CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Remainder”

#Hashtag

Per curarmi frequento palestra e piscina. Con alterne fortune e secondo le sensazioni che mi regala quell’avanzo di corpo che mi è rimasto.

Ora, dopo  un attacco di sciatica, che a raccontarlo neppure Poe potrebbe essere più terrificante nel descriverlo, sono ritornato in palestra.

Il risultato è  stato il seguente:

  1.  #hashtag = Ho riscoperto muscoli che non credevo di avere.

  2. #hashtag = Molti li ho usati.

  3. #hashtag = Mi hanno procurato un dolore inutile.

  4. #hashtag = Ho invocato la morte.

  5. #hashtag = Comunque fosse e comunque arrivasse.

  6. #hashtag = Non mi ha cagato di pezza.

  7. #hashtag = La morte.

  8. #hashtag = Stronza !!!

Cosa c’entra l’hashtag. Niente, lo so. Il dolore rimane e il fanculo anche.

Questo per chiarire che la palestra non sempre è sinonimo di “mens sana in corpore sano” .

Corpore … Bhè … parliamone, ma ….  Anche no.

#Hashtag.

MOVEMBER

Movember (da “Moustache” (parola inglese per baffi) e “November”) è un evento annuale che si svolge nel corso del mese di Novembre. Durante questo periodo gli uomini che vi aderiscono (i Mo bro) si fanno crescere dei baffi per raccogliere fondi e diffondere consapevolezza sul carcinoma della prostata ed altre patologie.

La November Foundation si occupa di gestire l’evento Movember attraverso il sito Movember.com.[1] Il motto del Movember è di “cambiare la faccia della salute degli uomini” (letteralmente da “change the face of men’s health.”)[2]

Spingendo gli uomini a prendere parte al movimento / evento, Movember si pone gli obiettivi di favorire la diagnosi precoce del cancro alla prostata, aumentare l’efficacia dei trattamenti e ridurre il numero di decessi. Oltre che suggerire un check-upannuale, la fondazione Movember incoraggia gli uomini ad indagare possibili storie familiari relative al cancro e ad adottare uno stile di vita più salutare.[3]

Dal 2004 la Movember Fundation ha promosso eventi a sostegno della lotta contro carcinoma della prostata e disturbo depressivo, in Australia e Nuova Zelanda. Nel 2007 eventi del genere hanno tenuto luogo in Irlanda, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, El Salvador, Spagna,Regno Unito, Israele, Sud Africa, Taiwan e Stati Uniti.[4][5]

Il Canada ha aderito e contribuito alla raccolta fondi Movember più di qualunque altra nazione.[6][7].

Nel 2012 il Global Journal ha inserito il Movember tra le 100 più importanti NGOs (organizzazioni non governative) del mondo.[8]

 

Questa é la definizione del titolo che avete appena letto in testa a questo post.

Origine WIKIPEDIA (IT) – Portali MEDICINA e SOCIOLOGIA.

Ho usato il “copiaincolla” assolutamente preciso. Non ho voluto togliere nulla né aggiungere nient’altro.

E’ solo rivolto soprattutto a noi ometti, che per primi ci ritroviamo ad essere o poter essere investiti del problema del carcinoma alla prostata. Credo che però anche le donzelle che transitano di qua e leggeranno potrebbero essere le moglie, la madri, le compagne di qualcuno che un giorno potrebbe svegliarsi a avere una strana e inspiegabile fitta.

L’amore é anche  un paio di baffi che può fare la differenza.

Un Movember .... Bislungo ... Che altro

Un Movember …. Bislungo … Che altro

Questo perché il luogo é terra della “Compagnia della Buona Morte”e della Taverna “Al Pisellon Fuggiasco – Locanda con camere ed uso di Stallaggio”, delle “Allegri Comari” e “La Bella Bignola – Sala da The “. D i Tranzo e di Sciallo, delle Ciampornie e di tutti i personaggi che hanno cantato e cantano tutt’ora le lodi del mondo ovale. Mondo legato a “Movember” e credo che anche la Leonessa e le sue degne compagne si adorneranno il labbro di un paio di mustaccioni, perché, ripeto, anche un paio di baffi può fare la differenza.

Lo dicono anche le istituzioni

Lo dicono anche le istituzioni

Le cose capitano

Le cose capitano, di là delle nostre intenzioni, delle nostre azioni, senza un tempo ben preciso, senza una preparazione. Capita e basta. Così come ho scritto dell’undici settembre, altrettanto le notizie dall’altra sponda del Mediterraneo sono state, e rimangono le più fosche possibili. E’ anche vero che qualcuno potrebbe indicare nella congiunzione di date e anniversari, il momento più propizio a che accadessero, altri il mero fato, altri non avrebbero una risposta precisa. Le cose accadono e scoprine la ragione, l’eziologia in questo caso non cambia di molto gli effetti presenti e futuri del caso stesso.

Mi sorprende però il pensiero che mentre mi chiedevo come e in che modo possa influire una data, un fatto nella comune o personale memoria, altri e per altre vie lo hanno ricordato. Sto pensando a una maniera meno cruenta e terribile, però. Ieri pomeriggio guardavo alla televisione un telefilm: “West Wind”. In breve è la storia e le inevitabili vicissitudini di un Presidente statunitense e del suo staff. Proprio ieri la puntata verteva sul ricordo di quelle ore. Ora di tutto quello che possono aver detto, nella finzione scenica due cose mi sono rimaste impresse. Una riguarda la ragione prima dello stato di conflitto tra il mondo Occidentale, rappresentato dai valori espressi nel lavorio secolare della sua cultura sociale, politica ed economica e il mondo Orientale, focalizzando il problema solo sul e nel mondo di cultura Araba Mussulmana. Ora la ragione prima, a detta degli sceneggiatori, sta nei rapporti tra Abramo, Sara e Agar. Sappiamo che il primo per lungo tempo non ebbe figli e che la colpa di quest’assenza era stata data alla sterilità della moglie Sara (Su questa “colpa” possiamo aprire un dibattito infinito e non mi pare il caso specifico) Piuttosto Sara vede nella sua serva Agar la possibile madre di un figlio che dia una qual forma di successione a capo del clan di Abramo. Nacque Ismaele, ma sappiamo anche, che Dio diede a Sara un figlio e nacque Isacco. Sara impose ad Abramo di scacciare Agar e Ismaele, perché solo Isacco aveva i presupposti per continuare la catena di comando.

E’ vero, come dice la Bibbia che Ismaele non fu dimenticato anzi, fu a capo di un popolo proprio come Isacco. Se Isacco è il progenitore degli Ebrei, così Ismaele lo è per gli Arabi. Troppo facile? Troppo semplice affidarsi ai versetti di un libro, tenuto in considerazione, è vero da una buona fetta della popolazione mondiale, ma parimenti negletto o osteggiato da un’altra parte di popolazione? Le sceneggiature di qualunque telefilm, perché facciano presa sugli ascoltatori, tendono a semplificare quadri e scenari, anche i più complessi. Comprimendoli in poche battute recitate a effetto. I soggettisti non si prendono la briga di analizzare le situazioni, gli effetti, i presupposti, piuttosto utilizzano parole o frasi semplici e in misura semplificativa. Pur nella grezza semplicità, quelle frasi devono sortire l’effetto e l’hanno fatto, di rimanere impresse. Ora mi sono andato a leggere il brano biblico ed effettivamente l’allontanamento richiesto da Sara c’è e usa anche parole dure. Tanto che Abramo ne rimane sconcertato, ma accetta, pur con dolore, l’imposizione.

E’ questo dunque il cuore del problema? Se così fosse i drammi famigliari, sembrerebbero di nessuna soluzione, anzi con il trascorrere del tempo, non importa come si misura, diventano più profondi e insanabili. Oppure c’è un fondo di verità, seppur occorra averne una visione lata e cioè che la risoluzione conflittuale tra Occidente e Oriente, sarà risolvibile solo se sarà ricomposta in maniera definitiva la questione palestinese? Ricordo che a tal proposito, Igor Man ne scrisse più e più colte e non citando solo una sua idea, piuttosto raccogliendo il pensiero di fior d’intellettuali dell’una e dell’altra sponda del Giordano. Cioè a dire che guarita definitivamente la piaga dell’odio tra israeliani e palestinesi, il mondo non solo troverebbe finalmente quella pace che tutti auspichiamo, ma si appianerebbero anche le distonie ora in corso tra Occidente e Oriente. A poco a poco ci rimarginerebbero quelle cesure che ancora incontriamo nei rapporti e forse riusciremo finalmente a colloquiare capendo e interessandoci delle ragioni dell’uno e dell’altro. Perché ora è un discorso, urlato, tra sordi e della peggior specie. Acuita, questa sordità, dalla prepotente campagna mediatica degli opposti estremismi, che vede nell’altro solo e unicamente le diversità e le considerano come un male, una tabe che corrode o vuol farlo tutta l’indubbia bontà dell’uno. Insomma l’estremismo di qualunque genere non è altro che uno scambio di scelleratezze, perpetrate anche ai danni di chi cerca l’opposto, cioè dialogo e compassione. Sono proprio contro di questi che più si scagliano gli estremisti, facendolo in modo ancora più barbaro e tremendo. Usando subdolamente l’arma del martirio. Ora il martire è chi è disposto a offrire finanche la vita per il proprio ideale. Si batte e combatte per esso. Una figura di cui è piena la cultura cristiana e donne o uomini che furono, sono additati ad esempio e sull’onda di quello, ora se ne vuole perpetuare la matrice. Ignorando che un martire, se può infiammare gli animi e spingere qualcuno all’emulazione, dall’altra infiamma ancora di più chi li ha combattuti e soppressi. Da una parte perché suscitano emulatori, dall’altra perché ciò facendo, hanno già perso la guerra che credevano vinta. Il martire deve far riflettere su cause ed effetti, che l’hanno portato all’estremo sacrificio e soprattutto sul perché a lui non è rimasto null’altro che morire per la causa. Ora sappiamo che il martire è anche eroe, anzi a volte è difficile stabilire un confine tra l’uno e l’altro. Eppure questo confine, una battuta di quel telefilm, l’ha fornito. L’eroe è quello che vive per la causa e non muore per essa, diventando un martire quasi scontato. Il combattimento non è da intendersi solo con armi, piuttosto e meglio con le idee. Grandi esempi di questi eroi, fortunatamente la storia recente o meno, ne ha fornito un buon numero. Donne o uomini che fino all’ultimo loro giorno, hanno lottato credendo nell’assoluta bontà di ciò che propugnavano e i fatti hanno dato loro ragione. Forse non subito, forse non hanno ottenuto quegli effetti sperati, ma le loro idee hanno smosso culture, ne hanno permesso un balzo in avanti. Rimangono acquisite e sono patrimonio collettivo a tutte le latitudini. Sono entrate sotto varie forme nella vita di ciascuno di noi, elaborate, rimasticate nella forma, forse, ma solide nella sostanza dei fatti.

A questi dobbiamo guardare, più che ai primi. Un martire è indice della soppressione volontaria o meno di una vita e ciò sta a indicare un fallimento. Perché non si è potuto o peggio, voluto trovare una via, seppur nuova o anche diversa da quella abitualmente percorsa. Paura di novità d’idee, di parole da vivere e condividere, come se arroccarsi nelle proprie convinzioni sia l’unica forma di vita, l’unica via di sopravvivenza, perché a questo punto non si tratta di viver, ma di sopraviere e farlo d’idee e modi oramai in sentore di obsolescenza.

L’unica speranza è quella che gli eroi si moltiplichino dall’una come dall’altra parte. Che nascano e siano poi ascoltati, che l’eroe sia il vero profeta e che concorra alla comprensione e alla compassione umana.

Questa è la cosa che deve accadere.

Voi, dov’eravate?

Oggi è l’undici settembre. Voi dov’eravate? Non è importante che me lo diciate, non è importante cercare nella memoria le frasi dette, i gesti compiuti. Non credo che sia importante il dettaglio, anche il più insignificante.

E’ importate ricordare. Ricordare una data precisa tra le troppe, della memoria collettiva, di un fatto così enormemente tragico e folle. E’ importante ricordare che certi avvenimenti ci capitano, attraversano la nostra esistenza e rimangono impressi in noi come cicatrici, che nessuna tecnica chirurgica, la più raffinata e moderna possibile, potrà mai cancellare.

Eppure l’undici settembre non appartiene solo all’umanità nel suo complesso; appartiene anche a ciascuno di noi, perché ognuno ha avuto un personale undici settembre.Una data incancellabile, un giorno, un momento, un attimo che ha segnato le nostre esistenze. Quasi che il tempo si sia fermato e che possa ritornare, a folate, in quel preciso attimo. Quasi che ci costringa a ripetere i passi che percorremmo in quel frangente.Il nostro undici settembre è fatto di odori, suoni, percezioni che condividiamo e da cui non riusciamo a liberarci, annullarli, dimenticarli.Tante le cose, le persone e i fatti che abbiamo cancellato, ma alcuni, come fantasmi, tremuli o consistenti, ci riappaiono ciclicamente.Questi li abbiamo analizzati, perdendoci per lo più, nella ridda dei se e dei forse. Illudendoci ogni volta di essere riusciti a esorcizzarli, sperando di essere giunti finalmente a una convivenza con essi.

Il più delle volte sono momenti dolorosi, perché quelli gioiosi rimangono per i racconti ai quali dedichiamo il tempo dell’abbellimento, del fronzolo, dell’inventiva per renderli ancora migliori di ciò che furono. Ci piace arricchirli, sin’anche a travolgerne la forma, ma non la sostanza, perché quella è una sorta di balsamo dei nostri sentimenti e lo vorremmo anche per quelli dei nostri eventuali ascoltatori.

L’undici settembre però è solo il tedoforo di un orrore che ci perseguita. Di un dolore che non ci vuole abbandonare o forse, siamo noi che non vogliamo che si allontani più di tanto. Un senso di colpa che ci renda vigili o più attenti. Un punto fermo nella nostra esistenza, dal quale siamo ripartiti. Può diventare il luogo di una nostra rinascita, di un nuovo modo di porre o proporre la nostra esistenza. Ai nostri e agli altrui occhi. Quando prendiamo coscienza che sappiamo conviverci, se si riesce nell’intento. Accettati i risultati e lavorato sugli effetti, proseguiamo nella nostra esistenza e quel lavoro darà la misura del nostro eventuale cambiamento. Forse non lo vedremo, ma sicuramente sarà oggetto di sorpresa per chi ci sta attorno. Da quelle reazioni sapremo di cosa siamo stati capaci di fare, per superare quell’undici settembre soggettivo.

Oppure, se ritorna in quel ciclo di cui parlavo, allora i nostri sforzi sono stati vani. Forse neppure gli sforzi di chi ci sta accanto, sono riusciti nell’intento. Vuoi per la pochezza dei medesimi, vuoi per l’inadeguatezza del nostro ascolto alle sollecitazioni esterne. Non sempre e in egual misura per tutti, siamo pronti. A volte si mostrano intangibili, tanto che neppure vogliamo più intervenire. Tanto che li accettiamo spossati e rassegnati, dell’ingombrante presenza.

E’ difficile cassare quei momenti con un semplice: è così che doveva andare. Rimane un senso di vuoto maggiore, rimandando tutto a un fato capriccioso e maligno, sul quale nessuna forza, alcuna intelligenza potrà mai intervenire. E’ una dichiarazione del nostro fallimento, dell’impossibilità persino della convivenza, ultima arma in nostro possesso per continuare. Non è più neppure un alibi, piuttosto appare come il termine ultimo di noi stessi. Non è neppure il punto di non ritorno, ove dopo di quello esiste un mondo a noi alieno, ma nel quale avremmo anche una seppur minima possibilità. Invece, di fronte al fato, non esistono altri mondi possibili e tutto è risolto e rimane solo il senso dell’inadeguato, dell’inappagato a farci compagnia, dove a dolore ne assommiamo un altro.

Il tempo sa essere crudele alleato, che non sempre diluisce, appiana, scolora; a volte lascia inalterato il quadro demandandoci la responsabilità dell’unica risposta possibile e non sempre regala anche l’aiuto di maturarla, di accorgerci di certe situazioni vissute in conseguenza e nelle quali si annidano le risposte che servono.

In questo tempo così intriso di continue domande e senza lo spazio per rispondere in maniera ragionata, forse è fuori luogo quella che vi ho posto, anzi che mi sono posto, tentando anche di dare un accenno di risposta, però è di tutti noi fermarsi di quando in quando e chiedersi:

Dov’eri l’undici settembre?

Orme

Finisce qui. In questa notte di gelo e freddo quasi polare.
Da aggiungere non c’é nulla.
L’ultimo spenga la luce, chiuda la porta e lasci le chiavi in portineria.
Ciascuno di voi ha una nuova casa e ha riallacciato le vecchie amicizie.
Bene.
Qualcuno avrà anche deciso che il suo tempo é finito.
Che la vita gli sia lieve.
Qualcuno, il più distratto domani passerà e troverà chiuso.
Peccato.
Qualcuno se ne andato già da tanto tempo e questa notizia lo stupirà, forse. O gli scivolerà addosso.
Normale.
Qualcuno avrà pensato anche di prender casa quì. in fondo ora c’é più spazio.
Fuori tempo massimo.
I più, non ci credono ancora. Sperano nel miracolo finale. In un esausto “deus ex machina”.
Commovente.
Per me, un’altra pagina scritta. Ne ho cominciata a scrivere un’altra. Buona fortuna a tutti.

Noi, quelli del ’54.

Questo é stato l’ultimo post che ho lasciato su SPLINDER, la notte del 31 gennaio, ieri sera dunque.

Oggi per curiosità ci sono passato stamani e … Sapete bene cosa ho trovato. Non il nulla, bensì una sorta di aggregatore (?).

Avrei preferito uno di quegli avvisi che ogni tanto compaiono: “ERROR 404 etc,,,” oppure “APACHES – page not found”.

Avrebbe dato un senso a tutto quello  smarrimento provato nei mesi scorsi. L’incrociarsi di consigli, di link, di siti da un blogger all’altro. Gli smanettoni che mettevano a parte del loro sapere, la maggior parte dei poveri sfrattati della blogosfera. Le ore passate a traslocare le nostre idee, che oramai erano state di tutti. Gli insuccessi di quel trasloco o lo svolgersi dell’ordinata migrazione, senza perdere nulla di quanto scritto, di quanto detto. Sorrisi e lacrime. Insulti e offese. Sguardi rancorosi oppure parole di stima e affetto. Storie di amicizie virtuali che in alcuni si si sono trasformate in reali. Gli incontri anche frequenti di tanti che attraverso il blog hanno ampliato conoscenze, innestato amicizie e chissà: trovato l’amore.

Per molti più di un decennio  di appuntamenti con se  e gli altri, che hanno permesso di valutare la crescita personale di ciascuno. C’é chi l’ha vissuto il tempo dei pionieri, c’é chi é arrivato quando tutto si stava smorzando, quasi si avvertissero i rantoli di un’agonia improvvisamente annunciata.

Annunciata dalla comparsa di altri “social-net”.

Più aggressivi, più pronti e facili. Dotati dell’immediatezza, connotati più dalla “pancia” che dalla “testa”. Giornali e non libri.

Come diceva Guccini: “un altro giorno é andato, un’altra musica é finita …”

Quella musica é finita. Adesso c’é un altro spartito da riempire. Righe da completare con le nostre orme.

Allora … allora musica … Maestro.

Remainder

Vorrei ricordare, giusto per …  che ci sono altre quattro pagine per ora, che  contribuiscono ad aumentare la fuffa di questo blog.

Giusto per … chi fosse interessato.

Così … senza impegno alcuno. E’ a…gratis, sia ben chiaro

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