CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

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INUTILI TRACCE Capitoli 41 e 42

41° Capitolo – ovvero “Si apre un tenue spiraglio”.
 
Gli unici che dormirono profondamente furono Tauranga, neppure a parlarne e Thorn, che mostrava sempre un sonno piombino e Darla, non abituata a tutti quegli strapazzi. Gli altri, come me, dormicchiarono. Osservavo Darla e immaginai, seguendo il filo dei pensieri in libertà, di essere circondato e senz’altra speranza, da quella banda di predoni. Di certo non mi avrebbero risparmiato e neppure Darla avrebbe fatto una bella fine. Di sicuro sarebbe stato il loro trastullo, poi se fosse riuscita a sopravvivere a tanto scempio, l’avrebbero barattata o forse sarebbe stata una delle tante schiave, in loro possesso. Strinsi con nervosismo, il calcio della mia pistola e mi ripromisi, che alla mal parata, avrei conservato due colpi. Uno per lei e uno per me. Mi augurai di rimanere vivo quel tanto da portare a termine il mio progetto. 
Al buio del giorno si passò a quello della notte. La tempesta si acquietò e la pioggia prese a scendere piano e regolare, fino al punto di diventare una petulante acquerugiola. Quella che entra in ogni fessura, in ogni piega dei vestiti e ti rende madido e zuppo fin nelle ossa.
Ci interrogammo se fosse opportuno andarcene e proseguire il viaggio, in cammino sulla pista, abbandonando così il folto del bosco. Da una parte, pur nella difficoltà, il cammino era più agevole, ma eravamo più esposti al pericolo di essere intercettati. Dall’altra, camminare nel bosco, con il rischio di non vedere in sostanza nulla e di incontrare ostacoli che avrebbero pregiudicato la personale incolumità, tutto ciò ci fece propendere per una levata all’alba. Ci riavvolgemmo così nei nostri giacconi. Le braci del piccolo fuoco oramai emanavano solo un pallido bagliore e il calore era ridotto a ben poco.
Una livida luce ci mostrò, che un nuovo giorno era iniziato. Ci avvicinammo a quel che rimaneva del fuoco e utilizzando pochi rami secchi, trovati da Soledo, riattizzammo un fuoco, giusto per far scaldare una bevanda nerastra, che qualche commissario militare si era arrogato il diritto di chiamarlo pomposamente: caffè. Una broda schifosa, che aveva il solo vantaggio, di essere calda. Mangiammo qualcosa e trangugiato l’ultimo sorso, coprimmo come potevamo le tracce del nostro bivacco notturno. Il fuoco si spense in fretta e per sicurezza lo coprimmo con manciate di aghi dei pini. Prendendo quelli più esposti all’acqua e ricoprendoli con gli altri, più chiari presi alla base dei tronchi. Abbastanza soddisfatti, ci rimettemmo in marcia sulla pista, abbandonando così il folto del bosco. Disposti su due file, guardinghi, con le orecchie sempre ben tese ad ascoltare ogni più piccolo rumore.
Davanti al sergente e Duca, che oramai facevano coppia fissa, si fermarono e alzarono un braccio. Ci acquattammo dietro gli alberi. Duca rientrò verso di noi.
         “ A sinistra c’è un sentiero. Abbastanza ben segnato. Io direi di prenderlo e di allontanarci da questa pista. Stiamo diventando un bersaglio troppo facile.”.
Con cautela, intanto c’eravamo avvicinati tutti al comandante DuRaand e al capitano, che stavano consultando la carta, per capire quali fossero gli ordini. Stubbing dopo aver osservato la carta per parecchio disse.
         “ Questo sentiero sembra portare verso il fiume. Potessimo trovare un’ampia radura, riusciremmo a lanciare ancora il segnale di emergenza e se ci assiste la fortuna, riuscirei anche a prendere contatto con il comando.”.
Poi esplose.
         “ Maledizione. Sono giorni che non ci sentono. Possibile che non venga in mente a qualcuno, che forse siamo in pericolo. Che forse avremmo bisogno d’aiuto. Che forse siamo riusciti nel nostro intento e che quindi sia ora di rilevarci!”.
Aveva il volto stravolto. Profonde rughe solcavano il volto del capitano. Portava ancora i segni dell’esplosione. Chiazze di sporco sul volto e sulle mani. L’acqua caduta e gli schizzi di terra ed erba sulla divisa facevano di noi tutte maschere grottesche. Ero contento di essermi rasato o quasi la capigliatura.
Ogni tanto mi prendeva un prurito, tanto che temevo di avere contratto qualche strana malattia. Eravamo sporchi, stanchi con l’ombra della morte che danzava la sua macabra coreografia intorno a noi. Alzavamo gli occhi e avevamo solo un muro verde che ci circondava. In alto spicchi di un cielo grigio ci guardavano beffardi e quasi contenti della nostra misera situazione. Così pensavo in quei momenti, però mi parve giusto rincarare la dose.
         “Capitano, non mi stupisco più di tanto. Non ricorda le parole che abbiamo avuto nel vallone di Prabloem. Come ci siamo confrontati e come siamo venuti a chiederci se eravamo stati scaricati, noi e voi. Che cosa diceva l’ultimo messaggio del vostro comando: Assicurare e Procedere? Giusto. Bene per procedere lo abbiamo fatto. Ora lanci il messaggio così li assicuriamo. Sempre che il teorema della carne da cannone, non sia ancora valido. Certo è che per loro due: DuRaand e Tauranga, il discorso non dovrebbe essere valido.”.
DuRaand guardò tutti noi.
         “ Andiamo al fiume e rilanciamo le richieste di soccorso. Se non ricordo male, questo sentiero conduce a una radura, che è di fronte ad un isolotto in mezzo al fiume. Lì c’è una casamatta. L’isola è abbastanza grande. Il lato a monte ci sono alcuni grossi alberi e dei massi. Nel lato a valle, c’é un grande spiazzo su cui un TraspAir può atterrare agevolmente. Ho fatto due calcoli, mentre camminavamo. Non crediamo di esserci allontanati poi tanto dal bunker AB12. Forse abbiamo fatto un paio di chilometri. Quel bosco ci ha asciugato le risorse e in alcuni punto, mi sono accorto ci siamo passati almeno un paio di volte, adesso che ci ripenso. Quindi quell’isolotto è ancora a tiro degli obici dei Mistali. Quelli piazzati sui contrafforti della Valls des Reias. I Mistrali sono formidabili artiglieri quindi potremmo avere un inaspettato aiuto.”.
Stubbing lo guardò interrogativo.
         “Perché dovrebbero sprecare preziosi colpi d’artiglieria? Per noi poi. Stranieri e certamente lontani da ciò che abbiamo detto loro. Anche se, a suo tempo, temo ci avessero scoperto.”.
Tauranga si mise a ridere e DuRaand continuò.
         “ Certo che vi avevano scoperto. Il maestro Touissant è un membro del Consiglio da molto tempo e quindi … L a vostra copertura, per così dire, è saltata appena lo avete nominato. Infatti, immagino sia, sto interpellato e lui avrà ordinato che la vostra, anzi ora è anche nostra, spedizione fosse seguita con attenzione e vi fosse stato dato tutto l’appoggio possibile. Credo che l’occasione di spezzare qualche osso alla banda di Friso il Norreno, i Mistrali non se la vogliano certo far scappare. Quei ladroni sono una spina nel loro fianco. Poi dare un avvertimento alla Gilda è sempre buona cosa. Commerciate pure, ma attenti. Vi teniamo d’occhio.”.
Tauranga a quelle parole faceva ampi assensi con la testa.
         “Condivido e sottoscrivo le tue parole Ossij. I Mistrali sono gelosi di tutto ciò che appartiene a loro. Lingua, cultura … tutto. Sono capaci di essere buoni alleati, ma altrettanto feroci assassini, se toccati nei loro sentimenti profondi e poi a menar le mani son sempre pronti, soprattutto con banditi e razziatori in genere. Come Frido il Norreno.”.
Thornbijorn si distanziò di un passo.
         “Basta. Ho sentito abbastanza. Io adesso vado a quell’isola. Monto un’amaca e aspetto i soccorsi. Sono zuppo d’acqua, ho una fame che mangerei  non so cosa e ho anche sonno.”. E s’indirizzò verso il sentiero indicato.
Darla lo seguì e sentimmo la sua voce.
         “ Aspetta, orso mal mostoso, vengo anch’io, ma scorsati che ti agiti il ventaglio sotto il naso. Ah, vedi se puoi di fare un bagno, una doccia … di lavarti insomma. Puzzi come una fogna otturata.”. Lo disse rivolgendosi a noi con un ampio sorriso.
Il mio socio si fermò di botto.
         “ Senti, mammoletta, credi di profumare come un cespo di rose. Anche tu puzzi e forse più di me.”. E ci strizzò l’occhio.
Il sergente guardò i due e poi noi, fermi e interdetti dal duetto.
         “ Ecco. Abbiamo chiuso lo zoo, abbiamo aperto l’asilo.”.
Stubbing scosse la testa.
         “Andiamo avanti.”.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Abbiamo ancora qualche possibilità e vogliamo giocarla fino in fondo. Credo che quell’isola sarà l’ultimo passo da fare per portare a casa la pelle.

42 ° Capitolo – ovvero “ Prima dell’ultima tempesta”
 
Se la stanchezza si faceva sempre più presente, ciò di cui non sentivamo assolutamente il bisogno, era quello di sorprese e per di più sgradite. Il cielo iniziava nuovamente a scurirsi. Oramai era pomeriggio inoltrato e la coltre di nubi che ancora gravava su di noi si stava scurendo.
         “Altra pioggia in arrivo”. Dissi a mezza voce e mi tirai più in alto il collo del mio giaccone mimetico. Cosa perfettamente inutile, poiché era fradicio, sporco di fango e pesante come non mai.
I volti segnati dei miei compagni stavano a indicare che eravamo arrivati quasi al limite. Ancora un paio d’ore e i più stanchi, i più provati sarebbero crollati. Rallentai il passo e mi misi a fianco di Darla. Nel suo sguardo lessi la feroce determinazione a non mollare. A dimostrare, credo innanzitutto a se stessa e poi agli altri, che aveva ancora la forza di continuare e che non aveva nessunissima voglia di arrendersi. Eppure il suo passo a volte rallentava, la vedevo ondeggiare, sotto il peso dello zaino. Aveva ricevuto l’incarico di portare cibo e medicinali e non sopportava il peso anche di un’arma, che non fosse stata la pistola che le avevo dato giorni prima. Anche gli altri pian piano iniziarono ad arrancare. Soprattutto quando iniziammo a guadare una serie di ruscelli. Scendere all’acqua e poi saltare di masso in masso, giusto per evitare d’inzupparsi ancora di più. Diventavano quelli esercizi sempre più difficili e pericolosi. Infatti, mentre attraversavamo uno degli ultimi incontrati quel giorno, misi male il piede su una pietra piatta e scivolosa, con il risultato di fare una brutta caduta all’indietro. Mi bagnai di più di quello che ero già, ma di più fu bagnato il mio orgoglio. Mi sentivo il classico gattino sotto l’improvviso acquazzone. Gli altri ridacchiarono, quel tanto da allentare un poco la tensione, ma non fu abbastanza. Intanto la voce del grande fiume iniziò a entrarci nelle orecchie.
Dopo un’ultima curva giungemmo al limitare del bosco. Davanti a noi il fiume scendeva gagliardo e attraversata un’ampia radura, coperta da foglie gigantesche ed erbe alte, avremmo ritrovato un guado, tale d permetterci di attraversare il braccio corto del fiume e ritrovarci, forse, al sicuro. Darla, Tauranga ed io rimanemmo ultimi della colonna. Gli altri avanzavano in ordine sparso, scalati di una posizione con il lato più numeroso alla mia destra. Il nostro triangolo doveva rimanere centrale nella formazione.
Cautamente iniziammo ad avanzare, quando, eravamo circa a metà percorso, si scatenò un feroce fuoco di fucileria. Le pallottole fischiavano da ogni parte e subito non capimmo se eravamo finiti in mezzo ad un’imboscata, oppure i colpi arrivavano da una parte sola. Mi gettai a terra e infilai la faccia nell’erba e nel fango.
         “Stai giù con la testa!”. Urlai a Darla, che era pochi metri avanti a me.
Sentivo, ma non capivo gli ordini di Stubbing e le raccomandazioni che si lanciavano gli uni agli altri i miei compagni. Alzai il capo per un momento e mi accordi che alla mia sinistra Tauranga, stava armeggiando con il suo zaino tentando di sfilarselo. Mi parve strano. Mi vide e mi fece segno di raggiungere, strisciando Darla. Lui in qualche modo avrebbe coperto la mia iniziativa. Gli spari provenivano soprattutto dalla destra del nostro schieramento, quindi mi girai verso quella direzione e strisciando e scalciando, ma tenendo il mio Aska65 in posizione, riuscii a raggiungere la ragazza. Distesa, con gli occhi chiusi, sembrava non respirasse. La rassicurai subito, prima che compisse qualcosa di sbagliato.
Mi girai di nuovo verso Tauranga, ma l’uomo era scomparso.
La fucileria intanto, aveva perso l’intensità iniziale e sentivo che anche i nostri rispondevano al fuoco. In quel momento pensai solo a difendere Darla e me stesso e non avevo assolutamente idea di come uscire da quella situazione. Alzai la testa brevemente e vidi Stark, Holt e Neelya alti sul prato che stavano facendo fuoco di sbarramento. Duca, Soledo e Thor correre bassi verso di loro e poi cambiare direzione e fare lo stesso. Questi ultimi stavano coprendo la corsa di Stubbing, il sergente e di DuRaand. Rimanevamo solo noi. Come presero a sparare, quel punto scattai in piedi, fucile al fianco e con una zampata alzai di peso Darla e le gridai
         “Corri più forte che puoi. Corri! Corri!”.
Intanto presi a tirare raffiche brevi, quattro cinque colpi alla volta in direzione di alberi e cespugli alla mia destra. Quella decina di metri la divorammo in pochissimi secondi, poi ci gettammo di nuovo terra, schiacciandoci sul terreno più che potevamo. Mi voltai, ma di Tauranga, nessuna traccia. Non potevo ritornare sui miei passi. Maledissi quei momenti. Si ripeté il ciclo. Un gruppo sparava e l’altro correva. Finalmente ci ricongiungemmo accanto al fiume. Vicino ad alcuni massi e mi accorsi che c’erano dei tronchi gettati tra le due sponde, come una passerella. L’acqua aveva formato una pozza poco profonda, ma la corrente era vigorosa, vista la pioggia caduta. Salire e correre sulla passerella erano un azzardo troppo grande. Saranno stati otto, dieci metri, ma così eravamo un bersaglio perfetto per i cecchini. Poi ancora con il peso dello zaino a rallentarci ed eravamo stanchi, anche se l’adrenalina circolava con forza in noi. Lo sforzo sarebbe stato grande e forse non pagante per tutti. Stubbing pose la classica domanda.
         “Ci sono tutti?”.
Risposi.
         “No! Manca il comandante Tauranga. Era accanto a noi, ma già al primo scatto non l’abbiamo più visto. Torno indietro e vado a cercarlo.”.
Prima che Stubbing dicesse qualcosa e soprattutto prima che io mi muovessi, ecco la voce del comandante uscire da un cespuglio e lui e il suo zaino si catapultò in mezzo a noi.
Coperto di fango e sangue, con la faccia sulla quale c’era un evidente schizzo di color roso intenso, due occhi spiritati, di chi ha ucciso e non solo una volta. In mano aveva un kirkuk, un coltello dalla lama leggermente ricurva, affilatissimo. L’impugnatura era bagnata di rosso e sembrava cosa recentissima.
         “ Non vai da nessuna parte. Come quei tre bastardi che c’erano alle spalle. L’ultimo aveva questa tra le mani e contava di usarla. Chi la vuole?”.
Così dicendo si rigettò nel cespuglio e uscì con un’AMG40 e un caricatore completo.
A Thor brillarono gli occhi.
         “ Cazzo! Un “semina supposte”. Grandissimo. Amico mio. E’ il regalo che aspettavo da tanto.“. Con un balzo fu vicino al comandante e gli stampò due sonori baci sulle guancie.
         “Grazie! Grazie! La userò come si deve. Grazie! Avete visto che amicone che abbiamo? Una”semina supposta”! Sei un grande. Adesso che vengano i bastardi. Adesso venite pure, figli di grande cagna. Vi spazzeremo dalla faccia di questa e quell’altra terra!”.
Ormai stava andando fuori controllo e ci volle tutta la forza di Holt e del sergente, per non permettergli si saltar fuori dal nostro nascondiglio e mostrare il suo nuovo giocattolo al nemico.
         “Pazzo bastardo maledetto. Vuoi farci scoprire?”. Gli urlò Stubbing, stravolto da quella manifestazione.
Poi rivolgendosi a tutti noi riprese.
         “ Bisogna assolutamente passare dall’altra parte. Sergente Luptberg, lei con Duca e DuRaand attraverserete questo guado. Prenda le corde che abbiamo. Le tenderete tra un capo e l’altro del guado. Una volta tesa, al primo giro lei rimarrà di copertura, mentre Duca e il comandante aiuteranno il primo a passare. Lo so ci bagneremo di più di quello che siamo, ma è l’unica soluzione. Rimarrò per ultimo e taglierò le corde. Soledo, mi raccomando la radio. Se qualcuno di voi crede in qualcosa, bhè inizi a pregarlo. Andiamo!”.
 Il sergente si gettò per primo, stretta la corda alla vita con vigorose bracciate, forse erano le ultime forze rimaste, attraversò la grande pozza. Dietro nuotava Duca, che dopo qualche sorsata di troppo, riuscì a raggiungere anch’egli la sponda opposta. Il comandante
Non ebbe difficoltà. Le corde andavano e venivano e tutti riuscimmo a passare. Tauranga si tuffò nell’acqua gelida e fece il percorso tutto in apnea. Quell’uomo era fonte di sorprese continue. Prima si era mostrato una sorta di deficiente, poi un attento analista, infine uno spietato assassino e per ultimo un grande nuotatore. Per essere dei Servizi Informativi del Congresso Continentale occorreva certamente possedere qualità superiori. Anche il comandante DuRaand era della medesima pasta. Forse con una predilezione per il dialogo, più che per lo scontro fisico. Certo si era dimostrato un attento e gelido attore, quando lo incrociammo per la prima volta.
I banditi non sparavano più se non radi colpi e concretamente a casaccio. Si erano concentrati più verso il centro della radura e la parte più lontana dalla passerella, che puntare verso la nostra parte. Gliene fummo grati. Confusi con le ombre degli alberi e della prima sera riuscimmo a raggiungere la casamatta. L’entrata era nascosta da grandi felci e dopo un breve corridoio, si apriva una grande stanza. Da un lato una sorta di focolare, per il resto, l’arredamento era formato da due vecchie reti rotte e arrugginite abbandonate in un angolo. Lungo il muro principale si aprivano alcune feritoie e dietro tre buchi nel muro permettevano coprirci le spalle. La fioca luce di una lampada, sopravvissuta agli strapazzi dei giorni a dietro, illuminava la scena su quella che poteva essere il luogo della nostra ultima resistenza. Fui preso da una profonda depressione. Rimanemmo in silenzio. Iniziava l’ultima notte?
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Siamo alla fine. Intrappolati come topi sul fondo di una trappola. Non ci rimane che difenderci sino alla morte.

 

INUTILI TRACCE Capitoli 39 e 40

39° Capitolo – ovvero “In fuga per la vita”
 
Soledo, con un’appariscente fasciatura a un braccio prese il microfono.
         “ Qui aquila, avanti.”.
Riprese.
         “Qui avvoltoio. Siete tutti vivi?”.
Stubbing prese il microfono dalle mani della ragazza.
         “Avvoltoio dove sei? Riesci a vederci? Noi siamo apposto. Ammaccati, feriti, ma vivi! Dov’è la tua posizione?”.
         “Non vi vedo, ma fuori dal bosco verso sud ci sono due grandi massi erratici. Sono appostato su quello in secondo piano. Avanzate verso sud, lungo il limitare del bosco poi, quando questo comincia a curvare uscite allo scoperto. Prima però mettetevi in contatto. Chiudo.”.
Avevamo occhi buoni fuori da quella muraglia verde. Finite le medicazioni, molto improvvisate ci dirigemmo verso sud e il limitare del bosco. La nuvola nera e grigia che si era levata con l’esplosione, stava ricadendo a terra. Sentivamo ancora gli ultimi schianti. Sicuramente l’esplosione era stata vista dalle postazioni avanzate dei Mistrali e ora ci attendevamo una possibile reazione provenire dalle montagne.  Prendemmo un sentiero ben segnato che si perdeva nell’intrico degli alberi, attenti però a non abbandonare la direzione suggerita da Holt. A un certo punto gli alberi si fecero più radi e vedevamo che un’altra muraglia di verde ci veniva incontro. Eravamo al punto di girare e attraversare la spianata dove c’erano i ricoveri dei missili.
Stubbing riprese la radio.
         “ Avvoltoio, siamo al limitare del bosco, dove ci hai indicato. Ci vedi ora?”
La risposta fu immediata.
         “ Vi vedo e ci siete tutti. Molto bene.  Avanzate all’interno egli alberi che vanno verso sud. Vedrete i massi. Io vi copro dalla mia postazione e controllo anche, che nessuno vi segua. Per ora il campo è libero. Un’altra cosa, come state riguardo alle munizioni e ai viveri?”.
Stubbing riprese fiato.
         “Male. La slitta è stata distrutta con l’esplosione e abbiamo pochi caricatori per ciascuno. Stimo una decina di minuti di fuoco … Poi coltelli e mani e poi … Dimenticavo abbiamo anche tre pacchi di viveri. Razioni d’emergenza e ancora un paio di pacchi di medicazioni, completi però e naturalmente le radio.”.
S’interrupe, ma capimmo immediatamente come avrebbero potuto mettersi le cose.
Holt, da parte sua non fu incoraggiante, aveva in tutto una cinquantina di colpi e poi anche per lui coltello e mani e pochi viveri, giusti per far passare la giornata.
La situazione era difficile, ma fui colto da un’improvvisa, irrazionale speranza. Innanzitutto pensavo che i nostri assalitori fossero scomparsi tutti nell’esplosione e che i due compari, avessero in qualche modo comunicato non sapevo però a chi, la nostra posizione. In ogni caso i Mistrali avrebbero potuto scendere dalle loro posizioni e venire a vedere che cosa fosse successo e forse anche a ricercare eventuali superstiti. Ne parlai brevemente a tutti.
Il comandante DuRaand disse solo.
         “Speriamo che ci abbiano sentito.”.
Questo un po’ ci rincuorò. Aveva lanciato un segnale e quindi c’era almeno una probabilità che qualcosa si muovesse.
Avanzammo dunque, verso quei massi, indicatici da Holt. Facendo pochi metri per poi fermarsi e attendere. Poi di nuovo. Aprivo il gruppo e con me Thor. Al centro Stubbing, le ragazze con Duca e Tauranga, DuRaand con Stark e il sergente in retroguardia. Dopo un paio d’ore e altrettante comunicazioni radio finalmente raggiungemmo il nascondiglio di Holt. Un grande masso di forma triangolare era spaccato in due e aveva formato una nicchia che poteva accogliere due, al massimo tre persone. Su quello accanto, il tempo e le intemperie avevano scavato una grossa cengia e alte tre quattro persone potevano sistemarsi. Ai piedi dei due massi c’era spazio per il resto della truppa. Ci sistemammo e organizzammo dei turni di guardia. Non furono rispettati naturalmente, perché la stanchezza e le forti emozioni della giornata, non ancora terminata del tutto, ci fecero piombare in un sonno senza sogni. Nel cuore della notte la voce di Holt si fece sentire.
         “Abbiamo visite.”.
Immediatamente, ma ancora con la testa pesante dal sonno e con l’animo n tumulto, ci predisponemmo a difenderci.
         “Dove sono?”. Chiese Stubbing.
Holt indicando con il braccio destro.
         “Di fronte a noi. Disposti in tre colonne, di circa una decina di uomini ciascuna. Non riesco a vedere se indossano divise o meno. A versi così non mi pare una formazione militare vera e propria. Credo che siano uomini della banda che vi ha attaccati. Hanno rimpinguato i ranghi e ora vengono per vendicarsi. Non vogliono lasciare nessun testimone.”.
Stubbing respirò a fondo e poi prese il visore notturno di Holt. Passarono alcuni secondi e poi parlò.
         “Holt e Stark da questa posizione terranno sotto tiro la colonna centrale. Comandante DuRaand, lei e il suo socio con … Duca e il sergente prenderanno d’infilata la colonna proveniente da destra. Dovrete dare le spalle al bosco. Le ragazze con la radio in posizione di difesa in questa posizione. Thorbijorn , Corso ed io andremo a sinistra e prenderemo l’ultima colonna. Signori credo e spero che farete del vostro meglio. E’ stato un piacere e un onore aver compiuto questo viaggio con voi. Grazie di tutto.”.
Thor naturalmente non si tenne dal commentare e giratosi verso di me disse sorridendo mestamente.
         “Andiamo menamerda. Si va  incominciare.”.
Lo guardai e scossi la testa. Almeno avesse detto una frase che fosse passata alla storia, uno di quegli aforismi che rimangono scolpiti nella mente e nel cuore di tutti. No, mi chiamò menamerda, on mi rimase che rispondergli per le rime.
“ Fanculo. Portassi un po’ di sfiga, eh.”.
Sentii delle risatine provenire dall’oscurità. Nervosismo pensai e paura, quella sì, tanta per giunta. Non sapevo quanti ne sarebbero usciti vivi da quello scontro. Soprattutto non sapevo se io riuscivo a venirne fuori intero.
La voce di Holt interrupe i nostri cauti movimenti di discesa da quel masso.
         “Capitano si sono fermate, le colonne. Sono a circa cinque, seicento metri.”.
Stubbing non diede d’intendere e continuò a scendere.
         “Meglio. Se aspettano l’alba per attaccare, ci danno il tempo di disporci. Allontaniamoci di una cinquantina di metri da questo massi. Non di più. Alla mala parata, queste pietre saranno  l’ultima difesa per noi. Andiamo.”.
Lo seguimmo. In silenzio credo che ciascuno pensasse alla medesima cosa. Un misto di preoccupazione, paura, terrore forse, ma anche sentivo fluire in me l’eccitazione per lo scontro imminente. L’adrenalina lentamente aumentava e con lei il desiderio che tutto finisse in fretta e bene per noi. Avemmo ucciso ferito altri esseri umani, ma altrettanto era nei loro desideri. In fondo ci difendevamo ed è giusto difendere la propria vita, il proprio futuro e se per questo sarei stato costretto a strappare la vita a uno sconosciuto, quello era il momento di giustificare un’azione molto riprovevole, ma che sentivo altrettanto giusta. Andavo con la mente a cercare una frase che mi era rimasta impresa quando l’avevo letta, ma non riuscivo a concentrarmi e quello era un buon sistema per non pensare a quel groviglio di sentimenti che mi percuotevano la mente. Ci trovammo al fine in posizione. Il tempo scorreva lento e una luna fosca baluginava nel cielo. Si vedevano poche stelle ed io come anche credo i miei compagni, aguzzavo le orecchie per carpire voci e parole del nemico. Prima di abbandonare il rifugio sicuro di quei massi ci eravamo accordati di trasmettere la posizione ogni ora. Dall’alto Holt e compagnia tenevano d’occhio le colonne e ogni loro eventuale spostamento. Se si fosse verificata una qualunque variazione, ci sarebbe stata comunicata. Con un’aurora rosacea, il giorno si annunciò che sarebbe stata una giornata limpida. Nessuna nube in cielo, solo quel solito venticello freddo che scendeva dalle gole circostanti. Mossi gambe e braccia, per favorire la circolazione e masticai piani piano una disgustosa barra energetica. Nella borraccia che avevo con me, era rimasta un poco d’acqua e ne bevvi un sorso. Il mio stomaco però sembrava on volerne sapere di ricevere qualcosa.
Improvvisamente intesi sempre più chiaro un ronzio. Levai gli occhi al cielo. Un drone passò a un centinaio di metri dalle nostre teste. Non mi sembrava armato e sperai che le macchine fotografiche di bordo ci riprendessero. Sparì in breve tempo ed io rimasi solo con la mia speranza, poi quello stesso arnese volante fece un altro passaggio. La luce si stava rapidamente spandendo e pensai che la probabilità che fossimo stati riconosciuti, fosse aumentata. Non avevo riconosciuto insegne, quindi rimasi dubbioso, perché dopo l’iniziale eccitazione, quel drone poteva appartenere ai buoni o come ai cattivi. Forse era dei Mistrali, forse di qualche banda più organizzata e a mezzi, che scorrazzavano in quelle lande. Ritornarono alla mente tutte le sensazioni, i dubbi, le paure e l’eccitazione che mi avevano tenuto compagnia durante la notte e che erano momentaneamente scomparse con l’arrivo del ricognitore. Ci pensò una scarica di mitraglia al suo indirizzo, lanciata da una delle colonne che si nascondeva nell’erba alta della piana, a fugare se non tutti, almeno molti dei miei dubbi in proposito. Non era dei cattivi. Rimanevano i buoni e i neutrali. Sperai vivamente nei primi.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Dunque, è la fine di questa impresa. Possibilità che gli altri ed io, se ne esca vivi francamente sono minime. In un luogo inospitale e assediato da forze molto superiori alle nostre. Portare a casa la pelle è una promessa avventata e ora mi sento doppiamente responsabile. Spero che i nostri corpi siano recuperati e non lasciati nelle mani o tra i denti di chi che sia. Sono pronto, l’eventualità a tutti noi considerata remota e tale, ora è di fronte a noi come inevitabile realtà.

40° capitolo “Continua la fuga”
 
La voce di Holt si udì chiara uscire da una delle radio che avevamo con noi.
         “Uomini. Se ne vanno.”.
Gli rispose Stubbing.
         “Come se ne vanno e chi se ne sta andando?”.
Riprese.
         “ Le colonne. Si stanno ritirando. Ha iniziato quella al centro e adesso …. Quella di sinistra. Tra poco immagino che si disimpegnerà quella alla mia destra. Infatti, e si ritirano di gran carriera. Mi piace pensare che abbiamo vinto una battaglia senza sparare un solo colpo.”. Disse ghignando.
         “ Appunto. Se abbiamo vinto, è solo una battaglia. La fine della guerra, ho l’impressione, che sia ancora molto lontana.”. Rispose il capitano stancamente.
Con molta cautela e facendo scorrere il tempo, ci riunimmo tutti ai piedi dei massi. Dall’alto Holt continuava a rimanere di vedetta. Ci scambiammo le opinioni su quello, che ci appariva come un fatto inspiegabile. Saranno stati i passaggi del drone, oppure quei banditi hanno creduto che appresso al ricognitore, fosse vicino un gruppo aereo d’intervento. Fatto sta che per ora riuscivamo a respirare.
Il Comandante DuRaand formulò l’ipotesi che gli sgraditi visitatori fossero della banda di Friso Dunkson, un norreno a capo di una forte e agguerrita banda. Formata per lo più da ex galeotti, mercenari, disertori, insomma la crema della feccia umana, che purtroppo neppure guerre e catastrofi precedenti erano riuscite a spazzare via. Anzi molti, troppi avevano scelto una vita ai margini, piuttosto che l’impegno per riuscire finalmente a dare una svolta alla vita del genere umano in generale. Certi vizi sono veramente duri a morire.
Anche Tauranga espresse il suo pensiero.
         “Friso era un Venerabile della Gilda dei Mercanti. Poi la sete di potere e la violenza con cui proponeva le sue misure di sicurezza, da una parte l’hanno fatto allontanare dalla Gilda stessa, dall’altra i suoi servigi sono sempre più ricercati da quelle frange della Gilda che stanno pian piano assumendo più potere al suo interno. Certo che mettere le mani su quello che abbiamo scoperto e fortunatamente distrutto lo avrebbe reso un pericolo non solo per il Congresso e i suoi alleati. Anche gli equilibri all’interno della Gilda sarebbero saltati alla fine. Comunque abbiamo di fronte un cattivo cliente. Prima ce ne andiamo e ci sganciamo definitivamente, prima l’opportunità di salvare la pelle, si trasformerà in una certezza.”.
Sentivo aumentare quella cappa d’ansia, che da tante ore era diventata, quasi un abito per i nostri pensieri. La preoccupazione era evidente sulla faccia di ciascuno di noi.
Stubbing chiese da che parte si fossero ritirati e Holt, che dall’alto non aveva perso neppure una loro mossa, disse che avevano preso la pista che avevamo seguito io con Stark e Tauranga i giorni precedenti.
Stubbing si mise a riflettere e dopo poco ci disse.
         “ Bene. Seguiremo la stessa strada. Mai più immaginano che gli stiamo dietro, che percorriamo il loro stesso cammino. Ci immaginano, credo, sulla pista disagevole che o affrontato io e chi mi ha accompagnato. Invece con calma e ponderatezza seguiremo le loro orme.”.
Il piano era audace, soprattutto perché a un certo punto li avremo dovuti o sorpassare oppure deviare ancora una volta in un luogo che fosse agevole da raggiungere per un’eventuale missione di soccorso. Sempre che ne fosse stata organizzata una. DuRaand aveva sì lanciato il segnale d’emergenza, ma non era detto che fosse stato accolto. Il passaggio del drone, senza nessuna insegna era stato come un fulmine a ciel sereno. Il cielo intanto si stava scurendo. Il vento rinforzava e soffiava da nord. Nubi cariche si stavano avvicinando e promettevano tempesta. Richiamammo Holt, che a malincuore abbandonò il suo nido d’osservazione. Ci disponemmo in due file e mi assicurai che Darla fosse la mia fedele ombra e ci incamminammo con cautela ripercorrendo la stessa strada fatta dai banditi. Avanzavamo a scatti, fermandoci e attendendo istruzioni da Duca e Stark che si erano posti in avanscoperta. Dopo un’ora e più di quell’estenuante avanzata raggiungemmo i resti di quello che era stato AB12. Solo macerie e spirali di fumo, che ancora si levavano dalla voragine apertasi con l’esplosione.
Mi domandavo che razza di esplosivo si fossero portati dietro i ranger, per provocare un simile scempio. Stark, il nostro artificiere guardava compiaciuto l’opera.
         “ Però … mai più avrei immaginato che i serbatoi, che avevo minato al terzo livello, contenessero tanto gas.”.
         “ Cavolo Stark.”. Esclamò, stupito da tanto, Thornbijorn. “ Devi aver fatto saltare serbatoi con idrogeno, ossigeno e azoto liquidi. Forse erano i serbatoi di carburante dei missili. Grazioso omaggio del passato.”.
         “Già.” Rispose con aria soddisfatta.
Duca ci chiamò.
         “Venite un po’ a vedere, cosa abbiamo qui. Non ci crederete, ma la slitta e buona parte del suo contenuto, si sono salvati.”.
Ci avvicinammo e costatammo che la slitta si era si salvata, ma era inutilizzabile. Il sistema di gravitazione era gravemente danneggiato e avremmo dovuto abbandonarla.
Riuscimmo, però, a recuperare delle provviste, caricatori per le armi e un pacco di batterie per le radio. Ci dividemmo il carico e prima di abbandonare definitivamente l’area, mangiammo sparpagliati, seduti sui calcinacci del forte distrutto. Le nubi intanto si avvicinavano sempre di più e l’aria fredda portava ai nostri nasi l’odore della tempesta imminente. Mangiammo velocemente e altrettanto velocemente ci dirigemmo verso il primo limitare della foresta. Addentrandoci ci mostravamo più guardinghi e attenti. Tendevamo l’orecchio ai rumori consueti. Il trillo degli uccelli, il rumore di rami spezzati da qualche selvatico disturbato al nostro passaggio. La voce del vento sempre più impetuosa, faceva stormire le fronde e gli alberi più giovani iniziarono a piegarsi. I vecchi esemplari invece, gemevano e scricchiolavano, opponendo la forza della loro struttura alle folate più forti. Ben presto iniziarono gli scrosci d’acqua. Tra lampi e tuoni la tempesta si riversò sopra di noi. Favoriti dall’intrico dei rami in fondo ci bagnavamo, ma on ci inzuppavamo. La nostra preoccupazione era di non offrire un buon bersaglio ai fulmini. Dovevamo scegliere, o farci bagnare fino al midollo, marciando sulla pista, oppure avanzare e con una certa fatica nel sottobosco, sempre più bagnato. Oramai il bosco era in balia degli elementi e tutti i suoi abitanti se ne stavano rintanati. Scegliemmo di accamparci nel folto del bosco. Trovammo riparo sotto alcuni abeti rossi, dai rami bassi che formavano una sorta di tenda. Al piede gli aghi che erano caduti negli anni, non avevano permesso all’erba di crescere rigogliosa, né a latri arbusti. Un tappeto rossiccio faceva corona a quei tronchi. Di buono c’era che l’acqua, lì sotto, era meno fastidiosa e si potevano trovare anche zone asciutte. Trovammo della legna abbastanza secca e accendemmo un fuoco. Era un azzardo, ma l’intrico dei rami e la posizione, ci facevano ben sperare di non essere scorti e poi finché il vento avesse spirato così forte il fumo, si sarebbe confuso nella pioggia che cadeva sempre più copiosa. Quel bivacco sarebbe durato tutto il giorno e buona parte della notte, tanto durò la tempesta. Durante la giornata, con i turni di guardia, riuscimmo anche a dormire. Un sonno agitato, spezzato continuamente dallo schianto dei rami, che si rompevano sotto la furia del vento e con l’agitazione di rimanere vigili, per fronteggiare ogni eventuale pericolo.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Non è ancora finita. Ci ritiriamo velocemente o almeno tentiamo. Non vedo segni di cedimento negli uomini. Qualcosa mi dice che ce la faremo.

 

Comunicato nr° 11

Sono giunto a quell’età che si deve decidere se essere post maturo o ante anziano.

Accidenti, sempre problemi.
 
Ufficio Facce

INUTILI TRACCE 30° Capitolo – ovvero “LIberi, ma prigionieri”

L’alba si alzò livida di quella nebbia causata da nuvole basse. Osservando da quella bocca di lupo, che era la nostra finestra vedevo l’umidità correre e sbattere contro le mura del Forte. Mi vennero i brividi, un po’ per tutto. Svegliai i miei compagni e rifatti gli zaini scendemmo nel salone mensa. C’erano ancora gli uomini del turno di notte e i ritardatari di quello di giorno. Qualche cenno di saluto, qualche sorriso sforzato e nulla più. L’atmosfera era veramente cambiata. Anche gli altri ci raggiunsero e in silenzio consumammo il pasto. Frittelle, cereali, marmellata, formaggio, latte e una broda che doveva essere caffè. Ci raggiunsero anche le due nuove guide e Gios ebbe l’occasione di dimostrare ancora una volta il suo formidabile appetito. Oltre a quello che si era messo nel vassoio, spazzolò avidamente anche gli avanzi dei nostri piatti; terminando con un sonoro rutto, che suscitò le risate degli astanti. SI guardò all’intorno, tronfio del proprio successo e volle rincarare la dose con un peto, ma gli uscì un rumore breve e acuto, come se si fosse applicata una sordina. Non per questo le risate diminuirono, anzi si fecero più sguaiate. L’uomo era raggiante. Salutammo e uscimmo desiderosi di riprendere al più presto il cammino ed ecco che il tenente, che ci  aveva accompagnato il giorno prima ci stava aspettando. Lo seguimmo fino alla rimessa dove fummo caricati, noi e la nostra slitta sul  TrukMountain e con quello raggiungemmo l’inizio della pista che ci avrebbe portato alle Terre Alte. I saluti del tenente furono brevi, asciutti, formali. Un graduato e cinque militari attesero qualche minuto, poi seguirono i nostri stessi passi. Non si nascondevano, ma la loro presenza, così manifesta, era l’indice che l’eventuale strada del ritorno era sbarrata. Dovevamo solo andare avanti, verso il nostro destino, qualunque fosse. Le montagne attorno continuarono per buona parte della mattinata ad essere avvolte dalla coltre di nubi, che aveva salutato il nostro risveglio. A poco a poco la distanza tra noi e la pattuglia dei Cacciatori si fece più grande e all’ennesimo tornante della strada scomparirono. Finalmente eravamo noi e l’ansia, che ciascuno portava appresso. Darla mi camminava accanto e ogni tanto mi stringeva la mano. La guardavo e lei, timidamente, mi sorrideva. Sembrava quasi che mi volesse confortare, ma cercasse altrettanto conforto. Le sorrisi, in silenzio. Credo che non ci fossero molte parole da spendere. C’eravamo detto tutto, o quasi, nelle ore precedenti. Tra lei e me poi c’era stata la notte del Bivacco. Non avevamo avuto ancora il tempo di parlarne. Quante cose ancora da dirci, da spiegarci, da chiarirci. Forse nessuna o forse avremmo dovuto sgombrare ogni nube sul nostro rapporto. Avremmo dovuto dirci cosa ne sarebbe stato, quali fossero i sentimenti reciproci. Di quest’amore nato tra i dubbi e che cresceva, tenero e fragile germoglio, in una storia più grande di noi. Rimanevano , allora, solo gli sguardi e i sorrisi, quasi a dirci della nostra presenza l’uno per l’altro. Forse le parole sarebbero venute dopo, quando tutto fosse finito. Speravo di avere ancora tempo da consumare per noi due e credo che anche lei, in quei momenti, pensasse la stessa cosa.
Ancora pochi tornanti di quella pista e ci ritrovammo fuori dalle nubi e i prati delle Terre Alte si scoprirono ai nostri occhi. Sentivamo, alla nostra destra, il rombo lontano del Grande Fiume, che rotolava la sua acqua da un masso all’altro, trasformandosi in cascata e poi in rapida. Il sole saettava i suoi raggi attraverso improvvisi squarci. Alla pista principale mancavano ancora molte ore, ma una macchia scura in lontananza, ci fece capire che stava transitando una mandria assai numerosa. Accanto ad un gruppo di pini, primi guardiani di quei luoghi trovammo un riparo e finalmente ci fermammo per una sosta. Eravamo esausti per la discesa, che si era rivelata impegnativa e poi era venuto il momento di scaricare un po’ di roba dai nostri zaini e di prendere in mano le carte del luogo, per meglio orientarci e anche le armi per difenderci meglio. Oramai le sole pistole servivano a poco. Duca, che aveva controllato i segni nascosti, posti a guardia del carico, si affrettò a confermare, che nessuno aveva manomesso il carico. Gli occhi indiscreti, di cui avevamo paura, non avevano indagato il contenuto delle varie casse. Comparvero così nuovi pacchi di provviste, una grande busta con dentro le carte dei luoghi e le armi. Ciascuno prese un fucile, caricatori necessari.
Holt si prese il suo Gunna698 e ne controllò immediatamente i meccanismi. Qual fucile da cecchino, non lo sapevamo ancora, ma ci avrebbe tolto d’impaccio non poche volte. Controllò il mirino, lo smontò e lo regolò con una precisione maniacale. Gli altri si limitarono ad oliare per bene i meccanismi e ci fu un concerto di schiocchi di otturatori.
Il lancia granate fu preda di Thor con grande soddisfazione. Soledo controllò, con l’aiuto di Neelya, la radio e aprì anche un  pannello di celle fotovoltaiche. Servivano per ricaricare le batterie. Darla trafficò con il suo PC, provando e riprovando tutti i vari comandi per assicurarsi che tutto funzionasse al meglio. Stark ed io ispezionammo i dintorni, per assicurarci della nostra solitudine. Stubbing, aperta la carta, studiava insieme a Pituddu la strada più facile e riparata da sguardi indiscreti, che avremmo dovuto percorrere nei prossimi giorni. Gios, pensò bene di addormentarsi. Duca rifece il carico della slitta e si assicurò che le batterie fossero cariche e che il sistema inerziale funzionasse a dovere.
Mangiato qualcosa, riprendemmo la marcia, dopo che Stubbing, tra un boccone a l’altro c’indicava qualle fosse la strada migliore per raggiungere Bunker Hill. Lì avremmo cercato la Casamatta AB12 e finalmente saremmo riusciti a venire a capo di tutti i nostri problemi.
Pituddu e Gios, andarono in avanscoperta, anche loro armati di vecchi fucili automatici e di una radio che Stubbing aveva fornito loro. Dovevano solo vedere se la strada, che avevamo intenzione di compiere fosse libera da ostacoli.
La strada si sviluppava prima lungo le rive del fiume, cercando di rimanere accanto al bosco che si estendeva ai lati della corrente. Poi trovato un guado, attraversarlo. Nella notte avremmo attraversato la Pista. Lontano da sguardi indiscreti. Era infatti il tratto più difficile ed esposto. Pini e abeti facevano sentinella alle rive del fiume. Macchie consistenti di mughi si succedevano a forre di lamponi e nei tratti più scoperti la verde chioma dei mirtilli ci accompagnavano nel cammino. Mi ero portato una sorta di pettine, che finiva con una scatola. Passavo quel pettine, dai rebbi larghi, tra le foglie dei mirtilli e raccoglievo i piccoli, neri, gustosi frutti. Duca e Soledo invece s’interessavano più dei lamponi.
         “Più a valle potremo trovare anche dei funghi e con un po’ di fortuna anche dei sorbi e del sambuco.”. Disse Pituddu, comparendo all’improvviso da dietro un grande cespuglio di mughi. Gios naturalmente, aveva la bocca impiastrata di nero, per i mirtilli che aveva mangiato. Poi scomparve per ritornare solo pochi minuti con tre gambi d’orchidee montane. Con un certo imbarazzo li offrì alle ragazze, poi sparì di nuovo mugulando e saltando in mezzo a rovi e erbe alte.
         “Qual ragazzo, non riesco proprio a capirlo.”: Disse Stubbing, rivolto a Pituddu.
Pituddu scosse la testa.
         “ A volte neppure io. Eppure sono il solo con cui si accompagna. E’ bravo e buono come un pezzo di pane. Così si dice dalle nostre parti. Conosce i fiori, le erbe, sa trovare i granati. La testa però … Quella l’ha persa tanto tempo fa. Non si sa bene come andò a finire. Ad un posto di tappa della Pista ci fu una rissa. C’erano suo fratello, due suoi cugini, un amico e lui. Litigarono con un gruppo di Feirmeior. Prima vennero alle mani poi saltarono fuori le pistole e quando tutto fu finito, sopra Gios c’erano i corpi senza vita dei suoi compagni. Fratello, cugini, amico … tutti morti. Lui aveva una brutta ferita alla testa, ma non gli impedì di fuggire. Rimase nei boschi non so quanto tempo, sempre inseguito da quei lupi, che non volevano lasciare testimoni. Pensate, che per sfuggire loro si buttò nel forno ancora caldo di una baita, che aveva trovato sul suo cammino. Questo per sfuggire ai suoi inseguitori. Quando lo ritrovarono, non era più lui. Appena guarito riprese la via dei boschi e non so quanto tempo passò da quel giorno, ma fui il primo a ritrovarlo. Vidi di trattarlo il meglio possibile. Mi faceva pena, era ridotto a un animale. Come allora anche adesso emetteva solo dei versi, però con pazienza ho guadagnato la sua fiducia e ora è diventato inseparabile. Però se ripenso a quei giorni, da una parte mi si stringe il cuore per le pene che ha dovuto subire, dall’altra provo solo rabbia per quelli che gliele hanno fatto patire.”. Le ultime parole furono incrinate dall’emozione. Adesso sapevamo il perché della follia di quell’uomo. In fondo esprimeva attraverso un esagerata corporalità, l’esigenza di raccontarsi in ogni momento, di essere vivo.
Il resto della giornata lo trascorremmo marciando e guardandoci le spalle. Non comparve nessuno e sentivamo solo il lontano scampanio di qualche bestia la pascolo, il fischio guardingo delle marmotte e lo stridio degli uccelli nel cielo. Le nubi che si erano affollate sulla nostra testa durante la mattinata, nel pomeriggio lasciarono spazio all’azzurro del cielo. Il sole non troppo caldo e fastidioso ci accompagnava nel cammino. Ci accorgemmo dell’avvicinarsi della sera, da quanto lunghe diventavano le nostre ombre e del gioco a nascondino che il sole faceva con  le punte più alte delle montagne. Il cielo assunse colori arancio e poi rosso porpora. L’aria si rinfrescò e giunti al limitare di quel gran bosco, che avevamo costeggiato fece ancora una sorpresa. Il Fiume aveva piegato decisamente a destra, sbarrandoci la strada. Nei dintorni neppure l’ombra di un guado. Anzi in quel punto le rive erano alte e scoscese. Studiammo la carta e scoprimmo che avremmo dovuto camminare ancora un’altra ora per trovare un guado, che non ci facesse infradiciare e che soprattutto permettesse alla slitta di passare dall’altra parte. Riprendemmo il cammino, però questa volta con più stanchezza. La Pista era ancora lontana e dovevamo assolutamente passare il fiume prima del tramonto, trovare un luogo riparato per accendere un fuoco e asciugarci, mangiare, riposare, nell’attesa che si facesse notte fonda. Le gambe iniziarono a farci male e sentivo l’accumulo di acido lattico, che indolenzivano ancor più i muscoli. Darla a d’un certo punto trovò un sasso e si sedette.
         “ Basta! Non ce la faccio più. Ho male … Non so più dove non mi fa male.”.
Osservai il suo volto. Il sudore le aveva incollato i capelli sulla fronte, una riga nera le scendeva dal collo e un rivolo si era fatto strada verso l’incavo dei seni. I suoi occhi parlavano di una stanchezza fisica, oramai arrivata al culmine. Temevo che avrebbe avuto una crisi di pianto e non sapevo come affrontarla. Le carezzai una guancia, poi presi una pezza che tenevo in tasca e le pulii la faccia, prima però la bagnai con l’acqua della boraccia. Le versai altra acqua sul collo, sperando che la rinfrescasse un poco. Bevvi. Poi le tolsi lo zainetto e me lo caricai sulle spalle. Fece due o tre respiri lunghi, poi si riprese e appoggiatasi al mio braccio riprese a camminare. Gli altri erano avanti a noi un centinaio di passi. Improvvisamente Gios iniziò ad urlare. Vidi gli altri affrettarsi e nel possibile, anche noi allungammo il passo. Ogni falcata era una coltellata alle gambe. Anch’io, ora, le sentivo dure e legnose, ma dovevamo assolutamente continuare. Il motivo di tanto strepito era dal fato che Gios aveva trovato una passerella. Poche assi, anzi erano solo dei tronchi, gettati tra le rocce di una cascata. Ci saremmo bagnati un poco, ma avremmo attraversato il fiume. Valutammo che anche la slitta sarebbe passata, usando con un po’ di accortezza e sperando nella fortuna. Quella almeno in quei momenti, non venne a mancare e dopo aver attraversato il fiume ci dirigemmo tutti in una piccola radura tra gli alberi. Credo che ci addormentammo tutti in brevissimo tempo. La stanchezza aveva vinto.
 
 
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Più che un addio è stato un formale allontanamento, dal Forte. La ritirata non è più possibile e la giornata è passata nel silenzio di tutti e nell’ascolto di una triste storia. Abbiamo il morale a terra. Continuiamo con la sola feroce volontà di portare a casa la pelle.

 
Piccolo riassunto delle puntate precedenti.

Gli avvenimenti precipitano o quasi. Seguiti e fatti quasi prigionieri dalla tribù dei Mistrali, ai nostri personaggi non rimane che tentare di risolvere e al più presto i nodi di diffidenza, che ancora li legano. Alla fine, dopo una serie di confronti serrati e giocati a viso aperto le cose si faranno più semplici e più chiare. Il futuro non apparirà così incerto e nebuloso. Solo nebuloso.
Sono stati abbandonati da tutti e in posizione fin troppo scomoda, ma la comparsa di due nuovi personaggi, strani e ambigui sul principio, ribaltano la situazione. Invogliano ad andare fini in fondo a scoprire cosa c’è tra le rovine della fortezza di Bunker Hill. Forse oltre al segreto ivi custodito, ci sono anche le loro stesse anime.
Intanto il sentimento tra Corso e Darla, non è più tanto nascosto. Viene il momento che non sono le parole che parlano, ma i gesti d’amore tra di loro. Raccontano di una passione che è difficile da soffocare e impossibile da dimenticare e che ha tutta la voglia di rimanere  viva e vegeta anche dopo quest’avventura.
 
 Si conclude qui la seconda parte del racconto. Nei prossimi capitoli tutto si dipanerà. I misteri saranno chiariti, tra sorprese, spaventi e una buona dose di suspance e qualche  sorriso. La terza e ultima parte inizierà la settimana prossima. Non perdetela e non mancate di seguire queste: INUTILI TRACCE.

L’Isola del Nord e l’Isola del Sud.

L’isola del nord richiama alla mente la storia fantastica di Maui, il  grande stregone che dal mare pescò Ao-tea-roa, per Kupe, discendente da Raiatea e che affidatosi alla guida di Tamatea, dal corpo tutto tatuato, secondo le indicazioni del grande sacerdote Natoroirangi sbarcò sull’isola dalla grande nube e combatté i moa e dopo la guerra regnò fino all’arrivo degli uomini pelosi. Questo insegna Mao, dalla grande pinna che solca i mari dell’emisfero sud. Questa è la storia non solo di un popolo, ma anche quella di una nazione che ha cercato nelle proprie radici, le ragioni per sentirsi più unita che mai.
L’isola del nord richiama alla mente un’altra storia. Storia di chi è nato con il tatuaggio segreto dell’”unlikely heros”. La storia di chi un giorno era a pesca e solo il richiamo di un amico, di quelli veri, ha distolto dalle sue canne e dai sui pesci.
L’isola del nord richiama alla mente la storia di un numero, che per un momento è divenuto un numero maledetto. Gli dei di quell’isola per quel numero hanno voluto ampi e copiosi sacrifici, per continuare a volgere il loro benevolo sguardo. Ora nella storia di quell’isola, sia a nord che a sud, l’antropofagia è una delle scelte culinarie possibili. E allora dopo essersene cibati gli uomini in nero, avevano pensato di possedere la forza e le virtù dei sacrificati, ma gli Dei, non erano contenti, non erano placati. Allora gli uomini in nero si sono ricordati di lui e vergognandosi l’hanno chiamato. L’ultima speranza, l’ultima possibilità di placare la sete degli Dei.
Hanno sofferto, quegli uomini. Ma l’ultimo, il reietto, il dimenticato, adesso siede alla tavola con gli Dei e con lui altri ventinove uomini in nero e tutta una nazione hanno fatto pace con se stessa e con una maledizione che durava ventiquattro anni.
Adesso potranno guardare gli altri negli occhi.
Anche gli Dei, potranno essere fissati senza abbassare lo sguardo.

E’ la vita. E’ la morte.
Ora, di là dall’epica che uno può profondere nell’annunciare la vittoria, finalmente degli AB, nella Webb Ellis Cup, possiamo dire che se c’è stata una brutta partita, vinta alla grande dalla paura e dalla tensione, contro il gioco, il bel gioco che le due contendenti sanno esprimere, non è andare tanto lontano dalla verità.
Un otto a sette, tiratissimo con sbagli clamorosi da una parte e dall’altra e sicuramente lo zampino degli Dei più capricciosi del solito, ha messo il suggello all’incontro.
Ripeto una brutta partita, ma era in ballo l’onore di una nazione che per la “bislunga” è disposta a tutto. Dall’altra parte era in ballo l’onore di una nazionale che sembrava arrivata per caso, proprio per un capriccio di Dei cialtroni e sbeffeggianti il comune sentire umano.
Ha vinto chi ha creduto di più nei propri mezzi e nella propria fortuna e ha avuto meno paura di mettere mani, gambe, facce dove non era necessario metterle.
Onore ai vincitori, ma anche agli sconfitti. Per come andata gli AB hanno dimostrato, di là di ogni ragionevole dubbio, che il primo posto spetta a loro. Per modulo di gioco e per i giocatori messi in campo in tutte le partite. Sono i più forti, nel bene e nel male.
Ai “galletti” l’onore di aver in ogni caso combattuto, con le ultime forze residue, ancorati a un sogno, sempre più sfumato e dai contorni di un incubo, alla fine. Incubo voluto anche da loro stessi. Il campo ha parlato e il campo ha dato e avuto ragione di ambedue.
Ci rivediamo tra quattro anni in Inghilterra.

 
L’isola del sud è la storia di una notte insonne o quasi. Di una sveglia a un’ora antelucana, alla nausea e dal desiderio di vomitare. Di una “strizza, che neanche agli esami della matura”
E’ la storia di un viaggio contro un sole rosso e abbacinante, in una campagna addormentata e nebbiosa, tra i voli pigri di aironi infreddoliti. Una cavalcata al centro o quasi della pianura padana, verso una città carica di storia. Madre di figli illustri e impossibile sogno di una città perfetta. Baluardo di antichi imperi ma meta di geni indimenticabili e sede di tradizioni culinarie incredibili.
Mantova ci appare come un sogno, adagiata tra laghi e fiumi, che ne deliziano i confini e là la nostra storia prende la forma di campi erbosi e di acca svettanti nel cielo limpido di quest’ottobre così strano e per nulla melanconico.
E’ la storia della prima giornata della Coppa Italia Femminile – rugby seven, e naturalmente sul campo dell’onore e dell’agone, non poteva mancare il canuto cronista e la sua giovane erede. Lui a passeggiare, a cazzeggiare e rodersi il fegato per quaranta minuti del primo tempo dell’evento sportivo dell’anno. Lei impegnata a riscaldarsi per il suo primo evento sportivo dell’anno.
E’ la storia di quattro partite, una vinta, due pareggiate e una persa. E’ la storia di un grande spavento e di un dolore improvviso, una folgore devastante, che quegli dei non lesinano a noi mortali. E’ la storia di un dolore composto ma attonito, onorato come si conviene. Con l’impegno, la dedizione e la giusta compostezza di una partita di rugby.
E’ la storia di un gruppo di ragazze che finalmente si misurano con altrettante giovani e si fanno rispettare e lanciano un guanto preciso. E’ poco che giocano assieme, è il primo campionato ufficiale, ma non credano le avversarie di aver di fronte il solito materassino da prendere a calci, come e quando si vuole. Tutt’altro. Hanno guadagnato il rispetto delle avversarie, di quelle che hanno vinto e da cui sono state battute. Hanno guadagnato il rispetto anche dalle favorite della giornata, con cui hanno pareggiato. Ora tutti sanno che contro le “Fenici Rosse” di Pavia, non c’è trippa per gatti. Che la vittoria si suda, perché le pavesi non regalano niente a nessuno e se ti distrai, saranno loro a farti male. Molto male.
L’isola del sud è la storia di un viaggio di andata, nel silenzio quasi monacale della concentrazione, della risoluzione o meno dei dubbi, delle incertezze delle piccole o grandi paure per la squadra e per se.
L’isola del sud è un viaggio di ritorno durante il quale sciolti i timori e con il benefico effetto, del premio prezioso, che il primo rugbista della storia, sicuramente un egiziano, ha assegnato al grande popolo dei “bislunghi”, la birra e che altro, si è dipanato nell’allegro cicaleccio delle giovinotte, contente e felici delle prove superate. Cicaleccio che poi, in virtù del regalo biondo e della stanchezza accumulata, si è trasformato nel sonno dei giusti.
Al canuto cronista non rimane che raccontarle queste storie. Forse fin troppo brevi, forse fin troppo emozionanti per lui, ma questo è stato ciò che è avvenuto domenica, addì 23 ottobre dell’anno duemilaundici, tra le sei e quarantacinque del mattino e le diciassette e trenta del pomeriggio.
Una manciata di ore per alcuni. Una svolta per altri.

Come sempre, buon rugby a tutti

INUTILI TRACCE – Capitolo 28°

28° Capitolo – ovvero “Ultime alleanze”
 

I raggi del sole, alzatosi dietro le basse montagne che coronavano a est la pista che stavamo percorrendo, entrarono quasi con circospezione nel Bivacco. Una chiara luce a poco a poco si espanse e i contorni delle cose si fecero più netti. Nel dormiveglia avrei voluto stirarmi e far riprendere la circolazione in quelle parti del corpo che sentivo rattrappite dai crampi. O così mi pareva. Il corpo di Darla, premeva ancora contro il mio e sentivo il caldo tepore della sua schiena appoggiata al mio petto. Ancor il profumo dei suoi capelli, colpiva il mio naso e mi parve di capire che quello era il profumo intenso del caprifoglio. Forse era solo un’impressione. Tentai di sfilare il mio braccio destro, che era imprigionato dal suo. Il tentativo fallì miseramente, la sua mano strinse forte al mia e la compresse su un suo seno. Sodo e morbido allo stesso tempo; non riuscivo a capire a cosa lo potessi comparare. Quel profumo e quelle mosse, iniziarono a rimescolarmi piacevolmente il corpo. Sentivo quelle che erano dette “vibrazioni positive”. Pregustavo l’idea di potermi pasticciare un po’ con lei.
Poi la luce si fece più intensa e una mano vigorosa mi scosse i piedi.
         “ Sveglia ghiraccio.” . L’inconfondibile vocione di Thornbjorn mi fece trasalire.
         “Sveglia e giù dalla branda. Pronto a muoverti in trenta minuti. Alzato, lavato e mangiato … E soprattutto, basta schifezze, voi due.”.
Anche Darla ebbe un sussulto. Aprì gli occhi e guardò l’orologio, che aveva al polso.
         “Santo cielo, è tardissimo!!”. 
Si tuffò sotto le coperte; la sentivo trafficare e pochi secondi dopo emerse con la maglietta indosso. Gettò via le coperte e agilmente scese dal letto. Le sue gambe, lunghe e per me perfette, guizzarono nell’aria come ali e in un attimo sparì.
Ancora intontito guardai il socio, che mi sorrideva beffardo. Brontolai, non so cosa e con una certa fatica, mi tolsi dal groviglio di coperte e scesi anch’io.  Trenta minuti per fare tutto. Impiegai molto meno ed entrato nella sala mensa, fui accolto da una serie di sorrisetti e ammiccamenti. Gettai là un buon giorno, poco convinto e mi servii della zuppa di latte e cereali, che uno dei soldati stava servendo ai tavoli. Darla, arrivò poco dopo. Ancora un po’ trafelata, sorrise fugacemente a tutti e mentre sbocconcellava una fetta di pane nero e marmellata, di sottecchi mi lanciò un’occhiata birichina. Fu un lampo, ma quell’occhiata mi disse tante cose. Le stesse, che non sfuggirono a chi ci stava osservando e già qualche colpo di gomito, neppur tanto mascherato, iniziarono a circolare.
“Cialtroni.”. Pensai. “Anche invidiosi.”. In cuor mio sorrisi e avrei voluto anche atteggiarmi, ma la voce di Stubbing interruppe quella manfrina.
         “ Signori è meglio muoversi. La giornata di cammino è lunga e faticosa e potremmo ancora trovare dei fuori programma, che potrebbero rivelarsi di difficile gestione.”.
Terminammo di mangiare e prepararci gi zaini. Fuori dal Bivacco il sole era padrone di un cielo che oramai eravamo abituati a vedere azzurro. Poche e pigre nuvole, altissime, sembravano vagare senza scopo in quell’immensità. Si avvicinò al nostro gruppetto, che si era radunato intorno alla slitta, il maggiore Harvée. Ci avrebbe fatto compagnia per un’ora buona di cammini. Poi avrebbe continuato su di un’altra pista, per raggiungere le postazioni sopra i laghi che avevamo scorto il giorno precedente e soprattutto voleva arrivare prima di sera al forte Svarigi, sede e comando dell’artiglieria posta a guardia della Valls deis Reis.
Ne avevamo senti parlare di quei pezzi d’artiglieria e soprattutto dell’abilità dei serventi. In montagna erano poche le truppe capaci di battere in precisione e abilità gli artiglieri da montagna dei Mistrali. Che avesse voluto darci un’indicazione? Un avvertimento? Oppure suscitarci un certo conforto? Solo dopo capimmo e con un certo sollievo, il senso di quelle parole.
Così avvenne. Camminammo in discesa per circa un’ora poi a un bivio ci salutammo e a ciascuno di noi fu offerto uno scudo di stoffa. Sullo scudo un’aquila che teneva tra gli artigli un fucile e un cannone. Sullo sfondo, lo schizzo di una montagna.
“Un piccolo omaggio. Senza pretesa. Rappresenta le truppe che vigilano su queste montagne e sui confini della nostra terra.”.
Lo disse con un non malcelato orgoglio. Ringraziammo e riprendemmo la nostra discesa. Dica Ramiro, in precedenza ci aveva assicurato che nessuno aveva allungato le mani o ficcato il naso, nel nostro carico. Ci sentivamo un po’ più sollevati.
La strada intanto scendeva sempre di più e in certi momenti, il cammino era difficile. L’ultimo pezzo poi; la pista che s’infilava in uno stretto canale, tutto curve e sbalzi d’altezza, mise a dura prova le nostre capacità di manovrare quella slitta. Finalmente la strada divenne più agevole e fatti ancora qualche tornante arrivò a costeggiare quel lago, dalle acque trasparenti e di cui si vedeva agevolmente il fondo. Il Llac Claret. Presso un gruppo di massi, ci fermammo La stanchezza della discesa ci piombò addosso di colpo. Saltarono fuori le provviste e iniziammo a calmare i morsi della fame.
Avemmo immediatamente degli ospiti.
         “ Ben arrivati. Fatto un buon viaggio?”.
La voce un po’ roca di Pituddu, ci arrivò alle spalle, improvvisamente. Sobbalzammo un po’ tutti dalla sorpresa.
         “ Eccoti finalmente.” Si riprese Stubbing. “ Ti avevamo dato per disperso.”.
Quello di rimando storse la bocca in una smorfia.
         “Avevate già compagnia. Sgradita, per i miei gusti. Quindi … “. Fece un gesto vago con la mano.
Soledo intanto cacciò un altro grido e il panino, che si era preparato con tanta cura, cadde a terra. Gios era saltato fuori dal nulla e si era seduto accanto. Vedendo il panino per terra, come un fulmine lo abbrancò e se lo infilò in bocca in due morsi. Poi, pensò bene di prendere il bicchiere pieno di vino a Neelya e bersene una robusta sorsata. Occhieggiò quindi voglioso il mattoncino di cioccolata di Darla. Lei lo guardò e glielo offerse. Sparì in quella bocca vorace, insieme al resto del vino. Ci guardò soddisfatto e per terminare emise un sonorissimo rutto, accompagnato da un altrettanto sonoro peto.
“ Aaaahhhhhh.”. Fece, battendosi platealmente il ventre e ci guardò con degli occhi furbi. Quell’uomo ci sorprendeva ogni volta di più. Non capivo se era la sua natura, oppure la natura stessa con lui, aveva giocato una partita persa in partenza.
         “ Abbiamo finito?”. Disse, con un moto d’impazienza Stubbing.
Gios, lo guardò interrogativo. Poi dalle tasche, in cui aveva frugato nervosamente, trasse tre piccole pietre rosse, che brillarono al sole; le guardò e poi con una goffa delicatezza le offerse alle tre donne del nostro gruppo.
         “Sono granati.”. Disse Pituddu e indicando il suo socio. “ Le ha trovate lui. Ce ne sono moltissime, racchiuse in queste rocce. Sembra che abbia il fiuto di un cane nel riconoscere dove si nascondono. Non le regala tanto facilmente. Anzi, se le fa pagare e care, per di più. Si vede che le vostre donne gli piacciono. Oh, ben inteso ricambia solo il fatto che gli date da mangiare. Se gli offriste altro, non saprebbe cosa farsene e come cominciare. E’ un tontolone, ma sa essere di buon cuore.”. Concluse con un sorriso, guardando quell’uomo che offriva piccole pietre preziose, per aver avuto in cambio un po’ di cibo.
Darla si commosse e gli carezzò il volto come a ringraziarlo. Lui nascose la faccia, quasi immediatamente, all’interno di quel giaccone sdrucito, che portava. Fece emergere solo gli occhi, sprizzanti felicità.
Thornbjorn, a questo punto non riuscì più a trattenersi.
         “ Allora … è finita la fiera della bontà? Possiamo parlare di affari … Adesso? Sì! Bene, finalmente … Siamo d’accordo tutti quanti. Accettiamo la tua proposta di alleanza. Mi viene da farti una domanda, però. Tu, voi Llacies, cosa ci guadagnate in tutto ciò?”.
Pituddu, passò una mano lurida, sulla sua faccia coperta da una barba corta e ispida.
         “ Cosa ci guadagniamo? Diciamo che … Se trovate qualcosa che ci interessa particolarmente, voi … Ce la offrite in segno di amicizia.”.
Intervenni.
         “Cioè?”.
Fece l’ennesima smorfia, con cui accompagnava le parole.
         “ Cioè … Trovate un magazzino nascosto e lo segnalate. Trovate cose e ci dite di cosa si tratta. Ci indicate i luoghi dove stanno … Provviste … Armi … Rifugi attrezzati … Cose che possono venir utili in luoghi come questi. Noi vi sorveglieremo discretamente e faremo in modo che nessuno venga a disturbarvi. Naturalmente ci ritroveremo ancora al forte di Valls e allora ci assumerete come guide per le Terre Alte. Nessuno verrà a ficcare il naso e si stupirà della cosa. Siamo di qui. Conosciamo ogni cosa di questi luoghi. Sarebbe naturale avere guide del posto e non suscitereste alcun sospetto.”.
Sputò nella mano destra e la allungò. Feci altrettanto e li strinsi quella sua zampaccia lurida. Gios con un balzo ci fu vicino e con la sua mano destra, tagliò quella stretta. Il patto era siglato.
Ci saremmo rivisti in serata, come d’accordo. I due si allontanarono in fretta, non senza un’altra visita alle nostre provviste da parte di Gios. Più che un uomo sembrava un pozzo senza fondo, tanta era la sua fame.
Riprendemmo il cammino. La pista era ampia e degradava ancora senza però la pendenza precedente. In ampie volute ci fece arrivare lungo le sponde di quel lago che avevamo visto. In alto lungo la cresta notai ancora dei fortini e sulla riva opposta, mimetizzato tra i grandi massi, vedemmo un altro forte. Parlando tra noi, venimmo alla conclusione che quelle montagne dovevano essere un dedalo di gallerie. Colme di uomini e armi d’ogni genere. Un attacco da quelle parti si sarebbe risolto in un’immane carneficina, per gli uni e soprattutto per gli altri.
Emersero anche tutte le nostre perplessità riguardo al patto da me suggellato. Avremmo dovuto passare per spie e rifornire di notizie chi da formaggiaio, non aveva assolutamente remore a trasformarsi in predone. La cosa non andava a genio, ma nella contingenza e nel dubbio, quella era stata la soluzione migliore. Orami eravamo isolati. Potevamo essere schiacciati in ogni momento e nessuno avrebbe reclamato.
A questo punto volevo andare fino in fondo, per puro spirito d’avventura. Personalmente. Per gli altri miei compagni, parlo di Thor e Neelya, si trovavano nella mia stessa condizione e forse a loro, l’avventura interessava sì e no. Premeva di più portare a casa la pelle, che altro. Per i Ranger, invece era una questione d’onore. Avevano ricevuto un ordine e volevano portarlo fino in fondo, anche alle estreme conseguenze. Per Darla, il motore che la spingeva era la curiosità della scienziata. L’amore del sapere, che spinge a scontrarsi e misurarsi con le paure, che ci portiamo addosso. Personalmente l’avrei seguita in capo al mondo.
Passato il lago, finalmente raggiungemmo un piccolo passo e si aprì la maestosità della Valls deis Reis. Stava finendo la parte facile del viaggio. Ora iniziavano i problemi, quelli grossi, ma la speranza ci faceva ancora compagnia.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
L’alleanza stretta con quel Pituddu, ma in bocca il sapore acre di pirateria. Mi sembra di essere diventato un predone, una spia. Di aver disceso gli ultimi gradini sulla scala della dignità personale. Eppure, quest’abiezione, sembrerebbe la più facile, per ottenere il successo della nostra impresa.
 

TRY

Gli All Blaks sono la squadra che tutti vorrebbero vedere giocare, ma contro cui nessuno vorrebbe giocare.
 
Quest’affermazione circola da molto tempo  nell’ambiente e in effetti la forza dei quindici tutti neri, è cosa nota a tutti.

Eppure per dirla con Aaron Persico:  Da piccolo avevo un sogno, giocare con gli All Blacks. Da grande ce l’ho quasi fatta. Ci ho giocato contro.

Masochismo? Follia irrazionale? Desiderio di autodistruzione? Può darsi, come può darsi che uno abbia voglia di confrontarsi con loro, non perché sogna di vincerli e a qualcuno questo sogno si è trasformato in realtà, piuttosto per provare una volta nella propria vita sportiva, che ha giocato con uomini grandi, grossi e forti, ma uomini e non semidei.
Il campo ha dato il suo responso.
Galles vs Francia, risultato 8 a 9. La Francia ha vinto con tre sciabolate di Parra. Il minimo sindacale, aggiungo io. Al Galles il merito di aver giocato in quattordici per sessantadue minuti, per qual maledetto rosso a Warburton per un placcaggio ritenuto giustamente pericoloso, ma a detta dei più sanzionabile con un giallo pieno. Ma gli dei  della palla bislunga hanno  deciso in maniera diversa. Neppure la meta di Phillips ha potuto ribaltare il risultato e la mancata trasformazione di Hook e quella tremenda bombarda scagliata da Halfpenny quasi alla fine, ma finita sotto la traversa per un soffio, hanno decretato la risicata vittoria francese. Galles combattivo, roccioso, mai domo e soprattutto giovane. Con una media in campo di ventiquattro anni e con il capitano, Warburton appunto che sfiora i ventri tre, sono il nuovo Galles. Squadra con cui nell’emisfero nord ci si dovrà misurare nei prossimi anni. Squadra giovane e quindi con poca esperienza, ma con una forza tale che avrebbe sicuramente meritato di andare in finale. Pensiamo solo a cosa ha fatto con l’Irlanda. Ha fatto la partita, onorando campo ed avversari e non ultimo il pubblico, che si è veramente divertito. Io per primo.
La Francia non decolla, non impressiona poi più di tanto e le due sconfitte con gli AB, che ci sta tutta, ma soprattutto contro Tonga, hanno sollevato non poche perplessità. Nei tifosi francesi, nella stampa transalpina e in tutto il movimento. Squadra con molte ombre e poche luci. Con Lievremont, l’allenatore, anche lui con le valige fatte, come il nostro Mallett.
Di contro ali AB contro l’Australia, hanno giocato di par loro. Aggressivi fin da subito, si sono scrollati, in parte, tutta la pressione, che hanno avuto e che hanno ancora, di questi mondiali.
Quando hai una nazione che ti guarda, che viene invitata dal governo ad imparare e bene l’inno nazionale, per cantarlo allo stadio, nei pub, a casa propria, per essere di massimo supporto ai giocatori in campo, bhé chiunque schiatterebbe sotto quel’immane peso.
Loro hanno schiattato l’Australia. Meta, calci piazzati, drop per un 20 a 6 che non ha lasciato ai canguri, che solo qualche boccata d’aria residua.
Quindi la finale ripresenterà gli stessi attori, che già l’avevano interpretata ventiquattro anni fa, in occasione della prima edizione della Webb Ellis.
All’Eden Park di Auckland si rinnova la sfida e questa volta credo che si svolgerà la vendetta dei tutti neri. La partita delle qualificazioni, ne è stato solo l’assaggio.
La serata buia del Millennium Stadium di quattro anni fa dovrà essere cancellata dalla memoria collettiva di una nazione e da quella della squadra.
Australia e Galles si contenderanno il terzo posto venerdì. Un’Australia che si sta ancora leccando le ferite e non è quella terribile macchina da guerra del Tri Nation.
Il Galles ha ancora orgoglio e speranze da vendere e fame di una vittoria importante per dar lustro e più credibilità a questa nuova banda di fratelli di rosso vestita.

Domenica invece gli occhi del mondo ovale saranno fissi, dalle dieci del mattino e per ottanta minuti in un punto preciso dell’Isola della Grande Nube.
Gli dei gongolano, gli umani sperano. Ci sono più di ventimila chilometri che separano due mondi per i quali la “bislunga” è un po’ più che quattro pezzi di pelle cuciti insieme.
 

FRANCIA vs NUOVA ZELANDA

 
 
Il rugby è l’unico sport che fa diventare uomini i giovani e giovani i vecchi.
 
Buon rugby a tutti.

OVALITA’ ANTIPODALE

Alla vigilia delle semifinali, guardiamo il tabellone e scopriamo delle sorprese e delle certezze.
Prima sorpresa FRNCIA vs GALLES.
Ora il Galles, come squadra nessuno la può ignorare, nel bene e nel male. Pensarla alle semifinali, dopo un’annata altalenante e soprattutto dopo un 6N di dubbia qualità, nessuno avrebbe messo la firma sotto la notizia che i Dragoni sarebbero finiti ad un passo dalla cima. Per dirla tutta alla vigilia i Rossi di Cardiff potevano assurgere a degli outsider e nulla più.
Eppure da quei duri e coriacei minatori che furono, si sono ripuliti della polvere di carbone e tossendo sangue domani affronteranno la Francia. In verità la partita con la pi maiuscola l’hanno fatta. Imbrigliando le folate dei figli di Munster e Ulster e costringendoli a un gioco fatto di muraglie rosse in ogni momento hanno vinto una partita sicuramente difficile e offrendo quelle battaglie da Millenium Stadium, cui siamo abituati a vedere tra febbraio e marzo.
Diverso é il discorso per i parenti transalpini. Reduci dalla sconfitta con gli AB, che sapeva di sopraffina vendetta per tutti neri e usciti dal campo con il morale condizionato, tale l’hanno portato con i tongani. Gente tosta che gioca un rugby fisico, più che tecnico e dimostrano ogni volta che per loro arrendersi è un lemma non compreso nel dizionario della lingua tongana. Tant’è che hanno loro rifilato una sconfitta così bruciante che la Francia ovale per un attimo ha persino pensato di scaricare nei quaranta ruggenti i famosi ”Bleu”. Ma si sa ogni partita è una storia a se. Di fronte un’Inghilterra, che pur essendo la corazzata che tutti conosciamo, non ha impressionato tanto nel girone di qualificazione. Wilko, ma anche Flood, Cueto, Ashton non avevano il solito imperio nello stare in campo. I missili del numero 10 il più delle volte si sono rivelati petardi di carnevale. Infatti contro i “boches” si sono presentati come vecchi lord, accigliati e pieni di prosopopea; di quella tipica, tanto old british. Risultato: i francesi hanno ritrovato il gusto e la via della meta, hanno ricordato di essere gli unici “champagnard” del globo e il leone inglese, si è trasformato nel gattone che ama starsene sul termosifone al caldo, coccolato dalla voce querula della signorina Popperterry, che sospira con le amiche alle cinque, ogni pomeriggio.
Australia e Sud Africa è stata l’altra vera partita. Wallabies contro Sprinbok. Quest’ultimi dovevano dimostrare di essere ancora una volta i campioni e credo fermamente che nella loro testa vedevano solo la finale ad Auckland. Invece quei diabolici canguri li hanno schiacciati, non tanto nel punteggio, quanto piuttosto con la fisicità del gioco. E’ stata sicuramente una delle partite più ignoranti del torneo.  Ben inteso, quando uno è ignorante nel rugby, è perché ha un fisico strabordante. Gioca di forza ed è conscio di questa e non per i motivi che la parola suggerisce. Forse, pochi concetti ma chiari: picchio duro, picchio prima e mangio metri. Punto.
Quindi Australia in semifinale e naturalmente a regolare il conto con i padroni di casa, che contro l’Argentina hanno giocato una partita difficile e indubbiamente la più brutta tra quelle giocate dalle elci d’argento.
Argentina, ah l’Argentina, squadra rocciosa, mai doma capace di andare in meta per prima sotto gli occhi di un’intera nazione. Capace di nascondere il pallone, di rallentare il gioco, di avvolgere l’avversario nelle languide e torbide figure di un tango di un qualunque barrio del Mar del Plata.
Gli AB costretti a subire per lunghi tratti questa faticosa melodia per poi svegliarsi improvvisamente e giocare come sanno loro. Tre passaggi, due finte un calcetto ed ecco che dai loro ventidue  te li ritrovi sulla linea dei tuoi cinque metri. La diga biancazzurra ha resistito un tempo e qual cosina in più, poi la marea è montata, le forze in campo hanno mostrato tutto il loro valore. Mai domi gli uni, ma neppure arrendevoli gli altri.
Quindi le due semifinali vedranno quattro squadre che ora come ora rappresentano il meglio per il gioco e per gli uomini in campo.
Francia vs Galles e Australia vs nuova Zelanda, con un’ultima nota. Agli AB non è piaciuto il fatto di essere stati battuti dagli “aussi” nell’ultimo Tri-Nation. Non so perché sento aria di vendetta.
Quindi per chi può, tra sabato e domenica, avrà di che divertirsi.
 
“Ogni cicatrice ha la sua storia ma grazie a Dio, non ogni storia ha la sua cicatrice” (Massimo Ravazzolo)
 
Buon rugby a tutti.

INUTILI TRACCE – 26° e 27° capitoli

# 26° Capitolo – ovvero “Decisioni quasi definitive”
 
Finimmo una cena, abbondante e passata in allegria. Il Maggiore Harvée si rivelò un ottimo commensale. Buon conoscitore dell’ambiente circostante, non si risparmiò per tutta la sera di raccontare aneddoti e storie interessanti. Apprendemmo storie di scalate, come d’usi, costumi e tradizioni dei Mistrali. Alla fine ordinò che ci fosse servito come dopo pasto un liquore verde, amaro e forte. Un distillato d’erbe alpine, ci assicurò che avrebbe favorito la digestione dello stufato di camoscio e patate, che fu servito quella sera. In più ci avrebbe preparato ad un buon sonno. Sazi e allegri quanto bastava, uscimmo dal Bivacco per goderci ancora la serata e un cielo che si apprestava ad essere tappezzato di stelle. La luna, velata dalle sottili nuvole che si rincorrevano, appariva dipinta nella volta celeste. Non un rumore, ma solo il soffiare quieto del vento tra le rocce. Nella pianura lontana, apparivano indistinte le fioche luci delle città che si potevano scorgere da quell’altezza. Al solo pensiero di disturbare quella pace, con i nostri discorsi da consiglio di guerra, avvertivo un certo disagio. Mi parve di spezzare un incanto, un momento sacro della mia vita, per parlare di banalità. Avevo voglia di tenerezza e romanticismo piuttosto, che non dovermi confrontare con una realtà, che assumeva i contorni di una sorta di viaggio senza ritorno.
Stubbing, che aveva iniziato il discorso, faticava a trovare il bandolo della matassa. Così mi parve. Anche se, quel liquore tracannato con vigore, sicuramente era stato d'aiuto. Piuttosto sentiva anche lui che si stava spezzando qualcosa; si operava una sorta di violenza a quell’incanto singolare.
               “L’offerta fattaci, se da una parte, può giocare a nostro vantaggio, permettendoci così, un inaspettato margine di manovra, tra due contendenti, che non vedranno di buon occhio il nostro aggirarsi in quegli spazi. Anche se proprio dalle nostre ricerche potrebbero ottenere un utile inaspettato, per noi sicuramente. Per loro, quello potrebbe essere una possibilità.”.
Thorn si grattò la testa.
            “Capitano, non la seguo nel suo ragionamento. In somma facciamo bene o male ad accettare l’offerta fatta da quel Pituddu?”.
Stubbing, ebbe un sussulto.
             “Scusate, ma il camoscio salta ancora nel mio stomaco. Dicevo … Se accettiamo l’offerta, potremmo aggirarci nelle Terre Alte con comodo e senza destare sospetti alcuno. Non credo che potremo essere oggetto di una sfrenata curiosità. D’altra parte, qualcosa mi sfugge. Mi pare che quell’offerta si trasformi in un patto, che ha il sapore di laccio scorsoio.”.
Intervenni.
                “Stubbing. Credo che a questo punto si debba fare un passo indietro. Nel senso che è meglio dire, adesso e chiaramente cosa cercate nelle Terre Alte. Non dimenticando nulla della vostra missione, naturalmente.”.
Il capitano mi guardò, incerto se rispondermi o meno. Avvertii una tensione in lui. Raccontarmi per filo e per segno la missione, oppure lasciare delle lacune; da riempirsi o no al momento.
                “ Va bene. Questa conversazione e vale per tutti voi, non è mai avvenuta. Chiaro? Alle Terre Alte dobbiamo scoprire dov’è e cosa c’è dentro Bunker Hill AB12. So che è una casamatta e la dobbiamo trovare e distruggere. Prima però la dott. Arvig dovrà sottrarre, immagino, qualcosa d’importante da quel luogo. Una volta terminata la missione, credo che noi non dobbiamo solo andare via da quel luogo, ma filare a gambe levate. Vista l’attuale situazione. Questo è quanto ed è tutta la verità. Non ho omesso nulla.”.
Guardammo tutti Darla a quel punto. Lei sentendo tutti quegli occhi addosso, tossicchiò imbarazzata, poi con voce ferma, sperando forse di trovarsi a parlare ad un congresso iniziò.
           “ Come vi avevo già detto in precedenza, sono un’esperta in codici informatici antichi.”. Poi rivolta solo a me “ Oh forse l’ho detto solo a te? Adesso non ricordo con esattezza.”.
                “Lascia correre, non è così importante ora.”.
Continuò
                “ Bene. Il mio compito è di trovare un PC che conserva in se dei codici sorgente. Questi codici li devo sommariamente analizzare, ma soprattutto prendere e portare via con noi. Una volta giunti, se mai giungeremo, alla Città delle Scienze del Consiglio dei Clan, li dovrò consegnare. Da quel che ho capito, o meglio, dai discorsi, dai silenzi e dalle allusioni, che sono riuscita a rubacchiare e su cui mi sono fermata a riflettere, quei codici dovrebbero essere di navigazione aerea, di avionica generale e … ma non ne sono certa, anche di geografia.”.
Intervenne Duca.
                “ Navigazione aerea, avionica, geografia? Hanno senso se collegate bene le une alle altre. Devo far volare qualcosa d’antico e quindi devo sapere quali comandi usare, anche se per volare adesso come allora, sfruttiamo gli stessi principi di fisica. Però i sistemi di allora, o certi sistemi erano appannaggio di pochi. Erano complicati, quindi occorre una guida precisa per l’utilizzo di tutti le sue parti. La geografia per tracciare una rotta, per avere delle posizioni precise. Potranno essere luoghi sui quali o contro i quali volare. Dico che ha senso”.
Anche Neelya si sentì obbligata ad aggiungere qualcosa.
              “ Credo che Duca non sia molto distante da una verità. Anche distruggere quel luogo deve rivestire un ruolo importante, nella missione. Per ciò che si prenderà, non deve rimanere traccia, Di ciò che si trovava e del nostro passaggio, naturalmente. E’ un luogo che non dovrà più trovare nessun’utilizzazione per nessun altro.”.
A questo punto presi la parola.
              “ Ragionamenti e discorsi che non prestano il fianco, indubbiamente. Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto di tutta questa faccenda. Misteriosa, perché sappiamo solo mezze verità. Cioè sappiamo che voi, ” Indicai Stubbing, uno per tutti.”. Voi e tu Darla avete uno scopo fin da principio. Che ciò avete nascosto, ma che noi siamo riusciti a scoprire. Mi sfugge ancora il perché ci troviamo qua, ma le parole di Duca, dette nella valle di Prabloem, non credo che siano molto distanti dalla verità. Però ci sono altri che sanno chi siamo. I Mistrali. Perché ci tengono d’occhio fin dal nostro avvicinarci. Avranno la loro convenienza a farci proseguire. Pituddu e il suo Clan. Sono stati informati da qualcuno, che vuole sapere con esattezza tutte le nostre mosse.”.
Mi rivolsi a Duca sorridendo.

                 “Devono essere dei tuoi colleghi.”. E proseguii” In più c’é la Gilda dei Mercanti. Quegli avvoltoi hanno fiutato più di quel che fanno vedere. Sicuramente quei codici rivestono un’importanza, che ora non riesco ad immaginare, ma che sicuramente hanno un valore immenso.”.
La profonda voce di Stark emerse da buio.
                   " Quindi, una volta che avremo trovato questi codici, ammesso che esistono, sapremo realmente, non solo cosa valgono, ma quanto valiamo noi. Quale potrà essere la nostra fine. Saremo coperti d’onore e di medaglie, oppure la soluzione del colpo alla nuca sarà quella che permetterà, non so neppure io a chi, di mettere la parola fine ad un imbroglio? A questo punto sento di essere preoccupato. Scusi signor capitano se ho parlato liberamente, ma credo che ciascuno di noi abbia per se questi pensieri già da qualche tempo.”.
                 “ Libertà più che mai concessa e ammessa. dato il momento.”.
Stubbing continuò.
                “ Signori, la situazione è sicuramente non buona. A questo punto i margini per una manovra di un eventuale sganciamento si sono fatti notevolmente esigui. Siamo Ranger e abbiamo un dovere da compiere. Qualunque saranno gli effetti finali per noi quel dovere, lo compiremo. Dimostreremo a tutti qual é il nostro valore. Nessuno avanzerà delle contestazioni in futuro. Accettiamo l’offerta di quel … Pituddu e … portiamo a casa la pelle.”.
Cadde un silenzio pesante, tra noi. Ciascuno stava riflettendo su quanto era stato detto. Riconobbi che il futuro si era tinto di un grigio più scuro e sicuramente sarebbe diventato nero. Per certe cose il mio sesto senso non mi aveva mai tradito.
Guardai Darla. Con le braccia sulle gambe, aveva la testa tra le mani e curiosamente si dondolava avanti e indietro. La fonte corrugata e lo sguardo fisso a terra. La fioca luce della lampada che era in mezzo a noi gettava una luce spettrale. I volti dei miei compagni, si mescolavano con l’ombra nera della notte che ci circondava. Le vedevo cambiare d’espressione ogni volta che, immagino, toccavano l’una o l’altra parte dei discorsi fatti. Forse quei brani che più davano apprensione, più li spingevano a riflettere su di se e su cosa avrebbe potuto loro succedere. Gli effetti futuri che si sarebbero riverberati sulle persone che li stavano aspettando. Era il momento di tracciare dei bilanci; di sentire intimamente dove e come pendeva la bilancia personale. Quali fossero i pilastri che reggevano l’esistenza di ciascuno e di quanto fossero forti. La sensazione di preoccupazione si leggeva chiaramente sui volti di tutti e immagino, anche sul mio era lì, squadernata in modo che tutti la potessero vedere. Non provai vergogna. Non mi sono mai sentito un eroe e quando, come in questo caso, mi ci hanno tirato per i capelli, non ho mai dato il meglio di me. Poi questo era il caso per diventare, almeno per un momento, eroe?
“ … Portiamo a casa la pelle”.Questo sì, che sarebbe stato l’atto più eroico di tutta questa strana, ingarbugliata storia che stavo vivendo. In cuor mio, per stemperare un po’ quel sottile filo, che tanto m’infastidiva, c’era un altro pensiero che mi la mente, a cui dedicavo molte ore. Darla. Ero stato colpito da lei fin dal principio. Mi piaceva e non riuscivo a trovare nulla in me o in lei che potesse respingere tale pensiero. Anzi il pensiero dominante di quelle ore era diventato che dovevo assolutamente tornare a casa e con lei. Poi … Poi si sarebbe fatto sul serio e a modi mio. Era una certezza che cresceva lenta e inesorabile di momenti in momento. Sentivo che non era solo l’esaltazione del momento, non era un fuoco alimentato dalle stoppie. Stavano prendendo fuoco ciocchi di legno che avrebbero fatto buona brace e che in ogni momento sarebbero state capaci di suscitare vampate ardenti. Riconosco che gongolavo a quei pensieri. Del tutto ignaro se fossero corrisposti, ma certi piccoli segnali avuti da Darla, m’indicavano che la strada era da percorrere. Con prudenza, ma con altrettanta determinazione.
Da quei pensieri fui distolto e non solo io, da un sonoro sbadiglio del socio. che mi batté una mano sulla spalla.
                 “Allora, come il solito c’è toccato in sorte di mettere le mani nella merda. Leggo nel tuo sguardo una felicità difficile da esprimere, umanamente.”.
Sorridendo risposi.
              “ Già… Mi sono svegliato presto. Una gioia insopportabile! Va bene, allora é deciso. Tutti d’accordo?”.
Qualche grugnito d’approvazione e poi seguendo la fioca luce della lampada rientrammo al Bivacco per raggiungere i nostri giacigli.
Passando accanto a Stubbing, gli sussurrai.
                 “ Abbiamo avuto compagnia questa notte. Qualcuno con le orecchie lunghe, avrà di che raccontare.”.
Stubbing, mi rivolse eguale cortesia.
          “ Sì. Me ne sono accorto anch’io. Penso sia il Maggiore. Gli abbiamo offerto un’occasione d’oro per fare bella figura. Dovrebbe essercene riconoscente in qualche misura. Non trovi.”
Per risposta gli battei anch’io un’affettuosa pacca sulle spalle.
Dopo poco eravamo tutti a letto e lì, iniziarono le sorprese. Almeno per me.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Altra giornata, che pareva non voler più terminare. I colpi di scena si susseguono ogni piè sospinto. Accetteremo l’offerta di una larvale alleanza. Al diavolo il comando. Lo avvertirò, se potrò a missione compiuta.

# 27° Capitolo “Notte con sorpresa”
 
Ci ritirammo in uno stanzone preparato per noi. I letti, per motivi di spazio erano uno sopra l’altro. In legno, con dei materassi, che alla prova dei fatti risultarono duri, ma in fondo confortevoli per le nostre schiene martoriate dalle troppe ore, nelle quali avevano sopportato il peso degli zaini. Scelsi un posto in alto e vicino a me si preparò il letto Darla. Sotto sentivo il mio socio che si muoveva tanto da sembrare un grosso orso che si prepara la cuccia. Si spensero le luci e a quel punto non seppi resistere.
         “ Thorbjorn.”. Dissi soffocando le risa che m’impastavano già la bocca.” Cavolo, il tuo zaino va a fuoco.”.
Si udì ben distinta un’imprecazione, seguita da un rumore sordo e secco. La sua testa aveva urtato violentemente le assi di legno che erano il fondo dei letti superiori.
Seguirono imprecazioni più colorite e risuonarono le risate di tutti quanti.
         “ Sei imbarazzante. Mai una volta che eviti di cascarci.”
Thor si rivolse furioso al sottoscritto.
         “Che bastardo schifoso. Non fosse perché ci sono delle signore e si sa, s’impressionano facilmente, mi verrebbe voglia di visitare fisicamente e con estrema violenza i luoghi fisici a te più cari. Sei il solito cialtrone inguardabile e mi vergogno di te, in questo momento. Fanculo, stronzo”.
Lo immaginavo con le mani sulla parte dolorante della testa, gli occhi infiammati di collera e l’immediato pensiero su come farmela pagare.
         “ Dai, non fare così. Lo sai che non mi trattengo. Domani ti offrirò una buona birra. Sei contento.”  Scoppiai in un'altra risata.
         “ Te la do io la birra. Aspettati le peggior cose. Non è una minaccia, è un cortese avvertimento.”.
Quando mi dava avvertimenti, allora sapevo che le peggior cose, sarebbero state tali. Avrei pagato caro e salato quello scherzo. Pazienza, ma un’occasione simile, la zuccata di Thor contro un assito e il suo vigoroso florilegio d'imprecazioni, era assolutamente imperdibile.
Poco a poco le risate scemarono e ci si addormentò tutti. Tranne il sottoscritto. Presi a vagabondare con la mente, ripercorrendo le parole dette, i ragionamenti fatti, quando sentii che qualcosa si stava insinuando sotto la mia maglietta.
La mano di Darla stava salendo piano lungo la linea dei miei fianchi. Percepii il suo morbido palmo sulla mia pelle e quando giunse all’incavo dell’ascella, ritornò indietro. Le unghie incidevano lievemente sul mio costato. Avvertii un brivido, che non avevo gustato da tanto tempo. Conscio di ciò che mi sarebbe successo, m’irrigidii. Passarmi la mano, le dita, le unghie sui fianchi erano come innescare la miccia di una bomba. Morsi il cuscino e aumentai la frequenza dei respiri. Corti e sempre più frequenti. Poi la mano iniziò a carezzarmi il ventre e salire con spire sempre più ampie verso il petto. Le dita incontrarono un capezzolo e iniziarono un lento gioco, tanto che s’inturgidirono ambedue. Il piacere che provavo era di un’intensità tale che ero dibattuto da due sentimenti opposti. Partire al contrattacco oppure rimanere lì ad assaporare ancora e fremere, avere quel delizioso travaglio interiore? La sua mano poi prese un’altra direzione, precisa e mi parve quella, una corsa inarrestabile. Avevo la mano sinistra libera di contrastare quell’avanzata, ma la sentivo pesante quasi si fosse incollata alla mia coscia sinistra. Lascia che la mano di Darla arrivasse al suo traguardo. Iniziò a carezzarmi il sesso, ormai duro. Prima sugli slip, sempre con mosse lente, utilizzando quelle unghie, che lei curava con diligenza. Infatti, aveva mani bellissime, curate, con dita da pianista, agili e nervose. Poi la mano scivolò sotto l’elastico. I miei denti affondavano sempre di più in quel cuscino di dubbia pulizia tanto che lo avevo coperto con un asciugamano. Strabuzzai gli occhi o almeno così mi parve. Sentivo l’ansito di Darla sul collo e i suoi sommessi gemiti nelle orecchie. La mano aveva preso un ritmo tale, che inizia lentamente a inarcarmi. Oramai trattenevo il respiro si era fatto affannoso, il fiato sempre più corto e avevo paura di non essere in grado di controllarmi. Poi Darla iniziò a darmi colpi di lingua nelle orecchie e a qual punto, abbandonai tutto me stesso nella sua mano. Qualcosa esplose nella mia testa, oltre che da un’altra parte del mio corpo. Finalmente riuscii ad afferrarle quella mano e non m’importò molto se aveva su di se, le mie più che evidenti tracce. Lei si schiacciò ancora di più conto di me. A questo punto mi voltai, incurante oramai degli altri. Con la mano destra le presi il volto, lo accarezzai e mi venne spontaneo dirle.
         “Grazie.”.
La baciai e fu un bacio lungo, tenero, appassionato, così mi sembro e quella stessa tenerezza e passione mi furono restituite. Darla si alzò a sedere un attimo, il tempo di sfilarsi la giacca del pigiama e poi si gettò tra le mie braccia.
Sentivo il suo cuore battere contro il mio petto. Il suo seno, che si alzava e si abbassava seguendo il ritmo sincopato del suo respiro e i capezzoli, che s’inturgidivano a contatto con la mia pelle, mi fece venire la voglia di stringerla ancora più forte. Desiderai che quel tempo si fermasse, in eterno, che potessimo, per magia, cristallizzare quegli attimi.
Darla mi parve impazzita. Si strusciava e intanto aveva ripreso a graffiarmi come prima e sentivo il suo bacino premere contro il mio. Prepotente. Insistente. Non era ancora quello il tempo dello spirito. Quello era il momento sacrificato al corpo e alle sue esigenze.
Le mie mani o forse solo una (I ricordi si sfuocano e forse non sono così importati) si agitarono come pedine impazzite sul corpo di Darla. Ne esplorai le curve, seguendo le linee dei seni prima, delle gambe poi e infine l’interno. Caldo, pronto, accogliente.
Mentre la esploravo, anche con una certa titubanza le baciavo piano un seno e lei rispondeva con piccoli e soffocati gemiti. Aumentai il ritmo degli sfregamenti e lei, parimenti aumentò la forza con cui serrava le gambe, per non farsi sfuggire neppure un briciolo di quel piacere che le stavo donando. Giunta al culmine, non so come, riuscì ad abbracciarmi la schiena. Con tenera violenza me lo artigliò, con quelle sue mani forti e bellissime. Riuscii a cingerle anch’io la schiena e la strinsi forte a me. Un abbraccio mozzafiato. Non ricordo quanto tempo rimanemmo così, poi udii, quasi in un soffio, a sua voce.
         “Poi lasciarmi, per favore. Mi manca il respiro.”.
Spaventato, la staccai usando ancora troppa foga, quasi terrorizzato e inconsapevole di aver sicuramente esagerato.
Nella penombra, la chiostra dei suoi denti, mandò un barbaglio improvviso, poi avvertii la sua guancia sul mio petto e un profumo inebriante salire dai suoi capelli. Un misto d’erbe e agrumi e quel suo profumo, che sapeva di cuoio e tabacco, s’insinuarono come una serpe nelle mie narici. Mi sentivo nuovamente eccitato, ma repressi l’idea. Quel momento era troppo prezioso. Quello era il tempo per lo spirito, per le piccole tenerezze che gli amanti si scambiano dopo l’amore. Con le mani riuscii ad abbrancare una coperta, che buttai addosso ai nostri corpi seminudi. A poco a poco il calore dei nostri corpi accaldati e sazi, riempì tutto lo spazio, creando un piacevole tepore. Quasi che quei gesti avessero favorito il sorgere di una bolla, accogliente tanto da poterci isolare dal mondo, dagli eventi passati e da quelli minacciosi del futuro.
La sentii cambiare respiro. Si era addormentata, non prima di baciarmi ancora e ancora teneramente. La sua mano sulla mia guancia e il capo sul mio petto. Sentivo che era la donna a tutto tondo che andavo cercando da molto tempo. La sua irruenza iniziale, se da una parte mi aveva stupito, spaventato anche, dall’altra mi dava quella risposta che avevo cercato senza formulare una domanda precisa. Anzi ero stato io che così maldestramente le avevo dichiarato, quanto e cosa mi piacesse di lei. Lei che era rimasta ferita dalle mie parole e dal modo con cui le avevo parlato del mio interessamento nei suoi confronti. Eppure a distanza di giorni aveva deciso che le piacevo. Forse per quel ruvido modo di esternarle i miei sentimenti o forse perché alla chimica dell’amore, non c’è risposta razionale che tenga.
Con questi confusi pensieri scivolai nel sonno, senza i sogni di chi arriva a un traguardo, sapendo che altri ancora attendono di essere raggiunti.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Questa notte anche qualcun altro aveva il camoscio che danzava nel suo stomaco. Domani si ripartirà, con la speranza di trovare finalmente la chiave di quest’imbroglio.

 

INUTILI TRACCE – 24° e 25° Capitolo

# 24° Capitolo – ovvero “ Tra un no e un forse”
 

Fissavamo stupiti quei due uomini, senza avere il coraggio di parlare. Ci parve incredibile, che il loro coraggio fosse così simile all’incoscienza pura. Eppure qualcosa iniziò a farsi strada in me.
“Se sei stato tanto abile da capire dove ci saremmo fermati, ”. Pensai “allora lo sei altrettanto per farci una proposta cui sarà difficile rispondere in maniera del tutto negativa. Oppure sei pazzo e allora qualunque cosa dirai, non otterrà nulla se non un’alzata di spalle.”.
Fu Stubbing a parlare per primo.
         “Alla prima che hai detto, la risposta è no. Ne abbiamo tre di guide e le migliori sulla piazza. Per la seconda … Che cosa intendi per alleato.”.
Fui lusingato da quelle parole, anche se poteva essere il contentino del momento, ma il tono usato mi parve sincero.
Pituddu, non si fece pregare, per continuare il suo ragionamento.
         “ Poiché non vi servono guide in più, allora vi servono alleati. Vedete, là dove volete andare c’è in atto una guerra tra Clan. Una guerricciola … questione di pascoli, di sorgenti da sfruttare e le Terre Alte, è un po’ … Come dire … Il posto migliore. Pascoli ricchi di buona erba, sorgenti ben alimentate e costruzioni per riparare uomini e bestie in buono stato. In più si trovano alla confluenza di varie piste. Da una parte l’Alta via dei Giganti che dopo il passo delle Lobbie diventa la pista dell’Ischiator, raggiunge il Botiga del Turò, per entrare nelle terre dei Mistrali. Dalla parte opposta salendo per il Logiokalna percorre tutta la valle del Grande Fiume e risale fino al passo di Novemae e scende nelle terre dei Valsi. Questo da Nord a Sud. Verso Est c’è la pista che porta da dove siete arrivati voi. E’ più difficile per via della valle stretta scavata dal Grande Fiume e poi i forti di Houstain, di Hounzin fanno buona guardia, ma di lì scendete per la strada verso città fortificata di Dorp, per continuare verso il porto di Koitma.”.
         “Un punto cruciale quindi, queste Terre Alte.”. osservò Thor.
Pituddu fece una risata, mostrando un chiostro di denti guasti.
         “L’hai detto.”.
Anche il suo compare si mise a ridere in maniera più sgangherata.
Ci guardammo, ancora una volta più interdetti.
         “Va bene. Abbiamo capito che conosci bene la geografia dei posti. Sai quali sono i problemi … ma noi cosa centriamo in tutto questo e soprattutto tu … Chi rappresenti e perché ci offri un’alleanza?”. Dissi, interrompendo un silenzio che diventava sempre più pesante e imbarazzante.
         “ Vedi, noi … il mio compare, che si chiama Gios Brandacojon.”. Così dicendo gli diede una strofinata sulla testa con mani tozze e segnate dalle intemperie e dal lavoro, con unghie smangiate e dal sudiciume antico. Tutto in loro sapeva di sporco e trasandato.
         “Dicevo, noi siamo del Clan dei lleteirs e in questo conflitto ci perdiamo soltanto. A noi interessa il latte degli animali. Lo facciamo diventare formaggio, burro. Lo vendiamo in tutta la valle del Grande Fiume. Non è ricco il nostro Clan, ma se ci tolgono il latte …”.
Stubbing ci accigliò.
         “ Va bene … ci perdete, ma allora chi ha scatenato questa guerra?”.
Pituddu si fece serio.
         “ Il Clan dei Koerhrden vuole il libero transito sulla pista che dalle Terre dei Valsi muore in quella dei Mistrali. Il Clan dei Feirmeior li lascerebbe anche passare, ma pretendono il pagamento di un dazio. Capi di bestiame in contropartita per il pascolo su queste terre, che loro pretendono di aver avuto in eredità dal passato. In fondo vogliono salvaguardare le loro coltivazioni, le loro foreste, dalle invadenze degli animali liberi al pascolo. In più ci sono anche i territori di caccia. Più bestie mangiano, meno bestie hai nel carniere. A noi lleiters interessa solo che ci diano il latte.”.
         “ Allora siete più propensi a una all’alleanza con i Koerhrden.”. Dissi io.
Pituddu scosse il capo.
         “No, anche i Feirmeior comprano il nostro prodotto e noi i loro. Diciamo che ci conviene averli alleati entrambi. Ti ripeto, siamo troppo piccoli perché possiamo in qualche modo incidere sulle sorti della guerra.”.
Thor si grattò furiosamente la barba.
         “ Voi siete troppo piccoli per incidere sul conflitto e volete tenere il piede in due scarpe; noi siamo uno sputo in uno stagno. Che pericolo rappresentiamo?”.
         “ Nessuno. Fino a che vi terrete lontani dalle fortificazioni. Se vi avvicinerete ai bunker, allora sia gli uni sia gli altri penseranno che siate spie.”.
Darla intervenne nel discorso.
         “Perché dovrebbero pensarlo?”
Riprese.
         “Perché penseranno che curiosi potreste scoprire i loro piccoli grandi segretucci, che nel corso degli anni, hanno accumulato qua e là. Certi bunker sono diventati magazzini. Altri sono rifugi e forse anche armerie. Se doveste scoprire i loro affari, la vostra pelle non varrebbe nulla. Anzi sareste merce di scambio. Avrete o no un prezzo di mercato.”.
Stubbing, meditabondo sbottò.
         “In un certo senso il discorso non fa una grinza. Ci vedono girovagare in un punto, per loro strategico e per certuni saremo equiparati a spie. Se butta bene, saremo sequestrati in attesa di riscatto. In caso contrario finiremo in qualche crepaccio, con la testa spaccata. Quindi, quest’alleanza in che cosa consisterebbe?”.
“Vi faremo da garanti. Noi llaices, garantiremmo per voi. Potrete aggirarvi liberamente. Compiere i vostri studi, le vostre ricerche senza nessun disturbo. I risultati saranno verificati da entrambi le parti e potrete andarvene tranquillamente. E per la strada più breve. Mi pare un buon patto.”.
Dovevamo prendere tempo. Assolutamente.
Dissi.
         “Vediamoci ancora domani, sulla pista tra il bivacco di Gleannahrd e il forte della Valls deis Reis. Se permetti. Ne dobbiamo discutere tra di noi questa notte.”.
Pituddu scosse la testa in maniera assertiva.
         “Bene.“. Disse. “Noi ce ne andiamo. Dateci dieci quindici minuti di vantaggio, prima di muovervi. Ah … per caso avete mica delle provviste in più. Sapete. Gios ha sempre un certo appetito.”.
Duca, che era rimasto accanto alla slitta, ma abbastanza vicino per non perdersi nulla dei discorsi fatti, frugò tra le provviste e trasse un pacco. Lo gettò al compare, al quale subito lo sguardo s’illuminò. Emise un grugnito, che ci parve di ringraziamento e in quattro balzi sparì tra le rocce. Pituddu ci ringraziò e fece altrettanto.
Eravamo di nuovo soli, tra di noi e più preoccupati di prima.
 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Forse è meglio abbandonare l’impresa. Essere messi in mezzo ad una guerra e rischiare di essere scoperti chi veramente siamo e morire con il marchio infamante della spia, non me la sento. Dovrò affrontare una decisione fondamentale per me e per i miei uomini.

# 25° Capitolo – ovvero “Ancora in viaggio”
 
In poco tempo ci preparammo e riprendemmo il cammino. Per una buona ora, ciascuno di noi rimase preda dei propri pensieri. Poi la strada si fece più agevole e incontrammo squadre di uomini dei Mistrali che stavano facendo manutenzione alla pista stessa. Lunghi tratti erano stati cosparsi di un misto di terra e pietrisco fine. Dalla pietraia si passava così alla terra battuta. A un certo punto raggiungemmo una balconata naturale. Il sole del primo pomeriggio illuminava uno spettacolo grandioso. Davanti a noi la pista si stava alzando fin verso il Bivacco. Vedevamo anche la sinuosità della pista stessa, che scendeva in grandi spirali verso il fondo della valle. Costeggiava un lago dalle acque terse e poco profonde, tanto da vederne il fondale. Poi la pista si rialzava nuovamente e spariva dietro un’evidente sella, sul cui culmine troneggiavano giganteschi massi erratici. Allungando lo sguardo si vedeva una parte di un altro lago. Certo più grande del precedente. Le acque, viste dalla nostra posizione, parevano persino nere, tanto doveva essere profondo. La pista gli correva intorno e con un’ultima impennata saliva per qualche tornante, per poi sparire dietro ad un grande mammellone di roccia. Sullo sfondo i prati e i pascoli della Valls deis Reis chiedevano la vista. Il forte non era visibile, ma dall’intrico dei sentieri, che segnavano quei prati, s’intuiva che non doveva essere molto distante.
Più scura di tutte le altre, la traccia del nascente Grande Fiume, risaltava tra quel verde.
Formava già allegre e rocciose anse e s’intuiva dal ribollire dell’acqua, che saltava di roccia in roccia e che prendeva forza, per affrontare il suo lungo viaggio.
Alla nostra sinistra una fuga d’immense pareti rocciose, sul cui culmine le punte delle montagne parevano i termini di una gigantesca corona regale. Fatta di rocce e ghiacci, sulle quali, guardando con i binocoli, che avevamo, potevamo scorgere puntini colorati. Scalatori impegnati a salire quelle pareti oppure, erano già presi dalla discesa.
Sulla nostra destra si apriva lo sguardo sugli immensi prati delle Terre Alte e la traccia scura del Grande Fiume ora era più ampia e marcata. Al sole gli sbuffi e i giochi delle acque che ricadevano di roccia in roccia a formare cascate e rapide, erano più evidenti.
Scrutammo, tra i prati che si dispiegavano ora verde carico, ora tendenti al giallo pallido secondo la loro vicinanza o meno dalle acque, quelle macchie più scure, quei quasi evidenti tumuli, che stavano segnalando la presenza delle antiche fortificazioni.
Ogni volta che una di quelle era individuata, veniva immediatamente fotografata. I cannocchiali erano predisposti anche con una macchina fotografica, all’interno e il software segnava automaticamente i punti di rilevamento. Durante la serata, con comodo, avremmo scaricato le immagini, sul PC di Darla così da formare una sorta di mappa dei luoghi che ci interessavano. Puntando poi lo sguardo vero est, densi boschi occupavano le pareti delle montagne che s’innalzavano dalle Terre Alte. La pista che puntava concretamente a est, virava bruscamente a sinistra e attraversato il fiume su di un solido ponte, così ci parve, dopo qualche ampia curva s’inabissava improvvisamente. Sullo sfondo ancora montagne, ma dalle forme più aggraziate, più tondeggianti, sulle quali ai pascoli si mescolavano zone più scure di campi coltivati. La risoluzione dei nostri binocoli era eccellente e con un colpo di fortuna, immagino, riuscii a scorgere le torri d’avvistamento di Houistan. Pensai, mentre osservavo tutto quello, come fossi oggetto di altrettanta attenzione, dalle torri di Houistan. Lo trovai buffo.
Quell’ora di osservazioni ci rinfrancò e rese più chiara la visione d’insieme dei luoghi che fino allora ci erano stati descritti, ma on così bene come ora li stavamo vedendo. La natura mostrava tutta la sua severa grandiosità. Nei passati viaggi avevo attraversato luoghi montani ed ero stato anche in quei posti, ma il mio viaggio era terminato all’Irtitltaslag, con l’aggiunta dell’imbarazzante episodio di Gepu. Eppure quei luoghi emanavano un fascino e un magnetismo particolare. L’adrenalina a poco a poco stava montando e sentivamo un po’ tutti, che eravamo finalmente vicini alla fine di un capitolo e si stava preparando il momento più emozionante della nostra avventura.
Non ci rimase che continuare il nostro viaggio verso il Bivacco di Gleannahrd. La pista fattasi molto più agevole invitava a un passo spedito, ma l’acclivio che aveva assunto, spingeva a più miti consigli. Costeggiando le immani pareti est delle montagne, dopo circa un paio d’ore giungemmo alla nostra meta. Il desiderio più grande era quello di toglierci gli zaini, gli scarponi e avere un po’ d’acqua calda per i nostri poveri piedi. Se ci fosse stata poi una bevanda calda, il pomeriggio, avrebbe assunto tutto un altro aspetto.
Proprio perché al Bivacco c’era la seconda pattuglia dei Cacciatori, come ci aveva annunciato le comandate dell’Irtitltaslag, ecco che i nostri desideri si realizzarono.
Dopo le formalità dei saluti e dei convenevoli, che si svolgono tra viaggiatori, ecco comparire tazze di liquido fumante, accompagnate da duri ma ottimi, biscotti e più prezioso ancora, un invito a servirsi delle docce del Bivacco. Trangugiata la tisana, a costo anche di ustionarsi la bocca, ci recammo ai bagni. Una grande stanza da cui pendevano una serie di soffioni, puntati in varie direzioni. Decidemmo che fosse il caso di far usufruire delle docce, prima le donne. Noi uomini potevamo aspettare. Dopo quella sosta sotto getti d’acqua calda e poi fredda, alternativamente, ci sentivamo tutti meglio. Il caldo sole della giornata, aveva riscaldato alcune rocce piatte, che erano d’intorno alla costruzione. Come lucertole ci sdraiammo e ci facemmo asciugare. Il silenzio era rotto di tanto in tanto dai fischi delle marmotte o dallo stridio di qualche aquila, che rimbalzava tra le pareti. Il consueto rumore che fa le stoviglie, quando si prepara da mangiare, ci fece piacevolmente agitare.
Il maggiore Harvèe, comandante della pattuglia, che ci aveva accolto al nostro arrivo, ci raggiunse.
         “ Ancora un’oretta e la cena sarà pronta, se vorranno essere nostri ospiti. Altrimenti il cuoco sarà ben felice di mettersi a disposizione per preparare le vostre provviste come desiderate.”.
Darla guardando e sorridendo rispose, indovinando il pensiero comune.
         “ Se non sono troppo sfacciata, saremmo onorati di dividere il pasto con voi e i vostri uomini. La vostra cucina così semplice, ma certamente appetitosa, l’abbiamo provata a Irtitltaslag e devo riconoscere, con molta soddisfazione.”.
Il maggiore s’inorgoglì.
         “Assolutamente, non siete sfacciata. Anzi, lei e le sue compagne saranno mie graditissime ospiti.”.
Poi, come colto dal sospetto di aver commesso un errore soggiunse.
         “Naturalmente il professore e i suoi amici, saranno altrettanto illustri ospiti alla nostra tavola.”.
Stubbing, trasse d’impaccio l’ufficiale.
         “ Certo che sì. Verremo volentieri e mangeremo in compagnia. Cosa c’è di più bello di un’allegra tavolata. Poi confesso che il vostro cibo e la maniera come lo preparate, mi piacciono molto e la cortesia, usataci fino ad ora, deve essere degnamente onorata. Anzi.”.
Rivolgendosi a Ramiro.
         “Dottor Ramiro, cerchi uno dei gagliardetti della nostra spedizione e ne faccia omaggio al signor maggiore. A ricordo del nostro felice incontro.”.
         “Certamente. Provvedo immediatamente.”
Thornbijorg, seduto vicino a me, iniziò a brontolare come il solito.
         “Ecco … le donne, graditissime ospiti. Quest’altri macachi, illustri commensali.  Noi … i figli della schifosa.”.
Non riuscimmo a trattenere le risate.

 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Finalmente siamo arrivati al Bivacco. Tempo splendido e natura meravigliosa. Questa notte dovremo assolutamente prendere una decisione e spero che sia definitiva. Potessimo prendere contatto il Comando.

 

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