CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

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SENTIERI INCROCIATI – Prologo e 1° capitolo

Prologo
La vita, non neghiamocelo, è un cammino. Che corre parallelo a quello di altri che come noi intraprendono la via. Il cammino subisce le inevitabili differenze di livello. Una volta si sale, l’altra si scende e mai con le stesse difficoltà, mai con le medesime frequenze. Non scordiamo poi le influenze esterne ed interne, che possono caratterizzare il nostro cammino. Motivi d’ordine sociale, economico anche politico possono agevolare, ma pure ostacolare i nostri passi. Passi che sono rivolti al nostro crescere, al fatto che siamo tesi a divenire donne o uomini, frequentando le stagioni della nostra crescita. Fanciullezza, adolescenze, maturità, vecchiaia. Ci sentiamo inseriti nel ciclo vitale che caratterizza ogni essere vivente e come tali siamo obbligati a compiere un dato percorso. Sappiamo mai lineare, ma piuttosto o meno contorto di altri e con gli altri ci troviamo ad incrociare, a cozzare i relativi percorsi. Di alcuni incontri conserviamo memoria, altri non sono che sfuggenti parentesi, altri ancora sono svolte determinanti. Nei precedenti racconti ho voluto raccontare dei personali percorsi di vita di come ciascuno ha vissuto il personale ed altri cammino, diventando qualcosa di diverso rispetto a quando ha iniziato a camminare con l’altro.
Diverse sono state le ambientazioni, perché sono passato da un Medioevo, consolidato nella memoria attraverso gli studi e le innumerevoli rappresentazioni, ad un futuro, che dell’incertezza e della assoluta fantasia, fa le sue solide fondamenta.
Non mi rimaneva che il presente o almeno la sua più veritiera rappresentazione. L’attualità del contesto, la possibilità, la veridicità delle situazioni ce lo fanno sentire un po’ più quotidiano. Naturalmente, abbandonando ogni voglia di cronaca,  i luoghi esistono, ma non sono dove li ho messi. Almeno un paio. Uomini e donne e i loro nomi sono frutto di fantasia e se dovessero rispecchiare un realtà oggettiva, non si è fatto apposta. Il caso ha giocato le sue carte. Qualche scena potrebbe essere interpretata come frutto di fin troppa fantasia, ma non è escluso che qualcuno non ci abbia pensato intensamente e seriamente a metterle in pratica. O forse è stato fatto a nostra insaputa. Spero di aver dato un giusto mix dell’una e dell’altra e come sempre personalmente mi sono divertito a scriverlo, questo racconto. Spero che vi divertiate a leggerlo. Comunque ora se vi aggrada, seguitemi sui :

SENTIERI INCROCIATI

 01.

 Inseguire Potsy, fu più complicato del previsto. Neppure l’antenna e il rilevatore GPS alleviarono la tensione degli ultimi tre giorni. L’attenzione che aveva dovuto mettere per seguirlo era stata massima e già al secondo giorno aveva rischiato di perderne le tracce. Solo la pigrizia di Potsy, lo aveva salvato. Comunque adesso, al mezzogiorno del terzo giorno, finalmente era riuscito ad avere quello per cui aveva penato tanto.

Prima di avvicinarsi però, si guardò attorno, per essere sicuro che Potsy o qualcuno dei suoi compari fosse nelle vicinanze. Si ricordò di averlo visto scendere lungo l’argine e sguazzare nella lanca del fiume. Non era detto, però, che qualcun altro fosse nelle vicinanze. Si udivano solo i trilli degli uccelli e il fruscio del vento tra le erbe alte. I salici, disposti come in parata sull’argine, muovevano pigri i lunghi rami. Si avvicinò quindi al luogo e tratto, da una tasca del giaccone che aveva indosso, un sacchetto trasparente di plastica, raccolse ciò che Potsy aveva lasciato per lui. Provò, per un attimo, un certo disgusto, ma si mise a ridere sommessamente. Mai in tanti anni, gli era toccata in sorte, una simile cosa. Pose il sacchetto dentro un barattolo che aveva portato con sé. Lo chiuse con un nastro rosso e con un pennarello, appose la firma. Tre giorni di disagio per una firma. La vita sapeva assumere vari gradi di stranezza e quello era stato sicuramente il più strano. Rimontò a cavallo e fischiettando per richiamare Amik, il suo grosso mezzo lupo, ritornò indietro, rifacendo lo stesso percorso di prima. Giunto sulla piccola collina prese a sinistra e si diresse verso una strada sterrata che correva parallela al fiume. Girò il cavallo e si diresse verso uno spiazzo. Lì c’erano tavolacci di legno e delle panche. Un’area destinata al picnic dei turisti che frequentavano quei luoghi. Cavò fuori il telefono da una tasca e compose il numero.

         “Loomis? Ciao … sì sono io … Se vuoi venire a prendermi sono all’area preso Beaver’s Sands … No … Quella vicino all’ansa .. Precisamente … Mezz’ora? Ottimo, così mangio qualcosa … va bene, ci vediamo … a dopo!”.

Molò il sottopancia del Grigio, un grosso stallone appaloosa marezzato di grigio su di un fondo bianco sporco, che aveva acquistato alla fiera del bestiame di Gatineau. Era stato un affare; un buon prezzo per un ottimo cavallo. Ben diverso da quelli che aveva in dotazione e lui credeva che il Grigio, fosse molto più affidabile, soprattutto per quel tipo d’inseguimento e di terreno.

Mangiucchiò le ultime provviste, spartendole democraticamente con Amik, il mezzo lupo, nero e grigio. Lo aveva trovato accanto alla madre uccisa da una tagliola, due anni prima. Aveva dovuto faticare un poco con quelli dell’Ente Parchi, ma la sua posizione lo aveva messo al riparo dai vari impicci burocratici, che sorgono sempre. Comunque oramai Amik era di famiglia e nessuno avrebbe avuto il coraggio di separarli.

Loomis, come previsto arrivò dopo mezz’ora. Attaccato al furgone, aveva il trailer, per caricare il Grigio, che naturalmente fu subito d’accordo nel salirci sopra. Il viaggio di ritorno fu comodo e piacevole. Loomis parlava poco e malvolentieri e lui era tropo stanco per parlare. Si limitarono ai soliti convenevoli sul tempo e la formidabile natura che li circondava. Arrivati davanti all’edificio, che lui conosceva benissimo, per prima cosa pagò e ringraziò Loomis, poi prese per le redini il Grigio e lo condusse nelle stalle. Lo mise nel suo stallo, lo spazzolò, gli diede biada e una sacca d’avena. Si ricordò che nelle tasche della sella aveva ancora due mele, che finirono nel sacco. Poi prese il resto dell’attrezzatura ed entrò nell’edificio. Per prima cosa, si diresse nella stanza degli armadi. Aprì il suo e infilò dentro la sacca che conteneva il fucile. Si tolse il cinturone con la Beretta, che aveva nella fondina e ripose tutto con cura, non senza assicurarsi di scaricare l’arma e di sistemare con cura il caricatore. Chiuse l’armadio e controfirmò il registro d’armeria. Passò nella stanza di Kapinsky e riconsegnò antenna e GPS e fece un’altra firma.

Finalmente entrò in ufficio. Salutò McClusky, come sempre alle prese con il suo PC e lo sentì per l’ennesima volta inveire contro la macchina. Avevano un rapporto conflittuale. Guardò distrattamente i pochi fogli sulla scrivania e poi si diresse verso la porta in fondo al corridoio. La porta era di un bel color noce. Scuro e caldo e la targhetta di bronzo, stava a indicare che quella era la porta del Commissario Reginald Paulson, il suo diretto superiore.

Bussò discretamente ed entrò.

         “ Avanti! Ah bene sei arrivato … Accomodati. Fatto buon viaggio, spero. Ho da comunicarti subito una notizia buona e una cattiva. Immagino tu voglia sentire quella cattiva, per prima. Bene. La cattiva è che non abbiamo ancora trovato il braccio! Quella buona è che non è stato Potsy. L’autopsia l’ha confermato. Così hanno detto dall’Ufficio del medico legale. Mi spiace che tu abbia dovuto affrontare un viaggio per nulla.”.

Lui osservò il comandante e stette dritto e impalato, come soprapensiero. Poi, quasi con cautela disse.

         “ Di questa, Signore, cosa ne facciamo?”.

Posò il barattolo, sulla vecchia scrivania del capo.

Paulson sgranò gli occhi, sorpreso.

         “ Questa … cosa? Che cosa conterebbe quel barattolo?”. Disse indicando il contenitore.

Gilles Branson, Ispettore del “Royal Canadian Mounted Police” di Fort Ticonderoga disse chiaramente e senza esitazioni.

         “Merda d’orso … Signore.”.

Calò un imbarazzante silenzio.

E’ finito

Il racconto é finito . Le ultime due puntate le ho pubblicate nella sezione  RACCONTI LUNGHI  – INUTILI TRACCE  cap.44 e 45.

E’ stato un bel percorso, almeno per me. Credo di essere migliorato da quello precedentemente scritto – IL CAMMINO DELLE VERITA’ –

Mi avete aiutato nel migliorarmi e di questo ve ne rendo merito. Oramai il racconto é vostro. E’ per le vostre emozioni, i vostri pensieri, le vostre cirtiche, io ho solo raccontato e mi sino divertito a farlo.

Ripeto, per chi vuole il PDF, che ho già preparato, non ha che da contattarmi, però ad un nuovo indirizzo. Splinder é moribondo e si sta avviando verso una fine. Ingloriosa, forse. Anche INTERFREE, il portale dove appoggiavo la mia e-mail ha deciso di diventare a pagamento. Guarda caso proprio dal 31 ennaio p.v. – E’ un caso? INTERFREE é un figlio della DADA srl, che ha preferito seppellire SPLINDER. No! Non é un caso. Quindi:  c.prunotto@alice.it sarà il nuovo riferimento.

Un po’ mi scoccia rivoluzionare ulteriormente la mia vita virtuale, ma é nei cambiamenti che si cresce, che si trovano nuovi stimoli per farlo e poi , come si dice: gli esami non finiscono mai.

Un ultima cosa. Bolle già il terzo capitolo della trilogia del VIAGGIO. Dopo un cammino nel MedioEvo, e le tracce nel futuro, nel presente seguiremo un sentiero. Da qualche parte porterà e se avrete la voglia di seguirlo, credo che ci divertiremo.

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Visto che oramai su SPLINDER leggere il seguito del racconto – INUTILI TRACCE – credo sia diventato improbabile se non impossibile gli ultimi capitoli li posterò nella nuova casa.

Prima però credo sia doveroso, per quei lettori, nuovi o vecchi che siano, di fare un piccolo riassunto. Giusto per raccogliere i fatti e dare un senso a quello che leggerete in seguito.

Cominciamo:

In un futuro, che spero non si realizzi mai, all’alba di un’epoca post nucleare un giovane, Corso e i sui due amici Thornbijorn e Neelya sono stati ingaggiati come cercatori e guide da una spedizione scientifica per essere accompagnati nella ricerca di un luogo nascosto, ma ricco di notizie utili per il proseguimento della civiltà residua.

In un epoca in cui non esistono più nazioni, bensì popoli e clan, pur dotati di una tecnologia residua salvata dalle guerre e dalle catastrofi naturali conseguenti a quelle, i nostri si trovano a viaggiare con sconosciuti che fanno di tutto per mantenere il mistero su di se. Ben presto però si accorgono che quegli scienziati, non sono null’altro che dei militari e la spedizione, non è prettamente scientifica. Sospetti e menzogne si accumulano tanto da deflagrare in scontri violenti tra i partecipanti. Scontri verbali, ma la fiducia riposta viene spazzata. Anche la simpatia che Corso mostra nei confronti di quella che è effettivamente, l’unica scienziata del gruppo, è messa a dura prova. Intanto il gruppo si ritrova sotto la protezione di un popolo, I Mistrtali, le cui truppe, pur non mostrando ostilità nei loro confronti, si sentono in dovere di sorvegliarli apertamente. Quasi a farne dei liberi prigionieri. L’incontro poi con due individui, che raccontano loro storie di rivalità e di conflitto tra clan, che insistono su di una frontiera labile e creatasi con il tempo, aggiunge ancor di più quel senso di un finale tragico per la spedizione stessa. Una sorte di non ritorno. Sentendosi abbandonati da tutti e con lo sguardo poliziesco dei Mistrali addosso, i nostri decidono di portare a termine il loro viaggio in ogni caso. Costretti quasi ad assoldare i due individui, come guide, si ritrovano in un complesso militare, il loro vero obiettivo finale. L’amore tra Corso e Darla, questo è il nome della scienziata, non ostante tutto riesce a sbocciare e ad attecchire. Tra ulteriori sorprese, tra verità rivelate dopo i troppi indugi su tracce che si rivelano inutili, si riuscirà a venire a capo circa una verità sconvolgente. Il luogo custodiva da tempo il segreto per rimettere in funzione, da un’altra parte del globo sistemi missilistici in grado ancora una volta di scatenare l’ultima guerra atomica.

Naturalmente prendono la decisione di distruggere tutto e sono costretti a farlo per l’incalzante attacco di una banda di predoni al soldo di un’entità “La Gilda dei Mercanti” intenzionata ad impossessarsi di un simile segreto.

I capitoli finali ci sveleranno se e in che modo riusciranno a salvarsi. Sempre che si salvino.

I Capitoli li trovere pubblicati nella pagina RACCONTI LUNGHI INUTILI TRACCE

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