CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

La Porta Sbagliata

Buio. Qui trequarti di luna, non riuscivano a illuminare per bene i contorni del paesaggio all’intorno. Non era molto importante, quel terreno, quegli alberi, li conosceva bene. Li aveva impressi nella memoria, erano stati fino a pochi anni prima il luogo della sua vita. L’infanzia, passata in una catapecchia, schivando le botte di un ubriacone, che diceva essere suo padre. Asciugare le troppe lacrime di una madre, sfatta, dai troppi parti, dalle troppe bevute, da una vita agra e cattiva, che l’aveva resa madre troppo presto, che troppo presto l’aveva attaccata anche lei alla bottiglia. I suoi fratelli, ormai sparsi, in giro per il paese a elemosinare da altri, da estranei, quegli affetti, quell’amore negato per troppo tempo. Lui no non se ne era andato. Aveva sfidato suo padre e una volta, troppo esasperato dalle botte ricevute, troppo ubriaco quell’uomo rozzo e violento, gli si era rivolto contro. Aveva avuto la forza di picchiare e picchiare duro. In quella tempesta di pugni dati, in ognuno di quelli erano le lacrime versate, i lividi sopportati, il dolore di un figlio che vede anche una madre ormai arresa, vuota di sentimenti e piena solo d’alcool. Era la vendetta per i suoi fratelli, che come lui avevano sopportato, fino ad un certo punto quel clima di terrore. Lui era diventato, ciò per cui era stato allevato, prima un piccolo bullo, poi erano cominciati i furtarelli, gli scippi in un crescendo che lo avevano portato, con una pistola in mano dentro una banca e c’era scappato il morto. Punto. Il processo, la galera era solo tutto di conseguenza. Adesso però la fuga, da quel carcere, dalle sbarre, dalla costrizione di giorni sempre uguali, vuoti per lui. Senza l’ombra della speranza. Non c’era un domani per cercare un’occasione di riprendersi la vita, per ricominciare da capo dopo la catarsi. Niente di tutto ciò, lui voleva solo uscire, evadere, scappare. Sentirsi padrone di se stesso, in una sorta di anarchia costituzionale, che non era mai riuscito a vivere. Attraversò il boschetto, fatto di alti cespugli, rade betulle e un paio di pioppi. Si trovò tra le canne ormai gialle e smangiate del campo di granturco di Van Hool.

– Quel vecchio pazzo – pensò – Ha sempre raccolto il granturco a mano. Agricoltura biologica diceva e intanto, vecchio pazzo quanti soldi hai fatto. Per quante ore hai fatto lavorare quei disgraziati, che arrivati da chissà dove, venivano da te per un pezzo di pane, qualche ora di sonno dentro il tuo fienile e pochi maledetti spiccioli ? Eh, quanti Van Hool?  Sputò in terra a chiudere il discorso. No il discorso non è finito.

– Verrò a trovarti Van Hool! Oh sì verrò e ti porterò via un po’ di soldi. Forse ti farò mangiare anche un po’ di granturco. Te lo farò mangiare nel porcile, accanto ai tuoi amichetti! –

La gamba gli diede una fitta. La pallottola forse si era mossa ancora un po’!

– Stupida guardia. – pensò ad alta voce – Perché non sei stata ferma. Non hai messo le mani contro il muro, come ti avevo detto! No, lui ha voluto fare l’eroe. Gli ero sono tutti morti, ‘fanculo! –

Sentì abbaiare lontano.

– I cani. Quei porci hanno i cani. Non conoscono la zona e allora usano quelle bestiacce. So come liberarmi anche di loro e poi mi libererò di questa pallottola! –

La luna illuminò il paesaggio all’intorno, un attimo, perforando quel tappeto di nubi scomposte, che fumavano in cielo.

Vide il viottolo e pensò che la salvezza fosse a portata di mano. Sì, il fiume srotolava le sue acque poco distanti, un centinaio di metri, non di più. Ormai era fatta. Strinse i denti per lo sforzo e per il dolore. In quell’acqua che immaginava fredda ormai, nelle notti d’autunno, la sua ferita si sarebbe lavata; il sangue si sarebbe fermato, ma soprattutto avrebbe fatto perdere le sue tracce, immergendosi.

Sentì improvvisamente scorrere la corrente. Il fiume. Lentamente e con accortezza si lasciò scivolare dalla sponda, un poco scoscesa, aggrappandosi ai ciuffi d’erba. Aveva avuto l’accortezza di fasciare la gamba un po’ più forte e la pistola della guardia in un sacchetto di plastica che aveva trovato per strada.

–      Lasciano in giro tanta schifezza. Meno male che questa volta hanno lasciato qualcosa di utile – disse ghignando.

L’acqua, come aveva supposto, era fredda, ma lo aiutò a svegliarsi completamente. Il torpore dovuto alla perdita di sangue cominciava a farsi sentire.

Iniziò a nuotare lento andando verso il centro della corrente, che placida, lo stava trasportando sulle braccia. La luna forò ancora una volta la nuvolaglia e rapido gli apparve il ponte. Ponte è una parola, una passerella e dopo quella c’era un’ansa e il fiume aveva formato una grossa buca. Lì d’estate i ragazzi del paese venivano a fare il bagno, i tuffi, usando la grossa corda che penzolava dal ramo di un grosso pioppo, ancorato alla riva. Da lì, ancora qualche minuto e sarebbe arrivato alla casa del mugnaio. Una stamberga, diroccata, ma con alcune stanze asciutte e una in particolare, aveva un camino. Lì si andava dopo il bagno, si accendeva il fuoco, ci si asciugava, si fumava, si parlava, insomma era il loro rifugio segreto. Il suo e quello dei ragazzi del paese.

Qualcuno aveva scoperto lì il sesso e anche lui aveva partecipato alle maratone masturbatorie della giovinezza.

Lì aveva fatto per la prima volta l’amore o forse qualcosa che gli somigliava. Un tempo che ora non si sentiva più di portarsi appresso. Raggiunse l’ansa e finalmente trovò quei quattro gradini, scavati nel tufo della riva, che permettevano di risalire agilmente l’argine. Il viottolo che portava alla casa, lo trovò quasi subito, non ancora coperto dalle foglie dei molti alberi all’intorno. Dopo pochi minuti era in quella stanza, si appoggiò al muro e di colpo si addormentò.

Dall’altra parte del fiume intanto gli uomini della legge erano arrivati all’argine. Le pile scandagliavano le rive, i cespugli e i cani strattonavano i guinzagli, uggiolando e latrando. Sentivano che quella pista che tanto volentieri avevano seguito stava evaporando e non si davano pace.

Il più alto in grado, alla luce di una torcia, aprì una mappa dei luoghi.

-Più avanti c’è una passerella, andiamo là e proseguiamo le ricerche. Forza che la notte è ancora giovane.-

– No, non possiamo andare di là – fece uno dei conduttori dei cani-

– E perché? Di là è proprietà privata? Me ne frego del mandato. Stiamo inseguendo un evaso e non ci vuole nessun mandato. Ha ammazzato una guardia. E’ il secondo morto che fa e questa volta lo friggono. Aspetta che gli metta le mani addosso e lo porto io personalmente sulla sedia elettrica.

– No – fece una voce nel buio – non si tratta di mandati o altro. E’ zona militare!

Dal buio emerse un graduato, armato di tutto punto, in compagnia di alcuni soldati, parimenti armati.

– Questa notte ci sono i tiri notturni dell’artiglieria e colpiranno dall’altra parte del fiume. Quindi non si passa.

–      Senti generale, di là c’è il mio uomo. Lo voglio, lo promesso ai miei superiori, che gli avrei portato la testa di quel bastardo.

–      Io – serafico il militare – ho promesso ai miei superiori che nessuno, per nessun motivo, questa notte sarebbe entrato nell’area di manovra. Quindi, gentilmente fate dietro front e andatevene.

Così dicendo, alzò la canna del mitra che teneva sotto braccio, così come fecero gli uomini, che erano con lui e, dal buio, venne inequivocabile il rumore di un otturatore di mitragliatrice, che si era armata.

–      Spero che i vostri, colpiscano duro e lo polverizzino.

Nell’aria intanto un rombo lontano, come di tuono, si udì appena, ma più forte, prima il sibilo e un urlo straziante, subito dopo. Un boato fragoroso nell’immediato troncò ogni discorso. Si gettarono a terra poliziotti, soldati, conduttori e anche i cani, spaventatissimi. Era iniziato il bombardamento.

Nella casa, al primo rovinoso scoppio, lui si destò e tentò goffamente, di levarsi in piedi, ma il dolore alla gamba non glielo permise. Si rotolò sino alla finestra, che mostrava ancora un moncone di vetro.

–      Che diavolo succede? – si chiese smarrito e confuso

La zona fu illuminata da bianchi bengala, che lasciavano una vivida luce, spettrale e algida a illuminare una scena di prossima distruzione.

Vide passare da quella finestra due tracce rosse e sentì l’urlo scomposto dei proiettili che arrivavano e ancora lo scoppio tremendo e i calcinacci che cadevano, il vetro che si frantumava e la fuliggine antica che precipitava dal camino. Doveva uscire da lì, fuggire il più lontano possibile; lanciò ancora uno sguardo fuori e intuì che una nuova rossa scia si stava avvicinando e risentì quell’urlo scomposto. Poi basta. Non si accorse che il proiettile da 155 mm aveva polverizzato letteralmente la casa, creando al suo posto un cratere, accanto agli altri.

–      Faccia i miei complimenti alla 3^ batteria – dichiarò il colonnello – Ottimi colpi, tutti a bersaglio.

–      Sarà fatto, signor colonnello – rispose il capitano.

–      Signore – il tenente incaricato delle comunicazioni si avvicinò compunto – il sergente sta rientrando con alcuni civili, sorpresi vicino alla zona di tiro.

–      Come sarebbe a dire vicino alla zona di tiro ? – di rimando il capitano.

–      A quanto pare … – continuò il tenente – Sono un gruppo di poliziotti che inseguivano un evaso e pare che quest’ultimo abbia attraversato il fiume.

–      Un evaso ! – mormorò il colonnello, con un sorriso appena accennato – Mhmm … che abbia aperto la porta sbagliata?

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