CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

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SENTIERI INCROCIATI – 56° capitolo e Epilogo

Ante non si sentiva più sicuro. Era diventato improvvisamente inquieto. Non gli era mai successo prima e si domandava, senza trovare risposta plausibile, cosa poteva essere quella tensione maligna, che gli scorreva addosso. Scivolò piano da sotto la rete mimetica e nell’ombra dei pini, che facevano da quinta al nascondiglio, si sgranchì i muscoli. Anche Luis lo guardò preoccupato. Pensò che lo slavo non fosse poi così freddo come gli avevano raccontato e che forse, non fosse neanche bravo nel suo lavoro, come dicevano.

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A poche decine di metri dai due Larue, li stava osservando. Era stato il movimento della rete che aveva attratto la sua attenzione. Sicuramente dal cottage era improbabile che lo avessero notato, quell’ondeggiare. Era facile scambiarlo per l’agitare del vento. Comunque Larue si congratulò con la sua fortuna, che per una volta lo aveva ascoltato. Ora si trattava di avanzare nel massimo silenzio e di fermare quell’uomo. Si decise a spogliarsi della camicia e dei pantaloni, per rimanere con le mutande e a torso nudo. Poi si stropicciò la pelle con erba bagnata e un po’ di fango, che riuscì ad ottenere dalla terra umida di una polla d’acqua che aveva trovato. Così conciato doveva sembrare un guerriero sul sentiero di guerra. Almeno, quello era nelle sue intenzioni e sperò che il misterioso cecchino abboccasse a quella stupida farsa. Perché, mentre avanzava strisciando nell’erba, maturò di aver commesso proprio una stupidaggine. Contò mentalmente le cartucce che erano contenute nel serbatoio del fucile, che teneva tra le mani. Due erano a salve, giusto per spaventare eventuali animali intenzionati ad attaccare. Altre tre avevano proiettili di plastica, che facevano male, ma non erano certo letali. Gli ultimi due avevano la carica mortale. Praticamente, si considerò disarmato.

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Ante guardò fisso oltre il fiume, la casa. Sembrava che fosse vuota e niente, nessun movimento a dimostrare che fosse occupata. Erano in appostamento da quasi tre ore e niente e nessuno aveva fatto mostra di se. Neppure una tenda spostata e dal camino solo un filo di fumo sempre più evanescente. Segno che il fuoco stava orami spegnendosi. Guardò senza emozioni Luis. Il grosso messicano, appoggiato ad un tronco si era rollato una sigaretta e dall’odore che sprigionava, capì subito che non era tabacco, quello che stava fumando. Anche l’espressione beata sul volto del suo compare, tradiva quanto stava inalando. Ciò lo rese ancora più nervoso. Tutta quella natura, i rumori della foresta, che sentiva diversi da quelli cui era abituato nei boschi di Croazia o di Slovenia, lo disturbavano. Si domandò dove fosse il frastuono amico della città, il sotto fondo del traffico, le sirene, gli improvvisi scoppi delle radio, il profumo della benzina incombusta, lo smog. Si sentiva solo odore di resina, di fiume, che lentamente saliva dal basso e qualche trillo di uccello, lo stridio delle cornacchie o i fischi di qualche rapace. Non era nel suo ambiente ed era per quello che si sentiva così irrequieto. Fece ancora due piegamenti e si sistemò meglio il bizzarro copricapo fatto di rete, da cui pendevano lunghi filamenti di lana verde e marrone, tali da sembrare erba e muschio e prima di accucciarsi di nuovo, sotto il resto della mimetizzazione, controllò esternamente il suo nascondiglio. Fu abbastanza soddisfatto, ma fu un momento. Un secondo dopo, un forte urlo lo fece sobbalzare e si trovò di fronte, come materializzato improvvisamente, un essere coperto di fango, con occhi grandi, spiritati e che imbracciava un fucile. Dalla bocca deformata da un ghigno terribile, uscivano frasi incomprensibili e urla tremende.

Ante non stette a riflettere su chi fosse e cosa volesse, ma scattò alla sua sinistra e con due gran balzi si lanciò nel sotto bosco. Luis, dal canto suo, lanciata la sigaretta da una parte, iniziò a rotolare verso dei cespugli e poi, arrancando si gettò anch’egli tra i rovi, dritto davanti a se e uscì dall’ombra che i grossi pini, gli avevano fornito sino ad allora. In pieno sole e agitando le braccia in maniera scomposta, si diresse verso il fiume, incurante che oramai fosse allo scoperto. Incurante anche dove dovesse mettere i piedi, tanto che non si accorse di una buca che lo fece prima inciampare e poi ruzzolare a terra. Buca provvidenziale, perché Meave lo aveva già inquadrato nel mirino e si accingeva a far fuoco, come d’istinto. Il messicano rotolò ancora un paio di volte, poi tentò di rialzarsi, ma la caduta li aveva procurato una distorsione e il dolore gli permetteva solo di lamentarsi e anche forte.

Gilles, uscito dalla casa, si lanciò verso la canoa e la mise in acqua in men che non si dica. Maeve lo seguì e si gettò letteralmente a bordo di essa. Con poche e vigorose pagaiate erano già in mezzo alla debole corrente del fiume. La donna alzò immediatamente il fucile per tenere sotto tiro la riva e la quinta dei pini da dove era uscito Luis, pronta a rispondere ad eventuali colpi d’arma da fuoco. Gilles si accorse che aveva lasciato il suo di fucile, appoggiato al muro fuori della porta e aveva solo la pistola, nella fondina alla cintura. Diede ancora qualche vigoroso colpo di pagaia e la canoa terminò la corsa sulla riva opposta. Sbarcarono velocemente e si sdraiarono sulla sabbia umida. Nessuno sparò o si fece vedere; si udivano solo i lamenti dell’uomo a terra.

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Ante intanto, correva attraverso il sotto bosco, avendo approfittato dell’attimo di sbigottimento provato da Larue, che mai si sarebbe immaginato di trovare due uomini appostati, al posto di uno solo.

Lo slavo  non si voltò indietro neppure un momento, per sapere se fosse o meno inseguito, ma corse disordinatamente tra i tronchi, fino a che si trovò davanti un avvallamento. Fece un gran balzo e cadde nell’erba alta, si rialzo, ma a qual punto udì il ruglìo di un cucciolo d’orso. Si voltò verso il rumore e vide un cucciolo che stava fuggendo spaventato e nel contempo udì lo stesso verso, molto più potente e molto più rabbioso, provenire dalla parte opposta. Con la coda dell’occhio vide un’ombra calare improvvisamente su di lui e poi si fece buio completo.

Larue arrivò qualche istante dopo, giusto per vedere un grosso orso bruno azzannare violentemente alla spalla l’uomo e scuotere il corpo con violenza. Non gli rimase che sparare di seguito dei colpi di fucile, fino a che l’orso, colpito dai proiettili di plastica, lasciò la prese e se la diede a gambe, seguendo le tracce del cucciolo che si era allontanato. Con il fiato grosso Laure attese qualche minuto, appoggiato al tronco di una betulla, poi si diresse con circospezione verso il corpo dell’uomo, disteso tra l’erba alta, sporca di sangue. Lo spettacolo fu orribile. Il volto era scarnificato sino alle ossa del cranio, questo perché colpito dalla zampata dell’orso e poi dalla spalla spuntava la testa dell’omero  e la clavicola formava un angolo quasi retto con il resto del corpo.  Quell’uomo era morto in pochi secondi e in maniera orribile. Diede un’occhiata alle tracce lasciate dagli animali. L’uomo, arrivato di corsa, non si era accorto di essersi messo in maniera tale da dividere la madre da uno o più piccoli. I cuccioli si erano spaventati e la madre aveva attaccato, come era nella logica. In ogni caso per l’uomo non ci sarebbe stato nulla da fare.

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Laure tornò indietro; ora bisognava avvertire anche gli altri della macabra scoperta e fare intervenire le autorità, anche se prima doveva trarre d’impaccio gli amici.

Amici che trovò seduti tranquillamente su delle pietre, sula riva del fiume e con un prigioniero che continuava a lamentarsi per il dolore ad una caviglia.

         “Tutto bene’”. Disse sedendosi pesantemente anch’egli sulla sabbia.

         “Tutto regolare. Tu … invece?”.

Larue scosse la testa.

         “Sono arrivato tardi. Ci ha pensato .. credo Thelma. Questa è la sua zona, perché l’ho vista con un cucciolo. Se ce né un altro, è proprio lei. A meno che non sia la sorella … Louise. Un accidenti, non ricordo mai quale delle due ha figliato un solo piccolo. Comunque … ha vinto l’orsa.”.

Gilles fece una smorfia. In quella storia c’erano troppi orsi per i suoi gusti. Scacciò una zanzara e si alzò.

         “Ritorno al cottage e avverto un po’ tutti. La giornata non è ancora finita e tu  -disse rivolto al Ranger – E’ bene che ti vada a rivestire. Non vorrei che qualcuno pensasse che avete dissotterrato l’ascia di guerra.”.

Larue si tose i pesanti scarponi e si gettò nelle fredde acque del Wakatomica; aveva bisogno di un bagno per togliersi di dosso fango e macchie d’erba e rinfrescarsi anche la mente.

La giornata continuò con un andirivieni di elicotteri che portarono rinforzi per i rilevamenti del caso e per portare via il cadavere e Luis, ammanettato e dolorante in barella.

Il caso forse poteva dirsi finalmente chiuso

Epilogo. 

Fu chiuso in realtà solo due giorni dopo. Con l’interrogatorio di Luis e la scoperta dell’identità di Ante furono tracciati nuovi confini sull’identità del nuovo cartello dei Narcos messicani. Luis per evitare una condanna pesante da trascorrere prima in un carcere di massima sicurezza in terra canadese e poi in qualche prigione federale negli Stati Uniti, si decise di parlare, rivelando la propria affiliazione a quella che era stata la banda di Gutierrez, ma soprattutto rivelando quale fosse l’identità e il lavoro di Ante. Si risalì quindi all’omicidio di Preston e varie polizie nel mondo diedero finalmente un volto all’esecutore di delitti insoluti. Molti tirarono un sospiro di sollievo, altri emisero un’altra condanna a morte, questa volta per Luis. Erano le regole del gioco ed erano state rispettate.

Maeve si rese conto che le rimanevano ancora qualche giorno di ferie da passare in terra canadese e se ne dispiacque. Più che altro perché con tutto quel che era successo, non era riuscita a vedere i caribù. In compenso però, aveva trascorso delle felici notti, tra le braccia di Gilles e dal comportamento dell’uomo, capiva che anch’egli era molto soddisfatto.

L’ultima mattina di permanenza, la donna si era svegliata alle prime luci dell’alba, avendo udito degli strani rumori provenire dal cortile dinnanzi la casa di Gilles. Pensò che fosse ritornato il cervo di qualche giorno indietro. Incurante della sua nudità e del fatto che il freddo della stanza le aveva fato venire la pelle d’oca, guardò fuori dalla finestra e vide un grosso orso, che stava rovistando in un bidone.

         “Gilles – disse con un filo d’apprensione in gola – svegliati. C’è un orso davanti a casa.”.

L’uomo, pur assonnato, scese di corsa dal letto e si avvicinò alla donna, poi si mise a ridacchiare, poi fece un sonoro sbadiglio e si stirò.

         “Quello è Potsy. Mi venisse un colpo .. sta diventando un incubo, quell’animale.”

Maeve lo fissò seria in volto.

         “Potsy? Adesso mi sente quel …”. Si gettò come una furia fuori dalla stanza.

         “Maeve … Ma dove vai? Sei nuda …”

Si udì solo la porta d’ingresso che sbatteva.

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SENTIERI INCROCIATI – 55° capitolo

Nel passargli vicino, nessuno si sarebbe accorto che quell’aggrovigliato cespuglio era il camuffamento sotto cui Ante stava tendendo un agguato. A pochi passi, anche lui avvolto dalla tutta mimetica a forma di cespuglio Luis passava il tempo occhieggiando prima il piccolo computer di tiro e poi dentro il binocolo, che aveva posto su di un piccolo trespolo. Dalla casa non si vedeva nulla, che potesse confermare del movimento in essa. Si erano sistemati vicino a degli abeti e i rami bassi aumentavano il loro mimetismo. All’ombra, erano pure riparati dai caldi raggi del sole di settembre che stava continuando la sua corsa nel cielo. Oramai erano le dieci del mattino e loro erano già dall’alba che si erano posizionati.
Gilles dall’interno del cottage ogni tanto gettava una veloce e furtiva occhiata, senza che però riuscisse a vedere null’altro che l’acqua del fiume, che scorreva placida, in quell’ansa e il muro verde della quinta della foresta che si specchiava nel corso del fiume. Alla fine si decise di uscire per dare un’occhiata della zona, molto più ampia. Chiese a maeve di avvicinarsi alla finestra, senza naturalmente farsi scorgere, mentre lui sarebbe uscito dal retro e strisciando nell’angolo morto, avrebbe tentato di raggiungere gli alberi poco distanti e da li, dare uno sguardo più d’insieme. Così fece e al riparo degli alberi, sempre con il binocolo, fece scorrere lo sguardo dall’altra parte del fiume.  Soffermandosi sull’argine, sulle rocce che si tuffavano nel fiume. Su ogni albero e poi ancora più su verso l’evidente salita di fronte a lui. Se c’era qualcuno, era ben nascosto e quindi sapeva il fatto suo. Rimase fuori circa un’ora e non rilevò neppure un ramo che si fosse mosso in maniera sospetta, un barbaglio strano, neanche il volo improvviso di un uccello. Tranne i soliti rumori, non cera nulla che facesse supporre o sospettare un possibile ed imminente pericolo.
Maeve, all’interno della casa, oltre che a guardare fuori, di tanto in tanto tendeva l’orecchio anche alla radio, che continuava a mantenere un silenzio assordante. Sembrava che la foresta si fosse mangiato Larue. In più ora sentiva forte il desiderio di un buon caffè e la presenza rassicurante di Gilles. Si domandava perché la sera precedente, al di la di qualche timido complimento e di un titubante bacio della buona notte, Gilles non si fosse lanciato in qualcosa di un po’ più coinvolgente. Sarà stata la stanchezza, pensò lei; dopo tutto avevano pagaiato per ore, ma almeno un bacio, un abbraccio che non fosse della buona notte sarebbe andato benissimo. Invece dopo pochi minuti aveva sentito il suo leggero russare, provenire dall’altra stanza e fu anche l’ultima cosa che udì. Anche lei, vinta dalla stanchezza si era addormentata. Quella natura così selvaggia, che la avvolgeva le aveva stuzzicato un certo non so che e, si sentiva pronta ad affrontare le piacevolezze del sesso. Ripensò alle parole che avevano intessuto la prima mattina della sua permanenza, subito dopo la colazione. Ecco, oggi, quella mattina un po’ di sesso indecente le sarebbe proprio piaciuto. Invece era costretta a strisciare lungo il muro di una casa delle vacanze, in mezzo ad una foresta e lontana mille miglia dalle sue comodità. Senza sapere se quella voglia, prima di sera sarebbe stata in grado di soddisfare.
Finalmente la radio emise un sibilo e una serie di schiocchi.
         “Gilles, mi senti. Passo. Sono io Roland. Passo?”.
La ragazza si avvicinò alla radio e con circospezione prese il microfono per rispondere.
         “Roland? Sono Maeve. Gilles è uscito in perlustrazione e spero tanto che abbia visto qualcosa. Fino ad ora non si è mosso nulla e pare che non ci sia nessuno in zona.”.
         “Maeve. Se riesci a riportare quello zuccone in casa, sarei più tranquillo. Gli avevo detto espressamente di non muoversi. Maledizione”.
         “Adesso ci provo. Vedo di andare sul retro e di richiamare la sua attenzione. Fischietterò qualcosa.”.
         “Sai imitare il gallo cedrone?”. Le chiese Larue.
Maeve rimase interdetta.
         “Il  gallo … cosa?”.
Larue sorrise.
         “Lascia perdere. A volte non so quel che dico.  Fischiettagli l’inno nazionale, forse per te è più facile.”.
Maeve ci pensò un attimo.
         “Il mio o il vostro?”.
La voce nella radio riprese.
         “Quello che conosci meglio.”.
         “Giusto. Ci sentiamo tra poco. Chiudo.”.
Maeve strisciò sin nella sua camera da letto, che dava sulla parte posteriore della casa. Alzò con circospezione la finestra e si mise a fischiettare “The Star Spangled Banner”.
Una voce dal basso la interruppe quasi subito.
         “Bella  prova di patriottismo di prima mattina. Me ne compiaccio.”.
La ragazza si ammutolì immediatamente e Gilles ne approfittò per entrare agilmente per l’insperata apertura.
         “C’è Larue alla radio ed è stato lui a suggerirmi di fischiare l’inno … ah, lasciamo perdere. Senti piuttosto se ci sono novità.”.
         “Roland .. ? Mi senti? Passo.”.
Larue rispose immediatamente.
         “ Si ti sento. Cosa ti avevo detto? Di startene in casa. Non sappiamo se il cecchino o  quel che è, è da una parte o dall’altra del fiume e a che distanza è da voi.”.
Gilles non si mostrò preoccupato dalle parole dell’amico.
         “ Di che ti preoccupi. Chi ci dice che sia nelle vicinanze?.”
         “Il vostro cottage è l’unico con una canoa ancorata davanti a casa. Siete gli unici abitanti nel raggio di miglia e dal camino esce un filo di fumo, da quel che vedo.”.
Gilles corrugò la fronte.
         “Dove sei?”
         “In cima alla scarpata, nascosto da tre betulle con vicino dei cespugli di lamponi. Non metterti alla finestra. Fidati delle mie parole. Adesso mi sposterò verso sinistra e scenderò nascosto dai pini. Ci risentiamo. “.
         “Stai attento … mi raccomando. Chiudo.”.
Gilles lanciò un’occhiata un po’ preoccupata alla ragazza.
         “ Sta arrivando a quanto pare. Prepariamoci.”.

SENTIERI INCROCIATI – 54° capitolo

Roland Larue aveva lasciato Wetzel, facendosi promettere dall’uomo che non avrebbe lasciato quel posto, in attesa che un altro ranger lo raggiungesse per portare via lui e l’attrezzatura. Il pensiero di Lafayette, orso per così dire : caratteriale, per non dire pericoloso, gli aveva lasciato inquieto, ma più inquieto, però, era per il volo a bassa quota di quell’elicottero. Sentiva che l’apparecchio si era diretto in direzione del Wakatomika e dei cottage lungo le sue sponde, quindi verso i suoi due amici. Forse il pericolo era imminente e sicuramente reale. Il “Cartello” voleva vendicarsi e Gilles e Maeve ora erano bersagli perfetti. Fece andare la memoria su quanti potevano essere gli occupanti di quella zona. Oltre ai due amici, non ricordò nessuno. Erano soli e da qualche parte c’era uno o più uomini, intenzionati ad ucciderli. Doveva assolutamente far presto e doveva innanzitutto avvertirli del pericolo. Trafficò con la sintonia della radio che aveva sulla macchina, sperando che la radio nel cottage fosse accesa.
Intanto Maeve, terminata la colazione, andò nella sua stanza e si cambiò per affrontare una passeggiata tra i boschi e i prati della zona. Armata di macchina fotografica aveva intenzione di immortalare quante più immagini della natura che ancora mostrava il suo vigore e soprattutto voleva le fotografie dei caribù. Gilles le aveva detto che quello era il periodo in cui sarebbe passata una mandria di caribù dei boschi; la solita che stanziava per l’inverno nei confini del parco. Un animale raro e in via d’estinzione, endemico del nord del Québec e di Terranova. Peccato non essere presenti più in là nella stagione. Avrebbero assistito alla stagione degli amori, con i combattimenti tra maschi, tra il cozzare di corna e i bramiti d’amore lo spettacolo era assicurato e poi, con un po’ di fortuna avrebbero poturo trovare le corna delle femmine, che cadevano alla fine dell’estate; sarebbe stato un bel souvenir da portarsi a casa. Sul cercare e raccogliere le corna, Maeve non fu molto d’accordo, ma era entusiasta all’idea di poter immortalare un animale, che si faceva sempre più raro.
Anche Gilles si stava preparando e stava aprendo la porta del cottage, quando la radio, che si era dimentica accesa, gracchiò.
         “ Gilles? Gilles, mi senti? Sono Roland.”.
Gilles afferrò il microfono.
         “Sono Gilles e ti sento forte e chiaro.”. Intanto guardò Maeve, pronta sull’uscio di casa.
         “Gilles, credo che voi due siate in pericolo. Questa mattina all’alba, un elicottero ha fatto rotta sulla vostra zona e molto probabilmente ha sbarcato più persone, che non hanno bune intenzioni nei vostri confronti.  State in casa. Io arrivo tra … un’ora circa, sono in macchina. Quando arrivo vi spiego tutto. Per favore non andate via.”.
Gilles guardò il microfono con aria interrogativa e lo stesso sguardo alzò sulla donna. Maeve, d’istinto chiuse la porta e si spostò, rilanciando un’occhiata un po’ preoccupata, portandosi la mano al fianco; sembrava in cerca della pistola.
         “Ricevuto Roland. Non ci muoviamo di casa fino al tuo arrivo. Comunque non abbiamo sentito rumore di un elicottero, che abbia sorvolato la zona. In ogni caso saremo prudenti. Chiudo per ora, ma starò vicino alla radio.”.
La faccia di Gilles fu percorsa da righe profonde, come normalmente accadeva quando era preoccupato. Fece un gesto con una mano, come per dire “Stai bassa”. Poi con circospezione guardò fuori dalla finestra più vicina. Fuori non c’era nessuno, il fiume scorreva placido e nell’aria i richiami degli uccelli erano i soliti della mattinata. Maeve intanto gli si era avvicinata.
         “Credi che abbia raccontato una panzana, giusto per spaventarci?”.
Gilles scosse il capo.
         “No. Non credo proprio, non è capace di scherzare e poi … dalla voce ho intuito la sua preoccupazione. Secondo te a chi abbiamo pestato i piedi, tanto da meritare un agguato?”.
         “ Non saprei … Di nemici, credo di essermene fatta qualcuno, ma che possano arrivare a tanto Capirei le minacce, le solite che ti fanno durante un arresto … alla fine di un processo. Vediamo .. Una banda di rapinatori, ma erano teppisti da quattro soldi, forti del fatto che avevano delle armi. Quando li abbiamo presi si sono arresi quasi subito. Poi … ma non so … direi arresti normali, niente di speciale. Tu, invece?”.
Gilles rimase soprapensiero qualche momento.
         “Normale routine. Anche per me i soliti arresti … ladri, un omicida, ma la signora Zane aveva più che validi motivi per accoppare il marito. Un uomo rozzo e violento e il giudice, credo che accetterà la tesi dell’avvocato della donna. Legittima difesa. Poi … uno spacciatore all’inizio dell’estate … Basta, non c’è altro.”.
Meave si era seduta sui talloni, in mezzo alla porta che divideva una camera dal piccolo corridoio, che dava sull’ampia cucina, si premeva le tempie con le mani, come per sforzare la memoria, poi il volto si illuminò, come se tutto apparisse chiaro all’improvviso .
         “ Uno spacciatore? .. Certo. ora è chiaro.”. Disse rivolta a Gilles puntando anche l’indice verso di lui.
         “Droga … L’uccisione di Helverton … La cattura di Preston e la sua eliminazione e l’eliminazione di Gutierrez e di gran parte della sua banda … IL “Cartello” ci vuole morti. Per vendetta. Perché nessuno possa sfuggire alla loro scellerata giustizia.”.
La ruga in mezzo alla fronte di Gilles divenne ancora più profonda. I suoi occhi si strinsero a fessura e le mascelle si contassero. Non era preoccupazione o paura, ma consapevolezza che avrebbe venduto cara la pelle e si sarebbe difeso fino all’ultimo. Non  era certo un killer prezzolato dai narcotrafficanti, che lo spaventava. Anzi, una scarica di adrenalina, lo percorse tutto. Lo sfidavano nella sua terra, in compagnia di una donna meravigliosa e che era sicuro di amare e di essere contraccambiato. E’ vero, fino ad allora non se lo erano detto apertamente, ma non c’era nulla che facesse pensare al contrario. Quella era la sua donna, la sua terra, il suo mondo; le cose che lo circondavano e per le quali era diventato quel che era, venivano minacciate e lui non poteva accettare tutto quello.
         “Quanti caricatori hai?”.
Maeve lo fissò intensamente, poi sogghignò. Aveva capito tutto.
“Cinque. Bifilari e con la mia Glok, ho sempre avuto punteggi molto alti al poligono.”.
Gilles trasse un profondo respiro, poi, indicando lo stanzino dove aveva depositato due grosse sacche disse.
         “ Scivola fino alla porta e prendi la sacca blu e scegli quale ferro ti piace di più.”.
La ragazza fece quanto detto e dalla sacca estrasse un Ithaca a pompa, una scatola di cartucce e poi un Remington 700 con un’altra scatola di cartucce.
Con il fucile a pompa aveva già avuto occasione di sparare in esercitazione. Lo afferrò saldamente e con lui prese il pacco di cartucce.
         “ Mio.”. Poi prese l’altro fucile e lo passò a Gilles, quindi gli diede la scatole di proiettili. Si fissarono un momento, poi iniziarono a caricare le armi.
Gilles strisciò fino alla sua camera e da una tasca dello zaino estrasse la Beretta M9, controllò il caricatore, armò l’arma e mise la sicura. Poi prese  anche i caricatori e se li infilò nella tasche esterne dei pantaloni. Altrettanto fece Maeve con la sua Glok.
Si guardarono, come per confortarsi. Si sentivano pronti.

SENTIERI INCROCIATI – 53° capitolo

Lewis Wetzel, dopo tre giorni di appostamento e le carcasse di due conigli, stava per mettere a segno il colpo della sua vita. Un servizio fotografico sulla lince rossa canadese del Québec. Era appena spuntata l’alba e aveva visto il timido animale, aggirarsi al limitare del bosco. Indeciso se accettare l’istinto della sua specie e avvinarsi all’inaspettato boccone, oppure affidarsi, una volta di più, alla sua diffidenza. Lewis, coperto dalla rete mimetica, puntava il binocolo, facendolo spuntare appena dalle frasche che completavano il suo camuffamento, attendeva il momento propizio per azionare le macchine fotografiche e la telecamera che aveva messo con cura nei giorni precedenti. Le indicazioni che gli avevano fornito i Guardia Parco, nei giorni precedenti, non erano assolutamente sbagliate; quello era il punto, dove abitualmente il felino transitava nei suoi vagabondaggi, alla ricerca del cibo. Ora, dopo tre giorni di appostamento era ormai vicino al successo. La lince ancora indugiava e guardando bene, l’uomo si accorse che era una femmina e con lei il suo cucciolo. La gioia era forte e la tensione al massimo. Avrebbe avuto l’occasione di immortalare un banchetto di una madre con il figlio. La lince si mosse sollevando la testa e annusando l’aria ma Lewis era sicuro del fatto suo, messosi così sottovento, non era possibile fiutarlo. Ormai l’animale e il suo piccolo erano usciti dal bosco e si stavano avvicinando al campo di ripresa, tanto che Lewis iniziò a riprendere con la telecamera, quando improvviso il rombo di un elicottero squarciò l’irreale silenzio del momento e con il tipico frastuono l’apparecchio sorvolò l’ampia radura. La lince schizzò immediatamente nel bosco e con lei il cucciolo. Lewis imprecò con violenza e puntò la telecamera contro l’elicottero riuscendo solo a indovinarne la sagoma, ma riprendendo bene i numeri seriali del velivolo. Era furioso e al posto dell’obiettivo avrebbe voluto avere un missile terra – aria. Tremando dalla rabbia prese la radio che aveva con sé. L’apparecchio gli era stato fornito dai Rangers, per ogni evenienza e si mise a trafficare per trasmettere tutta la propria ira nei confronti dello sciagurato pilota.
Dall’altra parte Roland Larue, fu il primo che rispose alla furibonda chiamata del fotografo. Era in giro di perlustrazione proprio in quella zona da qualche giorno e per prima cosa tentò di trovare le parole esatte per tranquillizzare un uomo, ormai fuori controllo e gli promise che si sarebbe immediatamente portato al suo campo e con calma avrebbero parlato dell’accaduto. L’importante che Lewis rimanesse in quel luogo e iniziasse a tranquillizzarsi.
Roland era preoccupato, mentre con il fuori strada si dirigeva alla massima velocità possibile verso il campo di Wetzel. Nei paraggi era stato avvistato Lafayette, un grosso grizzly, dal carattere non proprio collaborativo e la rabbia di quell’uomo poteva innescare un nuovo dramma.
Giunto su posto Roland trovò Wetzel, che stava radunando le sue cose; oramai il gusto della caccia fotografica era svanito e si leggeva sul suo volto la frustrazione per il tempo gettato via. Con fatica la guardia forestale riuscì a fasi spiegare l’accaduto, ma si fece ripetere un paio di volte la direzione, che l’elicottero aveva preso dopo il sorvolo. Rifletteva, mentre aiutava Betel a smontare definitivamente il campo e si persuase che il velivolo si era diretto verso il Wacatomika e non era impossibile che fosse atterrato nella zona dove c’era il cottage di Gilles. Il suo sesto senso lo avvertì di un pericolo imminente.
Ante e il suo socio fecero in fretta sbarcare dall’elicottero e velocemente s’infilarono tra gli alberi. Durante il volo a bassa quota avevano preso accordi. Per la medesima ora, il giorno dopo l’elicottero sarebbe dovuto ritornare a prenderli, anche se Ante aveva già in mente la storia da raccontare riguardo all’eliminazione di Luis. Quell’elicottero l’avrebbe preso da solo.
Dopo qualche ora passata nella foresta, finalmente, dall’alto di una lieve collina, avvistarono il fiume. Il sole era alto, ma le ombre degli alberi avevano reso la marcia sopportabile. Ante era contento che il messicano fosse di poche parole, perché si stava gustando le bellezze naturali che lo circondavano. Posti che gli ricordavano i boschi della Slovenia, le sue vacanze in campeggio con i giovani pionieri e la prima volta con Janko. Già, Janko; peccato che puzzasse tanto di cipolla, ma per lui fu un vero maestro, almeno dal punto di vista del sesso. Con lui aveva provato tutto e quel ricordo gli mise addosso un certo non so che. Guardò Luis, i suoi tratti, e cercò nel suo volto, l’antica fierezza dei maya, scorgendo però una miscellanea di tratti sfociati in un naso camuso e una mascella con un accenno di prognatismo. Altro che bellezza slava o greca. Quello era figlio di mille incroci, una mescolanza di sangue europeo, indio e poi, a ben pensare non gli piaceva neanche un po’. Fece spallucce a quell’ultimo pensiero e si concentrò sulla natura circostante. Quando giunsero in vista del fiume, prese il binocolo e facendo il giro dell’orizzonte scoprì, dove era l’insediamento che stava cercando. Scorse quattro costruzioni, che ricordavano i wigwam dei nativi e di certo dotati di ogni comodità. Sul tetto un’antenna denunciava la presenza del televisore e forse anche di una radio, cosa non improbabile, data la distanza dalla civiltà. La sua attenzione fu attirata dalla presenza, vicino a una delle costruzioni di una canoa. Il wigwam distava una trentina di metri dal fiume e gli facevano corona due grossi pioppi neri e dei salici che sembravano piantati apposta da un paesaggista, tanto erano perfetti per quel luogo. Gli altri cottage s’intravedevano attraverso le quinte arboree e tra l’uno e l’altro c’era distanza sufficiente a garantire quella privacy, richiesta in quel luogo. Il fiume era largo, lui stimò, una cinquantina di metri e la casa posta sull’ansa offriva una perfetta visione di tiro. Marciarono ancora per un’ora circa e sia lui che il suo compare, ebbe l’accortezza di segnare con tracce non troppo evidenti, il percorso fatto; giusto per garantirsi la via del ritorno, in maniera più che agevole. Trovarono una piccola radura, non troppo esposta, giusto sembrava che mancassero quattro o cinque tronchi di quei pini che avevano fatto loro compagnia. Ante osservò attentamente i luoghi e si accorse che da un pino, caduto sicuramente per una tempesta, ormai ridotto a uno scheletro di rami, godeva di una vista superba sulla casa. In più gli ultimi alberi che davano sulla riva del fiume, garantivano una quinta dietro di cui nascondersi perfettamente alla vista di chicchessia. Sperò tanto che i bersagli si sdraiassero sul prato vicino a casa, possibilmente l’uno accanto all’altro. Desiderava tanto un lavoro pulito e tutta quella natura, così rigogliosa, anche alla fine dell’estate lo stava stufando. Aveva bisogno di una città, con il suo caos, le sue luci notturne, la sua frenesia e i locali adatti per soddisfare i suoi gusti. Gli venne in mente San Francisco, che non aveva mai visitato e pensò che quella fosse l’occasione migliore per farlo, dopo il lavoro s’intende.
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Quando Gilles si svegliò il sole aveva fatto capolino tra gli alberi e gli uccelli avevano già sciorinato tutto il loro repertorio mattutino. La stanchezza della lunga vogata del giorno precedente era quasi del tutto finita e guardando Maeve, che ancora dormiva, valutò se fosse il caso di svegliarla a tutte coccole, oppure con il classico e gradito caffè del mattino. Si ricordò, con leggero fastidio, che la sera precedente, consumata una rapida cena, avevano assistito al tramonto e che appena poggiato il capo sul cuscino si doveva essere addormentato di botto, tanto che a una domanda di Maeve, non ricordava se aveva risposto o no. Dalle coperte emergeva solo una massa di capelli ramati e si udiva appena il lieve respiro della ragazza. Gilles la osservò ancora un poco. Uscì sul retro e presa una brocca, la immerse in una tinozza piena d’acqua piovana e se la versò addosso. Come doccia non era un gran che, ma ebbe il pregio di essere la sveglia migliore di sempre. Fece una breve corsa per tentare di asciugarsi, ma l’aria frizzante del mattino, lo consigliò di ritirarsi. In casa terminò di asciugarsi e iniziò a trafficare con la caffettiera, poi accese i fornelli e iniziò a preparare la colazione. Molto meno sontuosa di quella che aveva preparato qualche giorno prima, ma sul tavolo la pila di pancake era calda e odorosa di burro. Sciroppo d’acero e marmellata di mirtilli rossi non potevano mancare e il bricco di caffè emanava un profumo forte e deciso. Fu quell’aroma a risvegliare Maeve, che vestita della sola maglia da rugby di cui si era affezionata, entrò nella stanza. Le uniche parole furono.
         “Ho un alito da drago …  caffè, per favore.”.
Poi fu solo un lavorio di mascelle.

SENTIERI INCROCIATI – 52° capitolo

Ante era soddisfatto dei giorni che stava trascorrendo in terra canadese. Aveva scoperto un locale veramente ottimo: il “Bar la Drague”, locale più in voga della comunità gay in città. Bella gente, ottimi beveraggi e soprattutto occasioni a non finire d’incontri e quello con Clarence, un ragazzo caraibico veramente notevole, era stato al di sopra delle sue attese. Aveva trascorso una notte piacevolissima e quel creolo, si era dimostrato un amante perfetto in tutti i sensi. Tanto che il giorno appresso, per dimostrargli la sua gratitudine, Ante lo aveva accompagnato in giro per negozi e gli aveva regalato un coordinato: camicia e pull di un notissimo marchio della moda italiana. Il ragazzo era così felice, che voleva ringraziarlo immediatamente, ma Ante faticò non poco a trattenere tanta esuberanza, però quel regalo valeva tutto il suo valore.
Aveva provato il fucile in un’area solitaria e ne apprezzò molto le indubbie qualità. L’aiuto dell’elettronica per il puntamento, le condizioni atmosferiche aggiornate in tempo reale, faceva di quell’arma un pezzo formidabile. Controllava ogni volta i suoi centri ed erano sempre perfetti. Si convinse che quella sarebbe stata la migliore uccisone da lui effettuata e sicuramente, le sue quotazioni sarebbero schizzate alle stelle. Sarebbe diventato il primo killer in assoluto. Venerato e osannato e ricercato da tutte le organizzazioni criminali della terra. Peccato che altrettanto avrebbero fatto tutte le Polizie del mondo, ma quello era il prezzo da pagare alla fama.
Ora doveva solo recarsi a Fort Ticonderoga e attendere il momento propizio. Fu avvertito dopo qualche giorno che tutte e due i suoi bersagli si trovavano insieme, quindi poteva procedere. La vendetta di Gutierrez stava imboccando la via verso la conclusione, che in tanti, soprattutto di là del Rio Grande, aspettavano.
Il viaggio da Québec a Fort Ticonderoga si svolse in una giornata di fine agosto. Nel bagagliaio di una berlina come tante, il fucile riposava sicuro e il suo autista procedeva prudente lungo l’autostrada che separava le due città. Chi li avesse incrociati, Ante e Luis, l’autista di origine messicana messo a disposizione dal Cartello, li avrebbero scambiati per due uomini d’affari in viaggio di lavoro, attraverso le strade canadesi. Luis oltre al compito di portare Ante sul luogo del futuro delitto, aveva anche il compito di esserne il testimone, per dare ampia assicurazione che tutto si era svolto nei migliori dei modi.  Ante era indeciso se dopo il delitto e dopo che Luis avesse comunicato il buon esito a Monterrey, doveva o no eliminare anche il messicano. Un incomodo testimone, uno dei pochi che lo avrebbe avuto la possibilità di riconoscerlo in futuro e Ante non era poi tanto favorevole a essere riconosciuto. Soprattutto da quelli che non appartenevano alla mafia slava. Già in patria pochi erano a conoscenza di chi fosse e cosa facesse in realtà e lui, teneva un comportamento tale che alimentava quell’aurea di mistero che lo circondava. Luis poteva rivelarsi un problema e decise che anche quella volta non ci dovevano essere problemi; la sorte del messicano era decisa.
Non ostante l’aria di festa e di riposo che Branson e O’Gara, stavano godendo in quei giorni a lui, venne in mente un’osservazione che era stata fatta da uno dei suoi istruttori, durante i corsi dell’Accademia di Polizia.  I particolari contano e aiutano a dipingere un quadro generale del caso. Fu un particolare che solleticò il suo senso.  Il tatuaggio su un piede. Ora tatuarsi i piedi di norma è una preferenza tipicamente femminile. Un fiore, un nome, delle iniziali è più facile che adornino un piede femminile che uno maschile, eppure per tre giorni di fila, in tre luoghi diversi, il disegno di uno squalo, aveva seguito i due.
Qualcuno era sulle loro tracce, o comunque li spiava, annotando gli spostamenti e Gilles non riuscì a capire se la preda fosse lui o la ragazza. Sapeva di aumentare la prudenza, ma non sapeva se parlare dei propri sospetti o tacere. Rovinare quegli attimi meravigliosi, parlandone, oppure affidarsi a una buona stella? Mentre passeggiavano nelle vie di Fort Ticonderoga o  seduti fuori dai locali o semplicemente fermi ad un angolo della strada, Gilles continuava a girare gli occhi nella ricerca di quello squalo e qualche volta fece anche una non bella figura. Sembrava che si estraniasse, mentre avrebbe dovuto essere concentrato su di loro. Pensò che avrebbero dovuto allontanarsi per qualche giorno e immergersi nella natura, che proprio in quei giorni stava iniziando la sua migliore trasformazione. Calcolò che nel Parco, verso nord, oramai i primi colori dell’autunno erano arrivati e con un po’ di fortuna avrebbero potuto assistere alle prime concentrazioni di caribù. Quello era il momento degli amori e i maschi avrebbero combattuto per formarsi un nuovo harem, oppure rafforzare quello che già possedevano. Sarebbe stato in ogni caso uno spettacolo interessante. Il posto migliore era un grande bosco sulle rive del Wakatomika, un immissario del Beaver’s Creek, fiume che attraversava per intero il Parco che si estendeva appena fuori Fort Ticonderoga. Grande bosco ceduo, ricco di aceri naturalmente e poi betulle e pioppi, ontani, varietà di querce, grandi macchie di pini e abeti e sulle rive del fiume, un’incredibile varietà di salici, si alternava a prati interi di mirtilli, lamponi. I funghi poi coprivano intere zone dei boschi. Un paradiso per gli amanti della natura. La varietà di fauna poi, avrebbe fatto felice qualunque cacciatore, non fosse altro che gli unici a poter portare armi da fuoco erano i Rangers del Parco. Per pernottare erano stati sistemati delle capanne, con un minimo di comodità e per alcune di queste, poste in luoghi strategici per gli avvistamenti faunistici, c’erano liste d’attesa lunghissime.
Quella sul Wakatomika, non era molto frequentata, forse perché per arrivarci, bisognava pagaiare contro corrente per un giorno intero, ma ne valeva la pena.
Ante, ricevette la notizia che i due agenti ci sarebbero andati nei giorni successivi. Si recò all’Ufficio Informazioni del Parco, chiese tutto il materiale disponibile e si mise a studiare la zona. S’informò delle future condizioni atmosferiche e discretamente fece provviste, con l’aiuto di Luis. Nell’albergo dove erano scesi, Ante si era spacciato per Sàndor Malay, un pittore naturalista ungherese, interessato alla flora e alla fauna del Québec. Ante era un buon disegnatore e si portava appresso grandi album e la scatola delle matite, tutto per rafforzare la propria copertura e Luis era il suo assistente. Per essere credibile aveva fatto vedere alcuni disegni di piante e di animali al portiere dell’albergo e poi anche al padrone dell’albergo stesso. Tutti e due ne erano rimasti entusiasti, tanto che Ante regalò il disegno di una ghiandaia azzurra, che era riuscito a ritrarre velocemente, in uno dei parchi pubblici della città. E’ vero che nella sua mente s’insinuò un dubbio, quello di aver lasciato una mollichina di troppo del suo passaggio e forse era uno sbaglio, ma scacciò il pensiero godendosi la vanità del momento. Il problema più grande era quello di raggiungere i dintorni del capanno senza lasciare la benché minima ombra di un sospetto, di una traccia che potesse far risalire a lui, dopo che avesse terminato il suo lavoro. L’idea, azzardata, ma sicuramente fattibile gli venne mentre dalla finestra della sua camera, guardava le evoluzioni di un elicottero. Alzò la cornetta e fece una telefonata. Sul Wakatomika sarebbe arrivato senza faticare molto e altrettanto in breve se ne sarebbe volato via, a lavoro finito.

SENTIERI INCROCIATI – 51° capitolo

Maeve si alzò dal letto e sul momento non si accorse di essere nuda. Si vide però riflessa nello specchio posto sulla porta dell’armadio che aveva lasciato aperta. Ebbe un brivido e si diresse in bagno, poi rientrata nella stanza cercò un paio di mutandine comode, tra le molte che si era portata appreso. Indossò un reggiseno sportivo, i pantaloni felpati di una sua vecchia e comoda tuta e prese una maglia rossa con il numero quindici stampato sua schiena. La indossò non senza averla odorata. Sapeva di legno di sandalo, aveva tutti i ferormoni di Gilles intessuti nella trama. Se la strofinò delicatamente sulla guancia e inspirò ancora una volta, profondamente. Si avvicinò alla finestra e scostò la pesante tenda, che faceva da scuro. In quel mattino di settembre, tra il vapore che saliva lento dalla terra umida della notte, le apparve un grosso cervo che brucava tranquillo sul prato antistante alla casa. Le parve inconcepibile, che un cervo con tanto di sontuoso palco, brucasse tranquillo a pochi metri da lei. Fu distratta, da quella visione, all’odore della colazione che proveniva dal piano inferiore. S’infilò un paio di scarpe e scese veloce la rampa di scala e seguendo i profumi di caffè e pancake entrò in cucina. Gilles stava finendo di scodellare gli ultimi due pancake, cotti doverosamente e coperti di un sottile strato di burro. Sulla tavola ne troneggiava una bella pila, dorati e caldi. Facevano bella  mostra alcune ciotole con marmellate di rabarbaro, ribes rossi e sambuco; accanto al bricco del caffè c’erano la bottiglia del latte e una brocca di spremuta di agrumi. La bottiglia dello sciroppo d’acero occhieggiava dietro un piatto di woffles, anch’essi dorati e invitanti e per finire una ciotola di cereali e una di muesli invitava a servirsi con generosità.

Maeve si accomodò al tavolo e guardando con gli occhi socchiusi Gilles, disse solo.

         “Buon giorno … Sei … Sei il mio angelo preferito del mattino.”.

Si versò una generosa tazza di caffè e poi attaccò decisa le cose buone che erano in tavola. Mentre mangiava con un inconsueto e robusto appetito, si rese conto che forse, stava esagerando, ma le marmellate soprattutto, la facevano impazzire. Non aveva mai assaggiato quella di sambuco e quel leggero sapore asprigno, le stuzzicava piacevolmente il gusto.

Gilles non disse nulla, se non un confuso borbottio. Il fatto che lei non avesse nessuna intenzione di intraprendere una conversazione, mentre si faceva colazione, la rendeva una donna unica. Lui odiava parlare nei primi momenti della giornata, soprattutto prima o durante la colazione. Lei si era rivelata, per l’occasione, l’ospite perfetta.  La guardò e si rese conto che aveva indossato una delle sue maglie preferite. Quella era stato un regalo avuto da uno degli uomini della nazionale di rugby canadese. Qualche anno prima avevano trascorso un periodo di allenamento a Fort Ticonderoga, in vista di una serie d’incontri con le più forti rappresentative europee. Lui aveva curato il discreto servizio d’ordine, attorno all’intero gruppo, per altro assolutamente inutile. Tutto si era svolto nella totale tranquillità, anzi se non fosse stato per il clamoroso tuffo nella fontana davanti al municipio della città, fatto fare ai nuovi entrati in squadra, da parte dei veterani, nessuno si sarebbe accorto della presenza degli atleti. In verità c’era stato un picco nella vendita di birra in quei giorni, ma la cosa fu considerata regolare.

Ingerito l’ultimo boccone e finito il caffè, Maueve guardò Gilles con un volto più luminoso di prima. I piatti l’avevano proprio soddisfatta.

         “ Senti … Il fatto che ci sia un cervo che bruca nel giardino davanti a casa … E’ un fatto normale, oppure … “.

Gilles aspirò profondamente dalla tazza di caffè che aveva sotto il naso.

         “ Cervo? Mhmm .. non credo. Sarà un waapiti. Forse è Cornelius … Speriamo che non abbia assaggiato di nuovo le rose di mia madre. Quella donna lo spellerà se si azzarda a mettere il muso nei suoi roseti.”.

Maeve guardò Gilles, stupita. Innanzitutto perché mai si sarebbe sognata di chiamare un cervo o cosa diavolo fosse quella bestia cornuta, con un nome e per di più in latino. Poi vederlo tranquillo a finire il suo caffè, mentre quella bestia scorrazzava nel giardino, per lei era inconcepibile.

         “Scusa, ma secondo me dovresti fare qualcosa. Scacciarlo prima che rovini le rose di tua madre.”.

         “Forse hai ragione … Amick – disse rivolto al grosso cane disteso sul pavimento – vai a vedere che combina quell’impiastro e convincilo a rientrare nel bosco. Con garbo, mi raccomando.”.

Il cane si alzò di malavoglia, si vedeva. Uscì dalla cucina attraverso lo sportello posto nel basso della porta. Dopo pochi attimi si udì un abbaiare, non troppo convinto e subito il rumore di zoccoli al trotto entrò nella stanza. Gilles si alzò dalla seggiola e guardando fuori dalla finestra, trasse un sospiro.

         “ Se ne andato. Bene … oggi cosa facciamo? Un giro nei dintorni? Shopping compulsivo? Visita al museo della città? Sesso sfrenato e indecente?”.

Maeve scoppiò in una risata convulsa. L’idea di fare del sesso indecente al museo, per un attimo la attrasse e glielo disse.

         “Ottimo – rispose Gilles non riuscendo anch’egli a trattenere il riso – Potremmo farlo nel wigwam della sezione etnografica, tra le pelli impolverate e le statue dei nativi Naskapi che ci osservano. Sarebbe interessante.”.

Dopo qualche minuto e passata la convulsione delle risate, si accordarono per una più semplice passeggiata lungo il lago, lettura dei giornali e aperitivo. Banale ma rassicurante.

SENTIERI INCROCIATI – 50° capitolo

Ante Koracick, disteso tra i sacchi di cemento del palazzo in ristrutturazione, stava aspettando, che Preston uscisse nel giardino della casa protetta in uno dei sobborghi della capitale. Il servizio informazioni dei narcotrafficanti aveva lavorato veramente bene e la telefonata dell’avvocato Obregon, giunta qualche giorno prima, gli aveva dato tutte le indicazioni del caso. Controllò per l’ennesima volta i suoi punti di riferimento. Nastrini colorati, semplici cartoncini legati ai rami degli alberi della zona. Servivano per controllare la direzione del vento e calcolarne, in maniera empirica, la velocità. Il calcolo era frutto della sua lunga esperienza di cecchino, nata e cresciuta con l’assedio di Sarajevo. Dopo gli eventi bellici era entrato a servizio delle organizzazioni criminali serbe e i suoi servigi li aveva offerti un po’ a tutte le mafie dell’est Europa. Anche i narcotrafficanti centro e sud americani lo avevano pagato e profumatamente, rimanendo ampiamente soddisfatti. Ricercato dalle polizie di mezzo mondo, per ora rimaneva un’ombra confusa, inafferrabile.
Guardò nell’oculare del mirino. Ancora nulla. Trasse un respiro profondo e fece piccoli movimenti per sciogliere la tensione dei muscoli. Era in quella posizione già da più di un’ora, poi finalmente la porta della veranda si aprì e comparve un uomo. Non era Preston, ma una delle guardie assegnatagli dai Servizi americani. L’uomo diede un’occhiata in giro poi lentamente fece una perlustrazione del giardino. Passò lungo il bordo della piscina e mentre camminava, Ante lo vide parlare a una radio. Poi improvvisamente si fermò e fece un gesto con la mano. La porta della veranda si aprì nuovamente e Preston, in tenuta da ginnastica, uscì al sole del mattino. Fece qualche giro di corsa per scaldare un po’ i muscoli, poi si mise vicino al bordo della grande vasca e prese a fare gli esercizi quotidiani.
Ante guardò i suoi riferimenti. L’aria era immobile, poi si concentrò sulla figura che occupava il reticolo, avvicinando con lentezza il dito sul grilletto. Smise di respirare, mentre Preston faceva esercizi di stretching. Quando Preston allargò le braccia per inspirare profondamente, Ante tirò con dolcezza il grilletto. Lo sparo fu attutito dal lungo silenziatore applicato alla canna del fucile e il proiettile 7,65 impiegò meno di un secondo a penetrare il petto dell’uomo, che se ne stava a braccia spalancate. Fu proiettato all’indietro e quasi subito si allargò sul petto un fiore rosso, segno che il colpo aveva raggiunto il cuore. Il suo M24 si era dimostrato ancora una volta, all’altezza della sua fama di grande fucile per cecchini. Preston non sarebbe mai più entrato nell’ufficio del Procuratore Generale e non avrebbe mai più parlato dei suoi rapporti con Gutierrez e non avrebbe più raccontato altro.
L’uomo dei Servizi guardò il corpo di Preston, che colpito era caduto in piscina e nulla valsero il suo tuffo in acqua e i successivi tentativi di rianimarlo. Gli altri uscirono dalla casa, armi in pugno, ma oramai era tardi.
Ante, vestito da operaio edile, uscì dal fabbricato con una grossa sacca sulle spalle nel cui interno c’era il fucile smontato. Salì su di un vecchio furgone sgangherato e si allontanò dalla zona. Lo abbandonò dopo pochi isolati, in un parcheggio coperto. Si tolse la tuta e salito su di una comune berlina, uscì dal parcheggio e prese la strada che lo portava all’aeroporto di “Dulles”. Prossima tappa Ottawa, per completare il suo incarico.
Arrivò nella città canadese nella serata, questa volta era il signor Horst Hauptmann, commerciante di legname di Dresda, dall’inglese scolastico e con un accento che richiamava il ceco parlato nei Sudeti. Ante, come tanti slavi, aveva la predisposizione delle lingue e il fatto che prima della guerra civile iugoslava, frequentasse una scuola di lingue, lo aveva facilitato, nell’apprendere e parlare le lingue estere. Oltre all’inglese e il tedesco, parlava il ceco appunto e l’ungherese. Le sue varie identità erano proprio di quelle regioni: Jan Benećk, Sàndor Malay e Horst Hauptmann appunto. La notte la trascorse in un albergo della città, il “Novotel”, al 33 di Nicholas St. Chiese la sveglia alle nove e si ritirò solo dopo aver approfittato di una veloce cena al bar dell’albergo.
Il mattino dopo, dopo aver saldato il conto, pagando in contanti, prese un taxi e si recò all’aeroporto. Il volo per Quèbec partiva alle undici e trenta. Nel pomeriggio, nella capitale dell’omonimo stato per prima cosa si recò in un bar ristorante tenuto da jugoslavi, da cui già si era fermato nella precedente visita. Fu quasi immediatamente riconosciuto dal padrone, che lo fece accomodare nel retro, al riparo da sguardi indiscreti. Poi dalla porta di servizio fu fatto salire su di un’auto che lo portò in una casa di Beauport. Una di quelle case anonime ma graziose che s’incontrano sulle strade di ogni cittadina del Nord d’America. Con il giardino davanti a casa, il patio o la veranda e il posto per il barbecue. Aveva scambiato poche parole, con gli accompagnatori che si erano succeduti. Non aveva molto da dire, perché sapeva cosa doveva fare e i suoi interlocutori, non mostrano interesse a conoscere i suoi affari. In certi ambienti, meno si sa, più si campa. La sera stessa arrivò una macchina e con lei una cena tipica: minestra di lenticchie e bietole, cotolette al pomodoro, e due golose Tufakije per dolce. Durante la serata si assicurò che le imposte fossero ben serrate poi andò nella cantina. Prese una grande valigia metallica e ritornò in soggiorno. Aprì la valigia e fu soddisfatto del contenuto, finalmente avrebbe avuto tra le mani un M200 CheyTac. Lo guardò a lungo, ancora smontato, nella sua custodia in schiuma espansa. Ne accarezzò i pezzi, con un fremito. Si sentiva come un bambino in un negozio pieno dei suoi sogni concretizzati, in un tripudio di dolci e giocattoli. Prese delicatamente uno dei proiettili .480 CheyTac, costruiti apposta per quel tipo di fucile. Si augurò che l’ogiva fosse esplosiva. Lui preferiva a punta cava, ma per il lavoro che doveva eseguire l’importante, era che nessuno rimanesse vivo. Poi prese a studiare il sistema di puntamento, collegato a quello di rilevamento meteo e al sistema balistico computerizzato. Il committente non aveva badato a spese e lui decise che sarebbe stato all’altezza dell’arma. Avrebbe tirato i colpi più spettacolari di sempre, della sua lunga e onorata carriera di killer professionista.

SENTIERI INCROCIATI – 49° capitolo

Stuart Miller, assistente personale del Presidente, aprì con cautela la porta in noce massiccio ed entrò nella stanza. Si avvicinò al letto con il baldacchino e con un filo di voce disse.
         “ Signor Presidente … sono le sei e trenta.”.
Il Presidente comparve alle sue spalle.
         “Grazie Stuart. Gi uomini sono già pronti?”.
Miller ebbe un sobbalzo e si girò di scatto. La faccia del Presidente era incorniciata da un largo sorriso. Già vestito di tutto punto e pronto per il jogging mattutino, lo aveva colto di sorpresa.
         “ Signor Presidente … Mi ha fatto venire un colpo.”: Disse Miller in un sibilo.
Il Presidente ridacchiò e aprì la porta.
         “Dopo di te … mio caro ragazzo.”.
Uscirono e nel corridoio incontrarono gli uomini del Secret Service di turno il mattino e due, che avevano la stesa tenuta ginnica del Presidente. Facevano parte del gruppo di militari che lo scortavano durante l’ora di ginnastica mattutina. Il Presidente strinse la mano a tutti, come d’abitudine e iniziò a scendere le scale, che dalle camere private, portavano giù, fino a una porta che dava sul parco della casa Bianca. Fuori l’aria era fresca e si sentiva chiaro il primo traffico della giornata. L’uomo e la sua scorta iniziarono a correre per il parco, alternando corsa e fermate per eseguire esercizi fisici a corpo libero. Trascorsa l’ora il Presidente rientrò e sempre di corsa risalì al suo appartamento, fece la doccia si cambiò. Da una sala vicina sentì l’acciottolio dei piatti della colazione. Quei momenti erano gli unici della giornata che aveva deciso di dedicare solo a se stesso e in questo era irremovibile. Salutò con calore moglie e figli e scese nuovamente le scale, questa volta per dirigersi nelle cucine. Su di un tavolone c’era un bricco di caffè nero e forte e assolse con tranquillità il rito del caffè con gli uomini di scorta, come ogni mattina da che era stato eletto. Per ciascuno aveva una parola o una domanda, normalmente sulla famiglia di chi si preoccupava di vegliare costantemente sulla sua vita. A volte commentavano gli avvenimenti sportivi più importanti, quindi sciolta la riunione, ciascuno riprendeva il proprio ruolo. Altre rampe di scale e poi una fuga di corridoi, fino all’Ufficio Ovale. Quella mattina l’Ufficio era già pieno di gente. Oltre al suo personale staff c’erano i senatori Norton e Wingwrithe, poi Blytone del F.B.I., Toland della C.I.A. e Reed del N.S.A., le mostrine dell’Aviazione del generale Simmon e quelle dei Marines di Batholemy avevano una luce particolare qual mattino.
         “Signori. Buon giorno. Novità?”.
Per tutti parlò Tovasio, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale.
         “ Signor Presidente, l’operazione Warthog è riuscita perfettamente. Dei cattivi non c’è più traccia e i buoni sono tutti rientrati a casa. Come rappresentazione è stata un successo. Ora non rimane che avvisare la stampa e goderci tutti i meriti.”.
Intervenne Toland.
         “Signore, abbiamo ricevuto un dispaccio da Città del Messico. Forze del Servizio di Sicurezza, hanno intercettato uomini di Gutierrez, sulla sponda messicana del Rio Grande e sono stati tutti eliminati. Credo proprio che il cartello sia stato sconfitto duramente.”.
A quelle notizie il presidente assunse un’espressione soddisfatta e compiaciuta. Aveva rischiato, ma aveva vinto.
Harry Tobbler, il portavoce ufficiale della Casa Bianca, intervenne.
         “Se permette Signore, avrei un’obbiezione. Credo che la notizia non debba essere data … adesso. Piuttosto nei prossimi giorni e mescolata ad altre. L’azione compiuta non è stata … come dire … secondo le regole e Lei si è troppo esposto.  Se qualche segugio della stampa vorrà andare in fondo alla questione, temo che possa saltar fuori tutto ed esploderci tra le mani. Dal successo al tonfo passerebbe un attimo e le ricordo che il prossimo anno ci sono le elezioni. Lei potrebbe avere ancora un altro mandato davanti a se.”.
Il Presidente corrugò la fronte e rifletté. Politicamente il suo azzardo forse era andato un po’ troppo oltre. Intervenire così com’era stato fatto sul suolo americano, portava con sé una montagna di problemi e di guai. Giustificare un’azione militare davanti alla nazione, sarebbe stata una prova difficile e opposizione si sarebbe infuriata e poi c’erano le prossime elezioni. La cosa avrebbe suscitato polemiche e scalpore. Il Senato avrebbe potuto anche invocare una commissione d’inchiesta e un successo, in breve, sarebbe potuto diventare una catastrofe politica.
Riprese Toland.
         “Signor Presidente, l’obbiezione è giusta. Facciamo passare qualche giorno, poi con gli aggiustamenti del caso, serviremo alla stampa la buona notizia. Racconteremo la verità … non tutta, ma … sono sicuro che andrà tutto per il meglio. Imbeccheremo le persone giuste, con il … mangime appropriato e punteremo soprattutto sul fatto che dei terroristi stavano tentando d’infiltrarsi con l’aiuto dei cartelli della droga. Così daremo una risposta chiara. Quella di non provarci, perché l’America sa rispondere e duramente. Un sollievo per i connazionali e agitazione per i narcotrafficanti. Certe posizioni, secondo me, saranno riviste e certe alleanze saranno difficili da cucire.”.
Intervenne Blyton.
         “ Conti sul mio appoggio, Signor Presidente. Credo che la soluzione prospettata sia quella giusta.”.
Ciascuno portò la propria opinione e fu deciso che si sarebbero attenuti alla proposta di Toland. Anzi Tobbler ebbe l’incarico di svilupparla e Toland gli promise aiuto da Langley.
Simmon e Batholemy sottoposero al Presidente ancora i casi dei due piloti e del tenente Diaz e il Presidente approvò promozioni e trasferimenti e si dichiarò disponibile a incontrare privatamente tutte le persone che erano intervenute a fare di “Warthog”, quel che era stato.
Norton andò via per ultimo e dopo quel che ebbe da raccontare sul suo stato di salute, il Presidente non volle ricevere nessuno per buona parte della mattinata.
Il nuovo Ambasciatore del Cile, avrebbe presentato ufficialmente le proprie credenziali solo nel pomeriggio.

SENTIERI INCROCIATI – 48° capitolo

Il Capitano Page, dopo il lancio dei due missili, cabrò leggermente e si mise in scia dell’aereo di “Bunny”. Con il potente radar di guida acceso, la ragazza stava seguendo la traiettoria dei missili che avevano raggiunto orami la loro massima velocità. Lanciati da una distanza di circa venti chilometri dall’obiettivo finale le testate si attivarono nella ricerca all’infrarosso. Il calore dei motori dei SUV li avrebbe attirati come api sul miele. A cinquemila chilometri di velocità divorarono la distanza in breve tempo e il primo colpì esattamente il camper blindato, che aveva il motore acceso, trasformandolo in una palla di fuoco, dando il via all’esplosione degli altri automezzi, sbriciolandoli. Il secondo esplose sopra il camino della casa, che si aprì come un fiore sbocciato. Non era trascorso molto tempo che arrivarono i due A40 con un fischio sibilante e la ragazza lanciò i contenitori delle bombe “Rockeye”, trasformando il suolo in un inferno di schegge, alimentando ancora il fuoco. “Hummer”, in aggiunta innaffiò il terreno con una serie di raffiche del suo cannone “Gatling” da 50 mm. Il tenente Nakamura prima impennò il suo velivolo, poi eseguito un looping ritornò anch’essa sull’obiettivo, scaricando una serie di raffiche dal cannone rotante. Ora il luogo ardeva come una fornace e la probabilità che fossero rimasti dei superstiti era ridotta a zero. Alle prime ore dell’alba un gruppo scelto della Guardia di Confine avrebbe raggiunto i ruderi per controllare gli effetti dell’azione.

A tutta velocità i due aerei si allontanarono nella notte, la missione si era conclusa con un successo e l’obiettivo era stato colpito e distrutto. Con un piccolo particolare però, i due piloti non sapevano della presenza di Gutierrez, di Said e dei loro complici. Quell’aspetto della missione era rimasto segreto e tale sarebbe restato. Nei giorni successivi furono ricevuti dal Presidente e ricevettero anche una decorazione, per l’impegno e la precisione dell’esercitazione svolta e ricevettero anche nuovi incarichi. Il tenente Nakamura fu riassegnata al gruppo intercettori di base in Alaska con un avanzamento di grado a Primo Tenente. Il capitano Page ottenne di entrare alla scuola della Marina di Annapolis, per qualificarsi come pilota di Marina e sarebbe stato assegnato ai nuovi squadroni che si stavano preparando, per l’imbarco sulla portaerei “Lincoln” in via di allestimento. I due piloti, ingenuamente, tentarono di chiedere spiegazioni del trattamento ricevuto ai propri ufficiali superiori, ma dal tono delle risposte capirono che era meglio dimenticare e al più presto, l’esperienza passata e in ogni caso farne solo vaghi accenni ai troppo curiosi.

Solo uno dei due Balckhawck, arrivò al punto di raccolta. L’altro sparì nella notte. I piani erano cambiati all’ultimo momento. Adattarsi a nuove esigenze era una delle caratteristiche dei Corpi Speciali e quindi non fu un grosso problema seguire nuove direttive. Il grosso elicottero rimasto, si posò dietro un dosso e dal suo ventre sbarcarono una dozzina d’uomini, che si sparpagliarono nei dintorni. Quattro di loro passarono il lieve saliente del dosso e inforcati i visori notturni iniziarono a cercare immagini termiche rivelatrici. Il Capitano Potter disteso tra i sassi e i cespugli, in cima al dosso, osservava il deserto buio con un binocolo a infrarossi; controllò l’ora e fece scattare il cronometro per il conto alla rovescia. L’appuntamento era da lì a un’ora, poi se ne sarebbero andati, come previsto.

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Correvano orami da più di tre ore e Oscar si stupì di come Luz riuscisse a mantenere il passo e il ritmo che lui aveva impresso alla corsa. Non che fosse da maratoneta, in fondo non era una competizione, ma il tempo passava e il fatto di essere rimasti senza un’auto aveva reso le cose più difficili. Di tanto in tanto, alla luce della lampada frontale che aveva, guardava la bussola da polso, per controllare se stesse mantenendo la giusta direzione. Dietro di lui la luce di Luz illuminava la sua sinistra e fino a quel momento non si era distaccata sensibilmente. Ogni mezz’ora facevano una pausa di cinque minuti circa, un po’ per rifiatare e un po’ per assumere una quantità di liquidi e per bagnare i fazzoletti che si erano legati sulla faccia. La polvere che sollevavano, dava fastidio al loro affanno e s’insinuava da tutte le parti. La sentivano intorno agli occhi e nelle orecchie e quel fazzoletto che copriva la faccia li aiutava. Oscar controllò ancora una volta l’ora. Oramai dovevano essere vicini al punto di raccolta e mancavano solo quarantacinque minuti all’ora prefissata. Trascorso il tempo stabilito, avrebbero dovuto passare l’intera giornata in quell’inferno bollente, prima di essere recuperati, si spera, la notte successiva. Senza un riparo e senz’acqua, soprattutto.

         “ Ok … Andiamo, che c’è ancora un po’ di strada!”.

La ragazza annuì, il fiato si era fatto pesante, ma nella sua testa si era formata la convinzione che non avrebbe mollato, che piuttosto sarebbe morta di fatica, ma era assolutamente necessario che seguisse fino in fondo il suo uomo. I giorni precedenti, durante i quali si era allenata duramente per quella corsa e ogni volta che usciva nel deserto per correre, inventava strane e fantasiose frottole, per tutta la fatica consumata, ora se ne vedevano i frutti. Riusciva a stare al passo, anche se le energie erano oramai al lumicino e solo la forza di volontà, la rabbia che aveva in corpo la sostenevano in quella fatica. Un’ora prima avevano scorto nel cielo due scie rossastre e l’aria fredda del deserto aveva portato loro il rombo soffocato di motori spinti a tutta velocità. Poi alla sosta precedente, guardando verso est lui si accorse di un bagliore lontano, una colonna rosso fuoco che si era alzata in pieno deserto. Scosse la testa per approvare e nei suoi occhi lei colse un lampo di soddisfazione. Non capì, ma sicuramente ne aveva tutti i motivi per essere soddisfatto.

A un tratto udirono distinto un rumore di rami spezzati e una voce forte e chiara.

         “Tripoli.”.

Si arrestarono di botto e Oscar spense la luce della lampada, seguito da Luz. Nell’affanno del respiro, l’uomo rispose.

        “Leather’s Neck”.

Poi sottovoce impose alla ragazza di non muoversi. L’oscurità materializzò due ombre scure, nelle cui mani, la presenza di due fucili d’assalto era garanzia di sicurezza, ma anche di un pericolo imminente. Arrivò una terza figura.

“Sono il capitano Potter. Delta Force. Il signor Maltes, immagino?”.

Oscar respirò finalmente.

         “ Sì. Sono Maltes, anzi tenente Oscar Diaz Ramirez 75° Ranger, reparto Intelligence. Signore.”.

         “Riposo Tenente e … benvenuto a casa. Adesso andiamocene, non vorrei che ci fosse qualche occhio indiscreto, in questa fetta di deserto.”.

         “Signorsì, signore. Ah … a proposito … ho un ospite. Spero che ci sia un posto in più.”.

         “Nessun problema. Abbiamo preso la macchina grossa.”. E nel buio si levò una risata cavernosa.

Arrivarono all’elicottero che intanto aveva acceso i motori e le pale già turbinavano a pieno regime. La polvere del deserto si era alzata creando una sorta di tornado. In men che non si dica tutti furono a bordo e con un ruggito, il velivolo si alzò. Nella cabina passeggeri, alla flebile luce verde, appoggiata allo scomodo sedile di alluminio e tela, Luz finalmente si rilassò e iniziò a piangere sommessamente, vergognandosi un poco per quella debolezza improvvisa. Lei che aveva deciso di non piangere, di non mostrare la paura per il pericolo che ora era finito, invece non riusciva a trattenere le lacrime. Da troppo tempo pensava e sperava di vivere quegli attimi e ora che lo stava facendo tutto, si scioglieva in quelle due strisce che le solcavano il viso e si mescolavano alla sabbia finissima, al sudore venendo così a creare una maschera. Oscar le strinse la mano e lei si trovò davanti agli occhi un fazzoletto pulito. Uno degli uomini si era accorto di quel pianto e in silenzio le stava offrendo di che pulirsi la faccia. Lei guardò quel pezzo di stoffa e poi si voltò verso l’uomo con i lucciconi, ebbe un mesto sorriso e ringraziò con un cenno del capo. L’altro mostrò una chiostra di denti bianchissimi. La pittura di mimetizzazione confondeva i tratti del suo volto in una chiazza scura e la luce verde pallida, non aiutava, ma quei denti sorridenti, brillavano. Sembravano indicare una nuova vita che stava per incominciare.

Solo dopo molte ore arrivarono a Fort Braga e i giorni successivi furono convulsi. Da una parte Oscar fu interrogato più volte e dovette stendere un mucchio di rapporti. Lue fu sottoposta anch’essa a una serie d’interrogatori; più delle conversazioni, che non interrogatorio stringente, ma chi le poneva le domande, voleva sapere tutto della sua vita e di quella passata accanto a Gutierrez. Anche i più piccoli e insignificanti particolari. Passarono alcuni mesi e finalmente Luz Defuante divenne la signora Diaz Ramirez e in primavera riuscì a riabbracciare i suoi genitori e i fratelli, che intanto erano stati fatti entrare legalmente negli Stati Uniti.

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L’altro elicottero era atterrato nella zona dell’incendio dovuto al passaggio dei due A40. Gli uomini si disposero in cerchio e attesero l’alba. Il puzzo di bruciato delle auto si mescolava con quello di carne abbrustolita dei cadaveri. Nessuno era riuscito a uscire da quell’inferno di fiamme e solo nella mattinata una colonna di automezzi con a bordo uomini del F.B.I e della Polizia di Stato del Texas, arrivò in quel luogo. Da un furgone furono estratti dai sacchi neri e iniziò la penosa ricerca dei resti. Tutto fu fotografato, filmato, furono raccolti campioni e prove, poi per ultimo atto, da un bilico scese una grossa ruspa che demolì i resti delle costruzioni e a furia di ripetuti passaggi ridusse i medesimi in un mucchio di macerie irriconoscibili. Poi iniziò a coprire il tutto con la sabbia del deserto. A notte fonda, era rimasto solo uno spiazzo di terra battuta segnata dai cingoli di una grossa macchina e basta. La ruspa e le macchine delle forze dell’ordine sparirono nella notte senza luna. La storia di tante persone era finita definitivamente.

SENTIERI INCROCIATI – 47° capitolo

L’avvocato Obregon, nel pomeriggio aveva telefonato dalla sua linea sicura al capitano Martinez, per concordare l’arresto di Gutierrez. E’ vero che appoggiare membri del terrorismo internazionale, avrebbe aumentato il prestigio e anche il potere all’interno dei cartelli della droga messicani, ma fatto ciò si sarebbe stato sicuramente un aumento di sorveglianza sul gruppo di Gutierrez e certamente la pressione per arrestare lui e tutti quelli che, gli erano vicini, sarebbe aumentato in conseguenza. L’avvocato voleva liberarsi di questo fastidio. In fondo il commercio di droga e dei clandestini gli permetteva già una vita oltre modo agiata. Voleva mantenere un profilo ancora più basso di qual che stava già tenendo e quell’alleanza, non era certo il mezzo migliore. Oltretutto si rischiava anche una guerra tra cartelli. I soldi dei terroristi erano tanti e abbastanza facili da ottenere, ma l’alleanza era scomoda e impegnativa e rubava troppe risorse, secondo il legale, a quelle che era il loro naturale mercato: droga e immigrati.  Pensò che avrebbero attirato anche l’attenzione dell’esercito messicano e quello era addestrato e rifornito dall’incomodo vicino americano, quindi oltre alle armi migliori e più raffinati di quelli attuali, in Messico sarebbero affluiti anche un maggior numero di “consiglieri” e non era proprio il caso. Meglio eliminare il problema ora.
Diede le indicazioni del percorso a Martinez e ottenne la massima segretezza e l’assoluta conseguente immunità q quella spiata. Nessuno ne avrebbe saputo nulla e il merito sarebbe andato tutto alle Forze Speciali Messicane.
Obregon decise che a quel punto poteva benissimo iniziare la seconda fase della sua nuova vita. Si mise in contatto, sempre utilizzando la sua linea telefonica sicura, con il capo del nuovo cartello emergente, tal Emiliano Duarte. Un giovane che alla sua scuola avrebbe dato le stesse, se non migliori, soddisfazioni che aveva avuto da Gutierrez, all’inizio della carriera da boss. Pensò che la sua guida sarebbe stata gradita, ma soprattutto sarebbero stati graditi i codici bancari su cui si riversavano i fiumi di denaro, derivanti dalle attività di Gutierrez. In più portava anche manovalanza qualificata, addestrata e già introdotta in territorio statunitense. Insomma le basi c’erano tutte, per salvasi la pelle.
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Nel cuore della notte il convoglio di Gutierrez, arrivò al ranch diroccato. Si avvide immediatamente che il mezzo di trasporto per Said e i suoi complici era già arrivato. Un grosso camper attrezzato per il fuori strada, ma dotato di una certa comodità. Era stato adattato n furgone per trasportare i turisti nei parchi americani, per permettere loro fotografie agli animali selvatici in tutta sicurezza. Ruote alte, motore potente e robusto, comodi sedili e anche un piccolo bar, dove caffè e bibite erano sempre presenti, in più una confortevole aria condizionata. Erano state eliminate, però, le grandi vetrate, che permettevano le fotografie. Al loro posto piccole finestrelle, a giusta altezza, per permettere l’entrata della luce. Le pareti erano state blindate, per sicurezza. Quella era la prova definitiva per l’utilizzo del mezzo. Se fosse stata superata Gutierrez, poteva garantire la sicurezza anche dei trasporti “particolari”. Non solo “peones” o coca. Anche viaggi in prima classe per pochi e danarosi privilegiati e ne fu contento.
Entrarono nella parte ancora in piedi del ranch, e vi trovarono una tavola apparecchiata. Secondo i dettami dell’islam e del suo paese erano stati preparati vivande e beveraggi vari. Gutierrez invitò Said al piccolo rinfresco, lodando e inneggiando alla nuova amicizia e brindò ai futuri affari, che avrebbero fatto insieme. Said gli lanciò un’occhiata di sbieco e pensò che quel bandito, non aveva capito nulla. Quella era l’ultima volta che s’incontravano. Il suo viaggio, come quello dei suoi uomini era senza ritorno. Comunque assicurò il messicano, che avrebbe parlato e bene dell’organizzazione trovata e sicuramente altri al suo posto, sarebbero venuti e si disse sicuro che avrebbero ottenuto l’identico trattamento. Gutierrez giurò e rigiurò, che gli amici di Said erano i suoi fratelli, in concreto e lui, per i fratelli, dava tutto ciò che possedeva, pur di soddisfare i loro desideri. Ci furono solo facce soddisfatte, per le parole scambiate e per le cibarie che si andavano consumando, ma venne il momento di parlare d’affari e nelle mani di Gutierrez comparve un PC portatile. I suoi occhi brillarono di una luce vivida. Cinque milioni di dollari stavano per entrare in suo possesso. Uno degli uomini di Said, si avvicinò alla tastiera, controllò che i collegamenti fossero tutti efficienti, poi seguendo le indicazioni del suo capo iniziò a collegarsi con la banca da cui doveva prelevare la metà della cifra pattuita. Ottenute le coordinate di quella, attese le coordinate delle Cayaman. Digitò i numeri dettatigli e schiacciò il pulsante “invio”. Pochi secondi e la metà della cifra andò a ingrossare il conto caraibico del messicano. Si levarono i bicchieri per brindare alla buona riuscita della prima parte dell’accordo. Una volta arrivati ad Abilene, Gutierrez avrebbe ottenuto l’altra parte dei soldi.
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Il sergente Bometti sorrise soddisfatto. Il segnale dei ripetitori nascosto da Oscar ora era fisso nel punto indicato già da qualche minuto.
         “Faco 1 … Faco 1, mi ricevi?”.
“Hummer” sentendo il proprio nominativo rispose immediatamente.
         “Forte e chiaro, Seagull.”.
Bometti, non perse tempo e snocciolò una serie di cifre, le coordinate d’attacco. Le stesse furono immesse nel calcolatore della centrale di tiro dell’aereo, che le inserì nel computer dei missili AGM-65, poi “Hummer” schiacciò il pulsante di tiro e due scie luminose si persero nella notte a distanza di qualche secondo l’una dall’altra.

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