CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Natura e dintorni”

Intermezzo metereologico

Giusto per gradire e e per non essere da meno a nessuno … Il Paesello si sta lentamente allagando. Un po’ qua e un po’ là (non dalle mie parti però, tengo a precisare).

Se andiamo avanti così  abbiamo tutte i numeri per partecipare con forza e con un buon punteggio alla …

Coppa delle Inondazioni.

Si vince la citazione in qualche TG nazionale e se i danni sono di una certa entità, anche il pistolotto con faccia contrita di qualche politico di grido e la possibilità di una vaga promessa di un aiuto economico per fronteggiare i danni subiti.

Altrimenti una bella citazione nel bollettino ufficiale della Protezione Civile ci scappa sempre. Meglio di  nulla.

Nei dintorni c’é chi ha avuto parte dell’Ospedale allagato. Chi la stazione ferroviaria con la conseguente interruzione del traffico per la Liguria e in un colpo solo ha tagliato fuori da Genova: il Piemonte e la Lombardia.  Chi possiede i sottopassi della città allagati e la viabilità impazzita. Chi si é trovato anche un pezzo di soffitto nell’entrata princiale di un noto centro commerciale della zona ed é andata di lusso che non ci siano scappati feriti o peggio il morto.

In questo momento guardo fuori e c’é un sole … Giuro c’é il sole. Giuringiuretta, Parola di scout (Di quelli veri,con il cappellone, i pantaloni corti anche al 19 gennaio con -18. Non quelli tarocchi, che girano per vendere i biscotti).

Sapete … Quel sole pomeridiano d’ottobre, giallo come le foglie degli alberi, con la stessa nuance di rosso che scorgiamo tra i filari e macchia i pampini. Colore difficile da descrivere, ma se ci pensate bene, é di forte e potente potere evocativo. Che sa d’autunno, con tutta quella atmosfera carica di odori e umori stagionali.

Sarà solo un momentaneo squarcio, nel mare di nubi che pigramente scorre sulle nostre teste, però c’é e decisamente un po’ solleva gli animi. Porta un soffio di speranza, allontana la paura e il ricordo di quella maledetta notte di ottobre del 1992, quando sembrò che anche Dio si fosse dimenticato di aver creato Lui il mondo e lasciò che il diavolo si divertisse un po’ troppo con l’acqua.

Il sole se ne andato ed é aumentato il traffico davanti a casa. Avranno nuovamente chiuso il ponte e il pomeriggio pian piano se ne va.

Mi sa che sarà di nuovo una lunga notte.

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Ragazzi !!!

Ragazzi, mi assenterò per qualche giorno. Vado in Trentino.

Fate i bravi se potete, non mettete in disordine e sappiate che la Leonessa rimane a casa.

Lei e Maicio I° detto il Ligabue, gatto rock e interista, ma soprattutto inevitabilmente ovale

Quindi … Ocio !!!

Che poi …. Mi verrà fatta ampia relazione, con dovizia di particolari. Quindi … ‘Tenti voi !!!

Ci vediamo. Ciao.

Il giorno della marmotta

Leggere del giorno della marmotta, in un già caldo mattino di luglio, non può che mettere un brivido di rassicurante frescura. Però, mi domando: cosa centra il giorno della marmotta, in luglio? Sappiamo che è un usanza d’oltre oceano. Una di quelle bizzarrie americane, che ciclicamente ci ripropongono seppur così distanti culturalmente da noi. Eppure partendo da quella, con un po’ di fantasia intorno al simpatico roditore alpino, se ne può trarre un articolo di costume e curiosità. Giusto per riempire uno spazio vuoto in ultima pagina, sotto le previsioni del tempo; giusto per dare un contentino a qual giornalista, che ultimamente ha poca visibilità. Oppure se ne può trarre, da uno dei tanti articoli del giornale, una piccola perla di morale. Senza squilli di trombe, rulli di tamburo né titoli in corpo quindici in grassetto, ecco servite tre colonne ricche e saporite. L’esordio è certamente leggero ed ironico, quasi canzonatorio nei confronti della marmotta, illustrandone la precaria vita e antiche abitudini umane mostrate nei suoi confronti. La chiusa però ha un altro aspetto e un sapore più forte, tanto che qualcuno potrebbe trovarlo anche acre. Di certo più profondo e che va a toccare cattive abitudini.

Già perché se i rapporti tra gli appartenenti al genere umano, non sono poi così perfetti, con gli animali a volte sono veramente pessimi. Mi riferisco a qualli che sono gli animali da compagnia, in special modo cani e gatti. Quelli che più ci attorniano, che più vivono a nostro contatto. Viene subito in mente, alla fine della lettura, che questi nostri picocli grandi compagni di vita, da molti vengono abbandonati in particolari situazioni. Questo è il periodo di maggior abbandono. Le sacre ferie sono l’occasione di sbarazzarsi di un peso che si è trascinato per undici mesi. Incuranti, anzi ignoranti dell’affetto e della compagnia ricevuta, voilà i quattro zampe della famiglia vengono lasciati a loro stessi. Un  intralcio, un intoppo insopportabile. Sappiamo che gli animali non sono il facile e momentaneo trastullo di altre feste o occasioni che a noi paiono gioiose. Possederli, significa non considerarli come oggetto deambulante per casa o fuori casa. Bensì essere vivo, che è entrato a far parte delle dinamiche casalinghe. Soggetto di elementari diritti, tali e quali ai nostri più basilari. Avere un tetto, una zuppa, un luogo per riposare e un altro per lasciare il resto della zuppa, qualcuno con cui condividere momenti affettuosi. In questo riconosco che il Liga (gatto rock, interista e inevitabilmente ovale) ed io siamo simili. Abbiamo uguali esigenze. Già l’idea di doverlo lasciare per qualche giorno, ci mette una certa inquietudine ed agitazione. Dobbiamo pensare a provvedere ai suoi bisogni e trovare chi ci possa surrogare in quei giorni. Da parte nostra quindi, c’è l’attenzione che merita l’animale che abbiamo scelto come compagno di vita. Ne sentiamo la responsabilità, anche quando non siamo presenti.

Questo però non impedisce a altri di compiere una scelta ben diversa e che il legislatore, in un momento di rara chiarezza mentale, l’ha considerata come azione delittuosa: l’abbandono di un animale è reato. V’è da dire che così come è stata individuata la legge, altrettanto lo è stato l’inganno. Forse più che di pene, ci si dovrebbe interessare più di educazione. Insegnare, ma soprattutto imparare il rispetto e l’amore verso queste creature e qui entriamo in quella zona di povertà culturale che riguarda i rapporti tra uomo e bestia. So che sono cose che vanno a toccare la personale sensibilità e altrettanto so che non tutti sono attratti verso gli animali, di qualunque genere siano. Da questo a possedere un animale per poi disfarsene al primo momento propizio, mi pare che la strada sia abbastanza lunga. Occasioni e mezzi per salvaguardare il rapporto ce ne sono e dunque perché non sfruttarli. Una separazione misura anche quale è il grado del desiderio di riavvicinamento tra uomo e animale. Credo che un briciolo di melanconia alberghi in ambe due, ma il momento del ricongiungimento sarà decisamente gioioso se non di più, di quello provato quando si è dovuto lasciare il soggetto del nostro affetto.

Quindi pensiamoci, non solo quando nottetempo, come ladri e malfattori, abbandoniamo cani e gatti in luoghi oscuri e lontani, ma soprattutto quando decidiamo di volere a tutti costi che uno o l’altro entrino in casa nostra e facciano parte integrante del nostro nucleo.

Non sono giochi o cose, ma esseri viventi e se non parlano è perché nei millenni ci sono state risparmiate sicuramente, reprimende terribili, ma spero anche dichiarazioni amorose splendide.

Qualcuno però ha parlato per loro o con loro o di  loro e e ne lascio una traccia, sapendo che coglierò la sensibilità di tutti e di qualcuno in particolare. Non sono portato molto per la poesia e con il verso ho un rapporto molto difficile, però ho riportato fedelmente quanto ho letto, trascrivendone parola per parola tutti i versi, pause comprese.

Onestà s’impone nei confronti di chi ha faticato per trovare il frutto di una fatica maggiore nel comporla.

Giusto per non dimenticare, anche nel giorno della marmotta.

Credo che potei vivere con gli animali

Sono così placidi e pieni di decoro

Rimango ad osservarli ore e ore

Non si affannano e non si lamentano della loro condizione

Non stanno svegli nel buio piangendo per i loro peccati

Non m’infastidiscono discutendo dei loro doveri verso Dio

Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per la mania di possedere cose

Nessuno s’inginocchia davanti all’altro, o a un suo simile vissuto migliaia di anni fa

Nessuno è rispettabile e infelice su tutta la terra

Così si palesano i loro rapporti con me e io li accetto

Portano segni di me, e chiaramente ne dimostrano il possesso

Mi chiedo dove presero quei segni

Ho forse percorso quella strada tanto tempo fa e li ho lasciati sbadatamente cadere?

Walt Whitman

Un pomeriggio d’estate

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordati improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.

Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.

La colpa non é mia

Miei cari, mi dispiace tanto, ma è evidentissimo: la colpa è vostra. C’è un problema? Bene la colpa è vostra. Non c’è soluzione o se c’é, ci vuole tempo per attuarla? Benissimo, la colpa è solo vostra! C’è la soluzione? Meglio. E’ merito mio, solo mio, assolutamente mio.  Questo è il nuovo mood, la nuova life’s way, l’ultimo stile di vita contemporaneo. Adesso però mettete via le armi proprie e improprie che avete fin qui sfoderato contro di me, che vado a spiegare.

Partiamo dal tempo. Ha nevicato, nevica e nevicherà ancora. Un inverno che si è mostrato più duro e difficile di quelli degli ultimi anni. S è formata sul nostro piccolo stivale la tempesta perfetta e a quanto pare ci si trova bene, tanto che non se ne vuole andare. Detto ciò guardiamo gli ultimi sviluppi. Da una parte abbiamo chi, con le carte in mano, le sbandiera ululando ai quattro venti: l’avevo detto, l’avevo previsto. Dall’altra ed è maggioranza che risponde: veramente ero distratto, non credevo che fosse così, non avete detto un bel niente, è colpa vostra.

Ahaaa! Qui casca l’asino! Le colpe! E’ evidente che siano del servizio meteorologico, che non ha dato l’esatta altezza delle precipitazioni nevose città per città. Che incompetenza, che pressapochismo dilettantesco. Posso capire non darle via per via, ma almeno le città, che diamine. Perché è questo che emerge, a leggere le parole del sindaco della città eterna. Ora, “omen nomen”, ci si figura un uomo che al primo fiocco caduto, ha in mente immediatamente il piano di protezione delle città. Invece sappiamo com’è andata a finire e come la farsa continuerà nelle prossime ore. Sì perché le tragedie italiane hanno sempre un che di farsesco, ma ciò non per edulcorare i fatti, bensì per caricarle di quell’area sulfurea e incredibile, tale che i confini tra gioia e dolore si confondano tanto da renderci un quadro tale, da rimanere attoniti e sbigottiti. Il mio personale sbigottimento aumenta quando la colpa del disastro romano è ascrivibile al Nord. Questo non per campanilismo sfegatato, con tanto di bollo verde e spadone sguainato. Piuttosto per l’incredibile assurdità del pensiero (?). Al Testaccio il “sor Giulio” è scivolato, perché i marciapiedi erano una lastra di ghiaccio. Il signor Brambilla da Cernusco Lombardone, madama Pautasso da Noasca o il sior Prampolin da Trebaseleghe, “appo judice”, dovranno discolparsi per i danni causati. Che la signora Ghislanzoni da Marano sul Panaro, non dorma sonni tanti tranquilli. Ciò che é più assurdo è che la nevicata, provocata sicuramente dagli oscurantisti della Val Sugana, si è verificata nel momento in cui il Governo deve dire sì o no alla candidatura di Roma olimpia. Quindi l‘immagine della capitale ora è appannata se non offuscata. A questo punto non ho parole per commentare.

Quelle poche che mi rimangono riguardano un’altra “perla” della comunicazione.

La tempesta perfetta è figlia di un vento freddo e gelido che dalla Siberia, arriva come un’orda di cosacchi. Dopo aver fatto gli ultimi rifornimenti di ghiaccio sui Carpazi e i Sudeti, poiché era di passaggio. A quanto pare si chiama “Buran”. Va bene, siamo esterofili e certi termini, a dirli, ci rendono insaporiscono la bocca. Forse che la bora, stia assumendo i connotati di un venticello esotico, cui si dimentica di reiterare il nome? Sarà, ma io preferisco la rustica e usata tramontana per definire il vento invernale e freddo. Mi stanno bene anche maestrale e libeccio, perché so di che parliamo.

Adesso però in queste ultime ore soffierà feroce e crudele il “Blizzard Balcanico”.

Blizzard Balcanico? Un momento. Per alimentare la mia infinita ignoranza, prendo l’Atlante Geografico commentato (2 volumi) delle De Agostini e leggo: Blizzard vento forte tempestoso, caratteristico dell’America settentrionale. Soffia in Canada e nel nord degli Stati Uniti, apportando tempeste di neve, anche a ciel sereno. Penso che tra me e lui, il Blizzard, ci siano quasi 5.000 km. A pensarci bene però esiste la globalizzazione e quindi, anche i venti avranno subito la stessa sorte. Quindi non più Blizzard con il volto dipinto dai colori invernali dei Cree o dei Nez Percé, piuttosto quest’anno lo vedremo avvolto nel mantello in pelo di pecora, caro ai pastori della Pustza. E’ la globalizzazione, bellezza! Che ti piaccia o no.

Però, mi chiedo. Possibile che non esista un nome specifico anche per questo tipo di vento, senza andare a mutuare e in maniera sbagliata, secondo me, il nome di un vento di un altro continente? Pensare come i metereologi si sbizzarriscano con i nomi. Pensate ai tifoni. Negli States hanno nomi femminili, in Europa le tempeste hanno nomi maschili. Non so se questo malo tempo si chiami Sigmund, Peter, Bjorn o semplicemente Mario, ma per favore il vento non chiamatelo Blizzard. Che ne dite di “Osjećaj“. Ha un sapore orientale da soddisfare il palato di chi non sa stare senza previsioni meteo. Soddisfa abbastanza la nostra esterofilia e lo possiamo pronunciare storpiandolo a nosto piacere. Soprattutto non sa d’America, per una volta tanto. Quindi per altre ventiquattro, quarantotto ore avremo venti freddi, neve e un aumento progressivo di malattie da raffreddamento, fratture più o meno composte, melanconia e depressione a scialare.

Se penso ai Maya, che forse non conoscevao neppure la neve, mi viene addosso una cosa, ma una cosa che … lasciamo perdere.

A proposito. Niente trasferta a Roma e i biglietti per la Leonessa e il sottoscritto li incornicerò con la scritta : Chiuso per neve.

Potessi tornar bambino.

Breve viaggio

Ho portato, questa sera la Leonessa alla stazione. Domani ricomincia anche per lei il solito tran-tran. Università, collegio,campo dell’agone e qualche volta dell’agonia. Nell’andata la sola luna piena e paciosa si stagliava nell’azzurro del cielo. Sembrava uno di quei lampioni accesi, non si sa perché, in pieno giorno.

Tornando e saranno passati venti, venticinque minuti è cambiato tutto.

All’azzurro pallido di prima si sono sostituiti nell’ordine:

  • Una striscia di un arancio carico e caldo sul limitare dell’orizzonte. Tanto che la quinta del cielo si è infiammata di una luce melanconica che invitava più allo spleen, piuttosto che agitarsi in uno swing ritmato e aggressivo.
  • Alla mia destra il Monte Rosa, già sicuro nel primo buio della notte, ne ha approfittato tirandosi fin sulla testa la solita coltre di nubi a far da piumone. Rimarrà così fino a che l’aurora con dita delicate lo solleticherà per il risveglio.
  • L’Oltre Po si prepara, intanto all’ennesima notte illuminata da una luna grande come la classica moneta. Non so se è quella festaiola di dicembre o quella un po’ più freddolosa di gennaio. Non seguo molto le lunazioni e non voglio farmi attrarre dalle solite diatribe: siamo pari con le lune, oppure no, assolutamente siamo in ritardo di una. Non debbo piantar fagioli o spillare vino. Mi contento di rimirare l’amichevole volto bianco e tentare la via di un romanticismo, sempre più difficile.
  • Sopra di me due nuvole, già nere dalla notte incombente, si aggirano spaesate e quasi in punta di piedi. Vorrebbero essere invisibili, non disturbare l’atmosfera di questo transito.
  • Sullo sfondo, toccato dagli ultimi raggio di un sole affaticato e insonnolito, il Monviso. La cui vetta spunta e si staglia in quella luce soffusa. Sembra la fotografia di classe e in fondo c’è sempre il più alto, la cui testa svetta ed è l’unica cosa che si vede, ma che rimane impressa nella memoria. Un particolare per ricordare il tutto. Già immagino le giogaie di colline che da Monferrato alle Langhe si snodano quasi a prostrarsi ai piedi del Re di pietra. La sua ombra maestosa le ha già immerse nella notte e per riuscire a vedersi e chiamarsi, si affideranno alla luce della luna, che ora ha preso a risplendere sempre più nel cielo.

Com’è strano che bastano pochi minuti e cambiano le cose, le prospettive, anche il nostro sentirle.

Questo passaggio dalla luce al buio, non è poi così repentino. I colori mostrano ancora una volta la forza del loro cambiamento. Non si arrendono, sanno del loro soccombere, ma ci regalano una sorta di speranza, di buon ricordo per affrontare le ore buie. Nelle quali uomini e cose perdono i loro confini e si confondono in un’unica macchia scura. Quell’ultima luce sta lì a tranquillizzarci, a prometterci che ritornerà ancora un’altra volta e un’altra ancora. Ci rassicura che la notte non è così spaventosa, che non dobbiamo temere il futuro e ci lascia per rincuorarci, il lucore della luna. Non avranno i suoi raggi, il calore e la potenza del sole, ma potranno proiettarci in un ambiente più intimo e raccolto. Favorire i pensieri sul nostro passato e sul futuro che ci potrà attendere.

Bastano venti, venticinque minuti.

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