CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Tra terra e cielo”

Privato è politico.

Privato è politico è stata una delle frasi portanti degli anni della grande contestazione. Non potevi più avere un momento privato, solo tuo e solo per te. Tutto era doverosamente da condividere senza nascondimenti, senza filtri, senza barriere. Ciascuno poteva sindacare, contestare, bollare le scelte operate dal singolo, in nome e virtù della collettività, la quale assurgeva a termine ultimo di tutto. Un crogiuolo giustificativo e onnicomprensivo. Ma è ancora così? Cioè il privato è ancora veramente pubblico. Lasciamo stare l’atto volitivo di pubblicizzare il proprio privato e con i mezzi attuali,  non si fa poi molta fatica. In fondo anche questo che state leggendo è uno di quei mezzi. Condivido o almeno, tento di farlo, un pensiero mio e averne un ritorno è una delle possibilità. Sollecito, in fondo, una risposta ad una domanda. Bene la domanda di oggi è : Quanto incidono le mie volontà, i miei pensieri dopo la mia morte? Mi spiego meglio: al momento del trapasso e in preparazione a quel momento, chi più, chi meno ha una sua idea su ciò che dovrebbe avvenire dopo. Si affidano alle parole o agli scritti – meglio quest’ultimi, decisamente – le proprie volontà. Lasciare disposizioni circa i propri beni è uno dei fondamenti della società moderna. Vi è tutta una dottrina, una giurisprudenza, una legislazione consolidata in merito. Però esistono ancora della zone grigie, se non d’ombra, ove ci si muove ancora con circospezione e dove si scontrano due diverse “filosofie”. Una ed è forse la più importante, anche se per motivi che mi è personalmente difficile da spiegare, è la disposizione del proprio corpo dopo la morte. Sappiamo che il corpo va sepolto. Sottratto alla vista del mondo, in modo che questi non veda gli effetti del disfacimento della carne. Spettacolo di certo carico di ribrezzo, ma naturalmente necessario. E’ detto e scritto che nulla si crea o distrugge, ma tutto si trasforma e quindi anche il nostro corpo mortale è soggetto e oggetto di tale trasformazione. Polvere siamo e polvere ritorneremo è scritto. Ora, è giusto che sia il soggetto della futura trasformazione a scegliere liberamente, il modo si trasformarsi, oppure deve necessariamente soggiacere ad una serie di regole morali, etiche e giuridiche per attuare ciò che naturalmente accadrà? Su come il corpo dovrà trasformarsi la legge è chiara. Al di la di quelle che sono le regole sanitarie che governano i processi, i luoghi preposti e le modalità, si può insinuare il dubbio che anche eticamente e moralmente si possa governare ciò che accade dopo il trapasso. Perché c’è da chiedersi se sia giusto che lo Stato, quindi la componente laica, oppure la Chiesa, dunque la componente religiosa, debba o possa intervenire in qualunque maniera, nella volontà personale di trasformazione dell’involucro che ci ha accompagnato per gli anni in cui abbiamo vissuto. Dato per assodato che , vivendo in una società che culturalmente ha della morte e dei suoi effetti una millenaria tradizione, dalla quale non possiamo decedere e quindi ne dobbiamo assolutamente rispettare leggi e regolamenti, d’altro canto anche la Religione, quasi per gli stessi motivi pone avanti le mani regolamentando la stessa materia. Non lo fa nello specifico con le misure del cofano mortorio o di quella della fossa, ma pone dei limiti al trattamento del corpo dopo la morte. Fino a poco tempo fa si detta contraria alla pratica della cremazione. Adducendo temi teologici profondi. La religione cristiana prevede che alla fine dei tempi, al momento del Giudizio Finale anime e corpi si ritroveranno per l’ultima volta e la Chiesa si è domandata, nel caso della cremazione, della distruzione con il fuoco del corpo, attraverso un atto volontario, (Perché ci deve essere l’esplicita disposizione del defunto) quest’atto non inficiasse in qualche modo il futuro ricongiungimento. Qualcuno ha obbiettato che nei secoli di corpi di cui non c’è più traccia certa ce ne sono e non pochi. Prendiamo poi i corpi dei Santi. Molti dei quali sono stati fatti a minuti pezzetti e quei frammenti disseminati per il mondo. Come sempre sono arzigogoli della mente umana. Giochi filosofici in cui perdersi e perdere del tempo. Piuttosto il sostenere che non sia giusto o peggio, sia disdicevole disperdere le ceneri o custodirle in un luogo diverso da quello preposti, sia una pratica iniqua, questo fa riflettere. Non è da tutti custodire l’urna cineraria di zia Laudomia, che fa bella mostra di se, sul mobiletto in sala o sulla colonnina di marmo in un angolo del salotto. Potrebbe essere considerato bizzarro o inquietante, ma riflette, parimenti, un amore per quella donna, che neppure la morte è riuscito a distruggere o a sopire. Eppure qualcuno ha obbiettato si questo fatto. Non lo ha reputato giusto o dubita fortemente sulla giustezza della scelta di far abitare ancora presso le persone care, ciò che rimane di quel corpo. Però chi vede nel corpo solo il temporaneo abito di chi ha partecipato alla festa della vita, dismettendolo per andare altrove e partecipare ad una festa molto più impegnativa, non se ne cura o quasi. Se se ne curano gli altri, soprattutto quelli che hanno impostato tutta una serie di regole per la cura, a volte anche maniacale, del corpo di ciascun individuo, allora le cose cambiano. La religione ha dettato tempi e regole che guidano e scandiscono il tempo nella vita di ciascuno, naturalmente occorre credere. Non solo regola la vita, ma a questo punto regola anche la morte, quasi sottraendo all’individuo la disponibilità generale delle proprie azioni. Imponendo dei distinguo in vita come in morte, quasi ad impedire di vivere o di morire con chi pare e piace. Anche ad essere disperso in un fosso o messo nel salotto di casa. Questa naturalmente è la tesi, ma occorre ascoltare anche l’antitesi. Da Kant non si può sfuggire. La morte è un fatto politico: nel senso che non colpisce solo chi decede, ma anche chi gli sta intorno. Parenti, amici, conoscenti. La dipartita apre un vuoto difficilmente colmabile, se non impossibile. Il tempo aiuta a mitigare, a sopire evoca ripianto, persino compassione e a volte anche misericordia. Ma la ferita rimane, latente o palpabile che sia e viene allora condivisa, quasi necessariamente. Ecco i cimiteri, i giorni di suffragio, le giornate della memoria. Per non dimenticare ed esorcizzare quel vuoto. Non si può cancellare le tracce di un individuo, ma neppure si deve tenere con se una parte per il tutto. Qualche simbolo rimane, qualche bene, oggetto appartenuto al defunto entra a far parte della nostra vita, del nostro quotidiano, ma non deve essere occasione per renderlo una sorta di idolo. E’ scritto che i morti debbano seppellire i morti. Ci deve essere una evoluzioni in tutti noi, anche e soprattutto dopo una perdita. Non è solo perché il mondo va avanti e lo fa perché se ne frega. Ha subito il colpo, ma ha in se quegli elementi che gli permettono di compatire la perdita e proseguire il proprio cammino.

Quindi non è il punto se sia giusto o meno permettere all’individuo di farsi ricordare come meglio preferisce o se il ricordo debba essere demandato alla parte religiosa o laica della nostra società.

L’importante è far vivere con la giusta dignità il passo definitivo dell’esistenza umana e convivere con compassione tutti gli effetti.

Quando la vita

Quando la vita degli altri irrompe nella tua, hai delle scelte da operare, o forse nessuna. Se accetti, non puoi dire a priori che ti piacerà, quello che ti potrà capitare. Come non puoi fare il contrario. Hai accettato e dovrai fare di necessità, virtù. Come dicevano i nostri vecchi. Vecchi che parlavano per l’esperienza loro e di quella dei loro vecchi e così all’indietro. Perché c’è sempre qualcuno che ha percorso il sentiero che ti tocca affrontare.

Quando la vita degli altri irrompe nella tua e accetti quest’irruzione puoi sentirti preparato, oppure affrontare quell’irruenza completamente disarmato, ma conscio che le armi te le dovrai fare mano a mano che il tempo passa, che l’irruzione diventa sempre più presente e l’onda piano piano si placa. Tanto da diventare parte del tuo modo d’essere, di vivere la tua vita. Già, la vita. La tua e quella di un altro che s’intrecciano, che si avviluppano, che si scontrano.  Con le regole che si formano  e si sgretolano man mano che il tempo srotola le sue spire, che avvolgono i partecipanti, attraendoli e respingendoli. Un’onda inevitabilmente asincrona, dove il gioco più difficile è trovare l’omogeneità del dire e del fare, l’uno con l’altro. L’uno per l’altro, soprattutto quando l’altro è l’elemento fragile, indifeso della coppia. Eppure è quella fragilità la chiave di volta di quell’irruzione. Proprio per quello, che la personale fragilità viene denudata, scoperta e per una volta affrontata. Non sarà la prima, neppure l’ultima, ma lo scontro con la propria di fragilità avviene in questi casi. Devi trasformarla in forza, per te e per chi ti sta di fronte. Attraverso questa forza, nuova perché mai più pensavi di averla o forse mai l’hai dovuta usare. Vecchia, perché finalmente ritrovata, anche se ben nascosta per i motivi più diversi, che non stiamo a cercare, ma li diamo per assodati.

Quella forza che devi trasformare, perché non può essere solo dimostrazione di una fisicità, non solo, ma anche e soprattutto deve essere l’essenza di compassione e più difficile di tutti: consolazione.

Compassione non è, se non la forma alta della partecipazione totale alla vita dell’altro. Ai suoi alti e agli inevitabili bassi, quasi che diventi una seconda pelle, quasi che la vita degli altri, sia la nostra vita. Ci appartenga per un certo lasso di tempo e per un certo tempo la viviamo, sforzandoci di viverla come la vivrebbe il nostro prossimo. Con i suoi ritmi, con i suoi riti, con una pari sensibilità. Difficile e impossibile, ma se accettiamo quell’irruzione, ci sforzeremo di viverla. Il più delle volte la vivremo con i nostri ritmi e i nostri riti, forse scimmiottandola. E’un mezzo accessibile,calzante, per poter affrontare un simile impegno. Ma ne esiste anche un altro. Quello di affrontare la vita degli altri con il nostro personale ritmo senza il desiderio di scimmiottare l’altro.

La compassione come primo passo, come mezzo anzi per mettere il nostro passo pari a quello dell’altro. Ci dobbiamo chinare, per poter elevare l’altro o comunque tentare il tutto per tutto, per farlo. Non è un atto d’orgoglio o peggio di superbia. Piuttosto il desiderio di innalzare l’altro da una situazione di dolore, di mestizia a quella di gioia o più semplicemente di stabilità. Dare la possibilità di un sorriso, darsi la possibilità di donare una parola buona, di conforto. Anche dire una stupidaggine e vedere il volto dell’altro illuminarsi di una contentezza che da troppo non vedevi nel volto altrui. Chinarsi sul corpo dell’altro e curare le sue piaghe, con l’attenzione dovuta, con il rispetto assoluto perchè di fronte hai una persona che non si è cercata la malattia, ma gli è arrivata addosso per il perfido gioco di cellule impazzite. Non scomodiamo Entità superiori, che per perversa crudeltà nei confronti del genere umano ammanniscono a quello pene e sofferenze. Alla base di tutto esiste una libertà che permette anche alla natura di prendersi licenze, che di massima aborriamo e condanniamo, ma che, proprio perché libera di esprimersi, sortiscono anche effetti deleteri ed indesiderati.

Eppure attraverso quel sentimento, che accompagniamo con la condivisione, riusciamo per un momento, breve o lungo che sia, a sovvertire un ordine che pare intangibile e refrattario.

Per un momento la nostra compassione diviene una leva che scardina e azzera un mondo e permette la creazione di un altro. Con altre regole così vecchie da apparire assolutamente nuove.  La prima in assoluto è quella del’amore. Motore e carburante di compassione, condivisione consolazione. Senza amore l’irruzione della vita degli altri nella nostra è solo un movimento molesto, fastidioso e da combattere con ogni mezzo. E’ già di per se un male, inaccettabile e da rigettare immediatamente.

Mentre con la presenza di un sentimento amoroso, diventa non solo accettabile, ma ricercato, auspicato, ben voluto. Vuol dire darsi la possibilità di rispondere più facilmente, con più costrutto alla domanda che rimane latente in noi per tutta la vita: io sono amato? Lo sono sinceramente? Lo so0no veramente?

E’ il grande dramma umano, messo in scena ogni giorno, ora, momento dell’esistenza. La ricerca dell’amore, ma non solo per se; quindi essere ricolmato d’amore, ma anche quella di donare l’amore a qualcuno, a qualcosa. L’amore non è una linea retta, ma è la luce che entra in un prisma e ne esce modellato di mille colori, rimbalzando nella galleria degli specchi di ogni esistenza.

Solo l’amore donato, corrisposto, regalato a piene mani, permette un ritorno di altrettanto amore, che anzi va a riempire gli angoli più nascosti e più dimenticati del nostro animo, quasi che donandone cento ne riceviamo cento e uno. Soprattutto accompagnando l’atto di amare con l’atto di donare l’amore. Più è disinteressato il gesto è più abbiamo un ritorno. Sarà l’amore stesso che ci guiderà, che ci suggerirà come arriva a noi quello degli altri e non dobbiamo commisurare l’amore che doniamo, con quello che ci ritorna. Non sarebbe un dono, che nella sua peculiare essenza, è di per se senza prezzo o comunque non possiamo darne uno. Se così fosse, che senso avrebbe il dono. L’atto del donare ne risulterebbe svuotato.

Succede questo a Lourdes. La vita degli altri fa irruzione nella tua e tu ci devi fare i conti. Io, i miei non ho ancora finito di farli tutti.

Le regole di un progetto

Letto così, questo titolo porta a pensare, a una lunga o breve, non ha molta importanza, dissertazione su regole applicabili, all’architettura, all’ingegneria o anche alla stesura di un qualunque scritto articolato e ben corposo. Mi spiace ma non è così. Mutuo il titolo da due avvenimenti cui do testimonianza.
Il primo, se vogliamo un po’ privato o comunque non così di tanta risonanza da farne “un caso”. Anche se nel suo piccolo, ha risonanza e rilevanza.
Ho assistito domenica scorsa all’insediamento del nuovo Vescovo della Diocesi. Non avendo mai assistito a un rito così, in precedenza, non so fare paragoni in merito. Nel senso che non posso essere certo se la cerimonia fosse o no permeato di misticismo sì, ma non eccessivo; di sfarzo sì, ma eccessivo. Comunque è stata intensa e il rito a richiamato tutta una serie di liturgie che non ci sono così comuni, famigliari, quotidiane.
Quello che però ha colpito di più sono state le parole scritte dal nuovo Vescovo sopra una sorta di “segnalibro”, che era distribuito ai presenti.  (Ha un nome particolare e preciso, questa sorta di “bugiardino” e chi me lo volesse ricordare, ha fin d’ora i sensi della mia più profonda stima). Oltre allo stemma vescovile, questo era accompagnato da poche parole, però dense di significato. Almeno per me. In sostanza ciascuno di noi è chiamato da Dio a partecipare a un progetto, di cui conosciamo a mala pena il titolo. I dettagli non riusciremmo a reggerli. Comunque oltre alla proposta, ci è chiesta la fiducia sul Suo “modus operandi”. In fondo ci è chiesto di fidarci del Progettista. Ora è un’assunzione di responsabilità ben forte, da parte dei due contraenti. In fondo io dovrei fidarmi di una persona che conosco poco o che di Lui ho notizie contraddittorie. La sua biografia non è così limpida e piana e i miei neuroni arrivano a comprendere le sue scelte fino ad un certo punto. Anche Lui, d’altra parte, non ha un caratterino semplice sotto mano. Giacché sono dotato di libero arbitrio, posso accettare adesso, ma in qualunque momento piantare lì Lui e il suo progetto e mandare tutto a carte e quarantotto.
Ecco che per regolare i rapporti, bisogna affidarsi a delle regole e nel caso ce ne sarebbero una decina che fanno al caso in questione. Qui entra in ballo il secondo avvenimento che mi ha colpito.
“I Dieci Comandamenti” spiegati, interpretati, vissuti da Roberto Benigni.
Ora di là dall’uomo e della coloritura che ha dato delle Tavole, fondamento di una cultura religiosa come quella ebraico – cristiana, i contenuti sono stati davvero forti. Si correvano due rischi opposti. Rendere l’evento di una noia dell’epoca, di una pesantezza cosmica; viceversa ridurlo a un’azione comica, dai seguiti grotteschi o farseschi.
Invece per due ore, io personalmente sono rimasto incollato al video, forse perché è stata l’occasione di vedere della buona televisione. Senza spot, interruzioni di vario genere fatte a vario titolo, che ormai inquinano fin troppo gli schermi. Nulla di tutto ciò, solo due ore secche di parole. Non vuote, non vane, ma a mio giudizio impegnative e rilevanti. Ora non è stato l’Oracolo di Delfi a parlare, ma l’uomo di spettacolo lo conosciamo e sappiamo che ha trascorsi per i quali attenzione e apprensione, sono sentimenti palpabili. Eppure come per altri casi, cui si è sottoposto, vedi la Commedia, la Costituzione, l’Inno d’Italia, quei trascorsi così rustici, al limite anche della rozzezza, sono stati allontanati, se non per comparire qua e la, quasi sfumate e larvali presenze, giusto per non far dimenticare il personaggio, più che la consistenza umana dell’interlocutore.
Il messaggio dei comandamenti, pur nella complessità esegetica che è emersa, si è dispiegato con lievità, senza mai abbandonare quel senso di profondità implicita. Anzi attraverso la singolare esegesi sono emersi, almeno per me, aspetti che ignoravo, o che comunque non ho mai dato quel giusto peso o non avevo neppure preso in considerazione.
Il fatto ad esempio che Dio si pone come unico interlocutore, ma non dall’alto di un inarrivabile piedistallo, bensì come primo prossimo dell’uomo stesso. Al di fuori dell’uomo c’è Dio, espresso nelle persone e cose che ci circondano; doni offerti con la gratuità implicita dell’atto del donare. Non solo ci sono stati donati beni materiali, ma soprattutto beni immateriali, quali i sentimenti. Libertà, gioia, dolore, felicità e amore e non ultimo, ma chiave di volta dell’esistenza il libero arbitrio. Che ci permette di donare a noi stessi e agli altri quei sentimenti. Possiamo adempiere i comandamenti oppure fare tutto il contrario. Liberi di scegliere una cosa o l’altro attenti, però all’assunzione della responsabilità di quanto ci si accinge a compiere. Non possiamo agire e sottrarci alla responsabilità dell’azione compiuta. Ne possiamo demandare ad altri le scelte compiute o scaricarle sulle spalle altrui.
Le scuse sono come le chiacchiere: stanno a zero. Possiamo invocarle quanto e come vogliamo, la realtà dei fatti sta sotto i nostri occhi.
Ora il fatto che un simile decalogo tenga banco da più di tremila anni, la dice tutta sulla bontà delle sue regole, che poi non sono così rivoluzionarie, ma rappresentano i pilastri dell’etica e della morale di ciascun popolo, che sia transitato o che transiti tuttora sulla terra. Sono regole fatte non “ad personam”, bensì “ ad populum”. Hanno una valenza universale e universalmente riconosciuta. Rappresentano la maturità, l’adultità dell’uomo e regola i rapporti tra tutti gli esseri umani. Alcuni comandamenti potranno essere più sentiti degli altri, essere una parte più presente della vita sociale, culturale dell’uomo, ma tutti, sia che ne vengano esaltati gli aspetti, sia che ne vengano al contrario minimizzati, tutti dicevo, oramai sono una costante vitale dell’uomo.
Il fatto poi che per quest’evento si siano mobilitati milioni di persone, per assistervi e credo e mi piace il farlo, in “religioso” silenzio, la dice molto.
Abbiamo bisogno di regole: poche, chiare, intellegibili a tutti e ragionevolmente perseguibili; per dare una stabile e continua esistenza alla nostra società. Che non è un corpo astratto, ma siamo noi con le nostre individualità. Individui che con le personali singolarità rendono vivo e pulsante un corpo solo, a volte riuscendo perfino a generare un’anima sola. Proprio di quell’anima, a un certo punto è stato detto. Preoccupandoci il giusto: perché questa convulsione perenne, di cui ci nutriamo, ci fa lasciare indietro molto di noi stessi e uno dei primi pezzi che perdiamo è proprio l’anima. Il caos inevitabilmente, rende il silenzio e ciò che in esso é racchiuso un luogo che si sta svuotando sempre di più e sempre con maggior velocità.
Riflettere su questo progetto fantastico che la nostra vita e di come sì’intesse con quella degli altri, forse ci permetterà di non dimenticare, di non perdere quegli aspetti dell’esistenza, che aiutano questo fragile essere, che è umano, a continuare il cammino della vita.

Ciao

Giorgio Faletti_Sole24Ore

 

Sciau Giurgin,

Grazie per attraversato con me , con noi, un pezzo di vita, anche se la vita ci mette del bello e del buono a farsi complicata, invece che semplice.

Mancherai soprattutto a noi astigiani.

Carlo

foto dal sito ilsole24ore.com

Tra la terra e il cielo

Tra la terra e il cielo, c’é una storia di una tragica bellezza, che vorrei raccontarvi. Forse vi sembrerà impossibile, tanto da essere considerata frutto di una fantasia fin troppo spinta alle estreme conseguenze.
Forse vi sembrerà così incredibile, tanto da avere in se tutto il succo della verità, quella con la lettera maiuscola. Una storia letta per caso sul giornale di oggi 24 marzo 2013. Per i più curiosi é a pagina 28 de “La Stampa”. In breve la storia é questa. In un luogo, spampanato tra terra e cielo vive una gagliarda ottuagenaria, figlia di quella terra, che costretta a diventare grande, quando rincorri ancora i sogni dei bambini, a un certo punto ha deciso che vivere da sola. Senza più fratelli, ormai tutti accasati, si é accorta che un po’ di sano egoismo femminile era giusto goderlo. Però si sa, il diavolo fa pentole perfette, ma difetta nelle coperture ed ecco che la vita da single, finalmente raggiunta con coscienza di causa, si trova ad un bivio. Qui sta la beffa del destino, per certi versi crudele, ma per certi altri portatore di un sentimento che riesce a superare gli angusti confini, che può avere la mente. La Iole, così si chiama l’ormai anziana donna, si trova a confrontarsi con una madre, che le riversa addosso le sua angosce, i suoi tormenti di madre, costretta ad affrontare uno dei momenti più bui. Il giovane figlio disabile, come tutti i giovani sente forte le pulsioni del sesso. Non si tratta dei soliti ormoni impazziti, sui cui tanto si scherza. Il corpo vuole, reclama la sua parte di soddisfazione. Ora, immaginiamo per un attimo una madre e calcoliamo che il fatto possa essere occorso una cinquantina di anni fa. Caliamoci un attimo in quella realtà. Zona rurale del Polesine, terra matta dove s’incrociano le tante anime del mondo contadino. Parole, dunque sussurrate, forse con la voce rotta dalle lacrime, per raccontare una storia dai colori altrettanto forti. La Iole non ha timori, sente di essere una donna libera, forte, perché la vita l’ha resa così, confinandole fin da subito i suoi sogni di bambina per scaraventarla in un mondo fatto di grandi responsabilità. La sua risposta è dettata più dal sentimento, che non dall’emozione. C’é una mente  di donna collegata al cuore di donna, piuttosto che a collegarsi con la mente é la “pancia”. Così con un gesto d’amore, legato al sentimento dell’amore inizia una nuova vita per la Iole. Una vita segreta, ma come ci ha insegnato De Andrè, una notizia così “come la freccia dall’arco scocca / vola veloce di bocca in bocca”, nei sussurrii degli scuri chiusi delle case avvolte dalle nebbie , negli ammiccamenti delle piazze dei mercati, sotto un sole feroce, come quello della Bassa. Questi mormorii arrivano anche alle orecchie di chi ha gli occhi per piangere, in silenzio, un dolore vivo. Così arrivano con il pudore di chi chiede il favore di una grazia, di un qualche tempo fatto di sentimenti ed emozioni, anche carnali. Si appartano per poter dichiararsi vivi, quelli che non sono considerati gli ultimi, ma ombre. Che si sopportano con disagio e troppe volte con carità pelosa; quelli che non si vorrebbero vedere, a cui persino é negata un esistenza, da annullarsi in una sorta di vergogna sociale oltre che un onta famigliare. E’ vero, sono casi limite, aberrazioni culturali, ma esistono. La Iole, donna fiera e libera ha continuato, accogliendo, non solo il fisico, ma anche e soprattutto l’anima di quelle ombre. Senza essere scalfita o meglio, senza dar peso, agli strali di quelli che danno il meglio di se dando il cattivo esempio. Il tutto fatto per amore, non certo per denaro, perché la Iole non si sente puttana nell’animo. Perché per amare, non esiste un solo linguaggio. Ciascuno a suo tempo trova il proprio, ne apprezza e affina la misura e il modo e la Iole ha scelto quello più difficile. Amare incondizionatamente chi non avrebbe trovato amore, ma solo una pietà, tante volte a tempo.
Una storia che sa di incredibile, la cui bellezza sconvolgente lascia attoniti chi l’ha letta. Forse per la semplicità con cui é stata raccontata dalla protagonista, che l’ha raccontata con la stessa intensità con cui la vissuta. Credendo nell’amore con cui ha donato e sicuramente ha ricevuto quel sentimento. Sentendosi in pace con se stessa, in pace con i suoi interlocutori, così incerti nel fisico, ma non nell’anima. In pace anche con il buon Dio, che sicuramente ha non solo capito, ma lo zampino lo avrà anche messo. Aiutando la Iole in una strada così erta e difficile, in bilico tra amore per la vita e le sue creature e il gorgo di un gioco depravato.
Come considerare la Iole? Una santa? Una puttana, ancorchè mossa da nobili ardori? Una disturbata? Forse tutte e tre insieme o forse neppure quello.
Sicuramente una donna che ha preferito amare, sapendo e conoscendo fino in fondo la gioia affascinate della gratuità, che governa tale sentimento.

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