CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Irrequietezza – Inquietudine”

E’ ben tanto …

E’ ben tanto che non scrivo. Dai miei sessantatré … olè! Però ne son successe di cose. Ad esempio mi sono devastato con il lavoro. Complimentoni direte voi, e avete stramaledettamente ragione. Perché farsi male, così male da star male e pensare seriamente di non fare a farcela. Poi raduni quel poco di te stesso e vai avanti fino alla prossima fonte di frustrazione, ad un altro schiaffo al tuo amor proprio. tanto così va il mondo. però, c’è un però, o almeno c’è stato. Piccolo, intenso e gioioso. Il matrimonio di mio nipote.  L’emigrato. Sì perché se ha voluto fare ciò che sta facendo e nella maniera come lo sta facendo, ha detto “Ciaone Italia” e senza neppure prendere la valigia di cartone, ma semplicemente un trolley capiente e molto “à la pàge” se ne andato. Prima in terra albionica e in anni in cui la Brexit era solo una delle tante bizzarrie anglosassoni, ma come fuoco aveva braci ben cariche e il riusultato è davanti a tutti noi.

Poi  il richiamo teutonico è stato più forte o forse, e questi son i tempi, l’odore dei soldi è stato un vero aroma inebriante. Non nascondiamoci dietro al dito, non postiamoci come maestrini. “Pecunia non olet” e vai dove ci sono. Il cuore è un organo, pompa sangue e tanto basta. Punto. Però e c’è un altro però … Va bene il peculio, va bene l’ordine e la precisione, ma a scombinare le carte ci pensa quel vecchio  imbroglione di Cupido, che mescolando frecce amorose, festività anglossassoni e la sfrontatezza della gioventù, ha piazzato il colpo basso e il nipotone è crollato. Non che volesse vivere una vita ascetica e cos’altro, ma anche a lui l’amor fu galeotto. Non in forma di libro, ma racchiuso in poco più di 160 centimetri di donna e che donna. In buona sostanza da un paesello spalmato tra un grande fiume e un pugno di colline, da una parte, e dall’altra parte, mettici un oceano di mezzo e un luogo dove jungla e civiltà si alternano con motivi misteriosi, mettici una città nata intorno ad una fabbrica, ecco che poi arrivi al matrimonio.

Forse il più multi etnico, multiculturale cui io abbia mai partecipato. Gente dalle Filippine, Mongolia, Cina, Russia asiatica, India e Australia quelli che sono arrivati da più lontano. Poi Finlandia, Russia Europea, Ucraina, Germania per ovvi motivi, Belgio, Olanda, Portogallo  (Il padre della sposa) Inghilterra e Scozia,  Italia (quasi tutte le regioni, nessuno del Molise e della Campania, però due sardi e un triestino) e spingendosi ancora più ad ovest Guyana Britannica, la terra d’origine della sposa con famiglia e amici, Stati Uniti e Canada. Insomma sono stati due giorni all’insegna del più improbabile melting-pop, fatto di un italinglish straordinario, tanto che ogni imbarazzo è stato ampiamente superato. Voi anche per gli “spritz” consumati, soprattutto da chi, con gli alcolici ha degli stop imposti  piuttosto pressanti. Voi anche per il vino italiano che ha scorso a fiumi. Altro che il vinello tedesco, un bianchetto un po’ anemico, che contro i nostri rossi “de panza” , ben poco ha poturo fare.  I tedeschi si sono difesi egregiamente con la birra e i wurstel e lo stinco di maiale (Non c’è storia il loro è veramente un giulebbe), poi però … Il deserto. Assolutamente. Comunque la festa è riuscita gli sposi si sono sposati e amici e parenti li hanno festeggiati e se l’inglese non era marca Oxford, ma … Marca Leone, si sorrideva sempre e comunque, tanto che le rughe del sorriso si sono impresse nel cuore di ciascuno e per una volta il cuore non è stato solo una pompa.

Ora si è tornati alla normalità, al caldo e alla quotidiana frustrazione.

Ci si sente tra un po’ … Tra tanto … Nin zò!

ps: A proposito, gli sposi abitano nel paese natale di Vettel. Si il campione automobilistico. Come sempre , “nemo propheta in patria” c’è un negozietto che ha esposto una fotografia e neanche autenticata dal campione, del campione stesso. Un negozio di sguincio, che se non guardi in vetrina e ti accorgi che quella foto è assolutamente fuori luogo, mai più immagineresti che Vettel, ogni tanto ci passa anche davanti. Così va il il mondo.

 

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Arriva

Arriva un età per cui le pieghe dell’anima più che un vanto, sono un peso

Ufficio Facce – Aprile 2017

 

NEW_UFFACE

Bloody sunday

Domenica c’è Italia vs Inghilterra. A casa loro … Devo aggiungere altro?! Non credo. Il titolo parla già di tutto ciò che potrà succederci.

Sta a noi limitare l’emorragia.

Lo chef consiglia un buon anti acido e acqua naturale, per tenersi idratati.

Il bislungo.

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Toc… Toc

Toc … Toc.. Chi è? Io … A poco servizio, perché manca il tempo, la voglia e lo spirito giusto per mettermi a scrivere. Anche due scemenze.

Il mese, che non è ancora finito è stato lungo, difficile e tormentato. Problemi di lavoro e meno male che ci sono perché vuol dire che c’é il lavoro, anche se … Se i problemi mi abbandonassero, andassero in ferie, ne trarrei di molto giovamento. Ma tant’é.

Seguo quando posso e come posso, ma lavorando soprattutto di pomeriggio al mattino ho altro che fare e la notte, quelle poche ore di sonno tento di farmele. Detto così suona un po’ strano, ma fa parte di questo gioco, che mi tocca giocare per ora.

Tento di sopravvivere a me stesso, anche a mia insaputa. Anzi è meglio che io non sappia. Occhio non vede, cuore non duole.

Un giorno o l’altro tornerò a darvi fastidio. Prendetela come volete … Minaccia, cortese avvertimento, avviso ai naviganti, ciesse viaggiare informati. Come meglio preferite.

A presto … O tardi … O a piacere.

E’ finita, ma …

E per quest’anno è finita. Bilanci? Ma anche no. In fondo non è andata peggio di quanto ce lo aspettassimo, ma neppure ha imboccato quella strada dritta e piana che era nei nostri recondidi desideri.

E’ andata e tanto fa. I prossimi 365 giorni saranno … Saranno come li vivremo. Intensi o meno secondo quanto ci applicheremo perché lo siano. Il resto in fondo è aria fritta. Non valgono i se e i ma, valgono le nostre azioni, frutto delle nostre scelte e delle nostre responsabilità. Quelle che ci assumiamo e sono nostre decisioni e quelle che decidiamo di assumere, e queste sono decisioni altrui a cui non possiamo , non dobbiamo, non vogliamo decedere.

Per chi ha voglia, possibilità, opportunità guardi lontano e si prepari all’uopo. Per coloro cui l’orizzonte è corto o chiuso, non viva nell’angoscia, ma ricordi chi è e quanto ha faticato per diventarlo. Nessuno ha diritto di rubare nulla a nessuno. Sogni o ricordi che siano.

Buona Anno a tutti quanti, nella speranza che possa essere, secondo voglie e desideri di ciascuno … Quell’anno !!!

Il confine

I tempi della maturità sono ormai lontani. Metà anni settanta. Ne conservo ancora un buon ricordo, forse perché quel sentore di fifa ormai è quel che è: un ricordo. Eppure, nel leggere le tracce dei temi di quest’anno, tra tutti, mi ha colpito proprio questo: il confine.

Il confine cos’è? Un luogo mentale? Fisico? Spirituale? Oppure è il frutto di lunga, elaborata ancorché contraddittoria unione di tutte e tre. Il confine è mentale. Circoscrive la mente di ciascuno di noi in un luogo ove i nostri pensieri prendono vita, si trasformano, mutano, muoiono in base ad eventi interne ed esterni a noi. Nella nostra mente e confinati lì rimangono. O meglio rimangono fino a che non ci vediamo disposti a farne partecipe gli altri. Potrebbe essere una coercizione, un piacere personale, un obbligo sociale, però ricordiamo sempre che è nei confini mentali che tutto avviene. Questo perché siamo disponibili a far attraversare quel confine ai pensieri altrui. Che provengano dal nostro vicino: genitore, amico, docente, o che provengano più in generale dalla società, noi permettiamo ai pensieri degli altri di attraversare quel confine. Quindi è un confine permeabile. Almeno in parte. Visto che è volitivo far accedere o meno alla nostra mente. Tale parrebbe anche il lato spirituale. Coltivare o meno lo spirito è si un atto cosciente e voluto. Accettare o meno che lo spirito faccia parte della nostra vita pone già il primo confine, attraversato il quale le varie forme spirituali, una volta individuate, saranno base anche del tuo pensiero. Tanto che i confini tra i due mondi tendono a sparire e per certi versi diventare uno solo. Ciò che invece è unico ed evidente è il confine fisico. Il “soma” di ciascuno di noi ci posiziona nello spazio che ci circonda. E’ il passaporto per relazionarci con gli altri. E’ ciò che vedono gli altri, prima ancora di attraversare, se loro concesso, gli altri due confini. Quello mentale e quello spirituale. Il confine fisico, può essere piacevole oppure no. Gradito o sgradito secondo i luoghi, le culture. E’ disdicevole mostrare il piede nudo, nella cultura orientale. O il tatuaggio o il mostrarsi a capo scoperto. Così è il contrario nell’occidente, il fatto di intabarrarsi da capo a piedi. Di soffiarsi il naso senza l’ausilio di un fazzoletto o di mangiarsi uno stufato di cane con cavoli e patate. lasciamo perdere i confini alimentari che ci sarebbe da scriverne più e più libri. Non è questo il punto. Piuttosto il corpo rimane il confine principale che abbiamo nei confronti degli altri e altrettanto lo sono i corpi degli altri. Confini definiti, imperfetti a volte, ma che configurano la persona cui appartengono.Ne danno una prima classificazione, già solo dai tratti somatici, colore della pelle, occhi, caratteristiche somatiche precise. TI proiettano in un mondo, in una società, in una cultura e solo in modo superficiale, è vero. Vedi un occhio a mandorla pensi al cinese, mentre stai osservando un cambogiano, un vietnamita o laotiano. Pelle scura, pensi all’Africa, ma chi ti dice che non sia nato a Baton Rouges o a L’Habana? Il confine è ingannevole e non solo quello fisico anche gli altri due lo possono essere. Pensi di rapportarti con un affabile signore, mentre in realtà è un sociopatico, che in ogni momento potrebbe farti a pezzi. Credi di confrontarti con un ateo due e puro, invece è intriso di una spiritualità tale, che la tua a confronto è quella del bambino al primo anno di catechismo. Solo che la maschera così bene che sei convinto della giustezza del tuo assunto. Il confine è quindi difficile da ipotizzare, definire. Ha un significato troppo sfaccettato, per poterne venire ad una.

Prendiamo un classico. Il confine geografico. Sembrerebbe più semplice da spiegare. E’ una linea immaginaria, che traccia la cesura in un territorio tale da rendere le parti ottenute, alle nazioni che si affacciano al quel confine. Stabilisce il limite dell’una sull’altra. L’area di appartenenza e di pertinenza della terra abitata da quel popolo, da quella nazione. Ora l’appartenenza è importante. Qualifica e stabilizza le persone, le cose a loro afferenti. E’ una pietra angolare del tessuto sociale, culturale dell’uomo e questo da sempre. La trasformazione dalla banda, alla tribù e da questa alla nazione come popolo e alla nazione come entità fisica propria non è stata  una passeggiata di salute, ma neppure si è mai interrotta o ne è stata mutilata la sua nascita. Anche fosse stato un mero tentativo. Anche li, l’idea del confine c’era. In nuce, ma c’era.Certi confini geografici, poi hanno pesato, più di altri. Prendiamo la “Cortina di Ferro”. Era il taglio netto tra due mondi, due culture, due società. O meglio tra due sviluppi di società. Da una parte quella nata e cresciuta in un clima di democrazia, mai perfetta, ma comunque, sempre ed in ogni caso, perfettibile. Con uno sviluppo culturale adeguato al clima politico, sociale ed economico. Dall’altra un mondo ad una dimensione con un’unica visione e uno sviluppo raccordato a quella visione. Quale sia o sia stato il migliore, non sta a me dirlo. Una risposta la Storia l’ha già data, e tanto mi basta. Però quel confine è stato per anni un simbolo di chiusura di una parte verso l’altra. Anzi la chiusura è stata reciproca. La si è imbevuta di paura, di mistero e di mistificazione per dirla tutta. Un tale confine non può essere dettato che dalla paura,innata direi, dell’uomo nei confronti del suo prossimo. Questo da sempre. Ogni banda, tribù, nazione ha un proprio territorio dove vive, si riproduce e trova di che vivere. Se arriva lo straniero, il diverso da quell’entità, arriva il nemico, colui che vuole sottrarre un qualcosa. Come nemico va combattuto, possibilmente vinto e scacciato. Allontanato dai confini. In fondo i migrati di questi tempi, se non bui, certamente di un brutto grigio scuro certamente, non sono forse quell’emblema. Arrivano a frotte e da una parte vengono considerati un’opportunità, dall’altra un danno se non peggio. Ecco che anche in questo caso il confine è dal significato incerto, labile, gonfio di ogni contrario. Il confine è l’immagine delle nostre paure, dei nostri cattivi pensieri delle personali e collettive avidità. Certi valori sono sminuiti o diminuiti, nella gerarchia sociale odierna, mentre ne acquistano in vigore altri, che pensavamo ormai nel dimenticatoio.

Forse questo è il tempo in cui viviamo, quasi costretti, su di un confine. Non sappiamo bene quale sia, ma sentiamo che esiste, pulsa vivendo dentro e fuori di noi.

Dobbiamo attraversarlo oppure …

Festa

Primo maggio, festa del lavoro. Festa in che senso?

Nel senso che al lavoro hanno fatto la festa, come dire .. La pelle?

Nel senso che hanno trovato il lavoro e come per tutte le scoperte epocali, va festeggiata?

Nel senso che quando si trova, proprio perché lo si è trovato, l’evento non può sfuggire almeno ad una bicchierata tra amici?

Nel senso che si voleva far festa e si è deciso: massì, dai, festeggiamo il lavoro, che adesso non mi viene nient’altro.

Nel senso che dopo la festa della liberazione, con quella del lavoro c’è un sottile legame … Tipo:  ce ne siamo liberati?

Nel senso che una volta aveva un senso e chissà che non ritorni di nuovo quel senso!

Buon Primo Maggio a tutti.

#Hashtag

Per curarmi frequento palestra e piscina. Con alterne fortune e secondo le sensazioni che mi regala quell’avanzo di corpo che mi è rimasto.

Ora, dopo  un attacco di sciatica, che a raccontarlo neppure Poe potrebbe essere più terrificante nel descriverlo, sono ritornato in palestra.

Il risultato è  stato il seguente:

  1.  #hashtag = Ho riscoperto muscoli che non credevo di avere.

  2. #hashtag = Molti li ho usati.

  3. #hashtag = Mi hanno procurato un dolore inutile.

  4. #hashtag = Ho invocato la morte.

  5. #hashtag = Comunque fosse e comunque arrivasse.

  6. #hashtag = Non mi ha cagato di pezza.

  7. #hashtag = La morte.

  8. #hashtag = Stronza !!!

Cosa c’entra l’hashtag. Niente, lo so. Il dolore rimane e il fanculo anche.

Questo per chiarire che la palestra non sempre è sinonimo di “mens sana in corpore sano” .

Corpore … Bhè … parliamone, ma ….  Anche no.

#Hashtag.

La pancia

Ora sappiamo tutti cos’è la pancia e dove è la pancia e  avvertiamo un certo disagio, solo a parlarne, di certe rotondità, vere o presunte che siano. C’è però una pancia che assume in se tutto il lato “oscuro” di un paese, un popolo, di una nazione, presa nella sua interezza, nella sua essenza. La pancia del paese, che mai come adesso viene titillata, solleticata, dagli opposti politici, sociali, economici, ciascuno secondo convenienza, priorità o semplicemente opportunità. Ah, la pancia del paese. Di un paese che quasi non sa più quale che sia la propria, di pancia. C’è sempre qualcuno o qualcosa, che se ne appropria, la rivendica, la vuol solo per se. C’è chi soffia sul fuoco degli integralismi, affinché la pancia ne sia ben ustionata, così che  possa assurgersi a pompiere salvifico. C’è al contrario che soffia un vento opposto, perché possa a sua volta spendersi come unica vera fiaccola dell’integralismo, e non importa se parziale o totale (meglio quest’ultima opzione). L’importante è integrare.Integrare anche quella pancia che ogni giorno è più vuota. Di ideali, di pensieri, che non riesce a reggere l’etica e la morale sociale. Principi fondanti del nostro mantenere assieme i pezzi della società.  La pancia è anche vuota, per molti e non in senso letterale, ahimè. Sacche di povertà si annidano e si sviluppano in tutte le latitudini sociali ed economiche, altre che fisico geografiche. Colpiscono un po’ tutti e naturalmente chi ne paga il prezzo maggiore sono le fasce più deboli. Guarda caso gli opposti del nastro della vita. I piccoli e gli anziani. La pancia ora come ora, non risponde più ai troppi stimoli che sta ricevendo. O meglio non risponde più come dovrebbe o forse, come si vorrebbe. Si, la pancia è stanca. Stanca dei continui sussulti, degli inesauribili borborigmi di cui è afflitta o di cui viene afflitta. Ogni momento è buono per sollecitare la parte “oscura” di essa. Vediamo la canea politica, scatenata ogni piè sospinto dalle varie forze attualmente in campo. Siamo oramai, a mai come adesso, al tutti contro tutti a prescindere ed indipendentemente da ciò che sta capitando. Naturalmente scagliando, o cercando di farlo, la colpa addosso “agli altri”. Avversari politici, sociali, economici. Non importa se si individuano specificatamente. L’importante che il “cetriolo”, manufatto pericoloso e nell’immaginario collettivo, tendente a raggiungere e occupare saldamente una parte ben precisa e nota del corpo umano, sia appannaggio “degli altri  o di altri” e mai di “noi”. La ricerca del capro espiatorio, per qualunque malefatta si voglia, già soltanto pensare, è ricerca prioritaria. Non solo, ma oramai ci si spinge altre. Osserviamo quale peso abbiano i valori, i principi nell’immaginario collettivo. Oramai l’immaginazione non solo non è più al potere, ma giace nei meandri della mente, in qualche non luogo, sepolta da una montagna dei detriti di etica e di morale. Ogni giorno si consumano decine di violenze su donne, bambini, anziani. Quasi che la fantasia si sia trasformata in una consueta vomitevole realtà . Anzi, si è voluto spostare il confine e esempio lampante, dopo una “festicciola tra amici” si è arrivato all’efferatezza dell’omicidio, giusto per provarne l’ebbrezza, e se questa contempli o meno l’appagamento dei sensi.Ora che anche questo é compiuto, l’uomo è migliore di prima? Dopo aver dilapidato, in un assurdo e quanto meno incredibile grottesco “gioco”, l’esistenza di un suo simile, è realizzato pienamente? I motivi di tanta barbarie non sono solo da ricercare nelle cose “fuori” dall’uomo, ma soprattutto in quelle che sono o dovrebbero essere “dentro” di lui. Non giocate, per favore, la carta dello sbandamento mentale, dell’impotenza data da droghe, influenti sulla fattiva predisposizione, alla distorsione dei fatti e delle cose. No !!! Quelle acuiscono e amplificano uno stato d’animo predisposto al superamento del limite, che ciascuno di noi si deve imporre, per poter sedere al consorzio sociale. La ricerca del male assoluto, porta a richiedere tale e quale moneta, per ripagarlo. Hai ucciso? Bene, dovrai essere ucciso a tua volta! La legge del taglione, di biblica memoria, applicata come se non fossero passati e non avessero lasciato traccia Aristotele e la sua millenaria scuola, la Scolastica e i propri eredi, l’Illuminismo e i suoi frutti. Tutto cancellato in una nuvola di bianco sballo, affogato in pozzo a perdere di liquidi brucia sinapsi.

A questo punto sorge la domanda spontanea e ineludibile: che fare? Come ricompattare questa deriva spirituale. Come rimettere assieme i pezzi. A chi dobbiamo rivolgerci per curare, anche la “pancia”, di questo corpo sociale così provato e lacerato.

Facendo un passo indietro, ma non certo ogni piè sospinto. Altrimenti riavvolgeremmo la nostra storia ed é una cosa impossibile. La scienza lo ha dichiarato e provato.

Immobilizzandoci, aggrappandoci all’adesso, quasi che il contingente, l’immanente diventino categorie fondamentali, pilastri inalienabili delle nostre esistenze. Non esiste un domani, ma anche il passato va inevitabilmente cancellato.

Oppure guardando al domani, con la fatica usuale di chi ha fiducia non ostante tutto e tutti. Chi ha la fede nel piccolo cambiamento giornaliero e non nella rivoluzione totale, continua instancabile, che non permette  però, il getto di salde fondamenta.

Strada difficile, ma non impossibile, perché implica un lavoro di limatura delle esistenze. L’uso forsennato del cervello, della coscienza individuale e generale. Rimparare il giusto senso del si e del no, avere nozione di principi fondamentali dell’esistenza. Riconoscere che esistono pari diritti e doveri. Arrendersi all’evidenza che non siamo solo noi a vivere, ma altrettanto lo fanno gli altri e tutti abbiamo pari dignità e consapevolezza nell’agire in tal modo. Facciamo tesoro della diversità nell’uguaglianza. facciamone ragion d’essere e passo dopo passo torniamo diventare esseri umani.

Metto via

Metto via questo 2015. Lo ripongo nel miglior modo possibile. Senza troppe pieghe e spiegazioni. Né servono le prime, né tanto meno le seconde. Soprattutto le seconde. Ingarbugliano cose, persone, fatti. e lasciano il tempo che trovano. Normalmente rimane una leggere bavetta di sospetti mal digeriti, di abbozzi e di situazioni inevase. O comunque c’è il quella sensazione.

Lo metto via perché oggi è l’ultimo giorno utile per farlo. Domani avrebbe il sapore di un’altra occasione perduta, di un ritardo ingiustificabile, di una imperdonabile dimenticanza e poi diamo al meno alla fine di un anno una parvenza di ordine. Ammantiamoci dell’alibi di una vita vissuta secondo possibilità e per una volta non a nostra insaputa.

Cose belle e brutte messe insieme, ma con ordine e non raffazzonate alla “Viva il parroco!”. Piuttosto ciascuna imbustata per colore e nuance, così che la fatina dei ricordi o la strega o il folletto o qualunque spirito che ci aggrada di più, possa aver agio nel recuperarlo  a tempo debito. Oppure agevoli la fatica di qualcun’altro, che si potrà trovare nel grato o ingrato compito di recuperarli, perché nella vita: “Non si sa mai”. Un po’ come mettere via la biancheria buona, Le magliette della salute, le mutande, una camicia e un pigiama: “Sai … Pensa se devo andare all’ospedale … Pensa se muoio… Così all’improvviso …  Avete di che vestirmi in maniera adeguata … Non facciamo che poi uno fa figure e non può …”

Già non puoi. Non puoi più fare nulla. Il tempo non è un gambero. Può essere galantuomo o un Arpagone, ma non è quello che ti può rendere ciò che ti da e lui si che è veramente cieco. Altro che la fortuna. La fortuna è … E’ quello che decidi tu, nei tuoi pensieri, nelle tue voglie, nei tuoi desideri. Poi esiste il tempo, la realtà dove naufragano i sentimenti, respirano piano i pensieri, boccheggiano o rifulgono le aspettative.

Ho messo via anche quel tempo. Intanto non me me faccio più nulla. Rincorrere rimpianti, peggio … Rimorsi? No, comincio a non potermelo permettere. Sono passati i quaranta urlanti e i cinquanta ruggenti, ora vivo dei sessanta afoni e debbo farmene una ragione. Il tempo è un contabile imparziale e se ripenso alla mia generazione, di qualcuno rimangono già le ossa calcinate. Pare brutto dirlo, ma è la verità. Di alcuni c’è la traccia nella memoria dei loro contigui e di quanti ne conservano traccia. Una busta ben fatta e piegata in un armadio, in un cassetto con stampigliata una data. Quella di un anno.

Quella nella quale ho messo via quella figura e la notizia della sua partenza.

Metto via … Metto via e basta. Da domani c’è un altro anno da inventare, da vivere, nella speranza di farlo non al di sopra delle mie possibilità e soprattutto non a mia insaputa. Ci saranno cosa da fare e qualcuna l’ho già messa in cantiere,al almeno nella mia testa. Poi ci sono le varie ed eventuali. Praticamente ogni ora, ogni momento dell’esistenza prossima futura, perché se il tempo è un contabile e l’uomo propone, c’è sempre Dio che dispone e il suo disegno è così grande, vario e complesso, che ci perdiamo in esso e non riusciamo a capirlo. Già fatichiamo a capire il nostro, o almeno a tentare d’indovinarlo. Figuriamoci quello generale, che abbraccia tutti e tutto. Quando sento chi si fa tronfio portavoce di tale disegno, non posso provare che un senso di vergognosa doglianza per tanta supponenza.

Basta … Metto via quest’anno augurandomi solo di poter avere gli occhi fanciulli per guardare quello nuovo che tra poche ore inizia il suo cammino e di trovare il tempo, di avere il tempo tra 366 giorni (Anno bisesto è questo) di metterlo via.

Vorrà dire che ho vissuto e che forse ho un’altra occasione per farlo.

 

BUON 2016  A TUTTI

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