremmo sottrarre queste preziosissime informazioni a quelli, che ne farebbero sicuramente un’arma potente. Parlo della Gilda dei Mercanti. Sappiamo che sono anche loro sulle tracce di questo sito e di ciò che contiene. Il loro desiderio è di impossessarsene. Se non per venderlo, cosa che però escludiamo, certo per tenerlo. Diventerebbe un’arma di ricatto inimmaginabile e getterebbe la terra e i suoi pochi abitanti indietro di secoli. Saremmo sotto scacco di pochi e terribili uomini che punterebbero, ne sono sicuro a impadronirsi delle poche ricchezze che ci sono rimaste. Sicuramente, a questo punto, mirerebbero al potere assoluto e diventerebbero la mente di ogni azione politica. Perderemmo di colpo la libertà. Qualunque libertà. Saremmo schiavi nei nostri stessi paesi, soggiogati a poche e crudeli menti, sotto la minaccia continua di una nuova guerra terribile. Pari o se non di più a quelle del passato.
Le scaramucce di questi periodi sono nulla in confronto ad un nuovo e più terribile inverno nucleare. Abbiamo saputo dal nostro Servizio Informazioni e questo con l’aiuto del servizio di Intelligence di altre tribù, che sono presenti sul territorio ancora due altri siti, uguali a questo. Non credo che sia poi difficile applicare gli stessi programmi che avete trovato qui, anche in altre realtà.”.
Indicò le apparecchiature.
         “Sono macchine e si adattano al volere dell’uomo. Basta, immagino, riprogrammarle ed ecco che nelle mani sbagliate possono trovarsi oggetti che muterebbero per sempre il volto di questa nostra Terra.”.
Darla prese il suo PC e lo diede a DuRaand.
         “Tenga Comandante. Oltre a non sapere che farne, adesso ho paura. Temo di aver innescato un qualcosa che è più grande di me e che in ogni momento potrà distruggermi.”.
Lo disse con una marcata angoscia nella voce e la stessa la vedevo dipingersi sui volti degli astanti.
         “Siamo sicuri che solo in questo sito esista la procedura che permette di lanciare e governare questi missili?”.
La voce incrinata di Stubbing percorse il silenzio, in cui eravamo piombati tutti.
         “Sì.”. Rispose il comandante.  
“Siamo sicuri. Non esiste un altro luogo simile a questo. Grazie dottoressa. Vorrei però tranquillizzarla. Tutto ciò andrà completamente distrutto. Avevo bisogno, anzi avevamo, come il comandante Tualangi può confermare di ottenere la conferma dei nostri sospetti e che questi fossero supportati da prove reali. Lei con il suo lavoro l’ha confermato. Non ci resta che distruggere tutto e in maniera più completa possibile e andarcene più in fretta possibile. Prima che qualcun altro ci scopra e voglia prendersi il suo lavoro.”.
La voce gracchiante di Duca, attraverso la radio si fece sentire.
         “Finalmente, parole sagge. Vedete di far presto a venir fuori da lì. Abbiamo visite e non sono certo di cortesia.”.
Risposi subito.
         “Che cosa abbiamo?”.
Quello, sarcastico mi rispose.
         “Abbiamo un nugolo di brutti ceffi che si sta avvicinando da varie posizioni e dalle armi che imbracciano, non credo che vadano a caccia. Credo che le prede siate voi e il sottoscritto. Quindi sbrigatevi maledizione!”.
Guardai Thor con un’espressione felice.
         “ Adesso, lo zoo è al completo.”.
Thor mi fulminò con lo sguardo.
DuRaand estrasse da una tasca della giacca una scatoletta. La appoggiò al PC e spinse un tasto. Si udì un lieve ronzio.
         “Abbiamo pochi minuti per andarcene. Poi qualcuno potrebbe farsi molto male.”.
Schizzammo tutto fuori dalla stanza. Stark rimase per ultimo. Dallo zaino tirò fuori un contenitore, che depose davanti alla porta aperta. Poi con forza riuscì a chiudere la porta stessa.
         “Un regalo di sicurezza.” Ci disse, mentre salivamo di corsa le scale. Alla radio intanto ordinammo a Duca di abbandonare la posizione e di raggiungerci al piano inferiore. Correvo come un disperato e non m’importava se sollevavo poca o tanta polvere. Mi era entrata negli occhi, nel naso, in bocca, che sentivo impastata, ma era innanzitutto la paura di fare la fine del topo in trappola. Intanto sentiamo i primi rumori e le voci dei nostri sgraditi ospiti, provenire dall’alto. Controllai l’orologio, avevamo forse ancora un minuto o poco più. Rimanemmo gli ultimi Stark, Thor ed io. Fucili alzati pronti a far fuoco a coprire gli altri che uscivano da quella porta che dava nell’intrico del sottobosco, che avevamo scoperto in precedenza. Vedemmo le prime ombre e immediatamente scatenammo un fuoco infernale.
         “Via. Via. Via.”Urlò Stark dopo aver attivato il comando del detonatore. Quegli ultimi dieci secondi di corsa a perdifiato mi parvero un’eternità. Poi udimmo i primi scoppi, proprio mentre passavamo la porta di sicurezza e ritornavamo a rivedere il sole. Poi ci fu un boato e l’onda d’urto ci prese come una gigantesca mano e ci sparpagliò nel sottobosco. Sembrava che fossi preso in una girandola impazzita e fui scagliato prima in aria e poi, dopo avermi fatto ruotare, mi scagliò attraverso un cespuglio spinoso fino a farmi atterrare su di un mucchio di rami. Intanto si levavano ancora scoppi, nelle viscere della terra e calcinacci di varie dimensioni ci sfrecciavano sulla testa per ricadere con sordi tonfi nella boscaglia. Thor mi raccontò, quando tutta la storia finì, che si era nascosto dietro un grosso tronco di un pino secolare. Un pezzo di cemento passò come una bomba tranciando il tronco come se fosse un fuscello e lui si ritrovò sepolto da una miriade si schegge. Se ne trovò una piantata in una spalla coperta dal giubbetto antiproiettile che indossavamo tutti, a pochi centimetri dalla pelle viva. Passarono alcuni minuti poi lentamente iniziammo a chiamarci l’un l’altro. A ogni risposta il mio respiro si faceva più regolare. Darla, dopo qualche minuto di autentica paura, la ritrovammo ferita, accanto al mozzicone di un larice. Aveva una ferita alla testa, meno male solo superficiale. La abbracciai e confesso, piansi per lo spavento e la paura di aver perso un bene il più prezioso di tutto ciò che avevo in quel momento e quello che avevo mai avuto. Ci contammo le ferite. Chi alla testa, chi alle braccia, gambe, nessuna parte ne era esente. Mi sentivo vuoto ed esausto ma vivo. Non era ancora finita però. Mentre ci medicavamo le ferite dalla radio, uscì la voce di Holt, nascosto da qualche parte.
         “ Qui avvoltoio, mi sentite … passo.”.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Sono rammaricato, anche se colpito. Rammaricato perché la sensazione di essere stato usato, credo la riporterò per tutta la vita. Colpito dall’efficienza di certe strutture. Comunque non è ancora finita.

 

INUTILI TRACCE – Capitoli 35 – 36

35 Capitolo – ovvero “Si inizia a cercare”
 

Ci ritrovammo tutti insieme, ancora una volta. Ci furono abbracci e strette di mano. Come se avessimo raggiunto la cima di una montagna, avessimo conquistato chissà cosa e forse era proprio così. Avevamo conquistato il diritto ad avere delle risposte, a sciogliere quei dubbi che ci avevano mossi nei giorni passati. Quelle risposte avrebbero dissipato anche i confusi sospetti che avevamo l’uno dell’altro. Avrebbero misurato il reale affiatamento, che pareva correre tra di noi. Oramai sapevamo gli uni degli altri, sapevamo chi era chi e cosa ci aveva spinto fin in quel posto. Occorreva solo stabilire e scoprire quali erano i personali atteggiamenti nei riguardi di quelle risposte. Sempre che ce ne fossero e sempre che fossero capibili. Potevano esserci ancora enigmi, oppure poteva esistere un sorprendente nulla. Tutto era rinchiuso nella pancia oscura di quel forte. Forse c’era il destino di ognuno di noi o forse esisteva un'unica grande menzogna, della quale per un certo verso, ne eravamo partecipi. Attori, comparse o forse scritto da noi stessi.
Stubbing si rese conto che mancava Stark. Ne chiese il motivo e così gli dissi che si era trovato un posto d’osservazione e che stava facendo buona guardia. Intanto il pomeriggio avanzava e dovevamo decidere se ritornare al vecchio nascondiglio oppure trascorrere la notte fuori e attendere l’indomani per iniziare l’esplorazione del forte. In più la squadra non era completa. Thor e gli altri due erano ancora lontani e avevano con sé la famosa slitta. Dopo qualche ragionamento, decidemmo che Pituddu ed io saremmo andati incontro ai nostri amici. Saremmo partiti all’alba, così pure loro dal nascondiglio. Comunicammo la decisione per radio e ci preparammo alla notte. Alcuni di noi, ispezionarono a fondo alcuni locali all’interno del forte, per evitare di avere scomodi compagni di sonno. Decidemmo per i turni di guardia e verso sera, consumata una frugale cena, ci disponemmo al sonno.
Il tappeto di stelle che ci sovrastava, mi sembrò più luminoso e quasi sentivo, come se stesse per precipitarsi su di noi. La luna, coronata da un’ innaturale foschia, non mandava quel suo limpido bagliore, ma sembrava tenersi per una volta in disparte per permettere alle stelle di brillare in una notte incredibilmente bella. Bella ma fredda e il fuocherello che avevamo acceso dentro lo stanzone, che fungeva da dormitorio, riscaldava a mala pena.
Avevamo trovato poca legna secca e asciutta. Doveva aver piovuto nei giorni precedenti ma quei pochi rami, odorosi ancora di resina riuscivano a illuminare, di una luce irreale quel locale. Durante il mio turno di guardia osservai i tratti di chi aveva affidato ai miei sensi il sonno e la vita. Darla dormiva con un’espressione serena, di chi sogna cose fantastiche e meravigliose. Stubbing, accigliato e con un’evidente ruga frontale, mi parve dormisse sull’attenti. Da bravo soldato. Neelya e Soledo, abbracciate, l’una con la faccia affondata nei capelli dell’altra, si tenevano per mano, quasi non respiravano, per paura di disturbarsi il sonno a vicenda. Dentro la massa scura della coperta, immaginavo la figura massiccia di Stark. Il profilo affilato di Holt, sembrava guizzare tra le fiamme, anche se lui immobile e disteso, respirava lento, quasi segnasse il passo della sua personale marcia nel sonno. Più scomposto era Pituddu. Una gamba qua e una piegata dall’altra parte. Ogni tanto dava un sonoro segno di russare, per poi zittirsi e agitare il capo. Ogni tanto mi alzavo a gettare un ramo nel fuoco, giusto per non far morire la fiamma. Poi uscivo a guardare il cielo e ascoltavo il rumore della notte. Tentavo di cogliere qualche suono incongruente. Solo si sentivano i rari richiami di animali notturni e il fruscio lieve di un venticello timido. Io ero rimasto per ultimo a fare il turno di guardia. Svegliai Pituddu, quando mi accorsi che le prime dita indaco dell’aurora stavano iniziando a graffiare il cielo.
Scaldammo un po’ d’acqua sule braci ancora ardenti del fuoco. Holt che mi avrebbe dato il cambio e avrebbe svegliato in seguito gli altri, ci osservava nella penombra. Accettò la tazza di quell’intruglio, che sontuosamente, chiamavamo caffè e sottovoce ci fece gli auguri, quando ci incamminammo per riandare sul sentiero che avevamo percorso solo il giorno prima. Per le due ore circa di cammino, tante bastarono a noi per ritrovare i nostri compagni, non avvertimmo nessun’altra presenza se non gli alti alberi del bosco. Sentimmo rami spezzati, forse un cervo mattiniero o un orso ritardatario. Il frullo di ali sui rami più alti. Non parlammo molto, solo brevi frasi, giusto per indicare un fiore, un cespuglio o attirare l’attenzione su un possibile pericolo.
Ci fermammo in una radura, al riparo di alcuni massi. Dietro di noi il folto del bosco, ci copriva, o almeno così credevamo le spalle. La pista si perdeva tra gli alberi e sembrava tagliare a mezzo quella spessa coltre verde che ci circondava.
Non so quanto tempo passò e ognuno di noi rimase in silenzio, immerso nei propri pensieri. Finalmente a interrompere quel silenzio, udimmo lo scalpiccio dei nostri amici e il ronzio dei motori della slitta. Mi stupì molto la calorosa accoglienza che ci fece Gios. Abbracciò più volte Pituddu e a me riservò una forte scrollata generale e poi sorrisi e due baci schioccanti sulle guancie. Quasi fossimo diventati, nella notte, parenti stretti. Thor mi guardò scosse la testa e alzò lo sguardo al cielo. Mi parve sconsolato. Gli sorrisi e per tutta risposta mi diede in buffetto sulla spalla e un’ombra di sorriso aleggiò sulla sua bocca.
Riprendemmo la pista a ritroso; oramai sentivo di conoscerla come le mie tasche.
Di prima mattina raggiungemmo anche gli altri e ci furono festeggiamenti per tutti e un nuovo giro di caffè. Gios come prima, abbracciò tutti e alle ragazze riservò la sorpresa di un omaggio floreale. Aveva fatto tre mazzi di fiori colti, mentre eravamo in marcia. Le ragazze ringraziarono e solo dopo aver ricevuto nuovi abbracci e anche un bacio da quelle, Gios si dimostrò soddisfatto.
Altrettanto imprevedibile si mostrò Pituddu. Dal suo zaino trasse un grande foglio piegato che si rivelò una rozza mappa del forte sotterraneo che indicavamo come AB12.
         “Questo è un disegno, abbastanza aderente alla realtà, di quello che c’è dietro quella porta. Qui ci sono solo locali che credo adibiti, a suo tempo a uffici e corpo di guardia. Nel piano inferiore troviamo altri uffici, locali per il riposo, l’infermeria, la cucina e la locale mensa … poi questa porta chiusa con una serratura elettronica, immagino. Questi sono i corridoi e le varie stanze e da questa parte una rampa che porta a un accesso per i mezzi. Qui sembra esserci la rimessa. Poi ancora da questo corridoio si accede a una serie di uscite di sicurezza.
Qui l’altra rampa di scale che porta ancora a un piano inferiore. Ci sono solo due stanze, chiuse anch’esse da serrature elettroniche e le porte sono corazzate. Questo corridoio porta a una rampa che si perde in un piano ancora più basso. Dai ronzii che salivano dal buio, immagino che sotto ci sia la zona dei generatori con l’impianto di areazione, riscaldamento e altro che non saprei dire.”. Credo che la zona che pù interessa sia prorpio questa, Due piani sotto terra.”
Guardammo a lungo quella mappa, poi spezzai il silenzio.
         “Ieri mi dicesti che avevi scorto una luce, fioca, che illuminava le scale. Se questo luogo è abbandonato da tanto tempo, come può esserci ancora luce artificiale …”.
Pituddu mi fissò.
         “Anch’io mi sono posto questa domanda. Credo che questo luogo sia stato mantenuto in efficienza proprio perché c’è qualcosa che riveste interessi enormi. Qualcuno, non so chi, ha voluto che tutto questo, impianti compresi fossero mantenuti, nel limite del possibile, accessibili e fruibili.”.
         “Dici che qualcuno ci sta aspettando?”
         “Forse non qui dentro. Forse fuori, ma sicuramente qualcuno o qualcosa si aspetta che chi entra riesca a trovare la soluzione al segreto custodito dietro quelle porte. Ecco perché c’è energia. Non dimenticate che ogni forte, come vi avevo detto nei giorni precedenti, ha una sua fonte di energia autonoma. Sotto queste montagne scorrono fiumi sotterranei e quindi ci sono centrali elettriche che permettono di erogare energia. Credo che questo … qualcuno abbia fatto sì che tutto questo funzionasse al meglio. Tenendo conto del tempo e che certe cose non le fa più nessuno. Però posso dire che l’efficienza è al settanta ottanta per cento. Avete visto al rifugio, dove eravamo. Quindi.”
Stubbing si grattò la barba ispida che ornava il volto.
         “Credo che la nostra guida abbia ragione. E’ trascorso del tempo e anche tanto, ma qualcuno è rimasto fedele a questi posti e sicuro che un giorno o l’altro sarebbe giunto chi aveva le capacità di far fruttare ancora ciò che è custodito tra queste mura.”.
Thor si premunì di chiosare.
         “Allora andiamo. Prima scopriamo cosa c’è lì sotto, prima ce ne andiamo da questo posto. A me mette un po’ i brividi.”
Decidemmo l’ordine d’entrata. Stark intanto si era caricato sulle spalle un grosso contenitore e nel passarmi davanti, mi fissò e disse in un soffio.
         “Boom!”
Non mi ci volle molto a capire che quello era esplosivo. Quindi svelato l’arcano; tutto doveva scomparire in un’esplosione. Meno male che la posizione di Stark era al centro del gruppo. L’unico che non fu della partita fu Holt. E fu un bene, per la piega che presero in seguito gli eventi.
 
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Inizia l’esplorazione. Per un momento mi sono sentito svuotato, ma non è questo il momento di cedere. Siamo ad un passo dal riuscire finalmente a capire tutto.

# 36 Capitolo – ovvero “ Si cerca di capire”
 
Scendemmo le scale. Stubbing ed io ad aprire la marcia, circospetti e attenti. Dietro Pituttu con le tre ragazze. Stark, il sergente e Gios; per ultimi: Thor e Duca.
Sentivamo che l’aria si faceva più spessa ogni gradino che scendevamo. Le luci, fioche e distanziate illuminavano con approssimazione i nostri passi. Una sottile polvere si alzava. Tutto sapeva di chiuso e di vecchio, un odore che non mi era mai piaciuto.
Arrivammo al primo piano e seguendo le indicazioni della mappa ci dirigemmo verso la porta chiusa con la serratura elettronica. La illuminai con la torcia e il riflesso rivelò la sua corazzatura. Dietro ci doveva essere qualcosa di prezioso.
“ Che facciamo?” dissi.
Darla si avvicinò con il PC aperto e sentivo che ronzava.    
“Provo a vedere se riesco ad aprirla. Se è elettronica, avrà un programma per l’apertura. Programma dovuto a una password, vista la pulsantiera.“. Indicò il rettangolo numerato, accanto allo stipite destro.
Thor si avvicinò con il suo coltello multiuso. Scelse una lama e con un piccolo sforzo riuscì a far saltare la pulsantiera stessa. Si rivelò una serie di fili e circuiti. Darla dalla sua borsa, dove teneva custodito il PC, estrasse un filo che collegò alla macchina, l’altra estremità provvista di due specie di beccucci, li applicò a un circuito. Non soddisfatta, cambiò la disposizione. Sullo schermo del PC apparvero dei numeri che variavano a una velocità incedibile.
         “Sta facendo la ricerca. Credo che in pochi secondi riusciremo ad aprirla.”. Disse sorridendo.
Infatti, non era passato un minuto che i numeri si fermarono e sentimmo il ronzio di una serratura che si sblocca e il rumore classico del meccanismo che si apre.
Il primo mistero a quanto pare era risolto.
Aprimmo con circospezione e Thor si fiondò dentro quell’apertura con il fucile spianato. Dietro Neelya e Gios a seguire.  La stanza era grande con un tavolo in centro. Sul lato maggiore del tavolo stavano una serie di monitor. Trasmettevano immagini per lo più piuttosto scure, ma che permettevano di capire che era un impianto di sorveglianza.
Cercammo un interruttore e trovato si diffuse una luce ambrata per tutta la stanza. Sul piano del tavolo c’era una pulsantiera. Gios iniziò immediatamente a schiacciare quei pulsanti, prima che qualcuno intervenisse. Le immagini cambiavano continuamente. Si vedevano corridoi e stanze, fiocamente o per nulla illuminate. Soprattutto si vedeva l’esterno del forte, da tre posizioni precise. L’immagine era di buona risoluzione.
Decidemmo che Duca sarebbe rimasto a sorvegliare quei monitor, attraverso la radio ci avrebbe avvertito se qualcosa non andasse per il verso giusto.
         “Speriamo che funzioni anche con voi al piano di sotto.”. Ci disse mentre riprendevamo a scendere.
         “ Tranquillo.” Gli rispose Soledo. “Sono state fatte apposta.”.
Duca annuì e si ritirò davanti ai suoi schermi.
Prima di scendere facemmo un giro di perlustrazione. Individuammo il corridoio con le uscite di sicurezza e Stark sprecò un po’ di tempo a piazzare delle piccole cariche esplosive, che avrebbero dovuto deflagrare dopo il nostro passaggio. Giusto per coprire e bene un’eventuale precipitosa ritirata. Salvi noi, al diavolo gli altri.
Neelya era andata fino al portone che permetteva l’entrata e l’uscita dei mezzi. Era ben corazzato. Ci sarebbe stato bisogno di una buona dosa d’esplosivo per aprire una breccia in quel muro di acciaio. Trovai una porta che invece si apriva dentro una macchia a giudicare da ciò che vidi, socchiudendola appena. Mi parve una buona via di fuga e allora segnai porta ed entrata del corridoio. Stark mise attorno allo stipite una salciccia, così sembrava, una grossa e grigia salciccia, di esplosivo collegata a un detonatore. L’ultimo che fosse passato doveva solo abbassare una levetta, dieci secondi dopo si sarebbe scatenato l’inferno. Dieci secondi erano il confine tra una fuga riuscita o morte assicurata.
         “Speriamo di ricordarcene.”. Mi disse preoccupata Darla. Le sorrisi in maniera che ritenni rassicurante. A dirla tutta non ci credevo molto neppure io.
Stark intanto continuava il suo compito di minare uscite, disseminando di fili un po’ ovunque, sempre mettendoli in posti di difficile individuazione e fuori da ogni possibile strappo.
Scendemmo lungo le scale, al piano inferiore. La polvere si alzava più spessa e per terra non c’erano tracce. Mi preoccupava che ne lasciavamo noi, di tracce, ma non c’era il modo di evitarlo. Ogni tanto chiamavamo Duca, che ci rassicurava dell’assenza di pericoli. Anche Holt, all’esterno non vedeva anima viva.
Giunti al piano illuminammo i corridoi con le nostre torce. Guardavo la bizzarra divisa che indossavamo. Casco di protezione, occhiali e sul volto avevamo un grosso fazzoletto, che ci permetteva di respirare senza riempirci la bocca e il naso di quella fastidiosa polvere che si alzava ad ogni passo. Indossavo dei guanti, che tenevano calde le mani. Spensi la torcia e accesi i due led che avevo sul casco. Illuminavano a circa tre quattro metri con una luce fredda e azzurrina. In compenso avevo le mani libere di imbracciare meglio l’Aska65, che mi aveva dato Stubbing. Ciascuno di noi aveva un’arma e in fondo ci sentivamo un po’ più sicuri. Il silenzio il luogo era inquietante e la polvere si alzava in brevi quanto fastidiosi sbuffi, ogni passo che facevamo. Le porte aperte ai lati del corridoio, che stavamo percorrendo, sembravano orbite vuote e quel senso di oppressione mi prendeva sempre di più. La voce di Stubbing spezzò l’irreale silenzio che si era creato tra di noi.
         “Qui c’è un’altra porta con la combinazione”.
Ci avvicinammo tutti quanti. Medesima serratura di quella trovata in precedenza e medesimi gesti di Darla. Attendemmo qualche minuto, poi la porta si aprì ed entrammo.
Questa volta udivamo solo dei forti ronzii, provenienti da una serie di apparecchiature sulle quali una miriade di puntini rossi e gialli, s’illuminavano a intermittenza. Alcuni di questi apparecchi erano racchiusi in armadi vetrati. Altri occupavano interi scaffali e il soffitto era molto in alto. Dagli apparecchi partivano grossi tubi che si rifugiavano nel pavimento da una parte, oppure salivano sparendo nel soffitto, dall’altra. Sigle misteriose e codici erano appiccicati a ogni apparecchio. Poi cavi di tutte le dimensioni e colori, segnavano strane ragnatele. La temperatura era piuttosto bassa. Le luci, accese, da non sanno chi, illuminavano la scena. Luci fredde bianche, vivide, rendevano quel salone più strano e inquietante che mai.
Thor perplesso si guardava attorno.
         “ In che cavolo di posto siamo finiti?”.
Darla si guardò attorno e disse.
         “Credo che siamo nella sala dei server del complesso.  E’ il centro nevralgico, qui tutti i dati confluiscono ed escono, in base alle varie esigenze. Qui è facile trovare qualunque tipo di programma e file. Dal menù per una cena, all’ordinativo della carta igienica …”.
“Un prima e un dopo dunque.” Si fece sfuggire a voce piuttosto alta Neelya, che guardava stupita quei muri elettronici e intanto indicava la bocca e il suo antipode. A tutti noi sfuggì una risata. La voce di Pituddu richiamò la nostra attenzione.
“Ne ho travata un’altra, di porta corazzata e anche questa con la serratura a combinazione.”.
Uscimmo tutti dalla stanza dei server. In fondo al corridoio vedemmo la nostra guida dinanzi ad un’altra porta, uguale a quelle precedenti. Questa volta però, accedervi fu più difficile. Non era una semplice serratura elettronica. Presentava uno schermo diviso a metà. Quello in basso grande tanto il palmo di una mano e sopra l’occhio di una telecamera ci fissava.
         “Questa è notevolmente più complicata delle precedenti.“. Disse Soledo piantandosi davanti all’apparecchiatura.
         “Qui.”. Disse indicando lo schermo in basso. “ Chi vuole aprire questa porta deve mettere qui il palmo della mano e uno scanner, legge l’impronta rilevata. La confronta con quelle che ha nella memoria di quella stanza. Poi per sicurezza bisogna guardare nella telecamera. Anche questa agisce con il medesimo sistema. Puoi ingannare la macchina con un’impronta palmare, ma con quella dell’iride no. Non esiste un’impronta uguale. E’ unica.”.
La fissammo tutti stupiti.
         “L’ho imparato al corso di contromisure e sicurezza elettronica.”. Disse alzando le spalle.
Di fronte a quella porta di metallo, avvertivo e con me anche gli altri, un senso di profonda frustrazione. Mi chiedevo come fosse possibile che, arrivati alla meta agognata, un sistema maligno ci impedisse di continuare. Neppure la tecnologia che c’eravamo portati appresso, non ci avrebbe assolutamente aiutato. Indubbiamente lì dentro era racchiuso lo scopo di quel nostro lungo, complicato e per certi versi oscuro viaggio.
         “Possibile, che non ci sia un sistema di sicurezza.”. Sbottò Thor. “ Poniamo il caso che venga a mancare l’energia o si guasti il sistema? Chi è dietro di questa porta potrebbe passare ore se non giornate, prima di veder aprirsi questa porta e lo stesso accadrebbe per quelli che avessero la necessità di entrare.".
Aveva colto in pieno il problema. Cominciammo a guardarci intorno per scoprire un anfratto, uno sportello un qualcosa che fosse un indizio, una pista per ritrovare l’apertura di sicurezza. I muri si presentavano lisci e di quel grigio depressione, che non prometteva nulla di buono, quando all’improvviso si udì uno scatto metallico e lentamente la porta si aprì.
Puntammo le armi nella direzione della porta. Temevamo di veder spuntare qualcuno o qualcosa, anche un fantasma. Invece la porta con esasperante lentezza andò fino a fine corsa. La solita luce fioca e ambrata baluginava in quella bocca oscura e nessun fantasma o altro uscì.
Stubbing interdetto riuscì solo a pronunciare.
“Bhè. Questa poi … “.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Per una volta sono rimasto senza parole e senza pensieri. Ancora non mi faccio capace di ciò che mi sta succedendo.

 

INUTILI TRACCE – Capitoli 31 e 32

31 Capitolo – ovvero “ Bunker Hill AB12”

Buio. O meglio. Attraverso la fessura dei miei occhi cisposi, intravedevo il lucore delle stelle, che facevano capolino nell’unica fetta di cielo notturno, che le quinte degli alberi attorno a noi, mi permettevano di vedere. Sentivo l’impellente desiderio di liberare la vescica, ma nel frattempo avvertivo chiaramente, che muovendomi, mi sarei regalato degli attimi di puro dolore. I muscoli, tutti i muscoli m’imploravano di rimanere immobile, per quanto acido lattico ancora li impregnava. Sentivo anche di essere zuppo d’acqua. Non aveva piovuto, ma tra la sudata del giorno prima e l’attraversata del ponte vicino alla cascata, avevano ridotto i miei abiti maceri d’acqua. Mi ero addormentato e ora pagavo le conseguenze di tutto. Mi forza e mordendomi le labbra riuscii guadagnare la posizione eretta. Vedevo intorno a me girare tutto, forse era solo il senso dell’equilibrio che doveva assestarsi. Feci due o tre passi e mi parve di trascinare dei massi, legati alle caviglie. Per liberarmi dei liquidi della notte, mi dovetti appoggiare a un tronco. Mentre orinavo, speravo che nessuno fosse in traiettoria, in ogni caso non mi sarei fermato. Un bagliore, tenue e rossastro, attirò la mia attenzione. Le nostre improbabili guide avevano acceso un fuoco, al riparo di alcuni massi. Il pungente odore della resina, che si stava consumando, raggiunse le mie narici, assieme all’odore caratteristico del caffè. Li raggiunsi e Pituddu, mi allungò una tazza con la nera broda. Il profumo era poco invitante, come il sapore, ma in quel momento avrei trangugiato anche del tossico. Gli altri poco per volta si erano alzati tutti. Nelle mie stese condizioni e con uguali lamenti soffocati. La marcia del giorno prima ci aveva massacrato. Ritornai sui miei passi. Darla si era raggomitolata, mascelle contratte e pugni chiusi, dormiva ancora. Le carezzai una guancia e le feci passare sotto il naso, la tazza con quello, che doveva essere caffè. Lei si agitò e socchiuse un occhio.
         “Buon giorno, bella bambina”.
         “Lasciami dormire, ho ancora sonno, e poi non sono la tua bambina.”.
         “Svegliati, dai. Il caffè è pronto, le stelle brillano nel cielo e si aspettano che tu faccia la tua parte.”.
         “Le stelle? Ma … ma che ore sono?”
         “Le due e mezzo circa.”
         “Cosa? Le due … ma sei un mostro di cattiveria. Non voglio svegliarmi, né alzarmi. Solo dormire. Sei senza cuore e … e poi non ho neppure il caffè!”
         “ Il caffè è pronto” E le indicai la tazza di metallo che avevo in mano.
Saliva un filo di fumo, dato il fresco della notte.

         “Com’è?”
         “Fa schifo. E’ caldo, però.”. Le tesi la mano per aiutarla ad alzarsi e subito una smorfia si disegnò sulla faccia.
         “ Cavolo, che dolore. No, lasciami qua, tienimi la mano, mentre muoio. Me lo fai questo piacere.”.
Mi chinai e la bacia sul viso, poi un bacio sul naso e sulla fronte. Poi sulla bocca.
         “Va meglio?”.
Si mise seduta e si passò una mano sulla faccia. Scosse la testa e mi allungò le braccia. Prestando attenzione a non far cadere il caffè la aiutai ad alzarsi. Ricambiò il bacio. Breve, intenso e s’interessò subito alla tazza fumante. Bevve e fece una smorfia.
         “Sì. Hai ragione. E’ orribile.”. Diede ancora un sorso e fu colta da un brivido.
La presi sotto braccio e la avvicinai al fuoco, perché potesse scaldarsi. Si strofinò la faccia con le mani e poi, cautamente si allontanò verso i cespugli lì vicini.
Gli altri intanto bevevano quell’intruglio e si massaggiavano tutte quelle parti del corpo che dolevano.
Pituddu, indicando un luogo vago nella notte disse.
         “ La strada è a cinquecento metri circa. Direi di sbrigarci ad attraversarla. Se lo facciamo in questo periodo, non saremo visti da nessuno e possiamo approfittare dei boschi, per nasconderci. Se non ci vedono, è meglio.”.
Stubbing ci guardò.
         “ Molto bene. Dieci minuti per preparasi. Luptberg, lei e Holt in avanscoperta. Stark e … Corso? Chiudete la fila. Duca e Thor con la slitta insieme alla dottoressa Arvig. Soledo con me e lei Pituddu, anche. Il suo compare, che non faccia sciocchezze.”.
Ci disponemmo come indicato e partimmo. La strada si snodava nel bosco e dopo cinquecento metri finiva direttamente sulla Pista, come aveva detto Pituddu. Il sergente si avvicinò al gruppo. Eravamo ancora tra gli alberi.
         “ Su quei grossi massi, mi sembra di aver visto una telecamera.”. Così indicò un gruppo di grandi massi sull’altro ciglio della Pista. Stubbing prese il visore notturno del sergente. Lo fece scorrere su quelle pietre, poi si fermò un attimo. Aveva visto qualcosa.
         “In effetti c’è una telecamera. Forse più di una. Mi chiedo chi potrà mai vedere le immagini. Non credo che sia a infrarossi. Forse a bassa luminosità. Comunque dobbiamo cercare un altro posto per passare. Ha ragione la nostra guida. Meno ci facciamo vedere, più abbiamo probabilità e possibilità di raggiungere l’obiettivo. Meglio soli, che con una turba di lupi alle calcagna.”.
Ci dividemmo in due gruppi e alla fine Stark, attraverso le piccole radio di cui ci dotammo, comunicò la buona notizia. Aveva trovato un buon posto per attraversare. La Pista faceva una sorta di strozzatura e si apriva un sentiero nel fitto del bosco. Dopo pochi minuti ci ritrovammo e attraversammo velocemente la Pista. Eravamo di nuovo al sicuro tra i pini e gli abeti. La marcia non fu per niente agevole in quelle ore. Il sentiero a volte spariva sotto la coltre di neve, avanzata dall’ultimo inverno e non ancora scioltasi. Dovevamo operare delle deviazioni e un paio di volte faticammo a ritrovare la strada giusta. La fatica era notevole e i fisici, anche quelli dei Rangers, erano sottoposti a duri sforzi. Ci fermammo un paio di volte per riprendere fiato e mangiucchiare. La luce dell’aurora ci sorprese in un’ampia radura. Le stelle piano piano impallidirono tutte. Rimase solo Sirio, l’ultima guardiana della notte a farci compagnia. Poi l’alba prese il sopravvento. Il cielo iniziò con un tenue rosa, per passare al violetto fino a diventare di un cilestrino, che stava a indicare una bella giornata di sole. Le montagne ancora allungavano le loro ombre, ma vedevamo le punte fiammeggiare per il nuovo giorno che iniziava. Nel cielo i primi gracchi iniziavano il loro lento volo e dall’intrico del bosco giungevano fruscii, che indicavano, la ripresa della vita anche per i suoi abitanti. Il sentiero ora era diventato una pista ben battuta. SI vedevano chiare le impronte delle mandrie che erano solite transitare. Le orme degli zoccoli indicavano mucche e pecore in quantità. Eravamo sicuramente nel territorio dei Koerhrden, dunque bisognava iniziare a guardarsi le spalle. La strada a un certo punto presentava una biforcazione. A destra si perdeva in un vallone con evidenti saliscendi. A sinistra continuava piana, ma andava verso il Fiume, di cui sentivamo il fragoroso respiro. Oramai si era trasformato in un susseguirsi di cascate e rapide e non avremmo avuto facili guadi. Poi a sinistra il terreno si faceva più pietroso e le macchie d’alberi diminuivano sensibilmente, come i posti per nasconderci. Scegliemmo i saliscendi e in più notammo anche che la pista era quella seguita dalle mandrie, quindi più agevole. Sulle pendici delle montagne vedevamo stagliarsi i duri tronchi dei pini cembri. Alti, forti, severe sentinelle davanti all’asprezza delle pareti. A quelli, spuntando con feroce pazienza dalla neve, i pini mughi accompagnavano i declivi e a loro si alternavano le macchie scure dei rododendri, che si alternavano alle praterie di mirtilli. Poi slanciati e verdissimi, quasi neri, i coni degli abeti facevano a gara per il territorio, con i pini, che vedevamo carichi di frutti. A seguire riconoscemmo i larici. Ancora troppo spogli dei loro aghi. Scheletri in un mare di verde più o meno scuro.
Stubbing osservò che dal giorno prima c’eravamo abbassati di quota di circa cinquecento, seicento metri, anche se non avevamo fatto poi così tanta strada come ci sembrava. Aveva calcolato che il contrafforte della Valls deis Reis fosse a tre, quattro chilometri in linea d’aria. Eravamo ancora sotto l’ombrello dell’artiglieria dei Mistrali. Intanto la strada stava diventando di una lunghezza spropositata o così ci appariva. Quei continui saliscendi, spezzavano il ritmo della marcia e influivano negativamente sia sullo stato delle nostre gambe, sia sul nostro morale. Avevamo scorto delle mandrie al pascolo, che non ci degnarono di uno sguardo, neppure per curiosità e per molto tempo, rimanemmo attenti nello scorgere eventuali accompagnatori. Tranne la fugace visione di un grosso capriolo, così ci sembrò, in tutta la giornata non incrociammo nessuno.
All’ennesima erta Pituddu disse con convinzione.
         “Forza. Questa è l’ultima salita. Poi c’é un lungo pianoro e siamo arrivati. Ancora un’ora e ci potremo godere il meritato riposo.”.
Decidemmo di fermarci ancora una volta prima di affrontare la salita che si mostrava ripida e coperta di neve. Avremmo dovuto scarpinare duramente e soprattutto avremmo fatto una fatica bestiale per tenere la slitta. Duca controllava lo stato dei generatori. Orami quella slitta era diventata di sua proprietà e ne aveva la massima cura. Anche Stark gironzolava sempre nei pressi. Sicuramente, tra i bagagli c’era qualcosa che doveva interessarlo al massimo. Darla mostrava meno stanchezza del giorno prima. Da sotto il suo berretto, sotto quel ciuffo, i suoi occhi brillavano. Sentiva, come un po’ tutti noi, che la meta si avvicinava e l’impazienza di iniziare il suo lavoro. Personalmente ero felice per la sua presenza e avevo deciso di scacciare le preoccupazioni, i dubbi, le incertezze dei giorni precedenti. Volevo godere a pieno di quelle e delle prossime ore. Sotto un sole più clemente e meno caldo dei giorni precedenti, finalmente raggiungemmo la cima di quella collina. Davanti al gruppo si erano insediati Pituddu e Gios, subito dietro Thorbijorn, poi venivano Stubbing e Soledo con Neelya. Stark aiutava Duca con la slitta. Chiudevamo il gruppo Darla, Holt, il Sergente ed io. Mancava solo l’ultima stretta curva a salire e Pituddu già in cima gridò soddisfatto.
         “ Eccoci finalmente. Siamo arrivati.”.
Stubbing da sotto gridò di rimando.
         “Siamo a Bunker Hill?”.
La voce contrariata di Thornbijorn si fece udire distintamente.
“Bunker Hill? A me sembra … Fanculandia!”.
Giungemmo in cima. Il muro verde di un’estesa foresta ci riempiva gli occhi e ci sbarrava la strada. Questa, dopo poche centinaia di metri si perdeva nel folto di quel muro. A destra la foresta s’inerpicava sulle balze della montagna. A sinistra si perdeva per chilometri e per effetto del vento che si era levato, sentivamo il rumore del Fiume in lontananza.
Forse l’ultima parola detta dal mio socio non era proprio azzeccata, ma il senso c’era tutto.

Dal diario del Capitano Stubbing.

La giornata più dura di questi giorni. Sicuramente. Non tutti reggono allo sforzo e mi pare che alcuni di noi abbiano bisogno di riposo. Forse troppo bene abituati. In compenso, lo sento. La meta è vicina e i nostri sforzi avranno presto il meritato premio

32 Capitolo – ovvero “ Riposo e Perlustrazioni”

Anche il senso del nostro sconforto, quando riprendemmo il cammino. Avevamo ancora qualche ora di luce e se ne sarebbero andate, giocando a rimpiattino con i tronchi di quella foresta. Radure e alti falansteri di tronchi si alternavano e negli spiazzi c’era ancora evidente la neve dei troppi inverni mai del tutto consumati. Improvvise macchie di colore facevano intendere della confusione che ancora regnava nel tempo e nel regolare trascorrere delle stagioni. Ai rossi improvvisi dei rododendri, soprattutto nelle radure pietrose, si alternava il verde cupo dei pini. Qualche rara pigna faceva capolino tra gli aghi. I larici attendevano ancora il cappotto di foglie sottili e acute, mentre la neve caduta nelle giornate della tempesta precedente, cadeva dalle cime degli alberi con tonfi, che ci facevano sobbalzare. La foresta era sempre in lotta con se stessa, per mettersi in ordine, secondo i propri ritmi.
Pituddu, dopo circa un’ora di cammino, passato a contemplare la distesa di alberi che ci avvolgeva, prese di carriera un piccolo viottolo, che si perdeva nel folto dei cespugli del sottobosco.
Giungemmo a uno spiazzo. Davanti a noi grossi massi erano disposti in modo strano e tra il verde delle edere cresciute in disordine su di essi, facevano capolino degli strani buchi. A guardarli bene, erano feritoie di una fortificazione. Forse eravamo arrivati a destinazione. Mi sembrò troppo facile e in ogni caso, avvertii quella sensazione di chiusura di stomaco, che accompagnavano le cattive notizie.
Lui e il suo strano socio, si addentrarono nel folto di un grosso cespuglio e sentimmo tutti il sordo rullio di ruote che viaggiano su delle rotaie. Penetrammo anche noi in quel groviglio di rami e ci apparve la bocca nera di un’apertura e una ripida discesa sembrava portare negli inferi.
         “Avanti. Per oggi siamo arrivati.”. Disse” Qui staremo al sicuro da occhi indiscreti e al riparo della notte. In questi luoghi è particolarmente fredda.”.
Scendemmo la rapida discesa e i nostri passi a un certo punto rimbombarono, come se fossimo all’interno di un’immensa caverna. Si accesero improvvisamente delle luci. Eravamo in una sorta di rimessa. In fondo alla quale i rottami di due MountainTruk, finivano di produrre ruggine. Un odore di chiuso ci prese alla gola e un’opprimente sensazione mi prese di nuovo allo stomaco. Sentimmo chiudersi la porta alle nostre spalle e l’idea di essere presi in trappola ci colpì immediatamente.  Pituddu, per nulla preoccupato, così sembrava, sparì dentro il varco; lì altre luci fioche indicavano un cammino. Salimmo una stretta scala e ci ritrovammo in un’altra grande stanza. Due tavoli e parecchie sedie erano lo spartano arredamento. Si dipartivano due corridoi. Uno sembrava coronato di altre aperture, l’altro pareva dare su di un’altra scala. C’era anche un’altra apertura, chiusa da una griglia e mi parve la bocca di un ascensore.
Soddisfatto, Pituddu gonfiò il petto.
         “Allora. Che ve ne pare. Confortevole direi.”.
Lanciavano occhiate perplesse a quei vecchi muri che trasudavano umidità. La ruggine del ferro dell’armatura era fin troppo evidente in alcune zone dei muri. Evidenti colate rossastre comparivano all’improvviso e colature verdi di muffe e licheni striavano i muri, come se fossero pennellate di un quadro astratto.
In effetti, il quadro era sconfortante. Eravamo in una foresta, lontani non sapevamo neppure noi di quanto, dal nostro obiettivo. In un bunker che avrebbe potuto trasformarsi in una trappola mortale per tutti noi e per tutta ironia, dovevamo accettare l’idea che la sistemazione era la più confortevole possibile.
         “ Meno male che ho fatto ogni vaccinazione possibile, prima di partire.”. Sbottò il sergente. “Qui, prendersi una febbre strana, penso che sia quasi d’obbligo.”.
Pituddu scoppiò in una risata, che mi parve sincera.
         “Non badate all’arredamento e alla costruzione. E’ il meglio che abbiamo trovato, nei nostri vagabondaggi nella foresta. In quel corridoio si aprono le stanze. Ci sono ancora i letti e i pagliericci hanno foglie ed erba nuova. Cambiata da un mese circa. In fondo c’è la cucina. Funzionante. Nella neve della ghiacciaia, c’è ancora mezzo camoscio. L’ho abbattuto il giorno prima di mettermi in viaggio per raggiungervi. Sarà frollato a dovere.
Sopra di noi ci sono le piazzole dei cannoni. Quelli sono stati portati via, però le aperture sono rimaste e si gode una discreta visuale. Gli alberi davanti sono radi e bassi. Si vede fino all’ultima collina che abbiamo salita. Adesso io direi che è venuto il momento di mettere qualcosa di caldo e di buono sotto i denti. A proposito. Vi domanderete come mai abbiamo la luce. Nell’ispezione è stato scoperto un generatore, collegato a una centralina ad acqua. Sono stati riparati sia l’una sia l’altro e le lampadine, quelle poche che erano ancora in grado di funzionare, sono usate per illuminare le zone che più servono. C’è una sorta di temporizzatore. Dopo tante ore la luce si spegne automaticamente e si riaccende solo dopo un certo tempo.”. Guardò l’orologio “Direi che abbiamo ancora sei sette ore di luce. Il tempo di mangiare e per chi vuole, di usare le docce.“. Indicò una porta del corridoio, visto in precedenza. “Di fare anche il punto della nostra situazione e di decidere sul da farsi.”.
Stubbing si guardò attorno e pio fissò intensamente Pituddu.
         “ Se questa è una trappola, avrò l’onore di tagliarti la gola personalmente. Sappilo. Non tentare di fare scherzi, perché non uscirà nessuno vivo da qua dentro.”. La voce era convinta e convincente.
Pituddu annuì con forza.
         “Sarò un volgare raccoglitore di latte, ma non sono uno stupido. Qui attorno c’è troppa gente che vorrebbe vedermi appeso a un qualsiasi ramo di questa foresta. Voi, in fondo siete la mia assicurazione e poi in ogni caso contravverrei al patto siglato su, alla Ciaplèra. La parola data là, è valida anche tra queste mura. Io ho una parola sola. Anzi, ti dirò di più. In questa stanza.”. Indicò un’apertura. “C’è la sala radio. Almeno una volta era quella. Naturalmente di radio neppure l’ombra, ma i cavi di collegamento ci sono e l’impianto funziona. Nascosta tra gli alberi, c’è anche un’antenna. Se serve per le vostre comunicazioni, non avete da fare nient’altro, che servirvene.”. L’ultima frase fu detta con tono piccato.
         “Voi fate qual che volete, ma io a una doccia … calda spero, non rinuncio. Ho addosso la sporcizia di troppe ore, giorni forse … insomma mi sento di puzzare come un vecchio caprone.”. Disse Thorbijorn iniziando a spogliarsi di panni impolverati e di certo sporchi.
         “ In fondo morire per morire, è meglio farlo lindi e puliti. Mi associo.”. Dissi convinto e ritornai di sotto alla slitta. Presi il mio zaino e ritornai di sopra. Entrai in una stanza e inizia a spogliarmi. Cercai un cambio e mi diressi verso le docce. Poco dopo un getto d’acqua tiepida lavava via stanchezza e quella sensazione, che prima mi aveva attanagliato lo stomaco.
Finalmente, ci trovammo tutti o quasi nel salone, dove c’erano i tavoli. Dal fondo del corridoio, dove immaginavo ci fosse la cucina, si udivano le urla di giubilo di Gios.
Eravamo convinti che stesse cantando, felice di preparare da mangiare. Pituddu ci assicurò che era un ottimo cuoco, oltre ad essere un mangiatore formidabile, come avevamo potuto costatare.
Il lattaio, così lo chiamavamo il socio ed io, mise sul tavolo una carta. Era la mappa di Bunker Hill.
         “Come vedete, dove ho segnato i quadrati, sono i forti posti a difesa del luogo. Bunker Hill è un sistema di difesa. Oltre a questo bunker, se ne sono salvati solo altri due.
Uno piuttosto malandato. Serve solo per riparo temporaneo, di giornata, per stare all’asciutto durante un temporale ad esempio. Non per passarci la notte; ci sono vicini poco raccomandabili. Un branco di pardi di montagna ha le tane in zona e ho trovato tracce che indicano la presenza dell’orso delle montagne. Quel bestione ci passa sovente a dormire. Soprattutto quando si scatenano le tempeste.
L’altro invece è ancora in buone condizioni. Ci sono zone in cui non è possibile accedervi. Porte blindate a combinazione, cancelli collegati a un sistema d’allarme e di chiusura centralizzata. La sala di comando non l’abbiamo ancora individuata. Alcuni corridoi non sono praticabili. Sembra quasi che li abbiano fatti crollare apposta.”.
Ci lanciammo un’occhiata indicativa. Ecco il nostro obiettivo. C’eravamo, questione di un giorno o due e la missione avrebbe avuto termine.
Un urlaccio, ci fece sobbalzare tutti. Gios, con una fumante pentola era comparso e da quella un profumo di carne arrostita stava riempiendo tutta la stanza.
Avremmo continuato a parlare dopo. I brontolii che si sentivano, dovevano essere zittiti immediatamente.

Dal diario del Capitano Stubbing.

La meta è vicina e mi domando se questo Pituddu sia effettivamente quello che dice di essere. Per cena, camoscio arrosto ed erbe di montagna. Quel Gios oltre ad essere un gran mangiatore è anche un ottimo cuoco; o forse la fame è veramente fame.

INUTILI TRACCE 30° Capitolo – ovvero “LIberi, ma prigionieri”

L’alba si alzò livida di quella nebbia causata da nuvole basse. Osservando da quella bocca di lupo, che era la nostra finestra vedevo l’umidità correre e sbattere contro le mura del Forte. Mi vennero i brividi, un po’ per tutto. Svegliai i miei compagni e rifatti gli zaini scendemmo nel salone mensa. C’erano ancora gli uomini del turno di notte e i ritardatari di quello di giorno. Qualche cenno di saluto, qualche sorriso sforzato e nulla più. L’atmosfera era veramente cambiata. Anche gli altri ci raggiunsero e in silenzio consumammo il pasto. Frittelle, cereali, marmellata, formaggio, latte e una broda che doveva essere caffè. Ci raggiunsero anche le due nuove guide e Gios ebbe l’occasione di dimostrare ancora una volta il suo formidabile appetito. Oltre a quello che si era messo nel vassoio, spazzolò avidamente anche gli avanzi dei nostri piatti; terminando con un sonoro rutto, che suscitò le risate degli astanti. SI guardò all’intorno, tronfio del proprio successo e volle rincarare la dose con un peto, ma gli uscì un rumore breve e acuto, come se si fosse applicata una sordina. Non per questo le risate diminuirono, anzi si fecero più sguaiate. L’uomo era raggiante. Salutammo e uscimmo desiderosi di riprendere al più presto il cammino ed ecco che il tenente, che ci  aveva accompagnato il giorno prima ci stava aspettando. Lo seguimmo fino alla rimessa dove fummo caricati, noi e la nostra slitta sul  TrukMountain e con quello raggiungemmo l’inizio della pista che ci avrebbe portato alle Terre Alte. I saluti del tenente furono brevi, asciutti, formali. Un graduato e cinque militari attesero qualche minuto, poi seguirono i nostri stessi passi. Non si nascondevano, ma la loro presenza, così manifesta, era l’indice che l’eventuale strada del ritorno era sbarrata. Dovevamo solo andare avanti, verso il nostro destino, qualunque fosse. Le montagne attorno continuarono per buona parte della mattinata ad essere avvolte dalla coltre di nubi, che aveva salutato il nostro risveglio. A poco a poco la distanza tra noi e la pattuglia dei Cacciatori si fece più grande e all’ennesimo tornante della strada scomparirono. Finalmente eravamo noi e l’ansia, che ciascuno portava appresso. Darla mi camminava accanto e ogni tanto mi stringeva la mano. La guardavo e lei, timidamente, mi sorrideva. Sembrava quasi che mi volesse confortare, ma cercasse altrettanto conforto. Le sorrisi, in silenzio. Credo che non ci fossero molte parole da spendere. C’eravamo detto tutto, o quasi, nelle ore precedenti. Tra lei e me poi c’era stata la notte del Bivacco. Non avevamo avuto ancora il tempo di parlarne. Quante cose ancora da dirci, da spiegarci, da chiarirci. Forse nessuna o forse avremmo dovuto sgombrare ogni nube sul nostro rapporto. Avremmo dovuto dirci cosa ne sarebbe stato, quali fossero i sentimenti reciproci. Di quest’amore nato tra i dubbi e che cresceva, tenero e fragile germoglio, in una storia più grande di noi. Rimanevano , allora, solo gli sguardi e i sorrisi, quasi a dirci della nostra presenza l’uno per l’altro. Forse le parole sarebbero venute dopo, quando tutto fosse finito. Speravo di avere ancora tempo da consumare per noi due e credo che anche lei, in quei momenti, pensasse la stessa cosa.
Ancora pochi tornanti di quella pista e ci ritrovammo fuori dalle nubi e i prati delle Terre Alte si scoprirono ai nostri occhi. Sentivamo, alla nostra destra, il rombo lontano del Grande Fiume, che rotolava la sua acqua da un masso all’altro, trasformandosi in cascata e poi in rapida. Il sole saettava i suoi raggi attraverso improvvisi squarci. Alla pista principale mancavano ancora molte ore, ma una macchia scura in lontananza, ci fece capire che stava transitando una mandria assai numerosa. Accanto ad un gruppo di pini, primi guardiani di quei luoghi trovammo un riparo e finalmente ci fermammo per una sosta. Eravamo esausti per la discesa, che si era rivelata impegnativa e poi era venuto il momento di scaricare un po’ di roba dai nostri zaini e di prendere in mano le carte del luogo, per meglio orientarci e anche le armi per difenderci meglio. Oramai le sole pistole servivano a poco. Duca, che aveva controllato i segni nascosti, posti a guardia del carico, si affrettò a confermare, che nessuno aveva manomesso il carico. Gli occhi indiscreti, di cui avevamo paura, non avevano indagato il contenuto delle varie casse. Comparvero così nuovi pacchi di provviste, una grande busta con dentro le carte dei luoghi e le armi. Ciascuno prese un fucile, caricatori necessari.
Holt si prese il suo Gunna698 e ne controllò immediatamente i meccanismi. Qual fucile da cecchino, non lo sapevamo ancora, ma ci avrebbe tolto d’impaccio non poche volte. Controllò il mirino, lo smontò e lo regolò con una precisione maniacale. Gli altri si limitarono ad oliare per bene i meccanismi e ci fu un concerto di schiocchi di otturatori.
Il lancia granate fu preda di Thor con grande soddisfazione. Soledo controllò, con l’aiuto di Neelya, la radio e aprì anche un  pannello di celle fotovoltaiche. Servivano per ricaricare le batterie. Darla trafficò con il suo PC, provando e riprovando tutti i vari comandi per assicurarsi che tutto funzionasse al meglio. Stark ed io ispezionammo i dintorni, per assicurarci della nostra solitudine. Stubbing, aperta la carta, studiava insieme a Pituddu la strada più facile e riparata da sguardi indiscreti, che avremmo dovuto percorrere nei prossimi giorni. Gios, pensò bene di addormentarsi. Duca rifece il carico della slitta e si assicurò che le batterie fossero cariche e che il sistema inerziale funzionasse a dovere.
Mangiato qualcosa, riprendemmo la marcia, dopo che Stubbing, tra un boccone a l’altro c’indicava qualle fosse la strada migliore per raggiungere Bunker Hill. Lì avremmo cercato la Casamatta AB12 e finalmente saremmo riusciti a venire a capo di tutti i nostri problemi.
Pituddu e Gios, andarono in avanscoperta, anche loro armati di vecchi fucili automatici e di una radio che Stubbing aveva fornito loro. Dovevano solo vedere se la strada, che avevamo intenzione di compiere fosse libera da ostacoli.
La strada si sviluppava prima lungo le rive del fiume, cercando di rimanere accanto al bosco che si estendeva ai lati della corrente. Poi trovato un guado, attraversarlo. Nella notte avremmo attraversato la Pista. Lontano da sguardi indiscreti. Era infatti il tratto più difficile ed esposto. Pini e abeti facevano sentinella alle rive del fiume. Macchie consistenti di mughi si succedevano a forre di lamponi e nei tratti più scoperti la verde chioma dei mirtilli ci accompagnavano nel cammino. Mi ero portato una sorta di pettine, che finiva con una scatola. Passavo quel pettine, dai rebbi larghi, tra le foglie dei mirtilli e raccoglievo i piccoli, neri, gustosi frutti. Duca e Soledo invece s’interessavano più dei lamponi.
         “Più a valle potremo trovare anche dei funghi e con un po’ di fortuna anche dei sorbi e del sambuco.”. Disse Pituddu, comparendo all’improvviso da dietro un grande cespuglio di mughi. Gios naturalmente, aveva la bocca impiastrata di nero, per i mirtilli che aveva mangiato. Poi scomparve per ritornare solo pochi minuti con tre gambi d’orchidee montane. Con un certo imbarazzo li offrì alle ragazze, poi sparì di nuovo mugulando e saltando in mezzo a rovi e erbe alte.
         “Qual ragazzo, non riesco proprio a capirlo.”: Disse Stubbing, rivolto a Pituddu.
Pituddu scosse la testa.
         “ A volte neppure io. Eppure sono il solo con cui si accompagna. E’ bravo e buono come un pezzo di pane. Così si dice dalle nostre parti. Conosce i fiori, le erbe, sa trovare i granati. La testa però … Quella l’ha persa tanto tempo fa. Non si sa bene come andò a finire. Ad un posto di tappa della Pista ci fu una rissa. C’erano suo fratello, due suoi cugini, un amico e lui. Litigarono con un gruppo di Feirmeior. Prima vennero alle mani poi saltarono fuori le pistole e quando tutto fu finito, sopra Gios c’erano i corpi senza vita dei suoi compagni. Fratello, cugini, amico … tutti morti. Lui aveva una brutta ferita alla testa, ma non gli impedì di fuggire. Rimase nei boschi non so quanto tempo, sempre inseguito da quei lupi, che non volevano lasciare testimoni. Pensate, che per sfuggire loro si buttò nel forno ancora caldo di una baita, che aveva trovato sul suo cammino. Questo per sfuggire ai suoi inseguitori. Quando lo ritrovarono, non era più lui. Appena guarito riprese la via dei boschi e non so quanto tempo passò da quel giorno, ma fui il primo a ritrovarlo. Vidi di trattarlo il meglio possibile. Mi faceva pena, era ridotto a un animale. Come allora anche adesso emetteva solo dei versi, però con pazienza ho guadagnato la sua fiducia e ora è diventato inseparabile. Però se ripenso a quei giorni, da una parte mi si stringe il cuore per le pene che ha dovuto subire, dall’altra provo solo rabbia per quelli che gliele hanno fatto patire.”. Le ultime parole furono incrinate dall’emozione. Adesso sapevamo il perché della follia di quell’uomo. In fondo esprimeva attraverso un esagerata corporalità, l’esigenza di raccontarsi in ogni momento, di essere vivo.
Il resto della giornata lo trascorremmo marciando e guardandoci le spalle. Non comparve nessuno e sentivamo solo il lontano scampanio di qualche bestia la pascolo, il fischio guardingo delle marmotte e lo stridio degli uccelli nel cielo. Le nubi che si erano affollate sulla nostra testa durante la mattinata, nel pomeriggio lasciarono spazio all’azzurro del cielo. Il sole non troppo caldo e fastidioso ci accompagnava nel cammino. Ci accorgemmo dell’avvicinarsi della sera, da quanto lunghe diventavano le nostre ombre e del gioco a nascondino che il sole faceva con  le punte più alte delle montagne. Il cielo assunse colori arancio e poi rosso porpora. L’aria si rinfrescò e giunti al limitare di quel gran bosco, che avevamo costeggiato fece ancora una sorpresa. Il Fiume aveva piegato decisamente a destra, sbarrandoci la strada. Nei dintorni neppure l’ombra di un guado. Anzi in quel punto le rive erano alte e scoscese. Studiammo la carta e scoprimmo che avremmo dovuto camminare ancora un’altra ora per trovare un guado, che non ci facesse infradiciare e che soprattutto permettesse alla slitta di passare dall’altra parte. Riprendemmo il cammino, però questa volta con più stanchezza. La Pista era ancora lontana e dovevamo assolutamente passare il fiume prima del tramonto, trovare un luogo riparato per accendere un fuoco e asciugarci, mangiare, riposare, nell’attesa che si facesse notte fonda. Le gambe iniziarono a farci male e sentivo l’accumulo di acido lattico, che indolenzivano ancor più i muscoli. Darla a d’un certo punto trovò un sasso e si sedette.
         “ Basta! Non ce la faccio più. Ho male … Non so più dove non mi fa male.”.
Osservai il suo volto. Il sudore le aveva incollato i capelli sulla fronte, una riga nera le scendeva dal collo e un rivolo si era fatto strada verso l’incavo dei seni. I suoi occhi parlavano di una stanchezza fisica, oramai arrivata al culmine. Temevo che avrebbe avuto una crisi di pianto e non sapevo come affrontarla. Le carezzai una guancia, poi presi una pezza che tenevo in tasca e le pulii la faccia, prima però la bagnai con l’acqua della boraccia. Le versai altra acqua sul collo, sperando che la rinfrescasse un poco. Bevvi. Poi le tolsi lo zainetto e me lo caricai sulle spalle. Fece due o tre respiri lunghi, poi si riprese e appoggiatasi al mio braccio riprese a camminare. Gli altri erano avanti a noi un centinaio di passi. Improvvisamente Gios iniziò ad urlare. Vidi gli altri affrettarsi e nel possibile, anche noi allungammo il passo. Ogni falcata era una coltellata alle gambe. Anch’io, ora, le sentivo dure e legnose, ma dovevamo assolutamente continuare. Il motivo di tanto strepito era dal fato che Gios aveva trovato una passerella. Poche assi, anzi erano solo dei tronchi, gettati tra le rocce di una cascata. Ci saremmo bagnati un poco, ma avremmo attraversato il fiume. Valutammo che anche la slitta sarebbe passata, usando con un po’ di accortezza e sperando nella fortuna. Quella almeno in quei momenti, non venne a mancare e dopo aver attraversato il fiume ci dirigemmo tutti in una piccola radura tra gli alberi. Credo che ci addormentammo tutti in brevissimo tempo. La stanchezza aveva vinto.
 
 
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Più che un addio è stato un formale allontanamento, dal Forte. La ritirata non è più possibile e la giornata è passata nel silenzio di tutti e nell’ascolto di una triste storia. Abbiamo il morale a terra. Continuiamo con la sola feroce volontà di portare a casa la pelle.

 
Piccolo riassunto delle puntate precedenti.

Gli avvenimenti precipitano o quasi. Seguiti e fatti quasi prigionieri dalla tribù dei Mistrali, ai nostri personaggi non rimane che tentare di risolvere e al più presto i nodi di diffidenza, che ancora li legano. Alla fine, dopo una serie di confronti serrati e giocati a viso aperto le cose si faranno più semplici e più chiare. Il futuro non apparirà così incerto e nebuloso. Solo nebuloso.
Sono stati abbandonati da tutti e in posizione fin troppo scomoda, ma la comparsa di due nuovi personaggi, strani e ambigui sul principio, ribaltano la situazione. Invogliano ad andare fini in fondo a scoprire cosa c’è tra le rovine della fortezza di Bunker Hill. Forse oltre al segreto ivi custodito, ci sono anche le loro stesse anime.
Intanto il sentimento tra Corso e Darla, non è più tanto nascosto. Viene il momento che non sono le parole che parlano, ma i gesti d’amore tra di loro. Raccontano di una passione che è difficile da soffocare e impossibile da dimenticare e che ha tutta la voglia di rimanere  viva e vegeta anche dopo quest’avventura.
 
 Si conclude qui la seconda parte del racconto. Nei prossimi capitoli tutto si dipanerà. I misteri saranno chiariti, tra sorprese, spaventi e una buona dose di suspance e qualche  sorriso. La terza e ultima parte inizierà la settimana prossima. Non perdetela e non mancate di seguire queste: INUTILI TRACCE.

INUTILI TRACCE – Capitolo 28°

28° Capitolo – ovvero “Ultime alleanze”
 

I raggi del sole, alzatosi dietro le basse montagne che coronavano a est la pista che stavamo percorrendo, entrarono quasi con circospezione nel Bivacco. Una chiara luce a poco a poco si espanse e i contorni delle cose si fecero più netti. Nel dormiveglia avrei voluto stirarmi e far riprendere la circolazione in quelle parti del corpo che sentivo rattrappite dai crampi. O così mi pareva. Il corpo di Darla, premeva ancora contro il mio e sentivo il caldo tepore della sua schiena appoggiata al mio petto. Ancor il profumo dei suoi capelli, colpiva il mio naso e mi parve di capire che quello era il profumo intenso del caprifoglio. Forse era solo un’impressione. Tentai di sfilare il mio braccio destro, che era imprigionato dal suo. Il tentativo fallì miseramente, la sua mano strinse forte al mia e la compresse su un suo seno. Sodo e morbido allo stesso tempo; non riuscivo a capire a cosa lo potessi comparare. Quel profumo e quelle mosse, iniziarono a rimescolarmi piacevolmente il corpo. Sentivo quelle che erano dette “vibrazioni positive”. Pregustavo l’idea di potermi pasticciare un po’ con lei.
Poi la luce si fece più intensa e una mano vigorosa mi scosse i piedi.
         “ Sveglia ghiraccio.” . L’inconfondibile vocione di Thornbjorn mi fece trasalire.
         “Sveglia e giù dalla branda. Pronto a muoverti in trenta minuti. Alzato, lavato e mangiato … E soprattutto, basta schifezze, voi due.”.
Anche Darla ebbe un sussulto. Aprì gli occhi e guardò l’orologio, che aveva al polso.
         “Santo cielo, è tardissimo!!”. 
Si tuffò sotto le coperte; la sentivo trafficare e pochi secondi dopo emerse con la maglietta indosso. Gettò via le coperte e agilmente scese dal letto. Le sue gambe, lunghe e per me perfette, guizzarono nell’aria come ali e in un attimo sparì.
Ancora intontito guardai il socio, che mi sorrideva beffardo. Brontolai, non so cosa e con una certa fatica, mi tolsi dal groviglio di coperte e scesi anch’io.  Trenta minuti per fare tutto. Impiegai molto meno ed entrato nella sala mensa, fui accolto da una serie di sorrisetti e ammiccamenti. Gettai là un buon giorno, poco convinto e mi servii della zuppa di latte e cereali, che uno dei soldati stava servendo ai tavoli. Darla, arrivò poco dopo. Ancora un po’ trafelata, sorrise fugacemente a tutti e mentre sbocconcellava una fetta di pane nero e marmellata, di sottecchi mi lanciò un’occhiata birichina. Fu un lampo, ma quell’occhiata mi disse tante cose. Le stesse, che non sfuggirono a chi ci stava osservando e già qualche colpo di gomito, neppur tanto mascherato, iniziarono a circolare.
“Cialtroni.”. Pensai. “Anche invidiosi.”. In cuor mio sorrisi e avrei voluto anche atteggiarmi, ma la voce di Stubbing interruppe quella manfrina.
         “ Signori è meglio muoversi. La giornata di cammino è lunga e faticosa e potremmo ancora trovare dei fuori programma, che potrebbero rivelarsi di difficile gestione.”.
Terminammo di mangiare e prepararci gi zaini. Fuori dal Bivacco il sole era padrone di un cielo che oramai eravamo abituati a vedere azzurro. Poche e pigre nuvole, altissime, sembravano vagare senza scopo in quell’immensità. Si avvicinò al nostro gruppetto, che si era radunato intorno alla slitta, il maggiore Harvée. Ci avrebbe fatto compagnia per un’ora buona di cammini. Poi avrebbe continuato su di un’altra pista, per raggiungere le postazioni sopra i laghi che avevamo scorto il giorno precedente e soprattutto voleva arrivare prima di sera al forte Svarigi, sede e comando dell’artiglieria posta a guardia della Valls deis Reis.
Ne avevamo senti parlare di quei pezzi d’artiglieria e soprattutto dell’abilità dei serventi. In montagna erano poche le truppe capaci di battere in precisione e abilità gli artiglieri da montagna dei Mistrali. Che avesse voluto darci un’indicazione? Un avvertimento? Oppure suscitarci un certo conforto? Solo dopo capimmo e con un certo sollievo, il senso di quelle parole.
Così avvenne. Camminammo in discesa per circa un’ora poi a un bivio ci salutammo e a ciascuno di noi fu offerto uno scudo di stoffa. Sullo scudo un’aquila che teneva tra gli artigli un fucile e un cannone. Sullo sfondo, lo schizzo di una montagna.
“Un piccolo omaggio. Senza pretesa. Rappresenta le truppe che vigilano su queste montagne e sui confini della nostra terra.”.
Lo disse con un non malcelato orgoglio. Ringraziammo e riprendemmo la nostra discesa. Dica Ramiro, in precedenza ci aveva assicurato che nessuno aveva allungato le mani o ficcato il naso, nel nostro carico. Ci sentivamo un po’ più sollevati.
La strada intanto scendeva sempre di più e in certi momenti, il cammino era difficile. L’ultimo pezzo poi; la pista che s’infilava in uno stretto canale, tutto curve e sbalzi d’altezza, mise a dura prova le nostre capacità di manovrare quella slitta. Finalmente la strada divenne più agevole e fatti ancora qualche tornante arrivò a costeggiare quel lago, dalle acque trasparenti e di cui si vedeva agevolmente il fondo. Il Llac Claret. Presso un gruppo di massi, ci fermammo La stanchezza della discesa ci piombò addosso di colpo. Saltarono fuori le provviste e iniziammo a calmare i morsi della fame.
Avemmo immediatamente degli ospiti.
         “ Ben arrivati. Fatto un buon viaggio?”.
La voce un po’ roca di Pituddu, ci arrivò alle spalle, improvvisamente. Sobbalzammo un po’ tutti dalla sorpresa.
         “ Eccoti finalmente.” Si riprese Stubbing. “ Ti avevamo dato per disperso.”.
Quello di rimando storse la bocca in una smorfia.
         “Avevate già compagnia. Sgradita, per i miei gusti. Quindi … “. Fece un gesto vago con la mano.
Soledo intanto cacciò un altro grido e il panino, che si era preparato con tanta cura, cadde a terra. Gios era saltato fuori dal nulla e si era seduto accanto. Vedendo il panino per terra, come un fulmine lo abbrancò e se lo infilò in bocca in due morsi. Poi, pensò bene di prendere il bicchiere pieno di vino a Neelya e bersene una robusta sorsata. Occhieggiò quindi voglioso il mattoncino di cioccolata di Darla. Lei lo guardò e glielo offerse. Sparì in quella bocca vorace, insieme al resto del vino. Ci guardò soddisfatto e per terminare emise un sonorissimo rutto, accompagnato da un altrettanto sonoro peto.
“ Aaaahhhhhh.”. Fece, battendosi platealmente il ventre e ci guardò con degli occhi furbi. Quell’uomo ci sorprendeva ogni volta di più. Non capivo se era la sua natura, oppure la natura stessa con lui, aveva giocato una partita persa in partenza.
         “ Abbiamo finito?”. Disse, con un moto d’impazienza Stubbing.
Gios, lo guardò interrogativo. Poi dalle tasche, in cui aveva frugato nervosamente, trasse tre piccole pietre rosse, che brillarono al sole; le guardò e poi con una goffa delicatezza le offerse alle tre donne del nostro gruppo.
         “Sono granati.”. Disse Pituddu e indicando il suo socio. “ Le ha trovate lui. Ce ne sono moltissime, racchiuse in queste rocce. Sembra che abbia il fiuto di un cane nel riconoscere dove si nascondono. Non le regala tanto facilmente. Anzi, se le fa pagare e care, per di più. Si vede che le vostre donne gli piacciono. Oh, ben inteso ricambia solo il fatto che gli date da mangiare. Se gli offriste altro, non saprebbe cosa farsene e come cominciare. E’ un tontolone, ma sa essere di buon cuore.”. Concluse con un sorriso, guardando quell’uomo che offriva piccole pietre preziose, per aver avuto in cambio un po’ di cibo.
Darla si commosse e gli carezzò il volto come a ringraziarlo. Lui nascose la faccia, quasi immediatamente, all’interno di quel giaccone sdrucito, che portava. Fece emergere solo gli occhi, sprizzanti felicità.
Thornbjorn, a questo punto non riuscì più a trattenersi.
         “ Allora … è finita la fiera della bontà? Possiamo parlare di affari … Adesso? Sì! Bene, finalmente … Siamo d’accordo tutti quanti. Accettiamo la tua proposta di alleanza. Mi viene da farti una domanda, però. Tu, voi Llacies, cosa ci guadagnate in tutto ciò?”.
Pituddu, passò una mano lurida, sulla sua faccia coperta da una barba corta e ispida.
         “ Cosa ci guadagniamo? Diciamo che … Se trovate qualcosa che ci interessa particolarmente, voi … Ce la offrite in segno di amicizia.”.
Intervenni.
         “Cioè?”.
Fece l’ennesima smorfia, con cui accompagnava le parole.
         “ Cioè … Trovate un magazzino nascosto e lo segnalate. Trovate cose e ci dite di cosa si tratta. Ci indicate i luoghi dove stanno … Provviste … Armi … Rifugi attrezzati … Cose che possono venir utili in luoghi come questi. Noi vi sorveglieremo discretamente e faremo in modo che nessuno venga a disturbarvi. Naturalmente ci ritroveremo ancora al forte di Valls e allora ci assumerete come guide per le Terre Alte. Nessuno verrà a ficcare il naso e si stupirà della cosa. Siamo di qui. Conosciamo ogni cosa di questi luoghi. Sarebbe naturale avere guide del posto e non suscitereste alcun sospetto.”.
Sputò nella mano destra e la allungò. Feci altrettanto e li strinsi quella sua zampaccia lurida. Gios con un balzo ci fu vicino e con la sua mano destra, tagliò quella stretta. Il patto era siglato.
Ci saremmo rivisti in serata, come d’accordo. I due si allontanarono in fretta, non senza un’altra visita alle nostre provviste da parte di Gios. Più che un uomo sembrava un pozzo senza fondo, tanta era la sua fame.
Riprendemmo il cammino. La pista era ampia e degradava ancora senza però la pendenza precedente. In ampie volute ci fece arrivare lungo le sponde di quel lago che avevamo visto. In alto lungo la cresta notai ancora dei fortini e sulla riva opposta, mimetizzato tra i grandi massi, vedemmo un altro forte. Parlando tra noi, venimmo alla conclusione che quelle montagne dovevano essere un dedalo di gallerie. Colme di uomini e armi d’ogni genere. Un attacco da quelle parti si sarebbe risolto in un’immane carneficina, per gli uni e soprattutto per gli altri.
Emersero anche tutte le nostre perplessità riguardo al patto da me suggellato. Avremmo dovuto passare per spie e rifornire di notizie chi da formaggiaio, non aveva assolutamente remore a trasformarsi in predone. La cosa non andava a genio, ma nella contingenza e nel dubbio, quella era stata la soluzione migliore. Orami eravamo isolati. Potevamo essere schiacciati in ogni momento e nessuno avrebbe reclamato.
A questo punto volevo andare fino in fondo, per puro spirito d’avventura. Personalmente. Per gli altri miei compagni, parlo di Thor e Neelya, si trovavano nella mia stessa condizione e forse a loro, l’avventura interessava sì e no. Premeva di più portare a casa la pelle, che altro. Per i Ranger, invece era una questione d’onore. Avevano ricevuto un ordine e volevano portarlo fino in fondo, anche alle estreme conseguenze. Per Darla, il motore che la spingeva era la curiosità della scienziata. L’amore del sapere, che spinge a scontrarsi e misurarsi con le paure, che ci portiamo addosso. Personalmente l’avrei seguita in capo al mondo.
Passato il lago, finalmente raggiungemmo un piccolo passo e si aprì la maestosità della Valls deis Reis. Stava finendo la parte facile del viaggio. Ora iniziavano i problemi, quelli grossi, ma la speranza ci faceva ancora compagnia.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
L’alleanza stretta con quel Pituddu, ma in bocca il sapore acre di pirateria. Mi sembra di essere diventato un predone, una spia. Di aver disceso gli ultimi gradini sulla scala della dignità personale. Eppure, quest’abiezione, sembrerebbe la più facile, per ottenere il successo della nostra impresa.
 

INUTILI TRACCE – 26° e 27° capitoli

# 26° Capitolo – ovvero “Decisioni quasi definitive”
 
Finimmo una cena, abbondante e passata in allegria. Il Maggiore Harvée si rivelò un ottimo commensale. Buon conoscitore dell’ambiente circostante, non si risparmiò per tutta la sera di raccontare aneddoti e storie interessanti. Apprendemmo storie di scalate, come d’usi, costumi e tradizioni dei Mistrali. Alla fine ordinò che ci fosse servito come dopo pasto un liquore verde, amaro e forte. Un distillato d’erbe alpine, ci assicurò che avrebbe favorito la digestione dello stufato di camoscio e patate, che fu servito quella sera. In più ci avrebbe preparato ad un buon sonno. Sazi e allegri quanto bastava, uscimmo dal Bivacco per goderci ancora la serata e un cielo che si apprestava ad essere tappezzato di stelle. La luna, velata dalle sottili nuvole che si rincorrevano, appariva dipinta nella volta celeste. Non un rumore, ma solo il soffiare quieto del vento tra le rocce. Nella pianura lontana, apparivano indistinte le fioche luci delle città che si potevano scorgere da quell’altezza. Al solo pensiero di disturbare quella pace, con i nostri discorsi da consiglio di guerra, avvertivo un certo disagio. Mi parve di spezzare un incanto, un momento sacro della mia vita, per parlare di banalità. Avevo voglia di tenerezza e romanticismo piuttosto, che non dovermi confrontare con una realtà, che assumeva i contorni di una sorta di viaggio senza ritorno.
Stubbing, che aveva iniziato il discorso, faticava a trovare il bandolo della matassa. Così mi parve. Anche se, quel liquore tracannato con vigore, sicuramente era stato d'aiuto. Piuttosto sentiva anche lui che si stava spezzando qualcosa; si operava una sorta di violenza a quell’incanto singolare.
               “L’offerta fattaci, se da una parte, può giocare a nostro vantaggio, permettendoci così, un inaspettato margine di manovra, tra due contendenti, che non vedranno di buon occhio il nostro aggirarsi in quegli spazi. Anche se proprio dalle nostre ricerche potrebbero ottenere un utile inaspettato, per noi sicuramente. Per loro, quello potrebbe essere una possibilità.”.
Thorn si grattò la testa.
            “Capitano, non la seguo nel suo ragionamento. In somma facciamo bene o male ad accettare l’offerta fatta da quel Pituddu?”.
Stubbing, ebbe un sussulto.
             “Scusate, ma il camoscio salta ancora nel mio stomaco. Dicevo … Se accettiamo l’offerta, potremmo aggirarci nelle Terre Alte con comodo e senza destare sospetti alcuno. Non credo che potremo essere oggetto di una sfrenata curiosità. D’altra parte, qualcosa mi sfugge. Mi pare che quell’offerta si trasformi in un patto, che ha il sapore di laccio scorsoio.”.
Intervenni.
                “Stubbing. Credo che a questo punto si debba fare un passo indietro. Nel senso che è meglio dire, adesso e chiaramente cosa cercate nelle Terre Alte. Non dimenticando nulla della vostra missione, naturalmente.”.
Il capitano mi guardò, incerto se rispondermi o meno. Avvertii una tensione in lui. Raccontarmi per filo e per segno la missione, oppure lasciare delle lacune; da riempirsi o no al momento.
                “ Va bene. Questa conversazione e vale per tutti voi, non è mai avvenuta. Chiaro? Alle Terre Alte dobbiamo scoprire dov’è e cosa c’è dentro Bunker Hill AB12. So che è una casamatta e la dobbiamo trovare e distruggere. Prima però la dott. Arvig dovrà sottrarre, immagino, qualcosa d’importante da quel luogo. Una volta terminata la missione, credo che noi non dobbiamo solo andare via da quel luogo, ma filare a gambe levate. Vista l’attuale situazione. Questo è quanto ed è tutta la verità. Non ho omesso nulla.”.
Guardammo tutti Darla a quel punto. Lei sentendo tutti quegli occhi addosso, tossicchiò imbarazzata, poi con voce ferma, sperando forse di trovarsi a parlare ad un congresso iniziò.
           “ Come vi avevo già detto in precedenza, sono un’esperta in codici informatici antichi.”. Poi rivolta solo a me “ Oh forse l’ho detto solo a te? Adesso non ricordo con esattezza.”.
                “Lascia correre, non è così importante ora.”.
Continuò
                “ Bene. Il mio compito è di trovare un PC che conserva in se dei codici sorgente. Questi codici li devo sommariamente analizzare, ma soprattutto prendere e portare via con noi. Una volta giunti, se mai giungeremo, alla Città delle Scienze del Consiglio dei Clan, li dovrò consegnare. Da quel che ho capito, o meglio, dai discorsi, dai silenzi e dalle allusioni, che sono riuscita a rubacchiare e su cui mi sono fermata a riflettere, quei codici dovrebbero essere di navigazione aerea, di avionica generale e … ma non ne sono certa, anche di geografia.”.
Intervenne Duca.
                “ Navigazione aerea, avionica, geografia? Hanno senso se collegate bene le une alle altre. Devo far volare qualcosa d’antico e quindi devo sapere quali comandi usare, anche se per volare adesso come allora, sfruttiamo gli stessi principi di fisica. Però i sistemi di allora, o certi sistemi erano appannaggio di pochi. Erano complicati, quindi occorre una guida precisa per l’utilizzo di tutti le sue parti. La geografia per tracciare una rotta, per avere delle posizioni precise. Potranno essere luoghi sui quali o contro i quali volare. Dico che ha senso”.
Anche Neelya si sentì obbligata ad aggiungere qualcosa.
              “ Credo che Duca non sia molto distante da una verità. Anche distruggere quel luogo deve rivestire un ruolo importante, nella missione. Per ciò che si prenderà, non deve rimanere traccia, Di ciò che si trovava e del nostro passaggio, naturalmente. E’ un luogo che non dovrà più trovare nessun’utilizzazione per nessun altro.”.
A questo punto presi la parola.
              “ Ragionamenti e discorsi che non prestano il fianco, indubbiamente. Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto di tutta questa faccenda. Misteriosa, perché sappiamo solo mezze verità. Cioè sappiamo che voi, ” Indicai Stubbing, uno per tutti.”. Voi e tu Darla avete uno scopo fin da principio. Che ciò avete nascosto, ma che noi siamo riusciti a scoprire. Mi sfugge ancora il perché ci troviamo qua, ma le parole di Duca, dette nella valle di Prabloem, non credo che siano molto distanti dalla verità. Però ci sono altri che sanno chi siamo. I Mistrali. Perché ci tengono d’occhio fin dal nostro avvicinarci. Avranno la loro convenienza a farci proseguire. Pituddu e il suo Clan. Sono stati informati da qualcuno, che vuole sapere con esattezza tutte le nostre mosse.”.
Mi rivolsi a Duca sorridendo.

                 “Devono essere dei tuoi colleghi.”. E proseguii” In più c’é la Gilda dei Mercanti. Quegli avvoltoi hanno fiutato più di quel che fanno vedere. Sicuramente quei codici rivestono un’importanza, che ora non riesco ad immaginare, ma che sicuramente hanno un valore immenso.”.
La profonda voce di Stark emerse da buio.
                   " Quindi, una volta che avremo trovato questi codici, ammesso che esistono, sapremo realmente, non solo cosa valgono, ma quanto valiamo noi. Quale potrà essere la nostra fine. Saremo coperti d’onore e di medaglie, oppure la soluzione del colpo alla nuca sarà quella che permetterà, non so neppure io a chi, di mettere la parola fine ad un imbroglio? A questo punto sento di essere preoccupato. Scusi signor capitano se ho parlato liberamente, ma credo che ciascuno di noi abbia per se questi pensieri già da qualche tempo.”.
                 “ Libertà più che mai concessa e ammessa. dato il momento.”.
Stubbing continuò.
                “ Signori, la situazione è sicuramente non buona. A questo punto i margini per una manovra di un eventuale sganciamento si sono fatti notevolmente esigui. Siamo Ranger e abbiamo un dovere da compiere. Qualunque saranno gli effetti finali per noi quel dovere, lo compiremo. Dimostreremo a tutti qual é il nostro valore. Nessuno avanzerà delle contestazioni in futuro. Accettiamo l’offerta di quel … Pituddu e … portiamo a casa la pelle.”.
Cadde un silenzio pesante, tra noi. Ciascuno stava riflettendo su quanto era stato detto. Riconobbi che il futuro si era tinto di un grigio più scuro e sicuramente sarebbe diventato nero. Per certe cose il mio sesto senso non mi aveva mai tradito.
Guardai Darla. Con le braccia sulle gambe, aveva la testa tra le mani e curiosamente si dondolava avanti e indietro. La fonte corrugata e lo sguardo fisso a terra. La fioca luce della lampada che era in mezzo a noi gettava una luce spettrale. I volti dei miei compagni, si mescolavano con l’ombra nera della notte che ci circondava. Le vedevo cambiare d’espressione ogni volta che, immagino, toccavano l’una o l’altra parte dei discorsi fatti. Forse quei brani che più davano apprensione, più li spingevano a riflettere su di se e su cosa avrebbe potuto loro succedere. Gli effetti futuri che si sarebbero riverberati sulle persone che li stavano aspettando. Era il momento di tracciare dei bilanci; di sentire intimamente dove e come pendeva la bilancia personale. Quali fossero i pilastri che reggevano l’esistenza di ciascuno e di quanto fossero forti. La sensazione di preoccupazione si leggeva chiaramente sui volti di tutti e immagino, anche sul mio era lì, squadernata in modo che tutti la potessero vedere. Non provai vergogna. Non mi sono mai sentito un eroe e quando, come in questo caso, mi ci hanno tirato per i capelli, non ho mai dato il meglio di me. Poi questo era il caso per diventare, almeno per un momento, eroe?
“ … Portiamo a casa la pelle”.Questo sì, che sarebbe stato l’atto più eroico di tutta questa strana, ingarbugliata storia che stavo vivendo. In cuor mio, per stemperare un po’ quel sottile filo, che tanto m’infastidiva, c’era un altro pensiero che mi la mente, a cui dedicavo molte ore. Darla. Ero stato colpito da lei fin dal principio. Mi piaceva e non riuscivo a trovare nulla in me o in lei che potesse respingere tale pensiero. Anzi il pensiero dominante di quelle ore era diventato che dovevo assolutamente tornare a casa e con lei. Poi … Poi si sarebbe fatto sul serio e a modi mio. Era una certezza che cresceva lenta e inesorabile di momenti in momento. Sentivo che non era solo l’esaltazione del momento, non era un fuoco alimentato dalle stoppie. Stavano prendendo fuoco ciocchi di legno che avrebbero fatto buona brace e che in ogni momento sarebbero state capaci di suscitare vampate ardenti. Riconosco che gongolavo a quei pensieri. Del tutto ignaro se fossero corrisposti, ma certi piccoli segnali avuti da Darla, m’indicavano che la strada era da percorrere. Con prudenza, ma con altrettanta determinazione.
Da quei pensieri fui distolto e non solo io, da un sonoro sbadiglio del socio. che mi batté una mano sulla spalla.
                 “Allora, come il solito c’è toccato in sorte di mettere le mani nella merda. Leggo nel tuo sguardo una felicità difficile da esprimere, umanamente.”.
Sorridendo risposi.
              “ Già… Mi sono svegliato presto. Una gioia insopportabile! Va bene, allora é deciso. Tutti d’accordo?”.
Qualche grugnito d’approvazione e poi seguendo la fioca luce della lampada rientrammo al Bivacco per raggiungere i nostri giacigli.
Passando accanto a Stubbing, gli sussurrai.
                 “ Abbiamo avuto compagnia questa notte. Qualcuno con le orecchie lunghe, avrà di che raccontare.”.
Stubbing, mi rivolse eguale cortesia.
          “ Sì. Me ne sono accorto anch’io. Penso sia il Maggiore. Gli abbiamo offerto un’occasione d’oro per fare bella figura. Dovrebbe essercene riconoscente in qualche misura. Non trovi.”
Per risposta gli battei anch’io un’affettuosa pacca sulle spalle.
Dopo poco eravamo tutti a letto e lì, iniziarono le sorprese. Almeno per me.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Altra giornata, che pareva non voler più terminare. I colpi di scena si susseguono ogni piè sospinto. Accetteremo l’offerta di una larvale alleanza. Al diavolo il comando. Lo avvertirò, se potrò a missione compiuta.

# 27° Capitolo “Notte con sorpresa”
 
Ci ritirammo in uno stanzone preparato per noi. I letti, per motivi di spazio erano uno sopra l’altro. In legno, con dei materassi, che alla prova dei fatti risultarono duri, ma in fondo confortevoli per le nostre schiene martoriate dalle troppe ore, nelle quali avevano sopportato il peso degli zaini. Scelsi un posto in alto e vicino a me si preparò il letto Darla. Sotto sentivo il mio socio che si muoveva tanto da sembrare un grosso orso che si prepara la cuccia. Si spensero le luci e a quel punto non seppi resistere.
         “ Thorbjorn.”. Dissi soffocando le risa che m’impastavano già la bocca.” Cavolo, il tuo zaino va a fuoco.”.
Si udì ben distinta un’imprecazione, seguita da un rumore sordo e secco. La sua testa aveva urtato violentemente le assi di legno che erano il fondo dei letti superiori.
Seguirono imprecazioni più colorite e risuonarono le risate di tutti quanti.
         “ Sei imbarazzante. Mai una volta che eviti di cascarci.”
Thor si rivolse furioso al sottoscritto.
         “Che bastardo schifoso. Non fosse perché ci sono delle signore e si sa, s’impressionano facilmente, mi verrebbe voglia di visitare fisicamente e con estrema violenza i luoghi fisici a te più cari. Sei il solito cialtrone inguardabile e mi vergogno di te, in questo momento. Fanculo, stronzo”.
Lo immaginavo con le mani sulla parte dolorante della testa, gli occhi infiammati di collera e l’immediato pensiero su come farmela pagare.
         “ Dai, non fare così. Lo sai che non mi trattengo. Domani ti offrirò una buona birra. Sei contento.”  Scoppiai in un'altra risata.
         “ Te la do io la birra. Aspettati le peggior cose. Non è una minaccia, è un cortese avvertimento.”.
Quando mi dava avvertimenti, allora sapevo che le peggior cose, sarebbero state tali. Avrei pagato caro e salato quello scherzo. Pazienza, ma un’occasione simile, la zuccata di Thor contro un assito e il suo vigoroso florilegio d'imprecazioni, era assolutamente imperdibile.
Poco a poco le risate scemarono e ci si addormentò tutti. Tranne il sottoscritto. Presi a vagabondare con la mente, ripercorrendo le parole dette, i ragionamenti fatti, quando sentii che qualcosa si stava insinuando sotto la mia maglietta.
La mano di Darla stava salendo piano lungo la linea dei miei fianchi. Percepii il suo morbido palmo sulla mia pelle e quando giunse all’incavo dell’ascella, ritornò indietro. Le unghie incidevano lievemente sul mio costato. Avvertii un brivido, che non avevo gustato da tanto tempo. Conscio di ciò che mi sarebbe successo, m’irrigidii. Passarmi la mano, le dita, le unghie sui fianchi erano come innescare la miccia di una bomba. Morsi il cuscino e aumentai la frequenza dei respiri. Corti e sempre più frequenti. Poi la mano iniziò a carezzarmi il ventre e salire con spire sempre più ampie verso il petto. Le dita incontrarono un capezzolo e iniziarono un lento gioco, tanto che s’inturgidirono ambedue. Il piacere che provavo era di un’intensità tale che ero dibattuto da due sentimenti opposti. Partire al contrattacco oppure rimanere lì ad assaporare ancora e fremere, avere quel delizioso travaglio interiore? La sua mano poi prese un’altra direzione, precisa e mi parve quella, una corsa inarrestabile. Avevo la mano sinistra libera di contrastare quell’avanzata, ma la sentivo pesante quasi si fosse incollata alla mia coscia sinistra. Lascia che la mano di Darla arrivasse al suo traguardo. Iniziò a carezzarmi il sesso, ormai duro. Prima sugli slip, sempre con mosse lente, utilizzando quelle unghie, che lei curava con diligenza. Infatti, aveva mani bellissime, curate, con dita da pianista, agili e nervose. Poi la mano scivolò sotto l’elastico. I miei denti affondavano sempre di più in quel cuscino di dubbia pulizia tanto che lo avevo coperto con un asciugamano. Strabuzzai gli occhi o almeno così mi parve. Sentivo l’ansito di Darla sul collo e i suoi sommessi gemiti nelle orecchie. La mano aveva preso un ritmo tale, che inizia lentamente a inarcarmi. Oramai trattenevo il respiro si era fatto affannoso, il fiato sempre più corto e avevo paura di non essere in grado di controllarmi. Poi Darla iniziò a darmi colpi di lingua nelle orecchie e a qual punto, abbandonai tutto me stesso nella sua mano. Qualcosa esplose nella mia testa, oltre che da un’altra parte del mio corpo. Finalmente riuscii ad afferrarle quella mano e non m’importò molto se aveva su di se, le mie più che evidenti tracce. Lei si schiacciò ancora di più conto di me. A questo punto mi voltai, incurante oramai degli altri. Con la mano destra le presi il volto, lo accarezzai e mi venne spontaneo dirle.
         “Grazie.”.
La baciai e fu un bacio lungo, tenero, appassionato, così mi sembro e quella stessa tenerezza e passione mi furono restituite. Darla si alzò a sedere un attimo, il tempo di sfilarsi la giacca del pigiama e poi si gettò tra le mie braccia.
Sentivo il suo cuore battere contro il mio petto. Il suo seno, che si alzava e si abbassava seguendo il ritmo sincopato del suo respiro e i capezzoli, che s’inturgidivano a contatto con la mia pelle, mi fece venire la voglia di stringerla ancora più forte. Desiderai che quel tempo si fermasse, in eterno, che potessimo, per magia, cristallizzare quegli attimi.
Darla mi parve impazzita. Si strusciava e intanto aveva ripreso a graffiarmi come prima e sentivo il suo bacino premere contro il mio. Prepotente. Insistente. Non era ancora quello il tempo dello spirito. Quello era il momento sacrificato al corpo e alle sue esigenze.
Le mie mani o forse solo una (I ricordi si sfuocano e forse non sono così importati) si agitarono come pedine impazzite sul corpo di Darla. Ne esplorai le curve, seguendo le linee dei seni prima, delle gambe poi e infine l’interno. Caldo, pronto, accogliente.
Mentre la esploravo, anche con una certa titubanza le baciavo piano un seno e lei rispondeva con piccoli e soffocati gemiti. Aumentai il ritmo degli sfregamenti e lei, parimenti aumentò la forza con cui serrava le gambe, per non farsi sfuggire neppure un briciolo di quel piacere che le stavo donando. Giunta al culmine, non so come, riuscì ad abbracciarmi la schiena. Con tenera violenza me lo artigliò, con quelle sue mani forti e bellissime. Riuscii a cingerle anch’io la schiena e la strinsi forte a me. Un abbraccio mozzafiato. Non ricordo quanto tempo rimanemmo così, poi udii, quasi in un soffio, a sua voce.
         “Poi lasciarmi, per favore. Mi manca il respiro.”.
Spaventato, la staccai usando ancora troppa foga, quasi terrorizzato e inconsapevole di aver sicuramente esagerato.
Nella penombra, la chiostra dei suoi denti, mandò un barbaglio improvviso, poi avvertii la sua guancia sul mio petto e un profumo inebriante salire dai suoi capelli. Un misto d’erbe e agrumi e quel suo profumo, che sapeva di cuoio e tabacco, s’insinuarono come una serpe nelle mie narici. Mi sentivo nuovamente eccitato, ma repressi l’idea. Quel momento era troppo prezioso. Quello era il tempo per lo spirito, per le piccole tenerezze che gli amanti si scambiano dopo l’amore. Con le mani riuscii ad abbrancare una coperta, che buttai addosso ai nostri corpi seminudi. A poco a poco il calore dei nostri corpi accaldati e sazi, riempì tutto lo spazio, creando un piacevole tepore. Quasi che quei gesti avessero favorito il sorgere di una bolla, accogliente tanto da poterci isolare dal mondo, dagli eventi passati e da quelli minacciosi del futuro.
La sentii cambiare respiro. Si era addormentata, non prima di baciarmi ancora e ancora teneramente. La sua mano sulla mia guancia e il capo sul mio petto. Sentivo che era la donna a tutto tondo che andavo cercando da molto tempo. La sua irruenza iniziale, se da una parte mi aveva stupito, spaventato anche, dall’altra mi dava quella risposta che avevo cercato senza formulare una domanda precisa. Anzi ero stato io che così maldestramente le avevo dichiarato, quanto e cosa mi piacesse di lei. Lei che era rimasta ferita dalle mie parole e dal modo con cui le avevo parlato del mio interessamento nei suoi confronti. Eppure a distanza di giorni aveva deciso che le piacevo. Forse per quel ruvido modo di esternarle i miei sentimenti o forse perché alla chimica dell’amore, non c’è risposta razionale che tenga.
Con questi confusi pensieri scivolai nel sonno, senza i sogni di chi arriva a un traguardo, sapendo che altri ancora attendono di essere raggiunti.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Questa notte anche qualcun altro aveva il camoscio che danzava nel suo stomaco. Domani si ripartirà, con la speranza di trovare finalmente la chiave di quest’imbroglio.

 

INUTILI TRACCE – 24° e 25° Capitolo

# 24° Capitolo – ovvero “ Tra un no e un forse”
 

Fissavamo stupiti quei due uomini, senza avere il coraggio di parlare. Ci parve incredibile, che il loro coraggio fosse così simile all’incoscienza pura. Eppure qualcosa iniziò a farsi strada in me.
“Se sei stato tanto abile da capire dove ci saremmo fermati, ”. Pensai “allora lo sei altrettanto per farci una proposta cui sarà difficile rispondere in maniera del tutto negativa. Oppure sei pazzo e allora qualunque cosa dirai, non otterrà nulla se non un’alzata di spalle.”.
Fu Stubbing a parlare per primo.
         “Alla prima che hai detto, la risposta è no. Ne abbiamo tre di guide e le migliori sulla piazza. Per la seconda … Che cosa intendi per alleato.”.
Fui lusingato da quelle parole, anche se poteva essere il contentino del momento, ma il tono usato mi parve sincero.
Pituddu, non si fece pregare, per continuare il suo ragionamento.
         “ Poiché non vi servono guide in più, allora vi servono alleati. Vedete, là dove volete andare c’è in atto una guerra tra Clan. Una guerricciola … questione di pascoli, di sorgenti da sfruttare e le Terre Alte, è un po’ … Come dire … Il posto migliore. Pascoli ricchi di buona erba, sorgenti ben alimentate e costruzioni per riparare uomini e bestie in buono stato. In più si trovano alla confluenza di varie piste. Da una parte l’Alta via dei Giganti che dopo il passo delle Lobbie diventa la pista dell’Ischiator, raggiunge il Botiga del Turò, per entrare nelle terre dei Mistrali. Dalla parte opposta salendo per il Logiokalna percorre tutta la valle del Grande Fiume e risale fino al passo di Novemae e scende nelle terre dei Valsi. Questo da Nord a Sud. Verso Est c’è la pista che porta da dove siete arrivati voi. E’ più difficile per via della valle stretta scavata dal Grande Fiume e poi i forti di Houstain, di Hounzin fanno buona guardia, ma di lì scendete per la strada verso città fortificata di Dorp, per continuare verso il porto di Koitma.”.
         “Un punto cruciale quindi, queste Terre Alte.”. osservò Thor.
Pituddu fece una risata, mostrando un chiostro di denti guasti.
         “L’hai detto.”.
Anche il suo compare si mise a ridere in maniera più sgangherata.
Ci guardammo, ancora una volta più interdetti.
         “Va bene. Abbiamo capito che conosci bene la geografia dei posti. Sai quali sono i problemi … ma noi cosa centriamo in tutto questo e soprattutto tu … Chi rappresenti e perché ci offri un’alleanza?”. Dissi, interrompendo un silenzio che diventava sempre più pesante e imbarazzante.
         “ Vedi, noi … il mio compare, che si chiama Gios Brandacojon.”. Così dicendo gli diede una strofinata sulla testa con mani tozze e segnate dalle intemperie e dal lavoro, con unghie smangiate e dal sudiciume antico. Tutto in loro sapeva di sporco e trasandato.
         “Dicevo, noi siamo del Clan dei lleteirs e in questo conflitto ci perdiamo soltanto. A noi interessa il latte degli animali. Lo facciamo diventare formaggio, burro. Lo vendiamo in tutta la valle del Grande Fiume. Non è ricco il nostro Clan, ma se ci tolgono il latte …”.
Stubbing ci accigliò.
         “ Va bene … ci perdete, ma allora chi ha scatenato questa guerra?”.
Pituddu si fece serio.
         “ Il Clan dei Koerhrden vuole il libero transito sulla pista che dalle Terre dei Valsi muore in quella dei Mistrali. Il Clan dei Feirmeior li lascerebbe anche passare, ma pretendono il pagamento di un dazio. Capi di bestiame in contropartita per il pascolo su queste terre, che loro pretendono di aver avuto in eredità dal passato. In fondo vogliono salvaguardare le loro coltivazioni, le loro foreste, dalle invadenze degli animali liberi al pascolo. In più ci sono anche i territori di caccia. Più bestie mangiano, meno bestie hai nel carniere. A noi lleiters interessa solo che ci diano il latte.”.
         “ Allora siete più propensi a una all’alleanza con i Koerhrden.”. Dissi io.
Pituddu scosse il capo.
         “No, anche i Feirmeior comprano il nostro prodotto e noi i loro. Diciamo che ci conviene averli alleati entrambi. Ti ripeto, siamo troppo piccoli perché possiamo in qualche modo incidere sulle sorti della guerra.”.
Thor si grattò furiosamente la barba.
         “ Voi siete troppo piccoli per incidere sul conflitto e volete tenere il piede in due scarpe; noi siamo uno sputo in uno stagno. Che pericolo rappresentiamo?”.
         “ Nessuno. Fino a che vi terrete lontani dalle fortificazioni. Se vi avvicinerete ai bunker, allora sia gli uni sia gli altri penseranno che siate spie.”.
Darla intervenne nel discorso.
         “Perché dovrebbero pensarlo?”
Riprese.
         “Perché penseranno che curiosi potreste scoprire i loro piccoli grandi segretucci, che nel corso degli anni, hanno accumulato qua e là. Certi bunker sono diventati magazzini. Altri sono rifugi e forse anche armerie. Se doveste scoprire i loro affari, la vostra pelle non varrebbe nulla. Anzi sareste merce di scambio. Avrete o no un prezzo di mercato.”.
Stubbing, meditabondo sbottò.
         “In un certo senso il discorso non fa una grinza. Ci vedono girovagare in un punto, per loro strategico e per certuni saremo equiparati a spie. Se butta bene, saremo sequestrati in attesa di riscatto. In caso contrario finiremo in qualche crepaccio, con la testa spaccata. Quindi, quest’alleanza in che cosa consisterebbe?”.
“Vi faremo da garanti. Noi llaices, garantiremmo per voi. Potrete aggirarvi liberamente. Compiere i vostri studi, le vostre ricerche senza nessun disturbo. I risultati saranno verificati da entrambi le parti e potrete andarvene tranquillamente. E per la strada più breve. Mi pare un buon patto.”.
Dovevamo prendere tempo. Assolutamente.
Dissi.
         “Vediamoci ancora domani, sulla pista tra il bivacco di Gleannahrd e il forte della Valls deis Reis. Se permetti. Ne dobbiamo discutere tra di noi questa notte.”.
Pituddu scosse la testa in maniera assertiva.
         “Bene.“. Disse. “Noi ce ne andiamo. Dateci dieci quindici minuti di vantaggio, prima di muovervi. Ah … per caso avete mica delle provviste in più. Sapete. Gios ha sempre un certo appetito.”.
Duca, che era rimasto accanto alla slitta, ma abbastanza vicino per non perdersi nulla dei discorsi fatti, frugò tra le provviste e trasse un pacco. Lo gettò al compare, al quale subito lo sguardo s’illuminò. Emise un grugnito, che ci parve di ringraziamento e in quattro balzi sparì tra le rocce. Pituddu ci ringraziò e fece altrettanto.
Eravamo di nuovo soli, tra di noi e più preoccupati di prima.
 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Forse è meglio abbandonare l’impresa. Essere messi in mezzo ad una guerra e rischiare di essere scoperti chi veramente siamo e morire con il marchio infamante della spia, non me la sento. Dovrò affrontare una decisione fondamentale per me e per i miei uomini.

# 25° Capitolo – ovvero “Ancora in viaggio”
 
In poco tempo ci preparammo e riprendemmo il cammino. Per una buona ora, ciascuno di noi rimase preda dei propri pensieri. Poi la strada si fece più agevole e incontrammo squadre di uomini dei Mistrali che stavano facendo manutenzione alla pista stessa. Lunghi tratti erano stati cosparsi di un misto di terra e pietrisco fine. Dalla pietraia si passava così alla terra battuta. A un certo punto raggiungemmo una balconata naturale. Il sole del primo pomeriggio illuminava uno spettacolo grandioso. Davanti a noi la pista si stava alzando fin verso il Bivacco. Vedevamo anche la sinuosità della pista stessa, che scendeva in grandi spirali verso il fondo della valle. Costeggiava un lago dalle acque terse e poco profonde, tanto da vederne il fondale. Poi la pista si rialzava nuovamente e spariva dietro un’evidente sella, sul cui culmine troneggiavano giganteschi massi erratici. Allungando lo sguardo si vedeva una parte di un altro lago. Certo più grande del precedente. Le acque, viste dalla nostra posizione, parevano persino nere, tanto doveva essere profondo. La pista gli correva intorno e con un’ultima impennata saliva per qualche tornante, per poi sparire dietro ad un grande mammellone di roccia. Sullo sfondo i prati e i pascoli della Valls deis Reis chiedevano la vista. Il forte non era visibile, ma dall’intrico dei sentieri, che segnavano quei prati, s’intuiva che non doveva essere molto distante.
Più scura di tutte le altre, la traccia del nascente Grande Fiume, risaltava tra quel verde.
Formava già allegre e rocciose anse e s’intuiva dal ribollire dell’acqua, che saltava di roccia in roccia e che prendeva forza, per affrontare il suo lungo viaggio.
Alla nostra sinistra una fuga d’immense pareti rocciose, sul cui culmine le punte delle montagne parevano i termini di una gigantesca corona regale. Fatta di rocce e ghiacci, sulle quali, guardando con i binocoli, che avevamo, potevamo scorgere puntini colorati. Scalatori impegnati a salire quelle pareti oppure, erano già presi dalla discesa.
Sulla nostra destra si apriva lo sguardo sugli immensi prati delle Terre Alte e la traccia scura del Grande Fiume ora era più ampia e marcata. Al sole gli sbuffi e i giochi delle acque che ricadevano di roccia in roccia a formare cascate e rapide, erano più evidenti.
Scrutammo, tra i prati che si dispiegavano ora verde carico, ora tendenti al giallo pallido secondo la loro vicinanza o meno dalle acque, quelle macchie più scure, quei quasi evidenti tumuli, che stavano segnalando la presenza delle antiche fortificazioni.
Ogni volta che una di quelle era individuata, veniva immediatamente fotografata. I cannocchiali erano predisposti anche con una macchina fotografica, all’interno e il software segnava automaticamente i punti di rilevamento. Durante la serata, con comodo, avremmo scaricato le immagini, sul PC di Darla così da formare una sorta di mappa dei luoghi che ci interessavano. Puntando poi lo sguardo vero est, densi boschi occupavano le pareti delle montagne che s’innalzavano dalle Terre Alte. La pista che puntava concretamente a est, virava bruscamente a sinistra e attraversato il fiume su di un solido ponte, così ci parve, dopo qualche ampia curva s’inabissava improvvisamente. Sullo sfondo ancora montagne, ma dalle forme più aggraziate, più tondeggianti, sulle quali ai pascoli si mescolavano zone più scure di campi coltivati. La risoluzione dei nostri binocoli era eccellente e con un colpo di fortuna, immagino, riuscii a scorgere le torri d’avvistamento di Houistan. Pensai, mentre osservavo tutto quello, come fossi oggetto di altrettanta attenzione, dalle torri di Houistan. Lo trovai buffo.
Quell’ora di osservazioni ci rinfrancò e rese più chiara la visione d’insieme dei luoghi che fino allora ci erano stati descritti, ma on così bene come ora li stavamo vedendo. La natura mostrava tutta la sua severa grandiosità. Nei passati viaggi avevo attraversato luoghi montani ed ero stato anche in quei posti, ma il mio viaggio era terminato all’Irtitltaslag, con l’aggiunta dell’imbarazzante episodio di Gepu. Eppure quei luoghi emanavano un fascino e un magnetismo particolare. L’adrenalina a poco a poco stava montando e sentivamo un po’ tutti, che eravamo finalmente vicini alla fine di un capitolo e si stava preparando il momento più emozionante della nostra avventura.
Non ci rimase che continuare il nostro viaggio verso il Bivacco di Gleannahrd. La pista fattasi molto più agevole invitava a un passo spedito, ma l’acclivio che aveva assunto, spingeva a più miti consigli. Costeggiando le immani pareti est delle montagne, dopo circa un paio d’ore giungemmo alla nostra meta. Il desiderio più grande era quello di toglierci gli zaini, gli scarponi e avere un po’ d’acqua calda per i nostri poveri piedi. Se ci fosse stata poi una bevanda calda, il pomeriggio, avrebbe assunto tutto un altro aspetto.
Proprio perché al Bivacco c’era la seconda pattuglia dei Cacciatori, come ci aveva annunciato le comandate dell’Irtitltaslag, ecco che i nostri desideri si realizzarono.
Dopo le formalità dei saluti e dei convenevoli, che si svolgono tra viaggiatori, ecco comparire tazze di liquido fumante, accompagnate da duri ma ottimi, biscotti e più prezioso ancora, un invito a servirsi delle docce del Bivacco. Trangugiata la tisana, a costo anche di ustionarsi la bocca, ci recammo ai bagni. Una grande stanza da cui pendevano una serie di soffioni, puntati in varie direzioni. Decidemmo che fosse il caso di far usufruire delle docce, prima le donne. Noi uomini potevamo aspettare. Dopo quella sosta sotto getti d’acqua calda e poi fredda, alternativamente, ci sentivamo tutti meglio. Il caldo sole della giornata, aveva riscaldato alcune rocce piatte, che erano d’intorno alla costruzione. Come lucertole ci sdraiammo e ci facemmo asciugare. Il silenzio era rotto di tanto in tanto dai fischi delle marmotte o dallo stridio di qualche aquila, che rimbalzava tra le pareti. Il consueto rumore che fa le stoviglie, quando si prepara da mangiare, ci fece piacevolmente agitare.
Il maggiore Harvèe, comandante della pattuglia, che ci aveva accolto al nostro arrivo, ci raggiunse.
         “ Ancora un’oretta e la cena sarà pronta, se vorranno essere nostri ospiti. Altrimenti il cuoco sarà ben felice di mettersi a disposizione per preparare le vostre provviste come desiderate.”.
Darla guardando e sorridendo rispose, indovinando il pensiero comune.
         “ Se non sono troppo sfacciata, saremmo onorati di dividere il pasto con voi e i vostri uomini. La vostra cucina così semplice, ma certamente appetitosa, l’abbiamo provata a Irtitltaslag e devo riconoscere, con molta soddisfazione.”.
Il maggiore s’inorgoglì.
         “Assolutamente, non siete sfacciata. Anzi, lei e le sue compagne saranno mie graditissime ospiti.”.
Poi, come colto dal sospetto di aver commesso un errore soggiunse.
         “Naturalmente il professore e i suoi amici, saranno altrettanto illustri ospiti alla nostra tavola.”.
Stubbing, trasse d’impaccio l’ufficiale.
         “ Certo che sì. Verremo volentieri e mangeremo in compagnia. Cosa c’è di più bello di un’allegra tavolata. Poi confesso che il vostro cibo e la maniera come lo preparate, mi piacciono molto e la cortesia, usataci fino ad ora, deve essere degnamente onorata. Anzi.”.
Rivolgendosi a Ramiro.
         “Dottor Ramiro, cerchi uno dei gagliardetti della nostra spedizione e ne faccia omaggio al signor maggiore. A ricordo del nostro felice incontro.”.
         “Certamente. Provvedo immediatamente.”
Thornbijorg, seduto vicino a me, iniziò a brontolare come il solito.
         “Ecco … le donne, graditissime ospiti. Quest’altri macachi, illustri commensali.  Noi … i figli della schifosa.”.
Non riuscimmo a trattenere le risate.

 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Finalmente siamo arrivati al Bivacco. Tempo splendido e natura meravigliosa. Questa notte dovremo assolutamente prendere una decisione e spero che sia definitiva. Potessimo prendere contatto il Comando.

 

INUTILI TRACCE – Capitoli 22 e 23

# 22° Capitolo –  ovvero “ Ripartenza”
 

Duca mi guardò stupito.
         “ Tipi … chi? Dove?”.
Indicando con la mano destra ripresi.
         “Là, fuori le mura. Ci sono due personaggi, un biondino con la faccia furba e un altro, che se non è stupido, lo fa troppo bene.”.
Duca si accigliò, poi storcendo la bocca disse.
         “Mhmm … vado e indago. Con permesso.”. Si allontanò salutandoci un po’ troppo convinto.
Dissi in breve il mio pensiero su quei due personaggi. Sicuramente anche loro erano intenti a spiarci. Per conto di chi non azzardavo neppure un’ipotesi, ma era certo che avevano un interessamento esagerato. Troppi erano interessati alle nostre mosse. Desiderosi di sapere quando e cosa avremmo scoperto, ma tutti interessati a mettere le mani sul bottino. Era sicuramente qualcosa di prezioso, ma non riuscivo a capire cosa potesse avere di così interessante un sistema di avionica, vecchio di secoli, custodito in un forte divorato dal tempo. Forse il problema avrebbe trovato la sua soluzione solo quando lo avremmo avuto davanti agli occhi. Por ora c’erano solo vari gruppi interessati a noi e al nostro cammino.
Rientrammo al rifugio, le ombre della sera e il freddo che improvviso era sceso, dopo che il sole si era definitivamente nascosto dietro le montagne, invitavano a un ambiente caldo e alla cena. Nel mezzo giorno avevamo mangiato solo qualche barretta energetica e sentivo un languore. Entrando nella sala mensa il profumo di una zuppa di verdure, solleticò le narici. Infatti, nel liquido denso che ci fu servito, occhieggiavano patate, carote, fagioli e strisce di cavolo. A ognuno fu dato anche un pezzo di carne bollito.
Larghe fette di pane, scuro e abbrustolito allietavano la nostra tavola. Fu quasi subito silenzio e sentivo lavorare le mascelle. Mi guardai in giro. In fondo, al lato opposto dove eravamo seduti noi, i due misteriosi personaggi. Testa bassa, non mangiavano, bensì divoravano quel che avevano davanti. Soprattutto quello dalla faccia rincagnata. In breve aveva terminato la scodella e occhieggiava voglioso quella del compagno. L’altro mangiava, quasi svogliato, tanto che mise davanti al primo la sua scodella. Il brutto, così lo chiamai, ebbe uno scintillio negli occhi e si buttò di buona lena sul piatto offerto. Il biondo mi ricambiò l’occhiata, che gli avevo lanciato. Mi parve che mi rispondesse – Ci parliamo dopo. Domani. Con calma, tanto non c’è fretta. Tranquillo. Niente di pericoloso. –
Forse fu solo una mia impressione o forse volevo che quel colloquio si svolgesse veramente e a breve. Tanto che ebbi voglia di alzarmi e presentarmi. Il biondo, indovinato il mio pensiero si alzò e usci velocemente. Il bruto spazzolò le ultime briciole e si guardò attorno, speranzoso in qualche altro avanzo.
Poco dopo abbandonammo anche noi la mensa. Passeggiamo brevemente nel cortile, mentre il cielo si stava coprendo di stelle e i raggi della luna illuminavano le pareti che ci circondavano. Sentii chiudersi il pesante portone e udii distintamente gli ordini del cambio della guardia.
L’Irtitltaslag si preparava a un’altra notte.
In verità speravo che succedesse qualcosa di simile alla notte precedente. Ci coricammo e attesi. Sentivo cambiare il respiro dei miei compagni. Oramai riconoscevo il russare profondo di Thor, così diverso dagli strani sibili emessi da Stark o lo sbuffare di Lutpberg. Stubbing rimaneva immobile di fianco. Holt si sistemava con le braccia sotto il cuscino e sembrava quasi non respirasse. Mi concentrai meglio e udii leggerissimi schiocchi. Neelya e Soledo, approfittavano delle prime ore della notte, per alimentare quella passione che avevo visto nascere e forse non solo io, nei giorni passati al Covo. Mi concentrai ancora di più sul respiro di Darla. Deluso, mi accorsi che si era addormentata di botto. Scivolare sotto le sue coperte, come aveva fatto lei con me? Oppure lasciar correre e attendere momenti migliori? Eppure durante la mattinata un bacino me lo aveva dato. Dannazione, non sapevo proprio che fare. Agire e poi rischiare di sentirla urlare, perché spaventata dal mio tentativo. Vegliare sul suo sonno, come un antico gentiluomo? Perso e dibattuto da questi contrastanti pensieri, ebbi appena il tempo di udire il passo felpato di Duca che rientrava dalle sue indagini. Riconobbi il sottovoce d’imprecazioni che lanciò, per aver urtato con i piedi nudi il montante di fero del suo letto. Poi fu silenzio e mi addormentai.
All’alba, come il solito, l’Irtitltaslag era avvolto dalle nubi d’umidità della notte. Dopo una breve colazione, mentre gli altri sistemavano le ultime cose negli zaini e Duca e Holt, s’incaricavano di prendere la slitta, Stubbing ed io infilammo nell’ufficio dell’ufficiale di guardia, per ritirare i nostri documenti. C’era il Comandate del rifugio in persona che si limitò a questo discorso.
         “Ecco i vostri documenti signori. Professor Stubbing, il maestro Tuoissant le manda i suoi saluti e le augura buona fortuna per i suoi scavi. Immagino che arrivati al Bivacco di Gleannahrd, sarete stanchi. Là c’è un piccolo distaccamento di Cacciatori. Hanno l’ordine di farvi trovare il luogo confortevole e di prepararvi la cena. Mi sono permesso di farvi precedere e … seguire da un gruppo dei miei uomini migliori. Non vorrei che aveste dei problemi. Capite. Un’ultima cosa. Ricordate che una volta abbandonato il Forte della Valls deis Reis e scesi nella valle delle Terre alte, voi non sarete più un nostro problema. Spero caldamente che troviate una situazione a voi favorevole, per tutto e in tutto. E’ stato un vero piacere conoscervi.”. Così dicendo ci tese i documenti e ci strinse persino la mano.
Ringraziammo per l’accoglienza e Stubbing si raccomandò di salutare ancora il maestro Tuoissant da parte sua.
Gli altri ci attendevano fuori dalle mura. Dei due personaggi nessuna traccia, in complesso una pattuglia di Cacciatori era in attesa.
Thor mi parlò, mentre distribuivamo i documenti.
         “ Un gruppo di Cacciatori è già partito e credo che questi ci verranno dietro a una certa distanza, ma ci seguiranno come ombre.”.
Risposi.
         “Lo sappiamo. Ne ha parlato il Comandante in persona. Un discorso che non lasciava dubbi. In aggiunta ci ha fatto capire altrettanto chiaramente che una volta scesi dalle balze di Kralovna saremo soli e loro interverranno solo per raccogliere i nostri eventuali morti e feriti. Vogliono essere sicuri che abbandoniamo i loro territori e non saranno felici di un nostro ritorno. Credo.”.
Alle mie parole Stubbing annuì, come a porre l’accento che quello era il loro programma.
Il nostro era quello di continuare fino alla fine e quello che stavamo facendo adesso era diventato quasi un affare si stato tra varie tribù.
         “Vasi di vetro, tra vasi di ferro.” Disse Soledo iniziando il cammino.

 
Dal diario del Cap. Stubbins.
 
Finalmente in marcia. Mi sento come nella stretta di una tenaglia. Abbiamo alle spalle anche i Mistrali e nessun alleato all’orizzonte. Mi chiedo cosa ci sia di tanto importante e pericoloso nella nostra missione. Un pericolo così grande, che ci porterà tutti alla rovina?

23° Capitolo  – ovvero “ La sorpresa di una alleanza inaspettata”

Il sole, stava dissolvendo le nubi cariche di umidità e con il passare delle ore, le grandi pareti est, che si sviluppavano alla nostra sinistra, rivelavano tutta la loro magnificenza. Vedevamo le sfuggite delle creste; gli scuri contrafforti e i solchi dei crepacci, che giocava vano a creare ombre più chiare e scure sulle pareti stesse. Pinnacoli e guglie salivano snelli per stagliarsi sullo sfondo del solito cielo di un azzurro slavato, che avrebbe preso poi un colore più intenso e carico con il passare del tempo. Sugli alti nevai, la luce creava altri giochi e il nitore della neve dava anche fastidio. Intanto i soliti voli di gracchi e l’innalzarsi solenne delle aquile, a inseguire le prime termiche del mattino, puntinavano la giornata che si annunciava splendida. Certo è che marciare su quella distesa di rocce spaccate, dai colori ora bruni ora verdastri ora segnati di venature color caramello, non era certo facile. Vuoi per il fondo disastrato, vuoi perché le rocce stesse assorbivano il calore del sole e lo irradiavano all’intorno. Dopo qualche ora molti di noi si ritrovarono solo con le braghe e una leggera maglietta. Holt, il finto geologo, diede dimostrazione di ciò che aveva imparato, illustrando i vari tipi di roccia che incontravamo. Al semplice granito, si univano filoni di ofiolite, poi cassiterite e limonite dal caratteristico color caramello. A chiosa delle sue spiegazioni disse.
         “ Vi sembrerà strano, ma è molto meglio camminare in queste pietraie, in una giornata di sole, patendo il caldo, che attraversarle sotto la pioggia o peggio, in mezzo ad un temporale.”.
         “ Perché?”. Giunse ansimante la voce di Duca.
Holt senza indugio rispose.
         “ Perché stiamo attraversando delle zone ricche di materiale ferroso. La limonite ad esempio. Contiene ferrite e quindi è come se stessimo camminando su di un gigantesco parafulmine. Credo che se potessimo misurare l’elettricità statica di queste rocce, lo strumento andrebbe fuori scala.”.
A quel punto Thor ci raccontò di una volta che aveva attraversato la stessa pietraia, anni prima sotto un furioso temporale e sentì le rocce che sembravano friggere e aveva osservato degli strani lampi bluastri, soprattutto nelle zone, dove la limonite era più concentrata.
Stubbing ed io intanto controllavamo i due gruppi di Cacciatori. Si stavano mantenendo, all’incirca, alla medesima distanza dal momento della partenza. Marciavano al nostro passo, per non perdere o diminuire il contatto con noi.
         “Nulla da eccepire.”. Mi disse a un certo punto Stubbing. “Sono proprio ben addestrati e si attengono scrupolosamente agli ordini ricevuti.”.
Credevamo di avere difficoltà con la nostra slitta, ma il sistema antigravitazionale, di cui era dotata, funzionava egregiamente. Ogni tanto Duca controllava la carica degli accumulatori e allargava e orientava i pannelli solari perché fossero sempre in pieno sole.
Grande invenzione quella. Con tutta la finta attrezzatura e le armi di cui disponevamo, portarle sulla schiena, oltre agli effetti personali, sarebbe stato un compito veramente sfiancante.
Il sole era quasi giunto allo zenit, quando Darla, che si trovava in testa alla nostra colonna gettò un grido.
         “Qui c’è acqua. Direi di fermarci e di mangiare qualcosa. Poi ho voglia di togliermi gli scarponi, perché ho i piedi che non li sento e credo di essermi procurata anche delle nuove vesciche.”.
Dopo pochi minuti eravamo tutti con i piedi a mollo nelle pozze della sorgente trovata da Darla. Il piacere di quell’acqua, benché fredda, era impareggiabile. Il benefico effetto lentamente risaliva tutto il corpo e sembrava che attraverso i piedi succhiassimo tutti, avide sorsate per ristabilire l’equilibrio perso.
Ci dedicammo anche alla manutenzione delle nostre estremità, applicando cerotti e usando disinfettante. Presi un piede di Darla, piccolo e ben fatto, dalle unghie curate e vezzosamente dipinte di un grigio perla. Inizia a massaggiare il primo e poi anche l’altro.
Sul suo volto si dipinse un’aria di estasi e di piacere.
         “ Se massaggi così bene i piedi, non oso immaginare con il resto del corpo, cosa sei capace di fare.”. Disse lanciandomi un’occhiata carica di significato. Sorrisi e sperai tanto di essere arrossito. Credo che faccia piacere a una donna, vedere un uomo con un po’ di rossore sul volto. Credo che lo renda più tenero ai suoi occhi. Il sole o il vento delle giornate precedenti, non avevano certo contribuito a esaltare quel rossore, però mi rimase quella speranza. C’eravamo dispersi un po’ qua e un po’ là, per mangiare e bere, ognuno in compagnia dei propri pensieri. Era il momento di godersi completamente il silenzio e la pace di quel luogo. Mi dispiaceva un poco per i nostri accompagnatori, che non potevano avere quell’acqua. Da una parte. Dall’altra, ne gongolavo un poco. La giusta punizione per seguirci, facendo finta di non farlo.
Qualcuno se era assopito, ma il grido soffocato di Neelya fece balzare tutti in piedi. Armi alla mano. L’idillio era terminato. Sentimmo distintamente la sua voce esclamare.
         “ Esci piano e con le mani bene in vista.”.
Teneva la sua Tanfoglio 9 mm dritta davanti a lei e il dito sul grilletto. Starck che le era vicino e puntò la sua Aska65. Lo vidi trasformarsi immediatamente in una macchina oliata e pronta per il combattimento. In un niente le fummo tutti vicino. In mezzo alla fanghiglia, formatasi vicino a una delle pozze, vedemmo due occhi sbarrati e una bocca sporca, lorda di sabbia, esclamò.
         “Ferma, non sparare! Sono io.”.
Riconobbi, anche se impiastrate di sabbia e fango, le fattezze del biondo incrociato all’Irtitltaslag.
Thor riprese subito, mantenendo un tono minaccioso.
         “ Il tuo socio dové?”.
Sputacchiando qualche granello di sabbia, quello rispose.
         “ Nascosto vicino alle rocce che si trovano dietro la vostra slitta. Non agitatevi, tanto è disarmato, come lo sono io. Il fucile l’ho lasciato vicino ai nostri sacchi, nascosti poco distanti da qui. Sono armato solo io. Quello stupidone è armato solo di una fifa immensa.”.
Stubbing, abbassando lentamente la sua Tabasca11, disse.
         “Uomini, giù le armi. Tu alzati piano e con le mani in vista. Sentiamo cosa hai da dirci.”.
Neelya non abbassò la pistola fino a che il biondo non si trovò seduto, con le gambe ancora coperte di sabbia e fango. Iniziò a ripulirsi la faccia.
Mi guardai intorno. Il luogo di quell’agguato era veramente favorevole. Dall’alto eravamo coperti da un grosso roccione e dal basso non potevamo essere visti da nessuno. Ci trovavamo in pratica al centro di una sorta di anfiteatro. Il colpo era stato studiato proprio bene.
Stubbing riprese.
         “ Chi sei e cosa vuoi?”. Disse
L’altro uscito dall’incomoda posizione si diresse verso l’acqua e si lavò le tracce di fango sul volto. Poi gettò acqua anche sui capelli e ne uscì una sorta di broda appiccicosa inguardabile. Per nulla timoroso continuò con il lavarsi la testa fino a che, grondante solo di acqua fischiò leggermente. Il suo compare comparve come d’incanto. Non lo avremmo certo visto né trovato, se avessimo voluto. Ci raggiunge saltando agile di sasso in sasso.
Il biondo rassicurò l’altro, che mostrava una faccia spaventata, con un grugnito e una smorfia poi passò alle presentazioni.
         “Sono Pituddu e sento che vi serve una guida e un alleato.”.
Ci guardammo in faccia, basiti da una simile affermazione.
 
 
Dal diario del Cap. Stubbins.
 
Mi chiedo chi ancora dovrà accodarsi a questa nostra spedizione. Il segreto, se lo doveva essere, è completamente saltato. Ora anche i caprai sanno chi siamo e dove andiamo. Questi ultimi due poi sono stati di un’impudenza, che mi ha lasciato senza fiato.

 

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