CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Memoria e Cuore”

E’ finita, quando é finita

Il titolo del post non tragga in inganno nessuno e se qualcuno vuole esserlo, lo sia … Affari suoi e fracciamocene una ragione.

Invece vorrei parlarvi di una assenza permanente, definitiva:  quella di Peter Lawrence Berra detto Yogi.

Chicazzé, alcuni diranno. Il solito americano di cui ignoravamo l’esistenza prima, la ignoriamo ora e per il prossimo futuro e questo senza perdere minimamente la voglia o meno di vivere. Mi dispiace per gli ignoranti (Coloro che ignorano) Yogi é stato un grandissimo sportivo, una leggenda del baseball (ovvio che non ne sappiamo quasi nulla), ma é stato uno dei battutisti americani più inverosimili che mai siano apparsi olteoceano. Solo un geniaccio potrebbe dire: “Non é finita finché non é finita.”

Sembra una idiozia, una cretinaggine elevata alla massima potenza eppure …  Eppure é di un’ovvietà così disarmante, che uno stenta a crederci. Nonsense, aforismi, verità assurde ed ineccepibili e queste perle di geniale pazzia affollano raccolte umoristiche di tutti i tempi e hanno dato lo spunto a comici ed autori delle due sponde antlantiche. Ne trovate di splendide nella raccolta delle “Formiche”. Fulmini che mi hanno sempre lasciato basito e senza fiato, ma con le lacrime agli occhi per il troppo ridere. Sono di gusti facili, rustici, campagnoli?

Forse, ma credo fermamente che: “Se il mondo fosse perfetto, non esisterebbe”.

Che se la giornata si sta rivelando difficile e piena d’insidie: “Oggi farà tardi, molto presto”.

Che ci sono quei giorni in cui vuoi che ci sia qualcuno a cui dire: “Tagliami la pizza in quattro che non ho abbastanza fame per mangiarne sei”.

Perché é facile nella vita che: “Se non sapete dove andare, facilmente vi ritrovereste in un altro posto.”

In ogni caso: “Se trovate un bivio, imboccatelo”.

Anche il tempo, per lui, aveva la sua importanza : ” Il futuro non é più quello di un tempo.”

Anche i suoi effetti: “Bisogna andare al funerale degli altri, se volete che gli altri vengano al vostro.”

Con lui vorrei concludere con un’ovvia verità, alla faccia di La Palisse: “Ci siamo divertiti tanto insieme, anche se non siamo mai stati insieme”.

Addio “Yogi”, o forse chissà, arrivederci. Intanto fai divertire gli angeli; un sorriso non costa nulla perché: “Non é finita, finché non é finita.” Lo dice con il groppo alla gola anche l’Ufficio Facce.

 

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Culodritto

Arianna

 

Lo so come sempre sono in ritardo . Il tuo compleanno é stato due giorni fa, ma come sai sono rientrato al lavoro, ma 25 anni non si possono dimenticare. Già … Ne sono passati proprio 25 da quella sera d’agosto … Tra la mia inquietudine, l’imbarazzo e una gioia paralizzante, che non ho più provato. Neppure tre anni prima… Quel pomeriggio caldissimo di luglio, quando tua madre ed io ci siamo sposati. Quando sei nata hai riportato un sorriso, una nuova speranza, una nuova occasione per andare avanti … Per il nonno che … Bhè lo sai com’é andata quel giorno di giugno, riparlarne riapre vecchie ferite che non si sono mai rimarginate.  Per me e tua madre che vedevamo un mondo nuovo, tutto da scoprire, tutto da vivere, tutto da sbagliare anche. Sicuri però, che saresti stata la nostra personale e magnifica stella in un cielo che avrebbe potuto essere nero come la pece, ma in ogni caso é rischiarato da quella tua luce.
Tra difficoltà, gioie, dolori e grandi risate come é nella vita di ogni essere umano, sono rotolati questi 25 anni e hanno fatto irruzione nelle nostre vite e non siamo ancora stanchi di questa irruzione, anzi non vorremmo che smetesse mai. Sappiamo però che le tua vita prenderà un’altra piega, avrai da percorrere altre strade e non mi rimane che augurarti solo di non trovare troppe pietre d’inciampo, salite troppo ripide, ma soprattutto di trovare qualcuno che abbia la voglia e la forza di percorrerla con te.
Buon compleanno Culodritto (C’é un Francesco complice tra di noi e per questo mi permetto) con l’affetto  e l’amore di un padre che ti ha visto crescere e che spera di verderlo ancora.

Ricorrenze

Carissimi, non so se avete fatto caso alla pagina di Google di ieri. Ci ricordava che ieri era la “Notte di San Lorenzo”. La notte delle stelle cadenti. Molta poesia in quell’immagine. Alcuni si sono spinti oltre e hanno parlato di stelle piangenti. C’é sempre qualcuno che é più realista del re. Eppure c’é anche da consumare una lacrima vera in questi giorni. Quella per Robin Williams e l’improvvisa sua dipartita, che mi ha mosso un ricordo che credevo sepolto. Forse perché associato, correlato con un altro ben più presente nella mia vita. La nascita della Leonessa. Proprio in queste notti d’attesa, e nell’attesa della nascita guardavo “Good Morning Vietnam”. Del film ricordo ben poco se non che il personaggio, storicamente vero, svegliava la truppe U.S.A ogni mattino con un urlo straziante e da buon DJ si comportava come ogni buon dj di ogni latitudine.  Parlantina a macchina e ultimi successi. Ripeto, ricordo poco di quel film, anche perché l’orecchio era teso al telefono e ora a distanza di anni questa improvvisa morte, mi ha fatto pensare ad uno dei momenti più belli ed intensi della mia vita. La nascita di mia figlia e non credo che si debba o si possa spendere altre parole di fronte ad un fatto così grande. Non ci sono lemmi che possano chiarire la turbolenza sentimentale di quella notte. Rimane un ricordo che é somma di tutta la bellezza, il romanticismo provato in precedenza e i sentimenti provati in seguito non possono assurgere a quell’intensità.

La stranezza della nostra esistenza, il caso, il fato che mescola vita e morte mi hanno suscitato in ricordo così intenso, che proprio per quello pareva dissolto tanto era potente, con la realtà di una morte, ma in questo caso non potrò dimenticare facilmente l’uno senza che venga alla mente l’altra.

Complice un film guardato nell’attesa. Grazie Robin, inaspettato compagno.

Cicatrice per cicatrice

Stile MAORI -  2 Pinguini a cuore

Finalmente dopo tanto pensare adesso è sul mio braccio sinistro … per sempre come lo sono di norma tutti i tatuaggi.

Due pinguini che si guardano e che osservano il loro piccolo, stilizzato in quel ricciolo in basso (il Koru).

Il significato di questo tatuaggio é : devozione.

I pinguini imperatore sono devoti l’un l’altro per tutta la vita, se hai la fortuna di trovare sulla tua strada un’Artemisia, la mia, come la mia.

Quando la trovi la circondi solo con l’unica barriera possibile, accettabile e condivisibile, che l’uomo può creare, l’amore.

Ciao

Giorgio Faletti_Sole24Ore

 

Sciau Giurgin,

Grazie per attraversato con me , con noi, un pezzo di vita, anche se la vita ci mette del bello e del buono a farsi complicata, invece che semplice.

Mancherai soprattutto a noi astigiani.

Carlo

foto dal sito ilsole24ore.com

60

Ah … Le mie due donne

Torta Carlo_60

 

Sapeste com’é !!  Eccezionale , come le mie due donne!

Torta Carlo_cominciata

 

Mai compleanno é stato tanto speciale e difficilmente lo dimenticherò

I confini del cuore

Per una volta tanto, vi ripropongo una cosa che ho scritto anni fa.

E’ un caso rarissimo, che io esprima attraverso il verso le mie emozioni. Non sono tagliato, ecco tutto.  La poesia ed io siamo realtà separate e distinte e quindi ciascuno per la propria strada, da buoni conoscenti e nulla più. Eppure, per una volta forse, per le ragioni insondabili del cuore e della mente, le nostre strade si sono incrociate e ciò che segue è il frutto. Non sapendo giudicare, anzi meglio, apprezzare a pieno quelle degli altri, mi affido a voi

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire e mi ha spinto, qui , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quest’aria nebbiosa di cui usmo gli umori, solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza.

Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato.

Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero serpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto qui, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

 

 Mi  è venuta così, in ricordo di mio padre e mi è tornata in mente l’altro giorno. Riguardando le mie colline, ripensando all’adolescenza dei pomeriggi passati tra filari e sgroppando su e giù da quelle colline. Riflettendo su come il tempo è trascorso e su come certe cose ritornano a mostrare l’urgenza di non essere mai dimenticate, perché patrimonio personale e delle poche cose possedute, da trasmettere a chi ci segue.

Ripenso a quanti attendono di riunirsi, filare per filare, ad un’eterna vendemmia. A ragionare di mosti, di prezzi, di selvatico preso o scappato; tra un bicchiere e l’altro, tra un piatto di bollito e una buona porzione di “cugnà”. A volte nel silenzio delle cucine, un po’ fumose, dalle stufe che ronfano piano, senza fretta.

Guardando questa giogaia di colline che pare non abbia una fine, un inizio. O forse lo ha, nel cuore di ciascuno di noi, per quanto é impossibile imbrigliare un confine disposto dal cuore e dal sentimento.

Buon autunno a tutti.

Sì … viaggiare

Ormai mancano una manciata di ore e poi parto. Datosi che sono in ferie (Chi ha detto  … e chissene frega! Ehhh?) corre obbligo anche quest’anno partire, viaggiare, andare oltre i confini del paese. Superare distanze geografiche, ma anche culturali, sentimentali. Andare oltre insomma.

A pensarci  bene il viaggio è giornaliero, attraversiamo la nostra esistenza muovendoci da un punto all’altro dei luoghi a noi conosciuti, sia fisici che dell’animo. Andiamo verso qualcuno o qualcosa e da altrettanto proveniamo. A volte è importante il luogo, a volte è solo un leggero viaggio emozionale, comunque sia mettiamo un piede avanti all’altro. Metaforico o meno mutiamo la nostra presenza nello spazio con il conseguente consumo di tempo ed energia e affido a chi sa di matematica e fisica il compito di illustrarci, con calcoli alla mano, a quale dispendio andiamo incontro.

Diciamo che lascio il compito delle vacanze e lascio pure la più ampia possibilità di giustificazioni, nel caso che questo compito non sia eseguito. Mi raccomando solo giustificazioni fantasiose, improbabili, surreali, grottesche anche.

Va bene … parto, ma dove vado?Solatia spiaggia cubana. Ovvero desolata landa, di un sognato profondo Nord?Pensione “Miramare” in uno dei comuni divertimentifici di questa nostra penisola? Oppure sarà “ Il covo del camoscio ballerino”, inventata pensione famigliare in quota … Alpi? O sono meglio i più semplici e confortanti Appennini? Chi lo può dire.

Per scoprirlo occorrerà mettere, per l’appunto, un piede dopo l’altro. Visto però, che per scrivere queste poche ed insulse righe i miei due neuroni , Tranzo e Sciallo, si stanno accapigliando, non certo per aiutarmi, bensì per vedere chi risulterà primo nel riposo più assoluto, sarò costretto a rivelarvi e subito la destinazione, prima che l’irreparabile accada. Irreparabile, nel senso che si perda del tutto il senso di questo intervento, già abbastanza segnato dall’insulsaggine. Sono proprio alla frutta, come è costume dire. Poche idee, confuse, imbarazzanti e sottoposte al voglio di una recensione spietata, che sfocia, la maggior parte delle volte, in una censura oscurantista, della più bell’acqua. Ho quello che si dice: il vuoto. Leggo gli scritti degli altri e ne rimango colpito, nel senso che do poderose craniate agli spigoli di casa, pensando chi anch’io avrei potuto scriverli. Anch’io avrei potuto dar sfoggio di parole e temi interessanti, mentre ora posso solo osservare un deserto d’idee. Mio, personale.

Qualcuno potrebbe con causticità, osservare che non è da tutti possedere un deserto e che dovrei esserne felice. Il deserto non è solo uno scatolone pieno di sabbia, dove un sole feroce la fa da padrone, dove abita la fata Morgana (Beate lei e chissà com’è abbronzata!) dove strane e bizzarre cerature vivono la loro esistenza, perfettamente adattati al luogo e al clima. Non è quello il mio deserto. E’ un vuoto, un’assenza; è forse anche una scusa, un alibi o più semplicemente il sintomo di una stanchezza generale.

Non sempre si riesce a stare sul pezzo, diamine. Non sempre si è pronti a ribadire sulla carta, ciò che suggerisce la mente, rapportandosi con la realtà. A volte non è il momento e si sa ogni lasciata è persa. A volte frigge, tumultua, ma non trova la via, il pertugio per scaturire. A volte un certo pudore ci fa rimanere distanti e meditiamo se e in che modo procrastinare sia la cosa migliore, perdendo così l’occasione, il famoso raggio verde.

In somma meniamo il can per l’aia, come sto facendo io, rincorrendo brandelli, simili a sputazze, di pensieri lasciati liberi di vagolare nella mente. Gironzolano con le mani nelle tasche delle mutande e quelle, neppure d’orbace d’ordinanza, così a me care.

Allora parto, venerdì, verso le tredici e quindici e vado …. a Lourdes. Dove altri.

Anche quest’anno, finalmente il pellegrinaggio. In queste poche ore che mi separano dalla partenza spero di trovare il “mio” tema. Perché ci vuole un tema personale, che s’inquadri o meno nel tema del pellegrinaggio. Credo che ciascuno di noi debba averne uno personale, che possa seguire in ogni momento, soprattutto al di fuori di quell’ufficialità necessaria al governo di un gruppo di pellegrini. Ci sono è vero orari e scadenze, perché il pellegrinaggio è una rotella dell’ingranaggio, però riuscire a ritagliarsi un momento, fa la differenza, da un senso di maggior pieno, è un valore aggiunto. Qualcosa succederà e può anche darsi che capiti mentre sarò in viaggio o sarò lì; oppure chissà può essere anche la ricerca del tema, proprio il tema personale di questi giorni così intensi.

Quindi vi saluto fin d’ora. Lascio le chiavi nel solito posto, mi raccomando, in mia assenza fate i buoni … se potete. Il gatto è in buone mani, comunque due coccole non guastano mai, sempre che riusciate a trovarlo. Non serve bagnare le piante. Penserò anche a voi.

Ci risentiamo ad agosto.

22 ottobre 1915 – 8 gennaio 2008

La parola che non ti ho detto

 

La parola che non ti ho detto è : ciao.

Non sono riuscito a dirtela, in fondo che sono 4 lettere in fila.

Eppure quelle quattro lettere normalmente le dici a un amico, a una persona che con te, ha un rapporto speciale, qualunque esso sia.

Un rapporto fatto di amicizia, di complicità, di discorsi mai finiti ed ancora da iniziare, Di sguardi che significano tutto per chi li lancia e niente per chi li guarda, ma sono chiari indizi per chi ha la capacità di osservare.

E’ facile dire “arrivederci” , oppure “ buon giorno” o anche “buona sera anche a lei”; è facile, è educazione, sono espressioni che impari da piccolo; che i tuoi genitori ti hanno insegnato e guai se le omettevi.

Dire “salve a tutti” , quante volte lo facciamo soprattutto quando andiamo sul posto di lavoro. E’ il luogo che più frequentiamo, a volte più di casa nostra. Ma non è la stessa cosa. E’ vero, condividiamo un lavoro, uno spazio, ma non un sentimento che ci unisce; anzi il più delle volte, diciamolo fuor dei denti,  è un sentimento che divide. Piccole e grandi invidie, screzi, litigate,il desiderio di sembrare migliori agli occhi dei superiori: apparire.

Addio lo dici a cose e persone che cessano con te di avere dei rapporti.  “Addio giovinezza” oppure “Addio amore” detto a quella persona che ha condiviso un tratto della tua vita. Addio lo dici a chi non c’è più, a chi non farà più parte della tua vita.

Non te l’ho detto “ ciao”  e non so quando sarò in grado di dirtelo.

Non l’ho detto neppure alla mamma e son passati vent’anni.

Ci son cose che non si possono dire, che non si riescono a dire.

Neppure “ Ciao, papà!”

Un uomo, mio padre

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