CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Memorie senza un tempo”

L’albero

 L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.

In cima al saliente di questa collina, che percorro più volte durante la settimana. Lo incrocio durante le mie settimanali scorribande su queste giogaie. Un po’ per sport, un po’ per darmi l’alibi che l’immersione nella natura, purché sia, mi aiuta. Libera la mente, riconcilia l’animo, fa espellere le tossine del quotidiano. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quant’anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.

Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.

Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.  Noce, pero, melo a questo punto non fa molta differenza. I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare più antiche ferite subite dal legno, non permettono un’indagine sicura. Il tronco è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita. Non ha l’imponenza e lo slancio del noce, né mi pare che abbia le caratteristiche degli altri due.

Non è poi importante. O forse lo é.

Forse è il confine appassito di vecchie colture. In testa ai filari, sulle mie colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. I nomi: pum d’San Carlo, pruss d’ San Martin, così rustici e così lontani come forma e sostanza da quei nomi che vediamo e compriamo, così omologati in forma e sapore.

Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo. Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.

Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso. Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura. Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.

Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere. Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.

Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.

Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.

Eppure il ramo di quell’albero indica una nuova America, un nuovo mondo.

Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre. Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.

Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.

L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.

Un pomeriggio d’estate

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordati improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.

Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.

Il primo appuntamento

Il primo appuntamento, non lo ricordo. Quindi non posso parlare della trepidazione, del senso di vertigine di quelle ore. La continua altalena di emozioni. Non posso dire di come mi sono scarnificato la faccia nell’eliminare con il rasoio, quella peluria fine e d impalpabile, che definivo onor del mento, né di quanto dopo barba, deodorante e profumo ho dilapidato, tale da sembrare più una danseuse balcanica di un bordello mediorientale, che un giovin dabbene, che si accinge al suo primo incontro sentimentale. E poi perché ricordare solo quello? Perché indugiare su di un tempo, è vero unico e importante, ma poi non ostante tutto, ricomparso ancora in tempi ed epoche diverse. Ogni appuntamento è stato il primo, cambiava la persona, fino all’ultimo quello fatale, quello che ha chiuso la carriera, per così dire, in maniera definitiva. Gli altri primi appuntamenti, li vogliamo lasciare, negletti, nei meandri di una memoria ormai confusa, dalle troppe date, dai troppi volti, dalle troppe ricorrenze? Forse che il primo appuntamento di lavoro è meno impresso nella mente?  O il primo appuntamento dal dentista ha meno valenza? Forse, proprio per quella valenza, per come ha inciso in noi e nel nostro essere, di là dei profumi cui ci siamo cosparsi. Un esempio è il dentista, sulla cui poltrona, per arcano disegno io regolarmente mi addormento, incurante di pinze, trapani e del molesto rovistare che subisco. Non è effetto di anestesia, son fatto così, giurin giuretta! Eppure la sola parola suscita un senso d’orrore, smarrimento, rifiuto in molti, nei più. Anche il primo appuntamento di lavoro. Sia lo cerchi, sia che una volta ottenuto devi far valere le tue conoscenze. In ambedue i casi ecco che si declinano regole comportamentali e di galateo, di buona educazione, rigide e codificate. Non puoi presentarti vestito alla “và là, che vai bene”, ma neppure ostentare le “polpe”.  Indica più il corpo che la lingua, in molti casi. Esiste sempre un primo appuntamento, perché in ogni cosa c’è una prima volta. Quindi andare a frugare nella memoria a volte è difficile, noioso e poi non sempre, anzi mai, c’è l’episodio, che ti tira fuori dal coro, che fa sembrare il tuo, l’appuntamento del secolo. Ma quando mai !! Già il primo incontro a ben ricordare si è svolto in un’imbarazzante atmosfera, nella quale già l’incrociarsi di sguardi, era un baratro d’incertezze. Lo sfiorarsi dava la stura a una pantomima di scuse e di ulteriori incerte emozioni. Non sapevi che dire, le mani, fantozzianamente erano due spugne, la lingua, un tappeto fitto e peloso. Improvvisamente mi rendo conto che era il 196… oddio ma quanti anni son passati, una quarantina ed io devo sforzarmi di ricordare quei momenti, devo far emergere figure che ormai il tempo ha sfumato e delle quali non rimangono che tiepide ombre? No, lasciamo la cosa in un tempo sospeso, abbastanza confuso da poterci chiamare fuori o dentro secondo convenienza. Noi uomini, non sempre siamo capaci di liberare i sentimenti, non sempre inquadriamo i momenti nella giusta prospettiva. E’ facile indorare la pillola, millantando chissà quali magnifici maneggi di quegli istanti. Oppure guardiamo l’interlocutore, interdetti; come se le sue parole giungano da una diversa e aliena dimensione, balbettiamo scuse, nella nostra compulsa afasia. Cominciamo a confonder date, persone, luoghi in una girandola balbettante di mezze verità e menzogne, facendo capire che i nostri ricordi non sono, pur essendo! Ma allora, perché sprecare tempo a scrivere del primo appuntamento, e soprattutto perché sprecare quello del lettore?Forse per indicare che il primo appuntamento, non è così carico di ricordi, come si vuol spacciare. Forse perché, non sempre a quello, i ricordi collegabili sono piacevoli e poi proprio per le numerose forme assunte, non riconducono sempre ai primi palpiti amorosi. Poi forse per trovare una giustificazione verso se stessi. L’incapacità di ricordare, la confusa memoria che ci perseguita e che pone il primo a sovrapporsi ad altri, avvenuti in situazioni diverse e per altre cause. Riaffermare così che la lontananza dei fatti, porta a scolorire le cose e che il passato deve, per suo stesso gene, rimanere tale. Lontano, ormai sfumato e assente di precisi confini. Per contro il presente e il futuro, per i più avventurosi o avventati, sono il terreno su cui pestare le tracce della nostra esistenza. Vivendo la contingenza, preparandosi al domani, incuranti del bene prezioso del ricordo, che può trasformarsi in esperienza di cui far tesoro. Fino al prossimo appuntamento, che considereremo il primo, l’unico e singolare.

Rimestando nel cestone a volte saltano fuori cose di cui avevi perso memoria. Memoria su fatti che ti hanno visto protagonista e ne hai scritto nella speranza di ricordare bene i fatti, per non dimenticare chi sei stato e cosa sei ora.

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