CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Tempi e Cambiamenti”

Olè

E son sessantatre … Olè….

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Toc… Toc

Toc … Toc.. Chi è? Io … A poco servizio, perché manca il tempo, la voglia e lo spirito giusto per mettermi a scrivere. Anche due scemenze.

Il mese, che non è ancora finito è stato lungo, difficile e tormentato. Problemi di lavoro e meno male che ci sono perché vuol dire che c’é il lavoro, anche se … Se i problemi mi abbandonassero, andassero in ferie, ne trarrei di molto giovamento. Ma tant’é.

Seguo quando posso e come posso, ma lavorando soprattutto di pomeriggio al mattino ho altro che fare e la notte, quelle poche ore di sonno tento di farmele. Detto così suona un po’ strano, ma fa parte di questo gioco, che mi tocca giocare per ora.

Tento di sopravvivere a me stesso, anche a mia insaputa. Anzi è meglio che io non sappia. Occhio non vede, cuore non duole.

Un giorno o l’altro tornerò a darvi fastidio. Prendetela come volete … Minaccia, cortese avvertimento, avviso ai naviganti, ciesse viaggiare informati. Come meglio preferite.

A presto … O tardi … O a piacere.

Il confine

I tempi della maturità sono ormai lontani. Metà anni settanta. Ne conservo ancora un buon ricordo, forse perché quel sentore di fifa ormai è quel che è: un ricordo. Eppure, nel leggere le tracce dei temi di quest’anno, tra tutti, mi ha colpito proprio questo: il confine.

Il confine cos’è? Un luogo mentale? Fisico? Spirituale? Oppure è il frutto di lunga, elaborata ancorché contraddittoria unione di tutte e tre. Il confine è mentale. Circoscrive la mente di ciascuno di noi in un luogo ove i nostri pensieri prendono vita, si trasformano, mutano, muoiono in base ad eventi interne ed esterni a noi. Nella nostra mente e confinati lì rimangono. O meglio rimangono fino a che non ci vediamo disposti a farne partecipe gli altri. Potrebbe essere una coercizione, un piacere personale, un obbligo sociale, però ricordiamo sempre che è nei confini mentali che tutto avviene. Questo perché siamo disponibili a far attraversare quel confine ai pensieri altrui. Che provengano dal nostro vicino: genitore, amico, docente, o che provengano più in generale dalla società, noi permettiamo ai pensieri degli altri di attraversare quel confine. Quindi è un confine permeabile. Almeno in parte. Visto che è volitivo far accedere o meno alla nostra mente. Tale parrebbe anche il lato spirituale. Coltivare o meno lo spirito è si un atto cosciente e voluto. Accettare o meno che lo spirito faccia parte della nostra vita pone già il primo confine, attraversato il quale le varie forme spirituali, una volta individuate, saranno base anche del tuo pensiero. Tanto che i confini tra i due mondi tendono a sparire e per certi versi diventare uno solo. Ciò che invece è unico ed evidente è il confine fisico. Il “soma” di ciascuno di noi ci posiziona nello spazio che ci circonda. E’ il passaporto per relazionarci con gli altri. E’ ciò che vedono gli altri, prima ancora di attraversare, se loro concesso, gli altri due confini. Quello mentale e quello spirituale. Il confine fisico, può essere piacevole oppure no. Gradito o sgradito secondo i luoghi, le culture. E’ disdicevole mostrare il piede nudo, nella cultura orientale. O il tatuaggio o il mostrarsi a capo scoperto. Così è il contrario nell’occidente, il fatto di intabarrarsi da capo a piedi. Di soffiarsi il naso senza l’ausilio di un fazzoletto o di mangiarsi uno stufato di cane con cavoli e patate. lasciamo perdere i confini alimentari che ci sarebbe da scriverne più e più libri. Non è questo il punto. Piuttosto il corpo rimane il confine principale che abbiamo nei confronti degli altri e altrettanto lo sono i corpi degli altri. Confini definiti, imperfetti a volte, ma che configurano la persona cui appartengono.Ne danno una prima classificazione, già solo dai tratti somatici, colore della pelle, occhi, caratteristiche somatiche precise. TI proiettano in un mondo, in una società, in una cultura e solo in modo superficiale, è vero. Vedi un occhio a mandorla pensi al cinese, mentre stai osservando un cambogiano, un vietnamita o laotiano. Pelle scura, pensi all’Africa, ma chi ti dice che non sia nato a Baton Rouges o a L’Habana? Il confine è ingannevole e non solo quello fisico anche gli altri due lo possono essere. Pensi di rapportarti con un affabile signore, mentre in realtà è un sociopatico, che in ogni momento potrebbe farti a pezzi. Credi di confrontarti con un ateo due e puro, invece è intriso di una spiritualità tale, che la tua a confronto è quella del bambino al primo anno di catechismo. Solo che la maschera così bene che sei convinto della giustezza del tuo assunto. Il confine è quindi difficile da ipotizzare, definire. Ha un significato troppo sfaccettato, per poterne venire ad una.

Prendiamo un classico. Il confine geografico. Sembrerebbe più semplice da spiegare. E’ una linea immaginaria, che traccia la cesura in un territorio tale da rendere le parti ottenute, alle nazioni che si affacciano al quel confine. Stabilisce il limite dell’una sull’altra. L’area di appartenenza e di pertinenza della terra abitata da quel popolo, da quella nazione. Ora l’appartenenza è importante. Qualifica e stabilizza le persone, le cose a loro afferenti. E’ una pietra angolare del tessuto sociale, culturale dell’uomo e questo da sempre. La trasformazione dalla banda, alla tribù e da questa alla nazione come popolo e alla nazione come entità fisica propria non è stata  una passeggiata di salute, ma neppure si è mai interrotta o ne è stata mutilata la sua nascita. Anche fosse stato un mero tentativo. Anche li, l’idea del confine c’era. In nuce, ma c’era.Certi confini geografici, poi hanno pesato, più di altri. Prendiamo la “Cortina di Ferro”. Era il taglio netto tra due mondi, due culture, due società. O meglio tra due sviluppi di società. Da una parte quella nata e cresciuta in un clima di democrazia, mai perfetta, ma comunque, sempre ed in ogni caso, perfettibile. Con uno sviluppo culturale adeguato al clima politico, sociale ed economico. Dall’altra un mondo ad una dimensione con un’unica visione e uno sviluppo raccordato a quella visione. Quale sia o sia stato il migliore, non sta a me dirlo. Una risposta la Storia l’ha già data, e tanto mi basta. Però quel confine è stato per anni un simbolo di chiusura di una parte verso l’altra. Anzi la chiusura è stata reciproca. La si è imbevuta di paura, di mistero e di mistificazione per dirla tutta. Un tale confine non può essere dettato che dalla paura,innata direi, dell’uomo nei confronti del suo prossimo. Questo da sempre. Ogni banda, tribù, nazione ha un proprio territorio dove vive, si riproduce e trova di che vivere. Se arriva lo straniero, il diverso da quell’entità, arriva il nemico, colui che vuole sottrarre un qualcosa. Come nemico va combattuto, possibilmente vinto e scacciato. Allontanato dai confini. In fondo i migrati di questi tempi, se non bui, certamente di un brutto grigio scuro certamente, non sono forse quell’emblema. Arrivano a frotte e da una parte vengono considerati un’opportunità, dall’altra un danno se non peggio. Ecco che anche in questo caso il confine è dal significato incerto, labile, gonfio di ogni contrario. Il confine è l’immagine delle nostre paure, dei nostri cattivi pensieri delle personali e collettive avidità. Certi valori sono sminuiti o diminuiti, nella gerarchia sociale odierna, mentre ne acquistano in vigore altri, che pensavamo ormai nel dimenticatoio.

Forse questo è il tempo in cui viviamo, quasi costretti, su di un confine. Non sappiamo bene quale sia, ma sentiamo che esiste, pulsa vivendo dentro e fuori di noi.

Dobbiamo attraversarlo oppure …

Festa

Primo maggio, festa del lavoro. Festa in che senso?

Nel senso che al lavoro hanno fatto la festa, come dire .. La pelle?

Nel senso che hanno trovato il lavoro e come per tutte le scoperte epocali, va festeggiata?

Nel senso che quando si trova, proprio perché lo si è trovato, l’evento non può sfuggire almeno ad una bicchierata tra amici?

Nel senso che si voleva far festa e si è deciso: massì, dai, festeggiamo il lavoro, che adesso non mi viene nient’altro.

Nel senso che dopo la festa della liberazione, con quella del lavoro c’è un sottile legame … Tipo:  ce ne siamo liberati?

Nel senso che una volta aveva un senso e chissà che non ritorni di nuovo quel senso!

Buon Primo Maggio a tutti.

#Hashtag

Per curarmi frequento palestra e piscina. Con alterne fortune e secondo le sensazioni che mi regala quell’avanzo di corpo che mi è rimasto.

Ora, dopo  un attacco di sciatica, che a raccontarlo neppure Poe potrebbe essere più terrificante nel descriverlo, sono ritornato in palestra.

Il risultato è  stato il seguente:

  1.  #hashtag = Ho riscoperto muscoli che non credevo di avere.

  2. #hashtag = Molti li ho usati.

  3. #hashtag = Mi hanno procurato un dolore inutile.

  4. #hashtag = Ho invocato la morte.

  5. #hashtag = Comunque fosse e comunque arrivasse.

  6. #hashtag = Non mi ha cagato di pezza.

  7. #hashtag = La morte.

  8. #hashtag = Stronza !!!

Cosa c’entra l’hashtag. Niente, lo so. Il dolore rimane e il fanculo anche.

Questo per chiarire che la palestra non sempre è sinonimo di “mens sana in corpore sano” .

Corpore … Bhè … parliamone, ma ….  Anche no.

#Hashtag.

La pancia

Ora sappiamo tutti cos’è la pancia e dove è la pancia e  avvertiamo un certo disagio, solo a parlarne, di certe rotondità, vere o presunte che siano. C’è però una pancia che assume in se tutto il lato “oscuro” di un paese, un popolo, di una nazione, presa nella sua interezza, nella sua essenza. La pancia del paese, che mai come adesso viene titillata, solleticata, dagli opposti politici, sociali, economici, ciascuno secondo convenienza, priorità o semplicemente opportunità. Ah, la pancia del paese. Di un paese che quasi non sa più quale che sia la propria, di pancia. C’è sempre qualcuno o qualcosa, che se ne appropria, la rivendica, la vuol solo per se. C’è chi soffia sul fuoco degli integralismi, affinché la pancia ne sia ben ustionata, così che  possa assurgersi a pompiere salvifico. C’è al contrario che soffia un vento opposto, perché possa a sua volta spendersi come unica vera fiaccola dell’integralismo, e non importa se parziale o totale (meglio quest’ultima opzione). L’importante è integrare.Integrare anche quella pancia che ogni giorno è più vuota. Di ideali, di pensieri, che non riesce a reggere l’etica e la morale sociale. Principi fondanti del nostro mantenere assieme i pezzi della società.  La pancia è anche vuota, per molti e non in senso letterale, ahimè. Sacche di povertà si annidano e si sviluppano in tutte le latitudini sociali ed economiche, altre che fisico geografiche. Colpiscono un po’ tutti e naturalmente chi ne paga il prezzo maggiore sono le fasce più deboli. Guarda caso gli opposti del nastro della vita. I piccoli e gli anziani. La pancia ora come ora, non risponde più ai troppi stimoli che sta ricevendo. O meglio non risponde più come dovrebbe o forse, come si vorrebbe. Si, la pancia è stanca. Stanca dei continui sussulti, degli inesauribili borborigmi di cui è afflitta o di cui viene afflitta. Ogni momento è buono per sollecitare la parte “oscura” di essa. Vediamo la canea politica, scatenata ogni piè sospinto dalle varie forze attualmente in campo. Siamo oramai, a mai come adesso, al tutti contro tutti a prescindere ed indipendentemente da ciò che sta capitando. Naturalmente scagliando, o cercando di farlo, la colpa addosso “agli altri”. Avversari politici, sociali, economici. Non importa se si individuano specificatamente. L’importante che il “cetriolo”, manufatto pericoloso e nell’immaginario collettivo, tendente a raggiungere e occupare saldamente una parte ben precisa e nota del corpo umano, sia appannaggio “degli altri  o di altri” e mai di “noi”. La ricerca del capro espiatorio, per qualunque malefatta si voglia, già soltanto pensare, è ricerca prioritaria. Non solo, ma oramai ci si spinge altre. Osserviamo quale peso abbiano i valori, i principi nell’immaginario collettivo. Oramai l’immaginazione non solo non è più al potere, ma giace nei meandri della mente, in qualche non luogo, sepolta da una montagna dei detriti di etica e di morale. Ogni giorno si consumano decine di violenze su donne, bambini, anziani. Quasi che la fantasia si sia trasformata in una consueta vomitevole realtà . Anzi, si è voluto spostare il confine e esempio lampante, dopo una “festicciola tra amici” si è arrivato all’efferatezza dell’omicidio, giusto per provarne l’ebbrezza, e se questa contempli o meno l’appagamento dei sensi.Ora che anche questo é compiuto, l’uomo è migliore di prima? Dopo aver dilapidato, in un assurdo e quanto meno incredibile grottesco “gioco”, l’esistenza di un suo simile, è realizzato pienamente? I motivi di tanta barbarie non sono solo da ricercare nelle cose “fuori” dall’uomo, ma soprattutto in quelle che sono o dovrebbero essere “dentro” di lui. Non giocate, per favore, la carta dello sbandamento mentale, dell’impotenza data da droghe, influenti sulla fattiva predisposizione, alla distorsione dei fatti e delle cose. No !!! Quelle acuiscono e amplificano uno stato d’animo predisposto al superamento del limite, che ciascuno di noi si deve imporre, per poter sedere al consorzio sociale. La ricerca del male assoluto, porta a richiedere tale e quale moneta, per ripagarlo. Hai ucciso? Bene, dovrai essere ucciso a tua volta! La legge del taglione, di biblica memoria, applicata come se non fossero passati e non avessero lasciato traccia Aristotele e la sua millenaria scuola, la Scolastica e i propri eredi, l’Illuminismo e i suoi frutti. Tutto cancellato in una nuvola di bianco sballo, affogato in pozzo a perdere di liquidi brucia sinapsi.

A questo punto sorge la domanda spontanea e ineludibile: che fare? Come ricompattare questa deriva spirituale. Come rimettere assieme i pezzi. A chi dobbiamo rivolgerci per curare, anche la “pancia”, di questo corpo sociale così provato e lacerato.

Facendo un passo indietro, ma non certo ogni piè sospinto. Altrimenti riavvolgeremmo la nostra storia ed é una cosa impossibile. La scienza lo ha dichiarato e provato.

Immobilizzandoci, aggrappandoci all’adesso, quasi che il contingente, l’immanente diventino categorie fondamentali, pilastri inalienabili delle nostre esistenze. Non esiste un domani, ma anche il passato va inevitabilmente cancellato.

Oppure guardando al domani, con la fatica usuale di chi ha fiducia non ostante tutto e tutti. Chi ha la fede nel piccolo cambiamento giornaliero e non nella rivoluzione totale, continua instancabile, che non permette  però, il getto di salde fondamenta.

Strada difficile, ma non impossibile, perché implica un lavoro di limatura delle esistenze. L’uso forsennato del cervello, della coscienza individuale e generale. Rimparare il giusto senso del si e del no, avere nozione di principi fondamentali dell’esistenza. Riconoscere che esistono pari diritti e doveri. Arrendersi all’evidenza che non siamo solo noi a vivere, ma altrettanto lo fanno gli altri e tutti abbiamo pari dignità e consapevolezza nell’agire in tal modo. Facciamo tesoro della diversità nell’uguaglianza. facciamone ragion d’essere e passo dopo passo torniamo diventare esseri umani.

Metto via

Metto via questo 2015. Lo ripongo nel miglior modo possibile. Senza troppe pieghe e spiegazioni. Né servono le prime, né tanto meno le seconde. Soprattutto le seconde. Ingarbugliano cose, persone, fatti. e lasciano il tempo che trovano. Normalmente rimane una leggere bavetta di sospetti mal digeriti, di abbozzi e di situazioni inevase. O comunque c’è il quella sensazione.

Lo metto via perché oggi è l’ultimo giorno utile per farlo. Domani avrebbe il sapore di un’altra occasione perduta, di un ritardo ingiustificabile, di una imperdonabile dimenticanza e poi diamo al meno alla fine di un anno una parvenza di ordine. Ammantiamoci dell’alibi di una vita vissuta secondo possibilità e per una volta non a nostra insaputa.

Cose belle e brutte messe insieme, ma con ordine e non raffazzonate alla “Viva il parroco!”. Piuttosto ciascuna imbustata per colore e nuance, così che la fatina dei ricordi o la strega o il folletto o qualunque spirito che ci aggrada di più, possa aver agio nel recuperarlo  a tempo debito. Oppure agevoli la fatica di qualcun’altro, che si potrà trovare nel grato o ingrato compito di recuperarli, perché nella vita: “Non si sa mai”. Un po’ come mettere via la biancheria buona, Le magliette della salute, le mutande, una camicia e un pigiama: “Sai … Pensa se devo andare all’ospedale … Pensa se muoio… Così all’improvviso …  Avete di che vestirmi in maniera adeguata … Non facciamo che poi uno fa figure e non può …”

Già non puoi. Non puoi più fare nulla. Il tempo non è un gambero. Può essere galantuomo o un Arpagone, ma non è quello che ti può rendere ciò che ti da e lui si che è veramente cieco. Altro che la fortuna. La fortuna è … E’ quello che decidi tu, nei tuoi pensieri, nelle tue voglie, nei tuoi desideri. Poi esiste il tempo, la realtà dove naufragano i sentimenti, respirano piano i pensieri, boccheggiano o rifulgono le aspettative.

Ho messo via anche quel tempo. Intanto non me me faccio più nulla. Rincorrere rimpianti, peggio … Rimorsi? No, comincio a non potermelo permettere. Sono passati i quaranta urlanti e i cinquanta ruggenti, ora vivo dei sessanta afoni e debbo farmene una ragione. Il tempo è un contabile imparziale e se ripenso alla mia generazione, di qualcuno rimangono già le ossa calcinate. Pare brutto dirlo, ma è la verità. Di alcuni c’è la traccia nella memoria dei loro contigui e di quanti ne conservano traccia. Una busta ben fatta e piegata in un armadio, in un cassetto con stampigliata una data. Quella di un anno.

Quella nella quale ho messo via quella figura e la notizia della sua partenza.

Metto via … Metto via e basta. Da domani c’è un altro anno da inventare, da vivere, nella speranza di farlo non al di sopra delle mie possibilità e soprattutto non a mia insaputa. Ci saranno cosa da fare e qualcuna l’ho già messa in cantiere,al almeno nella mia testa. Poi ci sono le varie ed eventuali. Praticamente ogni ora, ogni momento dell’esistenza prossima futura, perché se il tempo è un contabile e l’uomo propone, c’è sempre Dio che dispone e il suo disegno è così grande, vario e complesso, che ci perdiamo in esso e non riusciamo a capirlo. Già fatichiamo a capire il nostro, o almeno a tentare d’indovinarlo. Figuriamoci quello generale, che abbraccia tutti e tutto. Quando sento chi si fa tronfio portavoce di tale disegno, non posso provare che un senso di vergognosa doglianza per tanta supponenza.

Basta … Metto via quest’anno augurandomi solo di poter avere gli occhi fanciulli per guardare quello nuovo che tra poche ore inizia il suo cammino e di trovare il tempo, di avere il tempo tra 366 giorni (Anno bisesto è questo) di metterlo via.

Vorrà dire che ho vissuto e che forse ho un’altra occasione per farlo.

 

BUON 2016  A TUTTI

Le regole di un progetto

Letto così, questo titolo porta a pensare, a una lunga o breve, non ha molta importanza, dissertazione su regole applicabili, all’architettura, all’ingegneria o anche alla stesura di un qualunque scritto articolato e ben corposo. Mi spiace ma non è così. Mutuo il titolo da due avvenimenti cui do testimonianza.
Il primo, se vogliamo un po’ privato o comunque non così di tanta risonanza da farne “un caso”. Anche se nel suo piccolo, ha risonanza e rilevanza.
Ho assistito domenica scorsa all’insediamento del nuovo Vescovo della Diocesi. Non avendo mai assistito a un rito così, in precedenza, non so fare paragoni in merito. Nel senso che non posso essere certo se la cerimonia fosse o no permeato di misticismo sì, ma non eccessivo; di sfarzo sì, ma eccessivo. Comunque è stata intensa e il rito a richiamato tutta una serie di liturgie che non ci sono così comuni, famigliari, quotidiane.
Quello che però ha colpito di più sono state le parole scritte dal nuovo Vescovo sopra una sorta di “segnalibro”, che era distribuito ai presenti.  (Ha un nome particolare e preciso, questa sorta di “bugiardino” e chi me lo volesse ricordare, ha fin d’ora i sensi della mia più profonda stima). Oltre allo stemma vescovile, questo era accompagnato da poche parole, però dense di significato. Almeno per me. In sostanza ciascuno di noi è chiamato da Dio a partecipare a un progetto, di cui conosciamo a mala pena il titolo. I dettagli non riusciremmo a reggerli. Comunque oltre alla proposta, ci è chiesta la fiducia sul Suo “modus operandi”. In fondo ci è chiesto di fidarci del Progettista. Ora è un’assunzione di responsabilità ben forte, da parte dei due contraenti. In fondo io dovrei fidarmi di una persona che conosco poco o che di Lui ho notizie contraddittorie. La sua biografia non è così limpida e piana e i miei neuroni arrivano a comprendere le sue scelte fino ad un certo punto. Anche Lui, d’altra parte, non ha un caratterino semplice sotto mano. Giacché sono dotato di libero arbitrio, posso accettare adesso, ma in qualunque momento piantare lì Lui e il suo progetto e mandare tutto a carte e quarantotto.
Ecco che per regolare i rapporti, bisogna affidarsi a delle regole e nel caso ce ne sarebbero una decina che fanno al caso in questione. Qui entra in ballo il secondo avvenimento che mi ha colpito.
“I Dieci Comandamenti” spiegati, interpretati, vissuti da Roberto Benigni.
Ora di là dall’uomo e della coloritura che ha dato delle Tavole, fondamento di una cultura religiosa come quella ebraico – cristiana, i contenuti sono stati davvero forti. Si correvano due rischi opposti. Rendere l’evento di una noia dell’epoca, di una pesantezza cosmica; viceversa ridurlo a un’azione comica, dai seguiti grotteschi o farseschi.
Invece per due ore, io personalmente sono rimasto incollato al video, forse perché è stata l’occasione di vedere della buona televisione. Senza spot, interruzioni di vario genere fatte a vario titolo, che ormai inquinano fin troppo gli schermi. Nulla di tutto ciò, solo due ore secche di parole. Non vuote, non vane, ma a mio giudizio impegnative e rilevanti. Ora non è stato l’Oracolo di Delfi a parlare, ma l’uomo di spettacolo lo conosciamo e sappiamo che ha trascorsi per i quali attenzione e apprensione, sono sentimenti palpabili. Eppure come per altri casi, cui si è sottoposto, vedi la Commedia, la Costituzione, l’Inno d’Italia, quei trascorsi così rustici, al limite anche della rozzezza, sono stati allontanati, se non per comparire qua e la, quasi sfumate e larvali presenze, giusto per non far dimenticare il personaggio, più che la consistenza umana dell’interlocutore.
Il messaggio dei comandamenti, pur nella complessità esegetica che è emersa, si è dispiegato con lievità, senza mai abbandonare quel senso di profondità implicita. Anzi attraverso la singolare esegesi sono emersi, almeno per me, aspetti che ignoravo, o che comunque non ho mai dato quel giusto peso o non avevo neppure preso in considerazione.
Il fatto ad esempio che Dio si pone come unico interlocutore, ma non dall’alto di un inarrivabile piedistallo, bensì come primo prossimo dell’uomo stesso. Al di fuori dell’uomo c’è Dio, espresso nelle persone e cose che ci circondano; doni offerti con la gratuità implicita dell’atto del donare. Non solo ci sono stati donati beni materiali, ma soprattutto beni immateriali, quali i sentimenti. Libertà, gioia, dolore, felicità e amore e non ultimo, ma chiave di volta dell’esistenza il libero arbitrio. Che ci permette di donare a noi stessi e agli altri quei sentimenti. Possiamo adempiere i comandamenti oppure fare tutto il contrario. Liberi di scegliere una cosa o l’altro attenti, però all’assunzione della responsabilità di quanto ci si accinge a compiere. Non possiamo agire e sottrarci alla responsabilità dell’azione compiuta. Ne possiamo demandare ad altri le scelte compiute o scaricarle sulle spalle altrui.
Le scuse sono come le chiacchiere: stanno a zero. Possiamo invocarle quanto e come vogliamo, la realtà dei fatti sta sotto i nostri occhi.
Ora il fatto che un simile decalogo tenga banco da più di tremila anni, la dice tutta sulla bontà delle sue regole, che poi non sono così rivoluzionarie, ma rappresentano i pilastri dell’etica e della morale di ciascun popolo, che sia transitato o che transiti tuttora sulla terra. Sono regole fatte non “ad personam”, bensì “ ad populum”. Hanno una valenza universale e universalmente riconosciuta. Rappresentano la maturità, l’adultità dell’uomo e regola i rapporti tra tutti gli esseri umani. Alcuni comandamenti potranno essere più sentiti degli altri, essere una parte più presente della vita sociale, culturale dell’uomo, ma tutti, sia che ne vengano esaltati gli aspetti, sia che ne vengano al contrario minimizzati, tutti dicevo, oramai sono una costante vitale dell’uomo.
Il fatto poi che per quest’evento si siano mobilitati milioni di persone, per assistervi e credo e mi piace il farlo, in “religioso” silenzio, la dice molto.
Abbiamo bisogno di regole: poche, chiare, intellegibili a tutti e ragionevolmente perseguibili; per dare una stabile e continua esistenza alla nostra società. Che non è un corpo astratto, ma siamo noi con le nostre individualità. Individui che con le personali singolarità rendono vivo e pulsante un corpo solo, a volte riuscendo perfino a generare un’anima sola. Proprio di quell’anima, a un certo punto è stato detto. Preoccupandoci il giusto: perché questa convulsione perenne, di cui ci nutriamo, ci fa lasciare indietro molto di noi stessi e uno dei primi pezzi che perdiamo è proprio l’anima. Il caos inevitabilmente, rende il silenzio e ciò che in esso é racchiuso un luogo che si sta svuotando sempre di più e sempre con maggior velocità.
Riflettere su questo progetto fantastico che la nostra vita e di come sì’intesse con quella degli altri, forse ci permetterà di non dimenticare, di non perdere quegli aspetti dell’esistenza, che aiutano questo fragile essere, che è umano, a continuare il cammino della vita.

MOVEMBER

Movember (da “Moustache” (parola inglese per baffi) e “November”) è un evento annuale che si svolge nel corso del mese di Novembre. Durante questo periodo gli uomini che vi aderiscono (i Mo bro) si fanno crescere dei baffi per raccogliere fondi e diffondere consapevolezza sul carcinoma della prostata ed altre patologie.

La November Foundation si occupa di gestire l’evento Movember attraverso il sito Movember.com.[1] Il motto del Movember è di “cambiare la faccia della salute degli uomini” (letteralmente da “change the face of men’s health.”)[2]

Spingendo gli uomini a prendere parte al movimento / evento, Movember si pone gli obiettivi di favorire la diagnosi precoce del cancro alla prostata, aumentare l’efficacia dei trattamenti e ridurre il numero di decessi. Oltre che suggerire un check-upannuale, la fondazione Movember incoraggia gli uomini ad indagare possibili storie familiari relative al cancro e ad adottare uno stile di vita più salutare.[3]

Dal 2004 la Movember Fundation ha promosso eventi a sostegno della lotta contro carcinoma della prostata e disturbo depressivo, in Australia e Nuova Zelanda. Nel 2007 eventi del genere hanno tenuto luogo in Irlanda, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, El Salvador, Spagna,Regno Unito, Israele, Sud Africa, Taiwan e Stati Uniti.[4][5]

Il Canada ha aderito e contribuito alla raccolta fondi Movember più di qualunque altra nazione.[6][7].

Nel 2012 il Global Journal ha inserito il Movember tra le 100 più importanti NGOs (organizzazioni non governative) del mondo.[8]

 

Questa é la definizione del titolo che avete appena letto in testa a questo post.

Origine WIKIPEDIA (IT) – Portali MEDICINA e SOCIOLOGIA.

Ho usato il “copiaincolla” assolutamente preciso. Non ho voluto togliere nulla né aggiungere nient’altro.

E’ solo rivolto soprattutto a noi ometti, che per primi ci ritroviamo ad essere o poter essere investiti del problema del carcinoma alla prostata. Credo che però anche le donzelle che transitano di qua e leggeranno potrebbero essere le moglie, la madri, le compagne di qualcuno che un giorno potrebbe svegliarsi a avere una strana e inspiegabile fitta.

L’amore é anche  un paio di baffi che può fare la differenza.

Un Movember .... Bislungo ... Che altro

Un Movember …. Bislungo … Che altro

Questo perché il luogo é terra della “Compagnia della Buona Morte”e della Taverna “Al Pisellon Fuggiasco – Locanda con camere ed uso di Stallaggio”, delle “Allegri Comari” e “La Bella Bignola – Sala da The “. D i Tranzo e di Sciallo, delle Ciampornie e di tutti i personaggi che hanno cantato e cantano tutt’ora le lodi del mondo ovale. Mondo legato a “Movember” e credo che anche la Leonessa e le sue degne compagne si adorneranno il labbro di un paio di mustaccioni, perché, ripeto, anche un paio di baffi può fare la differenza.

Lo dicono anche le istituzioni

Lo dicono anche le istituzioni

E un altro mese é andato …

Un’altra musica é finita …  giusto per fare citazioni colte. Si miei cari, anche marzo sta attendendo con noncuranza alle ultime ore che gli spettano, poi si ripresenterà puntuale il prossimo anno. Facciamo un bilancio mensile? Ma anche no! Perché ammorbarci e ammorbarvi. In verità potrei. Certo che potrei. Una dotta relazione sull’attività di questo luogo. Specificando  chi, quando e perché ho avuto visitatori e commentatori. Potrei anche infilarci un bel diagramma. , un istogramma a rete. oppure a colonne, ovvero a torte per gli abbisognosi di zuccheri, anche se virtuali.

Però … No, non vi e non mi tedio indarno. Il passato ha fatto ciò che doveva. passare e per il futuro, avanza avvolto nel mistero, fatto di una sostanza impalpabile, imperscrutabile. Anzi non é fatto di nulla se non di quello che metteremo noi con il nostro essere per gli altri , se capita e, se capita altrettanto. per noi stessi.

Un dato però lo voglio evidenziare. Il post precedente ha raggiunto la bellezza di 143 commenti. Sembra sentirlo già fin d’ora: Prova a battermi ! Detto tra noi a una simile provocazione vien d’istinto rispondere: Ma … mi faccia il piacere … Mi faccia ! Un bel e chissene …. non vogliamo dirlo e sottolinearlo. Dunque che rimanga il record, sino a che qualcosa o qualcuno smuoverà interessi tali che quel numero sarà superato. O forse no. Rimarrà unico e solitario … y final. Proseguiamo dunque per queste poche ore che ci separano da una data che per alcuni é fonte di gaudio e sollucchero. Forse perché dotati di spirito, tale da smuovere ingegno, fantasia e un marcato desiderio di sbeffeggio. Giusto per suscitare ilarità, curiosità e saggiare un’altra volta la dabbenaggine che alberga nell’animo umano. Domani sarà il 1° aprile, giorno dedicato al pesce (Inteso come scherzo scherzoso e non esempio di fauna ittica in generale) e se non ricordo male c’é tra di noi chi, proprio in questo giorno si dedica alla nobile arte. Nel senso che fa scherzi e non che tira pugni, anche se , in fondo, un paio di sganassoni li darebbe volentieri e di persone degne di tanto sicuramente ne conosce. Vedremo.

Una novità però c’é. Tra venti giorni saranno 21.900 i giorni che festeggerò. Arriva come ogni anno, simile alla rate del mutuo, il compleanno.  21.900 giorni vi pare un calcolo difficile, va bene: facciamo 12 lustri. Vi ho semplificato la vita? Non sentite un miglioramento nella e della vostra esistenza? Ne sono convinto.

Naturalmente per festeggiare ancor meglio la ricorrenza il Pazzificio mi ha già regalato una bella notte inutile da sprecare inutilmente al lavoro. Sento voci tra di voi che mi ululano: Che culo !!!

Certo rispondo io, con un mesto sorriso. Ritrovo in ciò tutta la normalità della mia esistenza. e guarda il fato come é beffardo ed infingardo nei miei confronti. Stesso turno per il giorno del genetliaco della Leonessa e di Artemisia, la mia. Ormai sono leggenda, tra gli sfigati di questa terra. Il fatto però presenta la seguente singolarità: appartengo ad una schiera di eletti e dunque per certi verso sono un … ragazzo fortunato. Anche perché  se la vita comincia a quarant’anni ora sono in piena tempesta ormonale. Dovrei sentirmi addosso il ruggito dell’ormone impellente, l’urlo da cosacco imbufalito, da cinghiale infoiato, che mi percorre in ogni dove. Che mi squassa e travolge.  Invece il tempo, in questo caso mascalzone, mi ha ricordato proprio oggi di come la mia cervicale sia sempre ben presente e attenta. Di come debba interrompere il sonno notturno con una visita nel luogo eletto. Nel tòpos assoluto. Di quanto siano presenti i crampi, accenni di dolori reumatici vari, con contorno di sintomi dall’eziologia incerta e di esito sicuramente infausto e di come, per contorno, gli stravizi siano preclusi a prescindere. Insomma  … Mi girano  … I tòpoi !!!

E’ l’età che avanza, bellezza e a quanto pare non é lontanamente grande. Anzi, la si desidera nascondere o almeno celare.  (NON CI RIPROVATE !!!)

Alcuni si affannano a farlo con esiti quanto mai ondivaghi, però in cuor mio non ci tengo. L’età avanza. Faccia il suo corso, ho già troppi impegni , presi e da prendere, da soddisfare, troppe paranoie da coltivare e troppe battaglie da battagliare, prima fra tutte quella contro un nemico duro e difficile da battere: me stesso. Quindi non ho tempo per la lotta esteriore, visto che mi affanno con quella interiore e lì consumo le forze che mi rimangono.

Rileggo e mi accorgo che sto … bilanciando. Non é il caso.

Vorrei chiudere con una citazione colta, così come ho iniziato, ma non me ne viene nessuna … anzi no: non é tempo d’eroi, non lo é stato mai.

(Anche perché gli eroi sono tutti morti e in maniera tale da riempire le bocche altrui di parole. Molte volte vane e vuote, che però suonano bene alle orecchie degli oratori, forse perché sono le loro ed é bello sentire il suono della propria voce. )

Ad essere normali ci vuole tanto, ma tanto coraggio. A volte troppo.

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