CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per la categoria “Vecchi Post”

Riciclaggio

Bianco. Ho la sindrome del foglio bianco. Come se all’improvviso, il foglio volesse mantenere candido il proprio aspetto, Come se non desiderasse assolutamente, di essere scritto; imbrattato di parole, inciso da segni e simboli.Forse, sono io che non ho più voglia di scalpellare la triade usuale: soggetto, predicato, complemento. Forse sono io che ho perso smalto e idee; voglie e costanza.Scrivere è difficile, anche una semplice lettera, può essere un pozzo, un buco oscuro, di cui non vediamo il fondo, di cui non intuiamo neppure il tonfo del secchio quando raggiunge l’acqua. Ti vengono in mente le domande usuali cui non hai mai dato risposte, anche perché, non hai mai affrontato seriamente le domande stesse. Perché uno deve scrivere?  Qual è quest’urgenza, così incontenibile, così impellente, che ti spinge a impugnare una penna, un lapis e cercare un pezzo di carta?  Poi qual’è il senso di impegnarsi, di riflettere, di immergersi in se e trarre da se i propri pensieri?

E’ una violenza. Una delle prime ed è quella che ci accompagna più di tutte durante la nostra esistenza. Ritornando alla lettera. Vogliamo parlare di come in ogni momento della giornata, scrivere una lettera è penoso? Le lettere di lavoro, così algide, così impersonali, così farcite di termini, che abbiamo faticato non poco a ricordare, ma che diciamo di aver capito, negando l’evidente vuotezza di quel comprendere. “In rif. Alla N/S del giorno … con la presente chiariamo, … riaffermiamo, … auspichiamo, … porgiamo i più sentiti ossequi.

 Andiamo.  Ossequi di cosa? Cos’è che vogliamo chiarire, auspicare? Cosa c’è in riferimento alla nota nr? Un’altra vuotezza scritta, un coacervo di termini gergali, che nulla ha a che fare con noi stessi, con la nostra vita, con le nostre esperienze vissute.

Le nostre esperienze noi le denudiamo nella corrispondenza personale. Scrivere a un amico, al nostro amore, a un parente. Ritorna l’usuale spogliarello, nel quale dobbiamo mostrare tutte le nostre piccole e grandi miserie. E’ vero che scriviamo anche delle verità, le nostre, Che dobbiamo forzatamente o meno, addolcire, plasmare per renderle appetibili, suadenti. Oppure dobbiamo cercare le parole più crudeli, atte a offendere, ferire lacerare l’animo del lettore. Sono una sorta di deliri, positivi e negativi, per il nostro animo. Ci obbligano a spogliarci di una parte di noi.

Se poi dobbiamo scrivere per vivere e non solo per puro piacere, allora la violenza è doppia, tripla. Dobbiamo sforzarci di trovare l’argomento adatto, riempirci di nozioni, testimonianze, farcirci di notizie, bulimicamente e altrettanto dobbiamo vomitarle sulla carta. Non potrà mai essere un atto liberatorio. Dovrà avere un senso, essere giustificato punto, per punto; virgola, per virgola. Si deve costruire, plasmare con maggior fatica, perché la parola sbagliata, il termine inesatto, l’interpunzione mal posta a volte segna definitivamente il lavoro svolto.

Il senso di vuoto si amplifica, diventando un acido corrosivo per le idee, per la voglia; palesando, nel futuro prossimo venturo, tutto il suo dirompente effetto: l’esecrabile color bianco.

Ecco io mi trovo in questa fase. Rifuggo il bianco e tutte le sue implicazioni. Odio vedere un bicchiere di latte, io ho ribrezzo per le mutande che indosso. Mi viene il vomito al solo pensiero del riso bollito.

Io devo scrivere. Ho assunto un impegno, ho giocato una carta che non ritenevo così pesante. Ho sottovalutato l’importanza dello scrivere. Ho creduto che si trattasse di tracciare dei segni, non importa quali, senza dare importanza alla loro sostanza. Ho stupidamente pensato a un quadro di Pollock. In fondo l’artista faceva gocciolare del colore e spacciava, anzi no, gli altri han ritenuto, quei gocciolamenti opere d’arte. Eppure hanno un senso compiuto, occorre guardare l’anima del quadro per coglierne a pieno il sostanziale significato. Altro che infantile gocciolamento di tinte.

Ora io sono non nella fase del gocciolamento. Non ho neppure la tinta, anzi mi rifiuto di alzarmi e andare a comprarla. Mi sento vuoto, sfinito, assente. Vorrei vivere i sogni degli altri, vorrei parlare con le parole degli altri, vorrei scrivere con i lemmi degli altri.

Ho la sindrome del foglio bianco.

Come la vede dottore.

# – Mmhmmm, rivediamoci, riparliamone.

      Contanti o carta di credito?

Mancando il sale, chissà se qualcosa di bianco non possa essere d’aiuto.

Ho ripescato nel mio archivio questo post scritto nel lontano 2011.

Sono nella fase della sindrome del foglio bianco, mi mancano idee e voglia di scrivere, allora riciclo con alterna fortuna, nel senso che non sempre il riciclato é valido oppure sa proprio di riciclato. Con un vago, o non troppo, odore di muffa e stantio. Adesso é così, aspettando tempi migliori.

L’albero

 L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.

In cima al saliente di questa collina, che percorro più volte durante la settimana. Lo incrocio durante le mie settimanali scorribande su queste giogaie. Un po’ per sport, un po’ per darmi l’alibi che l’immersione nella natura, purché sia, mi aiuta. Libera la mente, riconcilia l’animo, fa espellere le tossine del quotidiano. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quant’anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.

Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.

Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.  Noce, pero, melo a questo punto non fa molta differenza. I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare più antiche ferite subite dal legno, non permettono un’indagine sicura. Il tronco è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita. Non ha l’imponenza e lo slancio del noce, né mi pare che abbia le caratteristiche degli altri due.

Non è poi importante. O forse lo é.

Forse è il confine appassito di vecchie colture. In testa ai filari, sulle mie colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. I nomi: pum d’San Carlo, pruss d’ San Martin, così rustici e così lontani come forma e sostanza da quei nomi che vediamo e compriamo, così omologati in forma e sapore.

Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo. Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.

Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso. Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura. Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.

Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere. Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.

Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.

Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.

Eppure il ramo di quell’albero indica una nuova America, un nuovo mondo.

Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre. Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.

Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.

L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.

NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM

Sì, miei cari amci, sodali e non dell’ovalità del mondo,

Se non mi é partito l’embolo, lo sento  pronto però. E’ lì che si é già messo in posizione di partenza.

Non sono andato fuori come un poggiolo e del tutto. (come qualcuno potrebbe supporre e non si vergonerebbe assolutamente a dire vd. in proposito la Leonessa e qualche sua Allegra Comare)

NO, miei unici patatoni. Ma avete visto bene la mia stanza. Ai  più arguti non é certamente sfuggito il fatto che improvvisamente nell’angolo degli archivi i mesi e gli anni si sono moltiplicati in maniera esponenziale (?) …  massì esponenziale.

Apodittici, compaiono ora gli anni, che vanno dal settembre 2008 ad oggi. Questo perché? Perché lanciato a NordOvest di me stesso, a mia completa insaputa, soprattutto dei due neuoroni TRANZO E SCIALLO che abitano agevolmente quella cosa che sostengo essere la mia scatola cranica e in spregio alla manciata di sinapsi, che gioco forza tengono loro compagnia le CIAMPORNE, con un blitz degno dei GIS, dei NOCS, del CONSUBMIN, dei NAVY SEALS e chi più ne ha, più ne metta attraverso le indicazioni che mi aveva dato a suo tempo KLIMT77  e con l’aiuto del lavoro prezioso e mai ben lodato dello staff di LOGGA.ME, ho RECUPERATO TUTTO il mio blog.

Altro che baubaumiciomicio!! Altro che programmino salvatutto di Splinder-Splendor, che naturalmente non funge.

Quì carta canta !!! Troverete i post che più mi stanno a cuore. troverete i vostri commenti e anche quelli di blogger, di cui si sono perse le tracce o forse sapete dove sono , ma se non  me lo dite fa nulla!

GIOIA, GAUDIO, TRIPUDIO.  Quasi quasi mi merito un cioccolatino. Mentre scrivo ne assaporo il finissimo gusto, l’aroma mi permea la bocca e tittilla in maniera quasi lasciva le papille gustative. Cioccolato nero, extra-fondente. Ah, il nettare degli dei é giusto premio a chi, quasi per gioco ha tentato e questa volta ci é riuscito. Adesso non so perché, mi trovo in pace con me stesso.

BABBO NATALE mi ha portato un dono inaspettato. Non solo a me, ma anche a quelli che si prenderanno la briga di scorrazzare nelle mie stanze. Naturlmente , ça va sans dire, non  mettete troppo in disordine. Ci sono pezzi d’antiquariato e alcuni sono delicati, ma conto sui vostri modi di gentiluomini. Per le gentil donne quanto detto sopra non ha valore. La squisitezza e il garbo sono  il loro naturale passepartout, quindi.

Quindi condividete con me la felicità del momento. Grazie.

Qualcuno potrebbe

Qualcuno potrebbe non credere ai propri occhi. Quel che leggerete é vero, in quanto frutto d’ingegno e d’impegno. Impegno senza l’aiuto di sostanze, di cui le Pandette non parlano in maniera favorevole e neppure l’Arte d’Esculapio ha parole gentili.  Ciò che leggerete é opera mia e di un momento, non di sconforto perché abusato da forze esterne o estreme a me medesimo, bensì di ponderato e attento pensiero su ciò che sarei andato a scrivere. Mi sono speso, perché  come ebbi ha scrivere e lo troverete scritto: sono stato cretino anch’io, non me ne vanto, ma non dimentico.

Quindi perché non riderci un po’. Giusto per ricordare anche di non cedersi troppo addosso. Fa male e porta troppo lontano. Tanto da non ritrovarsi più, normalmente.

Il Cretino. Ontologia e Deontologia del fenomeno.

Miei cari, dall’alto della Nostra età, perché noi del ’54 quell’età l’abbiamo, mi corre il bisogno, urgenza irrefrenabile di pormi, come mentore di voi tutti. Lo so che qualcheduno di voi con l’elegante spocchia che lo contraddistingue si ergerà e pronto sul labbro avrà l’insulto, dei più facili tra quelli più risibili. Ebbene non me ne calo, anzi calo i pantaloni e conseguentemente agisco.

Attenti però a trarne facili conclusioni. Emetto sostanziali suoni a 250 bar e 140 dl.

Di norma mi gingillo con un fanculizzatore triviale inversamente proporzionale (un fangù vostro, due dei miei) e del cecchinaggio sono maestro. Il mio propormi, in maniera così prosaica e scevra da ogni poesia, si traduce nel ringraziare gli squisiti ospiti, che mi hanno voluto, ahimè loro, tra le vostre fila, che spero copiose in un futuro quanto mai prossimo venturo. Epperò son qui ad ammonirvi di come il cretino, per l’unicità della specie in essere, ed anche un po’ in avere, ma non in battere o in levare badate bene; il cretino, dicevo deve forzatamente avere una ontologia, termine che ora mi sfugge come significato, ma non come significante e del quale non mi dilungo  indarno, sapendovi ferrati (Ah la mascalcia, negletta arte, ma che vedo ben coniugata in questi luoghi). Ma alla deontologia non posso sottrarvi, anche un semplice quanto didascalico e didattico ritratto.

La dottrina più accreditata, di cui vi invito ad assaporarne tutti i più invitanti umori, si condensa sapientemente in due tomi fondamentali.  “La prevalenza del Cretino” e “Il ritorno del Cretino”, scritti mirabilmente da menti eccelse quali Fruttero & Lucentini. Testi fondamentali da cui non può assolutamente sottrarsi il vero cretino. Non tanto per gli esempi di cretineria che possiamo trovare. Ciascuno di noi ha tutti i mezzi per poterli abbondantemente superare, in altezza, profondità, larghezza e non ultimo peso specifico. No, ma gli esempi portati dai due scrittori sono da studiare e compulsare come pandette per scoprire chi surrettiziamente, con fare urfido, con movenze murfide vuole proclamare la propria cretinaggine. Siatene certi, avrete trovato esecrabili esempi di supposti cretini, coloro che fingono con spocchia la propria cretineria per trarne profitti che dire immondi, è non dire.

Avrete scoperto sulle vostre strade il cretino per delega, essere abbietto che impossibilitato di suo ad essere vero cretino, delega una sì alta missione, oppure pur non avendone i mezzi pone in essere maldestramente azioni cretine, perché titillato da chi sa quali improbabili benefizi. Così che la categoria ne venga ampiamente squalificata. Oppure il truce esempio di cretino su commissione. Perfido esempio di empietà obliqua. Furbetto del quartierino, uomo dotato di cervello che le avverse condizioni atmosferiche permettono un rigonfiamento cerebrale, millanta di esserne in possesso e quindi, con sprezzo della casta compie cretinaggini.  Ma pari è quello, cerebralmente ipodotato che spinge a compierle. Per loro, vi dico e affermo, non ci sarà che dolore e stridor di denti. Miei cari, siate esempi limpidi, puri, casti (in quest’ultimo caso è facoltativo). Fate della cretineria un’arte, non soggiacete alle fatue chimere di sirene, che sciupano il loro e altrui tempo, di quelli che palesano di essere cretini in vari modi e manifestazioni. Attenti ai falsi miti televisivi. Lo dico a voi giovani e immacolate menti. Ho visto i nefandi risultati alla troppa esposizione agli “Amici di Maria”. Ho visto negli occhi dei sovraesposti il nulla e vi ho ò letto terrore di tanta, troppa visione. Attenti a certi politici, che sbavano la loro squallida piaggeria, bavosa e lumacosa presenza di chi si fa più realisti del re. Con le lagrime agli occhi vi imploro, non abbandonatevi alla lettura di notiziari cartacei, ma anche via etere, che devastano e pervicacemente pongono in essere la distruzione neuronale, vostra e di chi vi circonda.

Chi non ascolta le farneticanti esternazioni fediane, gli sbrodolamenti bondiani o peggio le insalivature gasparrine, sarà salvo. Ma chi se ne pascerà e ingordamente ne trarrà piacere, allora per lui: , “Anatema”  per ennumeri generazioni, sia passate che future. Per concludere questo mio intervento, vorrei che mandaste a mente quest’epigramma, sinecura ed ancora di salvataggio  nell’affrontare i perigli che il mondo vi frappone, perché non solo:   “Cretini si nasce, ed io lo naqui, ed essere cretino è un arte”

In ogni caso ricordate che alle avversità potrete sempre ribattere, senza tema di smentita alcuna:  “Lei è un cretino, m’informi.”

Noi, il Popolo

Quandamente:

Docente di Cretineria della Ragion Pura e Pratica
Rettore della “cadrega” di  Deficentologia Ontologica
Magister Oprimus di Scienza dell’Imbecillità Indotta
Maggior Cretino dell’Ordine Dell’Imbornito
Maestro di Cretineria Applicata o meno, ai Più.
Professore emerito di Stlonzaggine Teoretica,
Associato in Fanfaronaggine Internazionale
Primo Relatore in proprio di Cog …oneria Acuta
Mentore dell’Inutilità della Propria Presenza
Guardiano degli Spazi Cretini Comuni
Epigono di Lepidezze, Facezie e Trastulli
Tedoforo della Slurpaggine Applicata

Ricercatore in Paleocretineria

Consortato di Dabbenaggine.

Etc. etc. etc.

Deliri e Dolori

Questo è un altro vecchio post che ho riesumato per l’occasione. Di questi ne ho e di vario genere. Spunti di riflessione, sguardi sul mondo circostante, piccoli racconti, domande e tentativi di risposte. Poi ci sono quelli più lievi, giochini di fantasia dettati dalla voglia di ironizzare un po’ su se stessi e gli altri. Questo è del gennaio 2009 e aveva partecipato ad un contest tra blogger. Il mio primo concorso, che naturalmente non vinsi, ma fu apprezzato. Ricordo che il tutto nacque durante il tragitto che mi portava a casa. Venti minuti o poco più di pensieri e poi tastiera e schermo. I sostituti di carta, penna e calamaio d’oggi dì. Per qualche lettore alcuni nomi di blogger, cui faccio riferimento, non sono nuovi. Non so se anche loro saranno scomparsi o meno nel grande esodo. Mi auguro di no. Chi legge potrà riandare con la memoria e i ricordi ogni tanto ci fanno sentire meno soli. Ogni tanto, però.

Dimenticavo, la firma in fondo é il mio nikname. Un marchio di fabbrica.

 

Credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.

Finalmente è arrivato! E a desso, che faccio? Un sudore ghiacciato mi scivola tra le scapole e sento brividi da tutte le parti. Lo schermo con la sua luce azzurrata, ricrea la pagina bianca, delirio e dolore di tutti gli scrittori. Non ho il crampo dello scrivano, ne l’artrosi del dattilografo. Il telefono, la salvezza, l’ancora sicura, il porto che non può che separarti da morte certa.

–          Pronto, ci sei …  sei tu … Meno male che ti ho trovato !

–          Scii, bronto, chi è… eeeehh

–          Ma sono io.  Chi credevi; ascolta ho una notizia bellissima, seppur tremenda.

–          Io chi ? Gli abitanti del 45° parallelo, a quest’ora, di norma dormono il sonno e del giusto e dell’ingiusto !!

–          Sono io, io ascolta la mia voce ..

–          Chi parla è il mio cuore …

–          Il mio cuore non parla, batte ,piuttosto la notizia  è di quelle esplosive, ho per le mani una cosa troppo, come dire incredibile. No di più,  è…

–          Ho capito tutto. Finalmente Laudomia ti ha mostrato le pudenda ed ora pretende, giustamente, che tu giaccia con lei ed ambedue traiate piacere da quell’aggrovigliarsi di corpi in una vertigine di sesso focoso. Tu naturalmente, non sapendone cosa fare del tuo gruppo idraulico secondario, ti sei portato a consigliarti con me.

–          Laudomia. Chi è Laudomia ? La dovrei conoscere, rientra nelle nostre amicizie ??

–          Conseguenza infausta di un mercato carnale, che non avrebbe dovuto consumarsi. La tua donna vuole farsi trombare e tu non sai: né perché, né da dove iniziare.          Giusto ??!!!

–          No! Piuttosto, senti qua, mi è arrivato l’”incipit” da FireArrow !

–          Ah sì, comprato su eBay ?? Montagna d’insipienza, ti ricordo che sono le tre del mattino, la mia cordialità si è esaurita e mi sorge spontaneo, il mandarti in luoghi appropriati per far mercimonio di luoghi corporali a te cari, anzi i più cari. Ora vuoi spiegarti, oppure lo faccio ?

–          Ah sì, scusa l’ ”incipit”. Ma no non l’ho trovato su BaiBai, mi sono iscritto ad una sorta di concorso letterario e tu devi iniziare il tuo racconto prendendo spunto dalla chiusa di quello precedente. Pensa si chiama “Domino”. Sì il concorso.

–          A questa tua nuova, il Gran Simpatico, mi si è messo in agitazione. Ho i nervi che dalla gioia, mi fan la ola. Mi freme il piloro, che sento danzante in una “java” irrefrenabile ! E ALLORA ?

–          Allora è terribile tutto ciò !

–          Ma allora gli alieni ti hanno fatto visita e hanno avuto la prova provata, che i guai della polluzione mondiale, risiedono satanicamente in te ! Vogliono esorcizzarti ! Hanno fin  d’ora il mio appoggio e la mia compressione.

–          No, MALEDETTO, sta a sentire una buona volta ! Non so cosa scrivere, come cominciare da quell’incipit e poi non ti permetto di dire alcunché di maligno su FireArrow. Guai a te sai, guai a TE!!

–          Primo, non conosco FrecciaInfuocata, quindi lungi da me ogni possibile malignità sulla sua persona; ripeti un po’ l’incipit o la chiusa …. Insomma, la frase…

–          Allora : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.

–          Ottimo, grandissima chiusa. E’ giusto che tu paghi il conto. Adesso vengo lì, con una vanga e ti vango la “salle a manger”.

–          Lascia perdere la mia dentatura. Senti, piuttosto ma perché, non ha scritto che so: “Era una notte buia e tempestosa”. Io avrei potuto continuare con: “… E il Barone Rosso, appoggiato al suo triplano, guardava  i lontani bagliori della battaglia, che si consumava sulle rive della Somme e …”.

–          E Woodstock, intanto, al Circolo Ufficiali,  lumava le pupe !! Bello, veramente bello,  con Charlie Brown, che faticosamente avanza nel fango incurante delle pallottole e Linus che spazza il campo di battaglia con la mitraglia, mentre Lucy, nell’Ospedale prepara le bende per i feriti !

–          Ma è magnifico …  e continua come? Aspetta che prendo un notes così mi appunto le fasi salienti del racconto. Continua, continua pure.

–          Continuo. Continuo SI’! Buona notte, monumento crisoelefantino allo sperpero di materia grigia.

–          Ma come buona notte, ti prego parliamone ancora !! Cappuccino e brioches li pago io!!

Click. La telefonata si è interrotta.

E adesso ?

Dunque vediamo : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”. Il Generale tutte le sere glielo ricordava, per scaramanzia. Intanto era una notte buia e tempestosa e il Barone Rosso ……

Capehorn

Gentiluomini di fortuna

I gentiluomini di fortuna, vagano per il mare della rete, osservano e riportano alla propria spiaggia, le storie imparate e le raccontano.I gentiluomini di fortuna, non parlano degli uomini, delle donne, non citano nomi. I gentiluomini di fortuna citano storie e le raccontano.La storia di oggi è una storia nata da un congiuntivo. Orbene non sto a raccontarlo a voi, ma nel condominio Splinder, i poeti, non abbondano come mosche sul miele, ma la loro presenza è folta e con alterne fortune. Solcando quei mari incontri versi che ti fanno pensare, ti fermano e ti incitano a gettare l’ancora. Infatti, trovo dei versi che mi spingono a dar fondo; li leggo e ne leggo i commenti. Complimenti vari, poi per un’oretta  circa scopia una canea riguarda un congiuntivo. C’è un verso il cui congiuntivo è perfetto per il senso, il ritmo, l’essenza della poesia. Ma grammaticalmente sbagliato. Cosa accade allora: i Sapegno di turno si ergono a censori e discettano, analizzano, discutono, si inc…no, si insultano per quel congiuntivo. Io che sono malmostoso, colto da crisi d’ira funesta, ho richiesto le attenzioni dell’Angiolieri << Se fossi foco …>> Sììì … se fossi foco, brucerei questi critici del martedì di un novembre nebbioso e uggioso. Guardate che non sentiamo l’urgenza del vostro dire. Anzi, badiamo al risparmio. La poesia a mio modesto sentire è offrire, come pasto nudo a tutti, i sentimenti, le passioni, gioie, dolori, l’angoscia, la felicità, che attraversano la vita in un dato momento e se hai la sensibilità di fermarla, la fermi. Critallizzi il tempo in due versi. << Ed è subito sera >> ferma il tempo in un luogo preciso del giorno, e apre un mondo, se uno a voglia di leggerlo quel mondo.

Così, leggi la poesia, rifletti, poi non contento ne leggi un’altra e cerchi dov’è nascosto il diamante e cioè l’autore. I diamanti non crescono sugli alberi, occorre sangue, sudore, lacrime per trovarli. Bisogna sforzarsi e trovatolo/i, bisogna saper trattar bene la pietra preziosa. Il blog potrebbe essere un modo per scaricare i fardelli che ci opprimono, e questo scarico lo affidiamo a dei versi. Il blog è un momento personale con cui umilmente ci si spoglia e altrettanto umilmente si cerca. Ho imparato molto in questi ultimi tempi. E’ facile tranciar giudizi, ma è altrettanto facile esserne tranciati. Nelle regole d’ingaggio del post “Ore 13,30” di ieri sono stato chiaro, e quelle saranno le regole che applicherò, anche per le vaccate (ops !) che mi verrà di scrivere.

Il blog non è la vita reale, non è il fine ultimo. E’ un’occasione di crescita, di condivisione, di compassione (La compassione nell’accezione più alta è il “patire assieme ad un altro” sia dolori, che gioie, tipico della religione buddista). Questi sentimenti non son merce comune, quanto l’ironia e l’autoironia. Denaro difficile da trovare e da spendere bene. Il blog, nella sua asetticità, ti permette di provare a coltivarli, ti permette di cercare negli altri lo stesso frutto e una volta trovati, di condividerne i piaceri.

La strada è difficile sa seguire ? E’ così arduo riflettere sull’essenza del pensiero trovato ? Solo così facendo troviamo l’autore, colui cioè con cui potremmo stiamo bene insieme, con cui e per cui compatiamo i fatti, gli argomenti, foss’anche gli stessi quasi fossimo tutt’uno.

Lo so è difficle trovare assonanze così strette, eppure ho cominciato ad intuire che molti di voi hanno trovato questa strada ed insieme la percorrono. Questa è amicizia. Non è tranchant questa affermazione. Mi pare molto vicino alla verità (sta a voi mettere il capolettera maiuscolo o minuscolo).

E’ ora di salpare l’ancora e di riprendere il mare, ci sono ancora tanti luoghi da visitare, tante cose da imparare e poi << … il mare più bello è quello che non abbiamo mai navigato. >>

La memoria e la strada

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire  e mi ha spinto, quì , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quast’aria nebbiosa di cui usmo gli umori,  solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza. Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato. Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero sarpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto quì, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

Il volo

Voleremo più in alto

voleremo più forte

questo groppo di vento, che stanca

che saluta tempesta immanente, imminente

sarà superato.

Voleremo più forte, finchè il rumor delle ali

sveglierà tutto il mondo

e quell’alito lieve, di brezza d’aprile

farà respirare.

Voleremo più in alto che quel groppo di vento

sarà superato finchè torni per noi

la stagione di venti leggeri

di odori consueti, di amore bambino.

Voleremo più in alto

Voleremo più forte

 

Ormoni passati

Il Vento del Nord è un vecchio dal cuore di morte

E’ un Vecchio dal membro di ghiaccio

E’ urlo di mille battaglie, è rumore di ferro e dolore

Il Vento del Nord ti schiaccia e non guarda il tuo amore ….. perchè non ha cuore

Il Vento del Nord è un vecchio dal cuore di morte

Il Vento dell’Est è puro pensiero

è odore d’incensi e di Buddah coperti di muschi

sa di deserto, di urla strozzate

di amori roventi, di sole assassino che arde le membra, il cuore, la pelle

Il Vento dell Est è puro pensiero

Il Vento del Sud è afrore di vecchia bagascia

dal ventre enfiato per troppo amore dato

 e mai ricambiato

Il Vento del Sud ti avvolge e t’inebria

come laido sudario in cui anneghi il tuo amore

ormai vecchio, ormai stanco, dai tanti sapori,

dei troppi odori, pestati, sentiti,  spalmati

Il Vento del Sud è afrore di vecchia bagascia

Il Vento dell’Ovest è un giovane bello e sfacciato

Nel ventre ha la gioia dell’estate

dell’amor consumato, rapito, abusato, mai sazio

Non ha la sapienza e pazienza del vecchio

ha supponenza di giovani idee

Il Vento Dell’Ovest è giovane bello sfacciato

Il vento racconta di uomini

senza memoria

di amanti morti senza amore

di uomini e donne con troppi dolori

di uomini e donne che sanno ascoltare

silenti nel Vento

che racconta le storie

Verità vò cercando …

Verità vò cercando e chi cerca trova.

Non la verità, quella con la V maiuscola, ma tante piccole verità, che messe insieme la formano. Nella mia ricerca mi sono imbattuto in quella di un blogger "PROSTATA" (OKNotizie – portale Virgilio) che nel "FOGLIO.it" dice la sua verità, l’abiura cioè alla Chiesa Cattolica. Per principi squisitamente morali. Il succo del discorso quel’è : la Chiesa non può moralmente sostiuirsi all’uomo che decide della propria vita. Soprattutto nella decisione della propria morte. L’annosa "quaestio" del testamento biologico. Mons. Betori, dall’alto del suo scranno ha emesso un dicktat "La Chiesa non accetta che l’uomo stabilisca il termine della propria esistenza, quella è nelle mani di Dio". Quindi niente testamento biologico, quindi difesa ad oltranza della vita (Quì interagiscono i dibattiti forti : aborto, eutanasia, disposizione dei prorpi organi, cremazione e via così).

Non sono certo io che ho statura morale, scienza filosofica e teologica tale da reggere un contradditorio con gente che di questi argomenti ne ha fatto ragione di vita.

Però … però alcune considerazioni vanno fatte. La ruota della Chiesa è lenta, ma gira inesorabile. La sua lentezza è tale che le ha permesso di sopravvivere con alterne ed incerte fortune per duemila anni. Ci sarà un motivo. Se rimanesse sempre al passo con i tempi, forse non avremmo delle certezze e la sola fede nel Vangelo, non farebbe troppi proseliti. Modificare un modello morale o la morale "in toto" , in questi tempi di morale incerta, è facilissimo e contemporaneamente no.

Data la lentezza propria della Chiesa, per essa o meglio, per i suoi rappresentanti più di spicco, è giocoforza aggrapparsi alla consuetudine, all’interpretazione dei Padri e dei Dottori della Chiesa (I quali essendo morti da secoli, non possono entrare in contraddittorio e quindi ciò che è scritto, è scritto) ed all’elaborazione di ciò che loro stessi hanno fatto nel corso dei loro studi, della loro vita. In più, chi rappresenta la chiesa, è il solo depositario alla vera interpretazione delle scritture, che sono il palinsesto su cui vive e prospera.

Non è tempo di profeti, o se lo è, la loro voce è confusa dalle migliaia di voci che urlano sempre più forte la giustezza della loro Verità. In fondo se ben guardiamo, se ascoltiamo i discorsi, che percorrono la nostra vita, ci accorgiamo che si parla, si grida, si insulta, ma non si ascolta, non si accoglie, non si analizza. NON c’è tempo. Questo e gli sforzi per accaparrarselo, sono tesi solo a far valere la propria opinione. Quella degli altri è assolutamente ininfluente. Esisto io, al centro dell’universo, sono il perno di questo mondo, sono l’oracolo vivente della Verità. Tu emetti solo suoni inarticolati.

Ora il discorso è tra sordi. Citerò un episodio di vita vissuta. L’altro giorno tornavo a casa e alla fermata del treno sono salite sei ragazzotte, che si sono sedute vicino a me. Bene nei quindici minuti successivi di viaggio,  hanno sviluppato sei, dicasi sei discorsi contemporaneamente. Cosa abbiano capito per me è un mistero. Discorsi composti da "Cioè lui… , cioè lei…, lo shopping, quella str…., il prof è una m…." con una velocità e un grado di schizzofrenia inusitati. Quando finalmente sono arrivato e sceso alla mia fermate, ho ringraziato tutto e tutti perchè oramai ero così instupidito,da quel torrente di parole, tanto qunto mi fossi fatto una canna di qualunque cosa.

Il fattore umano è la variabile di cui non si tiene conto. Leggo, studio, penso, medito e popi parlo. Più grande,o meglio,più è in vista la mia posizione e nell’età della comunicazione, dell’immagine, dell’apparire, dell’avere; più avranno risonanza le mie parole che senza pudore potrò affermare che quanto scrivo, penso, medito è la Verità e soprattutto la Verità del gruppo a cui appartengo, e questo gruppo è il solo vero depositario della Verità.

Il gioco è fatto, se poi mettiamo in campo che questo gruppo è presente capillarmente nel tessuto sociale e la società ha scritto nelle sue leggi che questo gruppo rappresenta ufficialmente il sentimento religioso della popolazione, allora tutto è di conseguenza.

La laicità dello Stato, viene ad essere messa in discussione, proprio sui temi morali. La morale indica la strada, ma è il diritto che la deve percorrere in tutti i sensi. Delimitandone i confini , dandone struttura, rendendola agevole a tutti, stabilendo chi e dove si possono compiere manovre ed in quali limiti.

Partendo dall’assunto che l’uomo è un essere libero, e nella libertà c’è la consapevolezza di se, allora questi può e deve compiere scelte per se e attraverso il diritto anche per gli altri. Ben inteso il diritto è il sunto del confronto delle libertà individuali. L’uomo si associa per vivere in comunità. Il legame sociale è nel DNA umano. Se vivi al di fuori della società e dalle regole (Giuste o sbagliate che siano) che ne regolano i flussi, compi una libera scelta, perchè fai agire a pieno il tuo libero arbitrio.  (per chi non è evoluzionista) Dio ti ha creato, ma ti ha dotato del libero arbitrio. Poi credere in lui, puoi negarlo. Adamo poteva anche non mangiare del frutto dell’Eden. Era liberissimo di farlo. L’ha mangiato consapevole della sua azione. Non credo ad un Dio generatore di esseri idioti, perchè se così fosse, il lupo pascerebbe con l’agnello e il leone dormirebbe con la pecora. Ma non è così.

Quindi libero/a, liberissimo/a "PROSTATA" di abiurare la Chiesa e condannarne le esternazioni, che secondo il suo parere violano la morale (quella con la M maiuscola). Libero mons. Betori di dire quel che ha detto (Anche se come ombrello difensivo, tira in ballo l’intero condominio). Libero io di mostrare perplessità sull’una ed altra posizione.

Piccola nota a chiusa. L’articolo è molto interessante e ben scritto, nulla di farneticante,ma preciso ed in buon italiano, cosa preziosa al giorno d’oggi. Il mio è un invito alla lettura.

Io ho detto la mia adesso a voi cari visitatori.

Noi quelli del ’54 non lasciamo indietro gli amici.

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